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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Fatti quotidiani e poteri permanenti
post pubblicato in diario, il 18 luglio 2010


Le lordure ed i fatti giudiziari che coinvolgono l’esecutivo in un continuo crescendo quotidiano stanno alimentando un nuovo tormentone. Vedremo presto la realizzazione di un “governo di salute pubblica”? Il 21 aprile del 1993 Giuliano Amato, dopo aver visto traballare il suo Governo sotto le indagini della Magistratura, si dimise passando il testimone a Carlo Azeglio Ciampi. La politica fece un passo indietro per lasciare spazio alla governance tecnocratica voluta dagli ideatori del ridisegnamento geopolitico e geoeconomico globale. La sinistra opera di adesione ai dettami sovranazionali ha portato ai noti sconquassi nel mondo del lavoro e in quello produttivo che ancora oggi persistono. Se facciamo un raffronto dobbiamo riconoscere che lo sprezzo per la legalità dei politici odierni ha raggiunto picchi ineguagliabili rispetto ai loro predecessori. I governi di centro-destra hanno assicurato una sostanziale depenalizzazione di due reati: il falso in bilancio e l’abuso di ufficio, inoltre hanno dato impulso a nuovi possibili equilibri corruttivi attraverso la creazione di una lambiccata architettura contrattuale e finanziaria (project-financing, general-contractor, global-service, facility-management, etc.) così da evitare le regole e i controlli tipici della contabilità pubblica. Contrariamente a quello che succedeva agli inizi degli anni novanta, quando i partiti abbandonavano al loro destino corrotti e corruttori, concussi e concussori, oggi la “casta” fa quadrato intorno agli inquisiti ed ai condannati. Mentre all’epoca di “mani pulite” la corruzione costava cinque miliardi annui attualmente ne costa cinquanta/sessanta. Sicuramente la televisione condiziona la visione del mondo e per suo tramite si esclude scientemente il cittadino dalla Polis evitando che l’indignazione monti proporzionalmente allo scempio amministrativo che subisce l’Italia. La fiaba del “nemico giudiziario” che vuole delegittimare il Governo, propinata dalla Tv in tutte le salse e senza lesinare gli effetti speciali, lascia il tempo che trova. In realtà l’ingordigia e la faccia tosta di questa classe dirigente hanno pochissimi riscontri nella storia della prima Repubblica. Sugli scranni del Parlamento siedono attualmente ventiquattro pregiudicati, novanta tra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa eppure la qualità dei servizi pubblici è scadente ed il welfare si sta contraendo senza soste. I costi della politica raggiungono primati internazionali, ma si lascia credere che il dissesto dei conti pubblici dipenda dai trattamenti pensionistici riservati ai disabili. L’ultima manovra finanziaria prevede, tra l’altro, anche una stangata per le Forze dell’Ordine. Un giovane poliziotto percepisce milleduecento euro mensili, le scorte per la “casta”, incluse quelle accordate più per status symbol che per necessità, costano cento milioni all’anno. Non sono comunque questi i parametri con cui vengono valutati i governi nelle stanze dove essi vengono creati e sostenuti. Libertà, legalità e media indipendenti non sono temi che interessano particolarmente i maggiori centri di potere se non per costruire scenari in cui vi sono apparenti nemici e fittizie contrapposizioni, utili a mascherare il disegno sovversivo sempre di più proteso a negare gli strumenti della conoscenza necessari per le scelte autonome dei governati. Lo scorso aprile il Consiglio della Ue ha approvato il documento 8570/10 che consente alla polizia la facoltà di spiare qualsiasi individuo o gruppo sospettato di essere “radicalizzato”. Lo scorso giugno la Corte Suprema americana, nel procedimento “Humanitarian Law Project / Holder”, ha fissato una grave limitazione alla libertà di parola dei cittadini (garantita dal primo emendamento della Costituzione) subordinandola alle necessità della sicurezza nazionale e al dettato delle leggi federali in materia di anti-terrorismo Il tutto è passato nel silenzio mediatico senza che i giornalisti “liberi” esprimessero una sola critica e senza che si levasse una sola voce dal numeroso gruppo di politici, intellettuali e opinionisti che si abbuffano alla crapula offerta, suo malgrado, dal contribuente. Si potrebbe ricorrere a tanti altri esempi simili per sottolineare come funzionano le cose là dove la menzogna ed il raggiro sono gli unici riti dedicati alla dea Metis. Sul terreno mappato del capitalismo attuale S. Berlusconi non è poi così dissimile da tanti altri. Perché la questione morale, anche se aggravatasi nel corso degli anni, viene ripresa nelle piazzeforti delle collisioni e delle collusioni affaristiche? La politica e le leggi messe a punto da questo regime possono non piacere a molti Italiani, la corruzione ha prodotto metastasi inarginabili, l’ultima manovra finanziaria è profondamente iniqua, le norme “bavaglio” in itinere colmano la misura, ma che genere di vantaggio può portare oggi un governo tecnico alle élites dominanti? Nel 1993 esisteva un piano di sgretolamento dell’Italia predisposto in altro luogo, ma oggi cosa spinge i centri occulti di potere a voler cambiare cavallo? Berlusconi ha approfondito la polarizzazione delle ricchezze a vantaggio delle oligarchie economico-finanziarie e a danno dei lavoratori, non è stato mai un ostacolo per le banche, per la grande finanza, per le multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, per l’establishment bellico americano, per i centri affaristici e criminali che condizionano implacabilmente i destini del nostro Paese. Perché il disastro civico nazionale, lo sfascio dei diritti e delle garanzie costituzionali dovrebbero rappresentare una preoccupazione per i poteri forti che Berlusconi ha sempre tenuto nella debita considerazione? Anche per le “opposizioni”, quelle che non hanno mai disdegnato l’approvazione di leggi bipartisan a tutela della “casta”, i voleri del premier non dovrebbero costituire pregiudiziali insormontabili. Questo esecutivo ha svolto il lavoro sporco di cui hanno beneficiato in molti e, per quanto emerga una qualche forma di ostilità tra la borghesia padronale italiana, ci sembra più verosimile ipotizzare che il cambiamento dello scenario politico sia voluto oltreoceano. Sollevare la questione morale, peraltro sempre più assillante, è un modo semplice e sicuro per favorire in qualunque Paese satellite la transizione da una leadership sgradita ad una gradita. La mordacchia prossima ventura riservata al web, alla stampa e alla Magistratura, oggi massimamente desiderata da Berlusconi,  precluderebbe ai pupari sovranazionali di tenere sotto pressione i governi attraverso quell’informazione capace, quando serve, di suscitare il disgusto dei cittadini. E’ quindi lecito pensare che buona parte dei giochi si terranno intorno ai citati provvedimenti liberticidi. A prescindere dall’esito del loro iter parlamentare, va da se che il fido M. Draghi, di cui spesso la stampa estera tesse le lodi, offra maggiori garanzie all'apparato bancario anglo-americano di quanto ne possa fornire l’attuale primo ministro, ormai troppo scomodo ed ingombrante. Le recenti dichiarazioni di L. Gelli, sommate alle esternazioni di alcuni mafiosi e di altre associazioni occulte, non sembrano essere casuali o superfetatorie, ma sembrano prefigurare l’idea di una “terza” Repubblica post-berlusconiana. Se per certi versi sarebbe augurabile che Berlusconi si ritirasse alle Isole Cayman o, se lo predilige, in qualche dacia posta sulle rive del Lago Valdai, nei dintorni di San Pietroburgo, per altri si può considerare una vera iattura, così come la recente storia insegna, la nascita di un governo tecnico consacrato per lo più fuori dei confini nazionali. Che si ricorra nuovamente al “porcellum” per concedere la libertà di votare gli altrove prescelti o che si ricorra a convergenze trasversali per uscire dall’attuale fase di instabilità politico-economica, derivata sia da fattori endogeni che esogeni, il prezzo sarà sempre e comunque pagato dai soggetti sociali più deboli. Per adesso, e chissà per quanto tempo ancora, il sistema cooptativo totalizzante inibisce il sostanziale ricambio dell’intera classe dirigente, l’accesso dei giovani di valore in tutti i posti nevralgici della vita nazionale e il riordino integrale delle Istituzioni. Le profferte di M. D’Alema, i funambolismi di G. Fini e le capriole di P.F. Casini rientrano perfettamente nelle logiche del berlusconismo a cui hanno precedentemente spianato la strada. Lo status quo non è incoraggiante, ma non vorremmo cadere dalla padella per finire sulla brace.

 

Antonio Bertinelli 18/7/2010

Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
Pensieri a vanvera
post pubblicato in diario, il 11 giugno 2010


Da anni si fronteggiano due mondi, la narrazione epica di Silvio Berlusconi ed il linguaggio privo di fronzoli di Antonio Di Pietro. Il primo sta scrivendo la sua saga finanziaria, il secondo si propone come ultimo baluardo a difesa della Costituzione. Il Pd è appiattito da tempo immemorabile sull’inevitabilità del berlusconismo, mentre il suo massimo pianificatore continua a dispensare ricette per tattiche politiche perdenti. Gianfranco Fini ha raggiunto l'apice della sua parabola evolutiva di statista con le esternazioni fatte all’ultimo congresso pubblico del suo partito. Solo il segretario dell’Idv è rimasto ad urlare e ieri ha manifestato ancora una volta la sua indignazione contro il nuovo disposto sulle intercettazioni della Magistratura, auspicando persino una ribellione popolare. La mandria, se opportunamente indirizzata, potrebbe anche scendere in piazza con maggiore determinazione di quanta ne abbia dimostrata in altri frangenti, ma ci corre l’obbligo di fare alcune precisazioni. In primis va detto che lo scontro frontale è un’ipotesi già presa in considerazione, se non addirittura desiderata, dagli illusionisti che occupano il proscenio politico. E’ del resto verosimile pensare che questo Governo goda di un beneplacito sovranazionale. Senza avere la pretesa di fare un elenco esaustivo di fatti, vale la pena di riflettere su alcuni eventi che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio guardando anche fuori dei nostri confini. Nel 1989 viene fatto saltare in aria Alfred Herrhausen, Presidente della Deutsche Bank e stratega di un’Eurolandia indipendente dagli Usa. Nel 1990 l’antieuropeista Margaret Thatcher viene sostituita alla guida del Regno Unito da John Mayor. Nel 1991 Mario Draghi, ex dirigente della Banca Mondiale, assume la carica di Direttore Generale del Tesoro Italiano. Nello stesso anno viene assassinato Detlev Rohwedder, Presidente della Treuhandanstalt, la società incaricata delle privatizzazioni dell' industria tedesco-orientale. Anche lui, come Herrhausen, aspirava ad un’Europa libera da condizionamenti esterni. Nel 1992 scoppiano gli scandali di Tangentopoli; la lira subisce un attacco speculativo tale da causarne la svalutazione del 30%; Giuliano Amato inizia la trasformazione in società per azioni dei grandi enti pubblici, Enel, Eni ed Ina; il procuratore Agostino Cordova apre una mastodontica inchiesta (finita nel nulla) sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta e politica; nello stesso anno muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel 1993 Mario Draghi presiede il Comitato per le Privatizzazioni che segna l’addio alla prima grande banca pubblica, il Credito Italiano. La finanza, inclusa quella anglo-americana inizia a gongolare per il ricco bottino offerto dall’Italia convertitasi al verbo del laissez-faire. Mentre l’happening delle privatizzazioni si protrae negli anni, di pari passo, si modificano le leggi che investono l’ordinamento giudiziario e assicurano la preminenza degli interessi dei singoli su quelli di carattere collettivo. Tralasciando la riforma processuale del 1989, su cui comunque ci sarebbero da muovere non poche obiezioni, dal 1992 si comincia ad intaccare sensibimente il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Chi delinque in giacca e cravatta, quelli che comandano, contrattano, acquistano ed investono diventano sempre di più giuridicamente imperseguibili. Da quel periodo inizia un processo di perfezionamento legislativo che riguarda la classe dirigente al fine di garantirne l’impunità e/o la sua supremazia sulle norme e sui codici. E’ sintomatico rilevare come grazie a Massimo D’Alema e a Romano Prodi il decreto presidenziale n. 361/1957 (non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica) sia stato “interpretato” per favorire la carriera politica di Silvio Berlusconi. E’ significativo che nel 1997, con il tripudio di quasi tutto il Parlamento, venga varata una riforma per abolire il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e per punire solo virtualmente quello patrimoniale. Mentre i beni pubblici passavano di mano e la corruzione saliva ai fasti della II Repubblica, la lista delle leggi fatte su commissione di tutta la “casta”, o solo per favorire qualcuno dei suoi esponenti, si allungava nel corso del tempo. Ci limitiamo a ricordare il “porcellum” elettorale del 2005 e la norma sul “legittimo impedimento” del 2010. Dunque, per colpa di chi ci ha governato, non solo abbiamo pagato pegno ai potentati nazionali, a quelli internazionali e all’Europa delle oligarchie economico-finanziarie ma, di pari passo, abbiamo pagato e paghiamo pegno alle “riforme” che hanno costruito una Giustizia debole per i forti e forte con i deboli. La maggior parte dei media è ormai asservita. Ad esempio non ha riferito che la Giunta per le Autorizzazioni del Senato ha rigettato la richiesta d’arresto per il senatore Vincenzo Nespoli, indagato per bancarotta fraudolenta, voto di scambio e riciclaggio. Ieri, come da disposizioni di corte, è passata al Senato la nuova legge sulle intercettazioni. E’ molto probabile che, continuando di questo passo, tra scudi fiscali e scudi legali, l’Italia potrà diventare un’ottima “lavanderia” per capitali esteri di provenienza illecita, potrà diventare il paradiso di tutte quelle attività che altrove sono ancora considerate fuori legge. Possiamo capire lo sdegno, includendo anche chi si indigna a compartimenti stagni, e comprendiamo l’indomabile Di Pietro che arriva a chiamare a raccolta le folle. Il nostro breve excursus vuole solo sottolineare la diffidenza e l’abulia di un Popolo che, là dove non sono giunti gli effetti dell’anestesia mediatica, può solo prendere atto di essere stato più volte raggirato. I signori della Lega, quelli che inneggiavano alla “distruzione” di Roma ladrona, sono ormai entrati nel Pantheon dei falsi profeti, gli odierni grilli parlanti censurano e si autocensurano, gli arbitri previsti dall’Ordinamento non garantiscono alcuna obiettività. La strada per risalire la china liberticida, per affrancarsi dal nuovo Medioevo è irta di spine e non passa neanche da Bruxelles. E’ difficile prevedere se, come e quando si strapperà la corda, ma è realistico pensare che a dirigere la ribellione di piazza o ad orientarla non ci saranno personaggi sensibili alle sorti di chi è stato fino ad oggi vessato. Riuscirà l’ex magistrato a compattare il dissenso che accomuna tutti nel desiderio di un domani a misura d’uomo? Riuscirà a superare i limiti posti dai vessilli colorati forniti di volta in volta alle “rivoluzioni” popolari?

 

Antonio Bertinelli 11/6/2010


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E venne la notte
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2010


C’era un’Italia che non c’è più. C’era un tempo in cui la politica scopriva nuove forme di partecipazione e le rivendicazioni del movimento operaio trovavano accoglienza attraverso le Istituzioni. C’era un tempo in cui vecchi mestieri cedevano il passo ai nuovi senza che il lavoro, nelle sue varie espressioni, perdesse di significato. La politica cercava il contatto con i cittadini, individuava nuovi percorsi per risolvere problemi di interesse generale e prestava orecchio alla critica. L’economia del Paese era legata alla produzione reale e gran parte delle attività avevano un senso compiuto sia sotto il profilo personale che sotto il profilo della crescita comune. Anche chi aveva lasciato la campagna per lavorare alla catena di montaggio si sentiva in qualche maniera realizzato. La politica non era avvertita come mero controllo e strumento privilegiato per massimizzare i propri vantaggi personali, badava anche alla costruzione di opportunità per tutti e teneva nella giusta considerazione l’opinione pubblica. Esisteva un filo di coerenza che legava governanti e governati. Tutti si sentivano artefici della propria vita e questo a prescindere dalla collocazione di classe. Sia l’intellettuale che l’operaio, sia il professionista che il dipendente, sia il funzionario che il metalmeccanico si sentivano parte integrante di un disegno che accomunava identitariamente. Anche coloro che passavano la giornata lavorativa ad assemblare prodotti sulle linee di montaggio si sentivano inseriti in un progetto nazionale audace ed erano orgogliosi di lavorare in fabbrica. Poi la politica è diventata quella della “casta”, l’economia si è trasformata in capitalismo belluino e la finanza ha esteso il dominio su tutti i mercati. Oggi il punto dolente riguarda proprio il lavoro, la recessione occupazionale, la precarietà coltivata e diffusa oltre il tollerabile. La crisi economica sta accentuando le disuguaglianze ed approfondendo le fratture. In maniera sempre più accelerata abbiamo subito gli scompigli prodotti da un’idea di lavoro tutta tesa a massimizzare il profitto nel breve termine. Nella bufera finanziaria globale sarebbe più urgente parlare di questo, ma il Governo ha pensato bene di mettere a punto addirittura una norma per consentire il “licenziamento a voce” dei precari. Quando ancora c’erano bottai, calzolai, carpentieri, contadini, ebanisti, fabbri, falegnami, maniscalchi, quando il sapere era nelle mani di coloro che lavoravano con l’esperienza trasmessa da padre in figlio, a garanzia di un futuro dove il senso della vita risiedeva nella semplice quotidianità, il tempo era scandito dal suono delle campane. Prima il lavoro, nella Repubblica Italiana, veniva considerato un prerequisito di libertà e di dignità sia individuale che sociale. Oggi il tempo è scandito dai pressanti bisogni dei governanti, la libertà viene intesa come gestione arbitraria delle risorse comuni e la dignità delle persone viene calpestata attraverso una rappresentazione mitica della realtà. Soprusi, furti ed espropriazioni si compiono all’ombra della democrazia, quella democrazia che oggi, attraverso i suoi nuovi alfieri, va all’attacco degli editori, della stampa e del web per mettere il tappo definitivo sull’informazione. D’altronde, se il precariato è la nuova dimensione, è bene che anche i giornalisti possano sperimentare le opportunità flessibili offerte a tutti quei soggetti intraprendenti, creativi e adattabili. Esistono tante possibilità di riciclarsi come pubblicitario, promotore finanziario, analista, broker, toilet doctor, dog sitter, personal shopper, etc. Perché il Manovratore dovrebbe sopportare ancora la presenza di qualche fastidioso back seat driver? Magari per omaggiare il peggiore americanismo di certi politici nostrani alcuni giornalisti potrebbero dedicarsi alla carriera del divorce planner o a quella del divorce party. La strada di chi non intende fare marchette è ormai lastricata di chiodi. Non essendo avvezzi ai paradigmi dell’ipocrisia dobbiamo riconoscere che, in alcuni casi, l’attività giornalistica è scaduta nel sensazionalismo pruriginoso o è stata asservita al protagonismo mediatico di chi ha le spalle coperte. Comunque le norme scritte dal ceto regnante non servono a tutelare la riservatezza degli Italiani, al cui mandato “plebiscitario” si rimanda ogni azione di governo, ma molto più semplicemente servono solo ad oscurare i misfatti del Palazzo. La macchina della Giustizia è stata messa a punto per anni con complicità politiche trasversali e dunque già garantisce che i processi dei colletti bianchi non arrivino a sentenza o a giusta condanna. Sed non satiatus il Duce, con il varo delle leggi pidiellissime preparate e votate dalle sue milizie, otterrà che nessun suddito potrà più accedere alle “segrete cose” di cui si occupa chi ha le chiavi della dispensa. Nessuno potrà più sapere se si sta rivolgendo ad un medico o a un macellaio, se sta acquistando una casa costruita in cemento o in sabbia, se si serve di una compagnia aerea affidabile o di una che non lo è, se la banca di cui è cliente segue un qualche criterio di eticità o ricicla soldi della ndrangheta. Il putridume materiale e morale in cui siamo immersi sarà nascosto dietro la cortina di silenzio imposta a chiunque voglia scriverne e, segnatamente, a quel giornalismo d’inchiesta perigliosamente sopravvissuto fino ad oggi. Mentre qualche istrione si è riservato il diritto di latrare senza allontanarsi dalla ciotola, altri hanno operato al fine di erodere tutti i diritti collettivi minimi. Solo fuggendo da questo Paese le nuove generazioni potranno intravedere frammenti di futuro.

 

Antonio Bertinelli 21/5/2010


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