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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Dieci milioni di firme
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2011


Lui non demorde. Nei sapienti messaggi televisivi rivolti agli Italiani ha infatti dichiarato che i magistrati di Milano non sono competenti a giudicarlo ed i Pm che hanno osato indagare vanno puniti. Il tutto è frutto di un complotto comunista sostenuto dalle toghe rosse e finalizzato a sovvertire il voto popolare, dunque, per quanto lo riguarda, la faccenda è chiusa. Gli ascari del premier denunciano una violazione costituzionale ed analogamente fanno i suoi oppositori. I cittadini finiscono nel polverone mediatico, la manipolazione del linguaggio ne induce un buon numero a perdere di vista i fatti, a confonderli con le opinioni e a mettere sullo stesso piano le argomentazioni dei diversi contendenti scesi in campo. Non è da escludere che, sollevando un conflitto di competenza davanti alla Consulta, anche questa volta le sorti politiche del Paese rimarranno legate all’”invincibilità” del sultano. Ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni e due depenalizzazioni ope legis, è ancora imputato in tre processi, di cui almeno uno sarebbe arrivato a sentenza senza l’approvazione di norme scritte ad hoc, ma la sua fedina penale è rimasta del tutto candida. Non basta “incoraggiare” i magistrati a perseguire il reo, peraltro doverosamente, ma sarebbe opportuno riflettere sulla tipologia dei tanti personaggi che occupano le istituzioni mortificandole, senza saltare a piè pari l’individuazione delle responsabilità che accomunano un pò tutti. Ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Nicola Cosentino, deputato Pdl, contro l'ordinanza di custodia in carcere. Francesco Maria Orsi, consigliere Pdl al Comune di Roma con delega al Decoro, è finito sotto indagine per riciclaggio, corruzione e cessione di sostanze stupefacenti durante alcuni incontri con prostitute. A nessuno dei due, così come alla maggior parte dei politici inquisiti, è saltato mai per la testa di dimettersi. Corruzione, concussione, ricatto, abuso d’ufficio, falsi contabili, riciclaggio, evasione fiscale e tanti altri illeciti tipici della “casta” sono semplicemente fisiologici. Fazioni criminali e istituzioni vivono da anni in perfetta simbiosi. Potrebbe sembrare pleonastico evidenziare che affari e politica si associano in reciprocità d’interessi. Il premier, grazie alla strada spianatagli dai finanziatori di Milano 2, da B. Craxi e da tutti i suoi successivi emuli, non solo ha potuto spaziare in diversi rami dell’imprenditoria, incluso quello bancario, ma incamera ingenti utili grazie alla posizione dominante che occupa in campo televisivo, pubblicitario ed editoriale. Anche in considerazione delle sue pendenze giudiziarie, passate, presenti e future, più facili da fronteggiare come capo dell’esecutivo, non è pensabile che si faccia da parte su pressione di una campagna moralizzatrice o che accetti di sottostare ad un processo. Agire per spurgare la fogna italica è doveroso. C’è da chiedersi se forse non sia già tardi e sicuramente non si può pretendere che la Magistratura, approfittando delle debolezze del boss, riesca a togliere le castagne dal fuoco ai corresponsabili di questo degrado. Probabilmente parte del fronte di liberazione antiberlusconiano vuole solo cambiare cavallo, ma lo vuole comunque funzionale al suo sistema di potere. Non essendo in grado di formare un blocco monolitico per correggere gli errori del passato e per abbattere politicamente il drago si affida all’indignazione e spera nei suoi passi falsi. L’impenitente seduttore ha sempre mentito, è testardo, recidivo e sfrontato. Il sistema paese ha favorito il berlusconismo, ha pervertito l’etica comune del cittadino medio, lo ha reso indifferente o rassegnato alle oscenità, alle angherie e al disprezzo della legge da parte dei propri rappresentanti istituzionali. In attesa che S. Berlusconi si lasci processare rinunciando ai suggerimenti dei suoi giureconsulti o che vada a casa dopo che P.L. Bersani avrà raccolto dieci milioni di firme, non si può che constatare l’assenza di un idoneo progetto politico da parte delle “opposizioni”. Nessuno sembra far caso che la saga del bunga bunga si alimenta anche con ragazze senza futuro. Giovani donne che anziché pretendere diritti si tolgono le mutande e chiedono soldi. In un Paese normale un’opposizione politica normale non avrebbe sperato di trarre vantaggio da procedimenti giudiziari il cui esito, come fino ad oggi dimostrato, lascia il tempo che trova. Il settimanale The Economist, dopo aver analizzato la vicenda di cui si sta occupando la Procura della Repubblica di Milano, ritiene che il Governo non possa più fare nulla per l'economia, che S. Berlusconi possa manovrare per andare alle elezioni e tenti di vincerle per distruggere definitivamente l'indipendenza della Magistratura. Avvedutezza e buona fede non avrebbero lasciato al gruppo Cir il quasi monopolio dell’opposizione. Grazie alla zona d’ombra frequentata da ectoplasmi politici, in primis quelli del Pd, è stato fatto scempio di libertà, democrazia, cultura, spettacolo, informazione, scuola, università, ricerca, equità e lavoro. Nella fiera della decadenza istituzionale la storia di Ruby Rubacuori meriterà pure un qualche risalto, ma al netto del "blitz militare", come è stata definita da un noto “incappucciato” l’ultima azione dei magistrati milanesi, resta il fatto che gli avversari del Pdl non hanno saputo costruire un’alternativa credibile per tentare quel riscatto collettivo del quale avremmo avuto bisogno per resettare i disastri fin qui accumulati. Fatti e misfatti di cui si sono resi protagonisti, mafiosi, politici, massoni, magistrati, maneggioni, poliziotti e carabinieri, per i quali troppo spesso i colpevoli non hanno pagato, tratteggiano al meglio la degenerazione della vita pubblica italiana. Tangentopoli, parentopoli e puttanopoli sono gli inevitabili corollari di un potere abietto oltre ogni immaginazione. Indigniamoci pure per il mercato dei corpi, per le puttane, per i lenoni, per i ruffiani e per il loro principe, ma ricordiamoci anche di tutto quello che è finito dietro i procaci glutei di una minorenne o del solito martirologio celebrato su Raiset e su qualche house horgan. Il Paese è in grave sofferenza economica, ma lunedì la Camera dei Deputati voterà il diciannovesimo finanziamento semestrale per la missione in Afghanistan, che costerà altri quattrocentodieci milioni di euro. A fronte di fantomatici investimenti, per adesso, i dipendenti della Fiat se ne vanno in cassa integrazione. Confindustria sta seguendo a ruota il metodo Marchionne. Nel quadro dei mercati aperti, i salari sono in discesa e puntano dritti a raggiungere presto il livello della sussistenza. L’Ue delle oligarchie ci strangola e nel contempo si oppone ad una riforma bancaria del tipo Glass-Steagall. Il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati. E’ penoso assistere al declino di un uomo che non accetta regole ed ancor meno quelle imposte dal trascorrere del tempo. È intollerabile il modo con cui continua a sodomizzare l’Italia, ma è altrettanto intollerabile il laido trasversalismo di quelli che, avendone l’opportunità, abusano del deretano di tutti gli Italiani.

Antonio Bertinelli 21/1/2011   
La classe operaia non va in paradiso
post pubblicato in diario, il 5 gennaio 2011


Il pesce pilota appartiene alla famiglia dei carangidi e spesso nuota al fianco degli squali. In passato si credeva che avesse il compito di guidarli nei loro percorsi. Oggi si ritiene che il suo comportamento sia un caso di commensalismo, una particolare associazione simbiontica che consiste nell'utilizzazione comune delle stesse prede. Il naucrates ductor della realtà industrial-finanziaria italiana sembra essere diventato l’uomo dell'anno 2010. Sergio Marchionne, come tale elogiato dal “Il Sole 24 Ore”, sostenuto dal coro quasi unanime dei politici e dei sindacalisti “gialli”, è quanto mai determinato ad imporre il suo gioco. Legati a doppio filo per affinità e finalità, spartendosi potere, favori, colpe e perfidie, non è difficile capire le ragioni di un simile sodalizio fra soggetti solo nominalmente eterogenei. Quando si spezza la relazione tra la funzione economica e la funzione sociale, quando si rompe l’equilibrio tra il capitale e la forza lavoro, quando si calpestano i valori ispirati al bene comune, ci sono ancora mille e un modo per fare impresa, tutti più o meno adatti per massimizzare esclusivamente i profitti dei furbi. Basta andare con il pensiero all’"omicidio industriale" della Olivetti, la cui fine non può essere spiegata facendo riferimento, sic et simpliciter, alla vorticosa competizione internazionale. Qualche mese dopo l’insediamento di Carlo De Benedetti tutti i dipendenti furono messi, e per la prima volta, in cassa integrazione. Allo scadere della medesima, avvalendosi di contributi statali, la produzione fu spostata al Sud, dove si consumò un crollo aziendale unico per rapidità e violenza. Quel vulnus brucia ancora negli ambienti dove si continua a perorare la dovuta responsabilità sociale dell’impresa. Factum infectum fieri non potest ed oggi le pratiche manageriali sono ormai plasmati su imperativi lontani dal senso della comunità che guidava Adriano Olivetti, icona del "capitalismo dal volto umano". E’ naturale che Sergio Marchionne, director della Philip Morris ed amministratore delegato della Fiat, dopo le ola delle tute blù di Detroit, venga osannato dagli annuitori nazionali di stretta osservanza globalista, da sinistra a destra, da D’Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da Chiamparino ai falchi di Confindustria. In Germania il manager Fiat, interessato ad allearsi con l’Opel, si è poi fermato davanti ad alcune richieste: capitale proprio, liquidità, mantenimento delle fabbriche e dei posti di lavoro nel Paese, sostegno agli sviluppi tecnologici. In questa sede il suo disegno di costituire una casa automobilistica globale con i soldi dei contribuenti, tagliando novemila posti di lavoro, non ha trovato sostenitori. In Italia può permettersi di dettare legge. La filosofia del “più è grande e meglio è'' ha già fallito in passato con General Motors e con DaimlerChrysler, sta fallendo con Toyota. Ovviamente tutto questo a Marchionne non può interessare di meno. Per adesso ha fatto breccia oltreoceano ed ha trovato numerosi corifei nel Belpaese, ma va ribadito, grazie alla stessa ammissione dell’a.d., che il costo del lavoro incide solo per il 7/8 % su quelli totali. E’ altrettanto pretestuoso invocare la bassa produttività degli stabilimenti italiani, che non può essere imputata agli operai “fannulloni”, ma dipende soprattutto dal crollo delle vendite, dai tipi di auto in produzione, dall’obsolescenza tecnologica, dalla saturazione degli impianti e dal carico fiscale. Se la globalizzazione ha reso il mondo piatto e dunque gli Italiani non possono pretendere trattamenti speciali va anche spiegato il perché. Le classi economicamente dominanti, quelle stesse che hanno imposto la mondializzazione e causato la crisi, intendono avvalersi della stessa per peggiorare le condizioni di vita, di studio, di lavoro di tutti i settori più deboli delle società occidentali. I nuovi assunti nell’industria automobilistica statunitense vengono pagati quattordici dollari l’ora, dai quali vanno tolte le tasse ed una quota mensile per l'assicurazione sanitaria, che copre solo metà delle spese mediche oltre i tremilacinquecento dollari. Non hanno diritto ad alcuna pensione d'anzianità, ma solo a trattamenti basati sui versamenti individuali, con esigui contributi aziendali. Hanno il divieto di scioperare fino al 2015 e sono stati costretti a rinunciare agli aumenti di contingenza. I buoni sentimenti che infarciscono i discorsi della claque filomarchionnista, simili a quelli di Pietro Ichino, senatore del Pd, sono molto meno facili da trovare in fabbrica. Secondo l’Onu, labour is not a commodity eppure accade che il modulo Marchionne, quello che pretende in quel di Mirafiori il 51% dei consensi per restare a produrre in Italia, si presenti sostanzialmente come un ricatto senza possibilità di mediazioni. I padroni si fanno sempre più padroni ed i servi debbono farsi addirittura schiavi. L’unico baluardo rimasto a difendere il vacillante sistema industriale italiano, in ultimo dal colpo di coda del pesce pilota “Born in the Usa”, è quello della Fiom. Quando Giulio Tremonti asserisce che “L'ideale è avere tanto la fabbrica perfetta quanto i diritti perfetti. Il reale è un po' diverso. Ed è reale il rischio che si conservino i diritti, ma si perda la fabbrica, emigrata altrove”, ci sembra ancor più necessario che le rivendicazioni studentesche si saldino con quelle operaie, che l'Ue degli oligarchi inizi a riconoscere e a correggere i suoi insopportabili limiti.

Antonio Bertinelli 5/1/2011

Bastone e seduzione
post pubblicato in diario, il 17 dicembre 2010


Per la seconda volta, nel volgere di poco tempo, il Capo della Polizia ha stigmatizzato che le forze dell’ordine sono lasciate sole davanti alle gravi tensioni sociali che scuotono l’Italia. Il questore di Roma ha disposto un'indagine per accertare l'identità degli agenti coinvolti nel pestaggio dello studente durante gli scontri di martedì scorso. Il sindaco Alemanno, dimenticando i suoi anni verdi, ha criticato la liberazione dei 23 ragazzi arrestati nel corso dei disordini. il ministro Alfano ha predisposto l’invio degli ispettori ministeriali nel tribunale responsabile di cotanta leggerezza. Intanto alcuni commentatori puntano il dito contro le “provocazioni” ed altri discettano sui modi con cui è lecito manifestare il proprio dissenso. Allo stato dei fatti, e fuori da confortevoli salotti, per le scellerate politiche governative si trovano sostanzialmente contrapposti dimostranti e tutori dell’ordine. Questi, fra l’altro, attraverso il Siulp, il Sap, il Coisp e l’Ugl, sono da tempo in stato di agitazione contro il governo del fare. Sfortunatamente, a causa delle “pecore nere” inclini all’abuso, è meno probabile che chi indossa una divisa possa contare sulla stessa solidarietà riservata a tanti altri lavoratori o agli studenti incazzati. Le discariche avvelenano i territori, i servizi d’interesse pubblico languono e le aziende chiudono. Secondo Confindustria, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, il numero di occupati in Italia ha registrato una diminuzione di 540mila unità, senza contare le ore di Cig, anche la riforma dell’Istruzione si è concretizzata in una serie di tagli, di licenziamenti e di disservizi. La precarietà si sta diffondendo e, con il passare del tempo, da condizione giovanile, si sta trasformando sempre di più in diffusa condizione transgenerazionale. Da tutto questo prende origine la rabbia. Oggi non è utile discutere sugli infiltrati in borghese, ma con il tesserino in tasca e solo chi sta in mala fede può disconoscere un profondo disagio sociale assimilandolo alle gesta di scriteriati da curva sud. Auto incendiate e teste rotte sono semplicemente i frutti di un clima esasperato. Gli estremismi sono facilmente ed unanimemente condannabili, ma ciò non toglie che le frustrazioni, le umiliazioni, gli stenti, le necessità di chi non riesce più ad avere una vita decorosa e a guardare serenamente al futuro siano diventati un miscela esplosiva. Nessuno si è preoccupato di togliere l’innesco, forse a qualcuno potrebbe persino tornare utile accelerarne la deflagrazione. Chi ritiene che gli eccessi di alcuni manifestanti possano portare ad una limitazione degli spazi di libertà forse non si è accorto di quanto essa si sia sempre più ristretta nel corso di questi ultimi anni. A colmare la misura delle randellate giungono anche le sanzioni amministrative da 2500 a 10300 euro, come quelle recapitate ad alcuni cassintegrati dell’Eurallumina di Portovesme, che lo scorso 11 ottobre hanno manifestato bloccando il traffico in alcune vie di Cagliari. E’ fin troppo facile predicare la moderazione quando si ha la pancia piena e, otturandosi le orecchie, ci si chiude nel Palazzo facendolo poi difendere dai blindati. In determinate circostanze sulla piazza ci finiscono anche i “dementi”, ma non si può ridurre il tutto alla distinzione tra dimostrazioni “buone” e dimostrazioni “cattive”. La realtà quotidiana degli Italiani non si riduce a qualche storia lacrimevole lasciata filtrare tra uno spot televisivo e l’altro, né il disgusto di circostanza dei soliti indignati può portare a cambiamenti sostanziali. Il Paese è ingessato, la politica è arroccata nei comitati d’affari e galleggia sul lerciume. Prima di bacchettare qualche “esaltato” o porsi domande sulle barbe finte e su loschi emissari (impiegati non solo sulle piazze, ma ovunque, da sempre e in certi casi con regole d’ingaggio “deviate”) bisognerebbe chiedersi chi ha destabilizzato il presente e distrutto il futuro tanto da costringere la gente a scendere nelle strade, ad arrampicarsi sulle gru e sui tetti o peggio a suicidarsi. Quello che sta accadendo non si può ridurre alle azioni di pochi facinorosi. Non ha senso rompere la vetrina di un negozio, imbrattare la facciata di uno stabile o danneggiare un’autovettura, ma quando i manifestanti contrastano fisicamente i poliziotti ed applaudono chi respinge i loro mezzi in procinto di entrare a Piazza dl Popolo forse si può cominciare a parlare di rabbiosa consapevolezza. La consapevolezza che si innerva sui mille disagi di un Paese in declino, subordinato al monetarismo dell’Ue, pervaso dal malaffare, indebolito dalle mafie, alla mercè dell’insipienza amministrativa ed in balia degli enormi poteri “seduttivi” di un monarca, divenuto tale non sicuramente per volontà popolare. Le proteste continue, inclusi i tumulti del 14 dicembre, indicano che la cosiddetta rappresentanza politica risponde agli interessi di pochi, e lo fa a detrimento di tutti gli altri. Non è più tempo di semplificazioni, di tifoserie o di condanne verbali. Quello che accade in Italia e in altre città europee ha urgente bisogno di un progetto politico alto. L’indifferenza e la sordità di chi occupa il Parlamento non possono essere ridotti a problemi di ordine pubblico. Ad Atene è stato picchiato un ministro, ma in genere, mentre i veri responsabili della crisi economica pontificano, glissano, raccontano bugie o si nascondono, sono i cittadini più deboli e le forze dell’ordine che si fronteggiano con bastoni, petardi, sassi, fumogeni e manganelli. Insomma sono solo gli stracci a volare per aria. In nome dell’euro e di un’Europa stabile c’è in atto un massacro sociale di dimensioni continentali. La solidarietà di cui parla la Merkel è quella che l’Ue fornisce ai banchieri e agli speculatori. La tranquillità che assicurano i governi è quella dei mercati e della finanza. In tale contesto l’anomalia italiana farebbe volentieri a meno del berlusconismo, delle opposizioni finte, dei voltagabbana e di chi catoneggia sguazzando nei privilegi. Non si può assumere la difesa d’ufficio di quelli che rivoltano i cassonetti e vi appiccano il fuoco. Sarebbe scriteriato fare da sponda alla guerriglia urbana, ma è ipocrita far finta di credere, come fanno i mezzibusti della politica e del giornalismo incollati sulle poltrone dei talk show, che le rimostranze pacifiche abbiano spostato seppur di poco la marcia del duce e dei suoi accoliti. Dall’isola dei cassintegrati al calvario dei tetti, dai lavoratori delle catene di montaggio ai disagi del mondo dell’istruzione, dalle azioni simboliche ai flash mob, dai presidi alle contestazioni, dalle macerie del terremoto abruzzese alle mobilitazioni di Boscoreale e Terzigno, fino alle impalcature della Regione Lazio, le uniche risposte sono state cloroformio televisivo, imperturbabilità e tortòre. Le processioni oranti, così come l’ultima mobilitazione del Pd, non riescono più a svolgere neanche una funzione “liberatoria”. Anziché soffermarsi sui “provocatori d’ordinanza”, prendersela con gli abusi degli sbirri, condannare gli imprendibili black block, infierire sui ragazzi caduti nelle retate postume agli scontri, il fenomeno della piazza fuori controllo dovrebbe costringere tutti a riflettere. I segnali che vengono dal basso dovrebbero essere raccolti e valorizzati. Da circa venti anni, complici i governi, peraltro subalterni ai supremi interessi europei, le nuove generazioni si sentono ripetere che devono dimenticarsi un’occupazione e uno stipendio dignitosi, devono rassegnarsi a vivere nella precarietà complessiva, devono scordarsi un trattamento pensionistico, devono rinunciare ad una casa con prezzi accessibili e alla possibilità di un’istruzione adeguata per tutti. A questo va aggiunta la progressiva cancellazione dei diritti acquisiti in sessanta anni di storia sindacale. La ribellione che cresce, tra l’altro in maniera spontaneamente coesa, non ha riferimenti politici credibili e codesto déjà vu, con buona pace dei similbagnasco, potrebbe rivelarsi come il peggiore dei mali.

Antonio Bertinelli 17/12/2010 



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permalink | inviato da culex il 17/12/2010 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
Dritto e rovescio
post pubblicato in diario, il 27 giugno 2010


Si rimane un po’ perplessi se un giudice ci telefona per verificare gli eventuali legami con un nostro omonimo, del cui caso si sta occupando. Anche apprezzando il gesto, viene spontaneo riflettere sul fatto che certe apprensioni possono radicarsi solo nel nostro hinterland culturale. Chi indossa la toga, e lo fa in scienza e coscienza, sperimenta giornalmente i mali dell’apparato giudiziario. Sa che i “clienti” dei tribunali si trovano, spesso loro malgrado, inseriti in una sorta di gioco dell’oca disseminato di trabocchetti così da rendere incerti i tempi e gli esiti della causa. Sa che per gli imputati e per gli attori eccellenti sono state costruite delle corsie preferenziali per giungere alla definizione di un giudizio conforme ai loro desiderata. Quanto deve sorprendere se un magistrato, dopo aver preso atto che l’intero sistema è disfunzionale ad un’equa amministrazione della Giustizia, ritiene consono aiutare un amico? Le battaglie contro il Diritto sono ormai datate ma, in questi ultimi anni, le catapulte degli assedianti vengono usate soprattutto per lanciare pietre contro la Costituzione. Proprio in questi giorni si è accesa la polemica relativa alla creazione di un Dicastero la cui finalità precipua è quella di garantire al neo ministro la possibilità di avvalersi del “legittimo impedimento” per non presentarsi alle udienze come imputato di ricettazione ed appropriazione indebita. All’estero si chiedono come possiamo sopportare tutto ciò. La domanda è ancor più giustificata dal distacco che la politica esprime nei confronti delle emergenze economiche e finanziarie del Paese. A fronte di una legislazione divenuta ipertrofica al solo fine di garantire l’impunità alla classe dirigenziale, assistiamo ai delitti quotidiani consumati contro le piccole imprese e i lavoratori dipendenti. Si è da poco conclusa la manifestazione della Cgil, che ha visto scendere nelle strade cittadine un milione di persone. Prossimamente, dalla Federazione della Stampa, sarà coordinata una piazza dei diritti e delle libertà, che cercherà di superare gli steccati dell’”appartenenza”, contro i tagli iniqui e i bavagli di varia natura elargiti dai governanti. Forse i rituali di un tempo che fu non sono più adeguati alla gravità delle circostanze. Sulle nostre teste si è addensato un immenso strato di nuvole minacciose, dovuto sia alla crisi dell’intera Ue che alle ossessioni legislative della “casta”, incurante dei problemi reali dell’Italia. La cruciale situazione europea vede la stessa Svizzera in guerra contro i quarantamila frontalieri italiani che accettano paghe troppo basse tanto che, in Ticino, persino i socialisti e il sindacato stanno infrangendo il fronte della solidarietà tra lavoratori. Il turbocapitalismo della globalizzazione sta producendo danni ovunque e, in Eurolandia, sta vedendo l’affermazione di una destra inconsuetamente propensa alla politica delle tasse da far pagare prevalentemente ai più poveri Sembra che l’imperativo dei governanti, tralasciando gli stimoli alle economie e abbandonando i sostegni al Welfare State, sia solo quello di riportare i conti pubblici sotto controllo. Viene spontaneo dedurre che se i disagi sociali crescono i consumi calano. In presenza di tale fenomeno come si potrà evitare una recessione lunga e profonda? Mentre il premier discetta sulle “assolute necessità” degli Italiani, di cui egli stesso è propugnatore ante litteram, il ministro del tesoro stringe i cordoni della borsa e spreme le meningi per non intaccare rendite e privilegi. Quando ci regaleranno la prossima manovra finanziaria a spese di chi sta sempre peggio? Non è lecito supporre che G. Tremonti, pur di non mettere le mani nelle tasche dei suoi amici, potrebbe deprimere ulteriormente il potere d’acquisto degli Italiani incrementando le aliquote Iva?. La marcia congiunta dell’inossidabile duo, per usare la frase di un ex maestro venerabile, ci ha portato oltre i margini della rivolta e alle soglie della Bastiglia. Non tutto è da prendere per oro colato, ma quando aumenta il livello di sofferenza di un Popolo è probabile che si inneschino dinamiche complesse dagli epiloghi imprevedibili. Gli ultrà del liberismo alla Friedman hanno rafforzato lo Stato delle mafie, dei privilegi e degli abusi, hanno aumentato i patrimoni dei ricchi ed hanno portato tutti gli altri al regresso socio-economico. Le scelte del Governo hanno rafforzato un blocco di potere con interessi del tutto antitetici a quelli dei cittadini. Lo stupro delle leggi ad uso e consumo dei lestofanti procede all’unisono con le loro prepotenze e favorisce unicamente le loro razzie. Il livello di abiezione istituzionale si misura anche dal modo con cui ci si pone di fronte alle direttive e alle regole internazionali, che si accettano e si applicano solo se gradite a corte. E’ particolarmente significativo come il Governo abbia ultimamente rifiutato di introdurre nel codice penale un’esplicita definizione di “tortura” così come raccomandato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu. Di male in peggio, a fronte di una disoccupazione in aumento e di un attacco inopinato al mondo del lavoro, lascia davvero esterrefatti la baldanza della Confindustria il cui centro studi assicura che siamo fuori della crisi. Continuando di questo passo il convoglio Paese finirà per intero fuori dei binari e i nostri incubi peggiori diventeranno quanto mai tangibili. La storia della politica italiana, “porcellum” compreso, e gli effetti devastanti dovuti all’accentramento dell’informazione televisiva, non permettono di coltivare speranze su una soluzione di tipo elettorale. Abbiamo visto cosa hanno partorito il “consociativismo” legislativo dell’opposizione “sinistra” e il radicamento capillare del sistema cooptativo. Abbiamo assistito al cambio di rotta della Lega che, da partito di lotta, si è trasformata in bizantino partito di Governo ed oggi riesce a tenere insieme, più che altro, ignoranti, individualisti e xenofobi. D’altronde il passato insegna che le rivoluzioni nascono dalle minoranze. La Società Civile annovera tante forze antagoniste e queste dovrebbero trovare il modo per coagularsi intorno ad un programma comune, finalizzato a correggere tutti quegli squilibri che appaiono sempre di più insostenibili. Quello che stiamo subendo non dipende da un imprevisto cataclisma naturale, ma è frutto di azioni criminose preparate a tavolino, che vanno contrastate con assiduità e risolutezza.

Antonio Bertinelli 27/6/2010

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