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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

Quando suona la campana
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2011


Caroline Atkinson, direttore delle pubbliche relazioni, ha dichiarato che il Fmi è pronto a sostenere l'economia dell'Egitto non appena la situazione politica si stabilizzerà. Sia il governo statunitense che quello britannico hanno dunque scaricato Hosni Mubarak. Devono esistere dei motivi corposi che spingono Barak Obama a solidarizzare con i rivoltosi del Maghreb e, tra questi, non è da escludere la preparazione di una nuova “crociata democratica” per lasciare mani libere a nuovi e pressanti equilibri di potere geo-economico. I Popoli arabi non tollerano più di vivere sotto il tallone di regimi brutali, Stati di polizia che praticano la tortura, negano le libertà fondamentali ed affamano le masse, ma è pur vero che tutte le rivoluzioni annoverano attori con scopi e programmi fortemente differenziati. Il cacicco egiziano, prendendo a pretesto l’amore per il suo Popolo, non vuole proprio andarsene ed è deciso a morire da Presidente. Se questo dovesse accadere non ce ne rammaricheremmo. Nella disputa tra i vari soggetti predisposti o predestinati ad occupare i vertici della piramide con cui si può rappresentare una comunità il più ambito trofeo è il potere. Nella contesa, a volte sanguinaria, per salire o per mantenere la posizione raggiunta il rischio di soccombere fa parte del gioco. In Egitto la miseria è dilagante, l’ex pilota militare Mubarak ha accumulato un patrimonio di quaranta miliardi di dollari, è stato per trenta anni un autocrate liberticida ed infine ha fatto scorrere il sangue dei suoi oppositori. Sarebbe nell’ordine delle cose se perisse di spada. I sommovimenti popolari egiziani, se già non lo sono stati, saranno presto pilotati. Il premio Nobel Muhammad al- Barade’i è uno di quei personaggi che l’Occidente ha posto tra i propri beniamini e non tutto depone a favore della sua personale trasparenza. Il generale Omar Suleiman, essendo stato capo dei servizi segreti, proprio per la tipicità di chi ricopre certi incarichi, è ancor meno idoneo a garantire quel desiderio di democrazia manifestato sulle piazze. Sugli intrighi di un sistema di potere interconnesso, sulla presenza di invisibili direttori d’orchestra, specialmente nel corso di fibrillazioni popolari, è molto difficile fare luce. E’ invece certo che, come dimostra anche la pervicacia di Mubarak, per mettere fine all’epopea di un egocrate non ci si può sempre avvalere di metodi ordinari. Gli egiziani che hanno perduto il fervido slancio nei confronti del vecchio rais stanno versando il loro sangue per le strade a causa dei Baltagueyya organici al regime. Cosa dovrebbe fare quel 60% di Italiani che non apre più ex abundantia cordis nei confronti del Cavaliere di Arcore che, per pur di salvare lo scranno, ha offerto ai pidini la svendita delle partecipazioni statali in Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Stm, Poste, Poligrafico, Fincantieri e Anas? La proposta non ha avuto successo, ma le sue risorse per continuare a galleggiare politicamente, mentre l’Italia affonda, sono notoriamente illimitate. Checchè ne dicano i suoi flautati laudatores, il premier sta costringendo l’intero Paese a giocare con le carte che lui stesso distribuisce prendendole da un mazzo truccato e, come se non bastasse, è ben determinato a far saltare il tavolo. Può comprarsi quotidianamente la maggioranza parlamentare, continuare a legiferare per se e per gli amici abusando dell’istituto della decretazione e ad insultare la Magistratura, cosa che sembra solleticarlo in maniera particolare specialmente quando si trova all’estero. E’ palese che viviamo ormai in una Repubblica denegata e con una Giustizia sempre più intimidita. In sovrappiù dobbiamo prendere in considerazione anche l'insussistenza rappresentativa di chi teoricamente potrebbe subentrare a dirigere un esecutivo di “liberazione nazionale” ed è invece già pronto ad eseguire istruzioni in contrasto con essa. Per ristabilire la solvibilità dell’Italia, cosa che affligge, tra gli altri, i vari papabili alla successione, bisognerebbe ridurre drasticamente il debito “sovrano”. Questo richiede una crescita del Pil tale da superare i tassi d’interesse pagati dallo Stato, un avanzo di bilancio (ulteriori accettate alla spesa pubblica) o una miscela di entrambi i fattori. Data la combinazione perversa degli alti costi pagati al finanziamento, della bassa crescita economica e degli alti livelli del debito, sarà socialmente insostenibile uscire da circolo vizioso in cui siamo stati spinti dai politici al servizio di banchieri e finanzieri. La ricetta preparata dalla Germania e dalla Francia prevede di abolire i sistemi di indicizzazione dei salari, favorire la mobilità del lavoro, armonizzare i sistemi di tassazione sulle società e sulle persone fisiche, collegare le prestazioni previdenziali al mutante quadro demografico (innalzando dove serve l'età pensionabile) e introdurre nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit per arginare l'indebitamento. Bruxelles si sta preparando all’ennesimo attacco contro i ceti più deboli, e lo farà su scala continentale. Il nostro primo ministro, recatosi oggi nella capitale belga solo per inchinarsi e sposare delle pesanti direttive oligarchiche, anziché tacere come imponevano le circostanze, si è avvalso del pulpito per dichiarare che l’Italia è commissariata dalle Procure. Passi che prenda a schiaffi un Parlamento di nominati, prevalentemente costituito da soggetti provenienti dallo stesso milieu, con notevoli comunanze attitudinali, con un’alta percentuale di indagati e di già condannati, ma non può continuare a pretendere che anche i tribunali si mettano a sua disposizione. Persino Giulio Andreotti si è lasciato giudicare ed è lecito ritenere che la verità giudizialmente accertata si sia discostata molto dalle verità connesse al suo ineguagliabile cursus honorum. Non condividiamo le ragioni per cui altri esigono di poter fuggire dai processi. Devono essere simili a quelle che spingono Mubarak a non volersi allontanare dal Cairo. Il loro decantato amore per il Paese.

Antonio Bertinelli 4/2/2011

Chiodi
post pubblicato in diario, il 28 novembre 2010


Politici con i volti di diligenti esecutori, e che in altre circostanze avrebbero trovato più consono impiego in un qualche studio professionale, non trovano di meglio che difendere la riforma universitaria etichettando le manifestazioni studentesche come frutto di una saldatura tra gli interessi dei baroni e le ingenuità degli studenti. I finiani in gramaglie sottoscrivono di tutto e di più. Nessun governo aveva mai osato ridurre in tale misura le risorse per le Scuole e le Università mischiando sprechi, scienza, baronie, futuro giovanile, sapere e potenzialità di sviluppo dell’intero Paese per poi attaccare indifferentemente il tutto a colpi d’ascia. Chi non ha denaro a sufficienza e rifiuta di convertirsi agli assiomi della scaltrezza deve farsi schiavo secondo i desiderata dei Marchionne, deve rinunciare a qualunque progetto di indipendenza e soprattutto deve rimanere ai margini di questa pseudodemocrazia. Poveri Campani sommersi dai veleni delle discariche. Poveri Veneti a cui la crisi economica ha spalancato le porte delle loro città alle mafie. Poveri Italiani, traditi dai Savoia, dalla corruzione, dai partiti, dai sindacati, dai vecchi e dai nuovi amministratori pubblici. Non si era mai visto l’annientamento simultaneo di tanti diritti storicamente acquisiti come è accaduto durante il regno berlusconiano. I demiurghi delle libertà sono per lo più magliari, venditori di fumo, intrattenitori da Club Méditerranée, soggetti con un codice di comunicazione limitato, intriso ora di menzogne, ora di grettezza, ora di gestualità da bettola. Il rischio più grave è che le prosaiche antitesi dei capipopolo, di sostanza o di facciata, guidate o meno dai rispettivi personalismi, ammantate o meno di nobili propositi, continuino a disperdersi in tanti rivoli consentendo l’instaurazione di una neo-dittatura senza più vie di fuga. L’attuale premier ha sfruttato egregiamente tutte le debolezze nazionali. Quando migliorando pratiche già collaudate, quando inventandone di nuove, ha piegato il Paese ai suoi desiderata, lo ha trasformato in una Spa di cui detiene la maggioranza del pacchetto azionario. Con il perfezionamento del berlusconismo è ormai imperativa la nascita di un blocco funzionale all’eliminazione del pericolo più grande. Hic et nunc. Tutto il resto può e deve essere rimandato. Non esiste solo un contesto nazionale impareggiabile nella sua accelerata discesa verso gli inferi, esiste anche un’Europa senz’anima che va rimessa tempestivamente in discussione. Il possibile insediamento di un autocrate a vita cancellerà d’un sol colpo i disegni delle volpi poste a guardia dei diversi pollai elettorali e non potrà fornire di certo terapie adeguate al grave stato di salute del Paese. Le ubbie del personaggio, nel contempo burattino e burattinaio, dunque conscio che le democrazie guadagnano credibilità anche grazie alle performances di quei gatekeepers che salgono sul palcoscenico e fanno “opposizione” con idonea dispensa, non gli permettono di tollerare qualche raro travaglio di stampa, detrattori televisivi più o meno “scapigliati” o magistrati liberi da ogni legame con qualsiasi genere di congrega. L’”unto”, se confermato come tale, smantellerà la Costituzione, castigherà ogni voce dissonante, i giornalisti poco sussiegosi, i presentatori catodici “borderline”, gli scrittori “anti italiani” ed i Pubblici Ministeri “incauti”. Le vicende di Finmeccanica ed Enav, anche queste aziende, come altre grandi fatalmente finite nelle pastoie dell’attività giurisdizionale, sono semplicemente fisiologiche. Sono scandali tipici di un’Italia il cui apparato normativo è stato per venti anni rimodulato ad hoc e la cui sensibilità civica è stata rimossa con destrezza, sono solo le ultime novità che, incalzate dalle impavide gesta di altri avventurieri, finiranno presto nel fetido dimenticatoio italico. Piaccia o non piaccia, questo è un fatto incontrovertibile con cui ogni cittadino deve ormai fare i conti, così come deve farli con la crisi economica che sta scuotendo l’Europa fin dalle fondamenta. L’entità di alcuni debiti pubblici diventa sempre più critica. Il Capo dello Stato ha lanciato un appello affinchè venga accordata piena fiducia all'euro. Dimenticando che dal suo primo giorno di corso legale il potere di acquisto dei salari e degli stipendi italiani si è ridotto del 40%, con una lettera ai Presidenti del Gruppo degli Otto “Uniti per l'Europà”, Giorgio Napolitano ha chiesto che l'Ue prenda polso nel “contrastare contagiose speculazioni contro la moneta unica frustrando ogni tentativo di provocare un default di Stati sovrani, che dinanzi alle tensioni in atto nei mercati finanziari si esprima pubblicamente piena fiducia nell'euro, insieme con una rinnovata adesione ai principi di coesione e solidarietà che reggono l'Unione Europea”. La Grecia e l’Irlanda sono già finite sotto schiaffo, ora è il turno del Portogallo. Secondo l'edizione tedesca del Financial Times, la Bce ed atri Paesi di Eurolandia starebbero facendo pressioni sul Governo di Lisbona per ottenere che anch’esso ricorra al più presto al pacchetto di aiuti dell'Unione e del Fmi. Sotto a chi tocca, quando arriverà il nostro turno? Con tali premesse, sarebbe devastante per gli Italiani andare incontro ai marosi che si profilano all’orizzonte senza scialuppe di salvataggio, inoltre soverchiati dal gravame di un regime suggellato dalle peggiori oligarchie e dall’amicizia di altri despoti. L’Ue non ha supplito, né intende supplire ai collassi, alle ruberie, agli sprechi, all’immoralità, alle inefficienze, alla debolezza dello Stato e della P.A. italiani. L’Unione si è concretizzata in un ordinamento socio-giuridico-finanziario neoliberista, dove i banchieri hanno burattinizzato i governi, che a loro volta hanno disarticolato il Welfare, hanno lasciato fallire migliaia di piccole e medie imprese, hanno lasciato disoccupati milioni di lavoratori. L’Unione trionfante è quella delle banche troppo grandi per fallire che, al fine di rivitalizzare il sistema, battono continuamente cassa ed impoveriscono i cittadini. Se l’Italia è un ricettacolo di cricche sostenute dall’avidità dei governanti, votata al peggio dallo strabismo dei parolai in ordine sparso o dall’ortodossia delle vergini che non intendono “sporcarsi”, questa Europa è il ricettacolo di plutocrazie e di grandi capitali che si muovono senza frontiere, che hanno poco a vedere con l’iniziale promessa di solidarietà tra i Popoli. I bilanci comunitari non sono controllati da un soggetto autonomo, ma anche il tiranno, complici gli appetiti leghisti e le idiosincrasie di maniera, che ha fatto dello Stato cosa sua fin dove gli amici glielo hanno consentito, senza fare sconti a nessuno, eliminerà ogni residua forma di bilanciamento democratico e, con esso, le illusioni di qualunque potenziale aspirante al trono. Bruxelles la grassa, imperiale ed autopoietica, sta lentamente diventando grassatrice. Roma ha urgente necessità di affrancarsi dall’insidia che incombe sull’intero Paese. Solo dopo la politica, includendo quella agita a proprio vantaggio e quella dei portatori di conflitti d’interesse minori, potrebbe posizionarsi su altri fronti, magari facendo luce sia sui destini italiani che su quelli europei.

Antonio Bertinelli 28/11/2010


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permalink | inviato da culex il 28/11/2010 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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