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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Guai ai vinti
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2012


Si narra che le oche del Campidoglio avvertirono i Romani, assediati dai Galli capeggiati da Brenno, che i nemici stavano scalando le mura della rocca. Gli strepiti dei volatili consentirono al console Marco Manlio di organizzare la difesa e di respingere l’assalto in attesa dell’esercito di Marco Furio Camillo. Secondo un anonimo storico dell’epoca il generale romano, con il gladio sfoderato, si presentò davanti a Brenno, che esigeva mille libbre d’oro per porre fine all’assedio di Roma, urlando: “Non auro, sed ferro, recuperanda est patria”. I Galli vennero sconfitti e ricacciati verso nord. I barbari che oggi scorrazzano per l’Italia mettendola a ferro e fuoco non trovano resistenza. La gente rassegnata non ha più interesse a sapere se il tesoriere della Margherita ha approfittato di Pantalone come o meglio di altri, se un magistrato è ignorante, vile o corrotto, se un consigliere di Cassazione, occupandosi carnevalescamente del processo al fondatore di Forza Italia, ha titolo per dare lezioni di diritto, se il precedente premier gode di un salvacondotto giudiziario, se qualche ufficiale dei carabinieri è “punciutu”, se uno o più funzionari di polizia fanno il doppio gioco, se l’attuale governo sta facendo il lavoro più sporco per conto di Berlusconi, Bersani, Casini e affini. La gente assuefatta, quella parte che non intende conformarsi, si destreggia come può per riuscire a sopravvivere in un paese palesemente controllato, fin nelle viscere, da bucanieri, profittatori, ruffiani, bancarottieri, cialtroni, mafiosi, golpisti di ogni risma e grandezza. L’indignazione, che fa da contraltare alla rassegnazione e all’assuefazione, non basta per cambiare le sorti dell’Italia, né servono le oche che starnazzano per le malefatte di Tom, Dick & Harry. Non ci sono un Marco Manlio ad ascoltare ed un Marco Furio Camillo con delle legioni pronte a combattere. Sul colle c’è un cantore che tesse le lodi degli invasori. La sua naturale predisposizione al collaborazionismo lo spinge ad omettere che tutti i Brenno, domestici e non, hanno gettato su uno dei piatti della bilancia, per pesare l’oro che pretendono dagli Italiani, anche la spada dicendo: “Vae victis”. In fin dei conti, che siano o meno risentiti, con minore o maggiore onta, solo i “governati” sono sconfitti. Sono vinti quando è denegata ogni forma di giustizia, quando viene assassinato chi lotta fattivamente contro lo strapotere delle mafie, quando tutte le istituzioni sono al servizio di interessi privati, quando gli enormi costi della Sanità non si traducono in assistenza adeguata, quando i vecchi debbono sobbarcarsi il peso dei giovani senza lavoro, quando le banche, le multinazionali e la finanza internazionale decidono insindacabilmente le loro sorti. Debbono ritenersi vinti se hanno la percezione che sono stati deliberatamente spinti  verso una situazione socio-politica-economica da “si salvi chi può”. Quando ambizione, avidità e crimine s’incontrano per farsi Stato accade di tutto. Il popolo viene assimilato ad un banco di sardine su cui possono avventarsi tutti i predatori in movimento e vige dunque la legge del più forte. Siffatto Stato, comunque venga verniciato, è di tipo assoluto anche in quanto rinnega il ruolo sociale dell’impresa, lascia massima libertà d’azione al capitale anonimo, elabora un diritto societario ed un quadro sanzionatorio che favorisce evasione o elusione fiscale, coopta sindacalisti promuovendoli parlamentari o amministratori delegati di aziende strategiche, ripudia i diritti del lavoro, mette a punto un codice penale e di procedura penale a tutela del withe-collar crime. Siffatto Stato, che pretende di essere mantenuto attraverso tasse ed imposte, elargisce incerti e sporadici pagamenti ai suoi creditori, non fornisce servizi d’interesse generale, favorisce la confusione e il conflitto sociale, alimenta la competizione tra i ceti più deboli, incarcera nei Cie i senza lavoro nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, consentendo di lucrare a chi gestisce tali centri. Questo genere di Stato, dove ex ministri smemorati si rimpallano le responsabilità delle vecchie trattative sul “papello”, dove carabinieri, poliziotti, agenti dei servizi d’intelligence, magistrati e giornalisti scomodi finiscono regolarmente ammazzati; dove i berlusconi e i berluschini fanno proseliti mentre ricattano Mario Monti là dove pensa di dare una spruzzatina di equità all’azione di governo; dove i banchieri, che acquistano pacchi di derivati tossici a danno dei piccoli azionisti, vengono liquidati profumatamente per cambiare poltrona; dove i convertiti alla luciana tengono sermoni di democrazia sull’utilità di dannose opere faraoniche e le finte opposizioni parlamentari appoggiano i governi dei “tecnici” clonati overland, non si corregge con l’indignazione manifestata nelle piazze, nelle valli, sui tetti, sulle gru o sui ponteggi di “Servizio Pubblico”. La lotta, che sia individuale o collettiva, se lotta deve essere, richiede qualche cosa di più per riscattarsi.

Antonio Bertinelli 12/3/2012

Nota:

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In nome della legge
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2012


Schiere di pensatori hanno discettato per secoli sul bene etico, sul potere e sulla valenza delle leggi. Nel 1830 il presidente Andrew Jackson convinse il Congresso americano ad approvare il cosiddetto "Indian Removal Act". Migliaia di indiani residenti ad est del Mississippi furono in tal modo costretti, sotto scorta militare, a migrare verso ovest. I Cherokee, che nel 1838 non avevano ancora ceduto al trasferimento, furono estromessi dalle loro terre con i fucili delle “giacche azzurre”. Gli Apaches, insieme alle tribù dei Sioux, dei Cheyenne e degli Arapaho, opposero una fiera resistenza all'esercito statunitense. I Chiricahua di Geronimo furono l'ultimo grande gruppo combattente di pellerossa. La loro lotta si concluse il 4 settembre 1886, quando il capo, rimasto con trentacinque guerrieri, decise di arrendersi. Geronimo dovette accettare e subire la carcerazione in Florida, con la promessa dei generali americani di poter fare presto ritorno in Arizona. Nel 1909 morì nella riserva dell’Oklahoma, praticamente prigioniero, senza poter più rivedere la sua terra. Tra il 1880 ed il 1890, come reazione al degrado delle condizioni di vita, tra le tribù occidentali nacque un’ondata di movimenti religiosi che invocavano l’aiuto divino. Gli agenti federali vietarono la danza degli spettri nelle riserve. Nel novembre del 1890 il commissario per gli affari indiani ordinò ai soldati di arrestare Toro Seduto, Grande Piede ed altri capi. Nei tafferugli che seguirono Toro Seduto venne ucciso. Duecento Sioux, guidati da Grande Piede, scapparono. I cinquecento cavalleggeri che partirono al loro inseguimento costrinsero i fuggitivi a rientrare nella riserva. Mentre venivano perquisiti in cerca di armi alcuni Sioux opposero resistenza. I soldati cominciarono a sparare e gli indiani cercarono di fuggire ancora una volta. Le “giacche azzurre” li inseguirono uccidendone centocinquanta, senza risparmiare donne e bambini. L’ultimo massacro della nazione indiana si consumò vicino al fiume Wounded Knee. Qualunque concezione etica prevede la nozione del bene e del male, idee correlate ora ad una visione religiosa, ora ad una visione laica. Come dimostrano l’eccidio dei nativi americani, quello recente del popolo libico, la primazia delle banche e delle multinazionali, la libera circolazione dei capitali, l'esistenza dei paradisi ficali, l'ingannevole maschera dell'Unione Europea, la trappola della moneta unica, il sistematico stupro dello Stato, lo smantellamento delle politiche sociali, le manovre finanziarie recessive, la devastazione dell'economia greca, il bombardamento finanziario dell’Italia, l’insediamento come primo ministro di uno dei maggiori vati del libero mercato, la bocciatura del referendum anti-porcellum da parte della Corte Costituzionale, non tutto quello che si definisce legittimo o conforme al diritto internazionale è in sintonia con l'insieme dei principi-guida del comportamento umano ritenuto prevalentemente equo e giusto. Max Weber individuò tre tipi di legittimità: quella tradizionale dell’Ancien Régime, quella carismatica basata sulla forza eroica di un leader e quella legale-razionale che poggia su ordinamenti statuiti. Le prime due sono state superate dalle vicende storiche, la terza mostra tutti i suoi vizi in quanto mera categoria giuridica, plasmabile dall’onnipotenza legislativa delle élites dominanti in perenne osmosi con marmaglie parlamentari, governi coatti e capi di Stato farlocchi. Il nostro apparato normativo è stato continuamente rivisto e corretto fino a renderlo socialmente esiziale e, nel migliore dei casi, inefficace sotto il profilo sanzionatorio del grande crimine. Se gli esecutivi del Cavaliere hano oltrepassato ogni limite, quelli precedenti e quelli successivi non si sono mai preoccupati di correre ai ripari. L'attuale ammucchiata parlamentare capitanata da Alfano-Berlusconi, Bersani e Casini sostiene Mario Monti, non ha nulla da eccepire sui conflitti d'interesse di questo governo. Chi mai ha fatto notare o si è opposto pubblicamente alle fulgide carriere, fatte a danno degli interessi nazionali, di tutti gli uomini targati Goldman Sachs? Dopo l'orgia neoliberista degli anni 90 rieccoci a subire provvedimenti analoghi a quelli che hanno contribuito a spingere il Paese verso il declino economico. Non esistono riscontri, sia in Italia che nel resto del mondo, sui vantaggi delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ottenuti da ceti popolari o medi. In realtà queste politiche, prese pari pari dal "Business & Economics Program" del Consiglio Atlantico, hanno soddisfatto, raramente e temporaneamente, l'esigenza di fare cassa per pagare qualche quota d'interessi sul debito pubblico. Nella generalità dei casi si sono rivelate vantaggiose solo per i detentori di grandi capitali. E' difficile credere che il giovane laureato privo di idonei mezzi finanziari potrà aprire la sua farmacia con il viatico del premier o che l'aumento del loro numero porterà alla diminuzione del prezzo dei farmaci. E' altrettanto improbabile ritenere che le banche e le assicurazioni possano entrare in concorrenza. E' fantascientifico pensare che i servizi forniti dai comuni o i trasporti ferroviari garantiti dalle regioni possano migliorare in seguito alle privatizzazioni. E' significativo che per l'assegnazione delle frequenze televisive attraverso il "beauty contest" si continui a prendere tempo. Nel “De Civitate Dei” Agostino d’Ippona già s’interrogava sulla legittimità del potere. Quando le leggi non rispondono al requisito dell'equità è lecito, in rapporto alle circostanze, desistere, resistere e combattere con ogni mezzo.

Antonio Bertinelli 20/1/2012     

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permalink | inviato da culex il 21/1/2012 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
Non è tempo di giubilei
post pubblicato in diario, il 15 novembre 2011


In questi giorni il governo Berlusconi è stato sciolto per consentire l’insediamento di un governatore “straniero”. Molti di quelli che nutrivano disistima per questo esecutivo gioiscono ignari della spericolata manovra condotta dal Capo dello Stato in omaggio ai mercati, che sarebbe meglio definire tout court banche d’affari. Al di fuori di queste non esistono investitori capaci d’imporre tassi d'interesse insostenibili al finanziamento degli Stati privi di sovranità monetaria. Le colpe del “licenziato” sono molteplici ed è notorio che i principi costituzionali non fossero tenuti in grande considerazione dal governo delle cricche. Qualche organo d’informazione e molti blogger hanno condotto in tal senso una battaglia senza quartiere. A dire il vero la Costituzione, nella sua rigida stesura, va stretta un po’ a tutti i professionisti della politica nazionale ed è stata bypassata più volte anche da chi avrebbe dovuto garantirne il rispetto. La legge n. 270/2005 (meglio conosciuta con il nome di Porcellum) è in contrasto con la Carta che prevede l’elezione diretta dei parlamentari. La legge n. 85/2006 ha modificato il concetto e ridotto le pene per gli attentati contro l’indipendenza, l’unità e l'integrità dello Stato, contro gli organi costituzionali e la Costituzione. Il Trattato di Lisbona (approvato all’unanimità nel 2008) sovrasta e mette in subordine il dettato costituzionale. L’art. 11 della Carta viene aggirato chiamando le guerre missioni di pace o attribuendo loro aggettivi e scopi rassicuranti. Il Presidente della Repubblica, nel conferire a Mario Monti l’incarico di formare un nuovo governo, ha assunto quel ruolo politico che il suo mandato non prevede. Sarà un caso che in questi ultimi giorni Giorgio Napolitano abbia parlato di riforme costituzionali? Quasi tutti quelli che hanno da sempre denunciato o mal digerito i difetti, e a volte le oscenità, del governo Berlusconi, non fanno di certo gli schizzinosi davanti alla procedura irrituale che ha tolto di mezzo il fardello. Peccato che l’euforia non riguardi l’esito di una partita di calcio ma il futuro dell’Italia. Già perché l’accantonamento del primo ministro non è avvenuto per via ordinaria, ma su input di poteri sovranazionali interessati, oltre che all’ampliamento dei loro spazi geopolitici, alla ristrutturazione degli assetti economici dell’Italia e non certo alle sorti del popolo italiano. Non vogliamo avventurarci in paragoni improponibili tra il premier dimissionato e quello incaricato, ma il cursus honorum del secondo, se è ineccepibile come potenziale a.d. di una grande corporation, non è tale come capo di un governo desideroso di affrancarsi dal gioco al massacro condotto dai globalisti euro-anglo-americani. L’insediamento di Monti non conviene a tutti. Può convenire alla “casta” nell'indicarlo come unico responsabile di scelte impopolari, può far comodo agli incantatori di serpenti per annunciare gravemente che “la festa è finita” (ovviamente non la loro), può servire all’Ue dei banchieri che hanno in pancia parecchi miliardi di titoli finanziari tossici, può contribuire all’illimitato arricchimento della banca d’affari Goldman Sachs. Monti non prometterà ai cittadini un milione di nuovi posti di lavoro, non si trastullerà facendo l’illusionista, non ci scandalizzerà con i suoi costumi. E’ persona di tutt’altro stile, ma realizzerà esattamente tutto quello che lo ha spinto a sostituire l’”impresentabile”:  reperire quattrocento miliardi di euro, impoverendo ulteriormente il ceto medio, svendere quello che è rimasto del patrimonio comune, mettere un’altra volta le mani sui contratti dei dipendenti pubblici e sul sistema pensionistico. Nessuno oserà mai rilevare che un’infinità di giovani precari e disoccupati vive grazie al lavoro dei genitori o alle pensioni maturate dagli stessi. Non bastava la crociata di Renato Brunetta conclusasi con la sospensione delle assunzioni, le decurtazioni retributive, i blocchi contrattuali, l’interruzione delle progressioni economiche, la liquidazione della “buonuscita” posticipata fino a due anni. Adesso, per chi ha iniziato a lavorare da ragazzo, si profila il rischio di dover andare in pensione dopo quarantanove anni di contributi, in attesa di superare i sessantasette anni di età. Dopo la somministrazione della terapia voluta dalla mano invisibile della global class staremo peggio dei nord-americani, sulla cui miseria trovano modo di fare business anche le banche. Per evitare che le indennità di disoccupazione impigriscano troppo i lavoratori, negli Usa i dipendenti licenziati non ricevono più l'assegno di sostegno direttamente dagli enti locali, ma viene consegnata loro una "card" della JP Morgan. Nessuna indulgenza per il governo mignottocratico, per i Cicchitto, le Gelmini ed i Sacconi, ma non rallegriamoci per l’insediamento di un tecnico allevato, cresciuto ed incensato nel culto del mito neoliberista. Le turpitudini del ceto politico disgustano, ma le occupazioni finanziarie dei paesi e le guerre umanitarie hanno bisogno di governi fantocci, di parlamenti corrotti, di apparati statali inefficienti. L’Agenda della global class è serrata, come dimostrano i ridondanti bombardamenti della Libia, i sanguinosi disordini coltivati in Siria e le aggressioni mediatiche contro l’Iran. Non è da ieri che le élites dominanti puntano a riorganizzare l’Italia secondo i dogmi di Milton Friedman. Il monarca deposto, per più di un motivo, e non certo per le sue conclamate “dissolutezze”, è diventato semplicemente disfunzionale. Le opposizioni parlamentari non offrono tutte le garanzie richieste ed eccoci dunque prossimi ad essere governati da un autorevole membro del club Bilderberg. Anche attraverso il ferreo commissariamento dei governi nazionali, di sicuro non peggiori di chi li manovra, sta calando sull’Europa il buio di una notte senza sogni.

Antonio Bertinelli 15/11/2011   
Il karaoke
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2011


C’è un vecchio retore la cui precettistica oratoria fa leva sull’unità nazionale ed invoca sempre l’unanime concordia, non importa con chi e a che prezzo. E’ da tempo il massimo garante del partito anglo-americano. C’è un monarca in declino che, dovendo lasciare il trono, cerca di salvare con ogni mezzo se stesso ed il patrimonio avventurosamente accumulato. Si è inchinato alla politica dei bombardamenti umanitari in Libia ed ha aperto la porta agli ispettori del Fmi, ma non basta. C’è la dotta corte dei miracoli che si accinge a governare secondo i dettami del verbo globalista. Michele Santoro ha potuto riprendere il suo lavoro televisivo ed ancora una volta ha permesso ai suoi ospiti di stigmatizzare l’abiezione della casta. Club esclusivi come la Skull and Bones, il Council on Foregn Relations, il Bilderberg, la Trilaterale non hanno uffici stampa che informano esaurientemente le redazioni giornalistiche. Così i deraimediasettizzati tg di Enrico Mentana non possono fare altro che parlare degli eventi quotidiani ed alzare il sipario sul ripetitivo teatrino della politica. Fiumi d’inchiostro e di chiacchiere televisive seguono percorsi tangenziali senza mai intersecare il nocciolo della questione topica. Imperversa un ceto politico indecente e siamo in una situazione economica critica, ma lo sanno anche i sassi. Per tutto il resto ci si deve affidare all’intuizione. Il “governo Lagarde” ha invaso un’area senza alcuna legittimazione se non quella fornitagli dallo stesso Silvio Berlusconi. Altri avrebbero saputo fare di meglio? Gli anni 90 dello scorso secolo videro attacchi speculativi contro la lira ed altre valute europee. Data l’entità del debito statale i patrioti dell’epoca, ottimamente istruiti all’estero, pensarono bene d’incamerare soldi svendendo buona parte del patrimonio pubblico per poi ottenere il privilegio di far entrare l’Italia nell’euro. Tra i benefici ottenuti da quelle operazioni anche gli smemorati ricorderanno di aver perso più o meno il 50% del potere d’acquisto dei loro salari. Il bilancio per aver ceduto dopo la sovranità politica e territoriale anche quella monetaria è proprio dei nostri giorni ed è pessimo. Le lezioncine sussiegose di quelli che mettono in amministrazione controllata le nazioni, quando avrebbero dovuto finirci le banche, tecnici falsamente accreditati come potenziali amministratori pubblici al di sopra delle parti non possono incantare. Lo sdegno popolare nei confronti dei partiti della Prima Repubblica, del quale i media si fecero interpreti, ha depauperato l’Italia e partorito Silvio Berlusconi. Lo sdegno odierno nei confronti dell’indomito cavaliere impoverirà ulteriormente il Paese e vedrà all’opera lo stesso genere di patrioti degli anni 90. Né loro, né i loro mandanti, né i loro datori di lavoro fanno parte di ordini monastici. Non ci vengano a raccontare che l’attacco speculativo contro l’Italia dei primi anni 90 dipese dall’ingordigia di Craxi e quello attuale dall’indecenza del governo in carica. L’ignavia politica, l’avidità, la corruzione e la ricattabilità della casta sono tutti requisiti indispensabili per renderla intercambiabile lasciando inalterati il sistema finanziario globalizzato e gli affari delle multinazionali. Chi è disfunzionale ai disegni dell’Impero, se non ha abbastanza pelo sullo stomaco, si dimette, se tenta di emanciparsi cade in disgrazia, se fa il pesce in barile vede il proprio Paese finire sotto l'attacco della finanza speculativa e, in certe occasioni, lo vede sepolto sotto migliaia di tonnellate di bombe. Romano Prodi ha bacchettato Pierluigi Bersani perché il Pd non cresce, ma il segretario pidino, come gli altri notabili del partito, proprio in ragione degli interessi che rappresentano, vanno bene così come sono e, tra un mantra e l’altro, giocano di rimessa. Quando il Pd arriverà al governo per demeriti altrui non serviranno teste originali. E’ già tutto scritto, basterà applicare le tavole della legge imposte dai banchieri, dalla Fed, dalla Bce e dal Fmi. La presunta superiorità intellettuale dei ministri a venire non garantisce agli Italiani migliore destino di quanto ne possa garantire la grossolanità e l’approssimazione di quelli attuali. I tanti fuochi nelle piazze dell’Impero stanno a dimostrare la subordinazione di tutti gli esecutivi nazionali ai diktat della grande finanza. Il debito aggregato dell’Italia è il più basso d’Europa, uguale a quello della Germania, inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia. La cosa è appetibile e ci sembra che i banksters internazionali non si curino dei pagliacci da loro stessi posti o tollerati alla guida dei governi se non quando debbono derubare i loro popoli. Barak Obama, presidente del paese più indebitato del mondo, ha lodato l’Ue per la decisione di mettere l’Italia sotto monitoraggio del Fmi. Il suo plauso merita gesti scaramantici. I banchieri che lo sostengono si sono stuzzicati l’appetito con Irlandesi, Portoghesi e Greci, prossimi alla fame come milioni di nord-americani triturati dal neoliberismo. Ora vogliono ingozzarsi a spese degli Italiani. Assodato che Berlusconi, lasciando intuire persino il rimpianto per lo ius primae noctis, ha lavorato alacremente per riportare l’Italia nel Medioevo, sarebbe illusorio credere di poter uscire da questa situazione affidandosi ad un governo tecnico magari guidato da un international advisor di Goldman Sachs, ex commissario europeo, presidente continentale della Commissione Trilaterale e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg.

Antonio Bertinelli 7/11/2011
Chiamalo se vuoi ... qualunquismo
post pubblicato in diario, il 31 ottobre 2011


“Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca. La malattia non è l'euro, ma l'Europa che non c'è”, parole di Pierluigi Bersani. "Licenziamenti facili è un termine assolutamente falso. Noi discutiamo di come incoraggiare l'impresa a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l'idea che se poi le cose non andassero bene, se si rivelassero difficili, l'impresa come ha fatto il passo in avanti potrebbe fare magari anche un mezzo passo indietro, ma con protezioni per i lavoratori perché nella nostra cultura c'è una solida consuetudine a dare protezione per i lavoratori più che in altri Paesi”, parole di Maurizio Sacconi. “Se il governo dovesse procedere rispetto agli annunci ci sarà lo sciopero generale”, parole di Susanna Camusso. Bersani dovrebbe sapere che “l’Europa che non c’è” è proprio quella che non ci sarà mai proprio a motivo di una moneta unica stampata e gestita dalla Bce in ossequio al dogma del signoraggio privato. Sacconi dovrebbe sapere meglio di altri che Fabbrica Italia non esiste più. Alla Camusso vorremmo chiedere se spera di far decantare rabbia e disperazione con una folcloristica passeggiata romana e comizio conclusivo in piazza San Giovanni mentre tutta l’Europa è stretta nella morsa economico-finanziaria della globalizzazione. Il Meccanismo di Stabilità (Mes) esautora i governi dell’eurozona, l’organismo preposto all’uopo, con l’assunzione di ampi poteri sulla possibilità dei singoli Stati di stabilire i propri bilanci e di gestire i propri debiti pubblici, è coperto da tutte le immunità giuridicamente concepibili, il suo operato è del tutto insindacabile. La brutale austerità imposta dall’Ue alla Grecia ha riportato i redditi e la libertà delle masse popolari ai livelli degli anni vissuti sotto la giunta militare dei colonnelli. Il governo Papandreou è sostanzialmente sostituito dalla troika presieduta dall’eurocrate Horst Reichenbach. Politici e sindacalisti italiani, forse più di altri, recitano a soggetto, ma tutti indistintamente servono diligentemente gli interessi della global class. Lo fanno con la stessa discrezione con cui a Bruxelles si è sempre lavorato, dietro la facciata della democrazia, a danno dei popoli europei e della loro sovranità. Ci sembra un po’ troppo riduttivo imputare tutte le colpe del declino economico italiano all’attuale governo. Anche se la maggior parte dei cittadini lo ritiene il peggiore dell’era repubblicana, il circo truffaldino globalista che sbeffeggia Berlusconi si è avvalso di clowns, marionette e stragisti al di qua e al di là dell’oceano Atlantico. I signori dell’Impero mirano ad una salda governance mondiale e non lesinano i mezzi per raggiungerla. Dove non arrivano con le campagne mediatiche, la persuasione e la corruzione inviano agenti della Cia, del Mossad, dell’MI6, della Dgse, etc. a sobillare rivolte armate contro i “dittatori” messi all’indice e poi fanno partire i bombardieri della Nato. Donald Rumsfeld  ha scritto su Twitter: "Al-Assad e Ahmadinejad riflettano bene sulla fine di Gheddafi. I loro popoli potrebbero decidere che i prossimi saranno loro due". Dove l’Impero ha fatto breccia con elezioni “democratiche”, per gestire il forte calo dei livelli di vita, sta prendendo piede lo stato di polizia über alles così come è già accaduto negli Usa. Qui vige il Patriot Act che, tra l’altro, consente il tecnocontrollo di tutti i cittadini; è possibile trattenere persone in prigione ab libitum senza presentare imputazioni e prove ad un tribunale; per ammissione dello stesso Barak Obama esistono liste di statunitensi che potrebbero venire assassinati senza un giusto processo; chiunque resiste o critica gli Stati Uniti è considerato un criminale. In questi ultimi giorni le forze dell’ordine si sono scatenate brutalmente sui manifestanti a Chicago, Denver, Oakland, Cincinnati, Atlanta, Seattle, Dallas, San Francisco e Los Angeles, smantellando le aree occupate ed eseguendo in ogni città centinaia di arresti. Analoghe scene si sono verificate in altre parti del mondo occidentalizzato, ad Atene, Sydney e Melbourne. In Germania le manifestazioni pubbliche di dissenso sono seguite da droni attraverso i quali la polizia sorveglia, controlla e accumula dati sui dimostranti. L’Unmanned Aerial Vehicle verrà esteso presto in tutta Europa. In questo quadro non possiamo far finta di credere che la caduta dell’indegno governo delle P progressivamente numerate e delle consorterie affaristiche possa essere la condizione imprescindibile per riguadagnare credibilità all’estero, per liberarsi dallo strozzinaggio sovranazionale e dal capestro guerrafondaio degli atlantisti. Berlusconi è solo una variante tragicomica delle politiche antipopolari e coloniali euro-anglo-americane abbracciate senza distinzione alcuna da “destri” e “sinistri”, sia in Italia che altrove. Un premier che flirta platealmente con dei dittatori e poi volta loro le spalle nei momenti cruciali non è certo uno spettacolo edificante, ma non è che possiamo trovare facilmente dei modelli di riferimento da invidiare. Senza dilungarsi nel fare le pulci a  Viktor Orban, George Papandreou, Nicolas Sarkozy, David Cameron e a tanti altri ancora, possiamo magari riflettere sull’esultanza manifestata da Illary Clinton dopo l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi. Il genero della Clinton è un alto dirigente della Goldman Sachs. Il Dipartimento di Stato Americano ha coinvolto la grande banca d’affari in un progetto internazionale, sotto l’egida della Nato, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e in Pakistan. E’ facile intuire che Goldman Sachs prenderà parte alla spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia. Non tutti i problemi dell’Italia si possono condurre allo sgoverno del “pagliaccio” e dei suoi sodali. I danni prodotti dal berlusconismo non possono far dimenticare che il Paese deve fare i conti con una classe imprenditoriale parassitaria e priva di sensibilità sociale, inoltre da un ventennio vede in contrapposizione bande di soldati di ventura che, occupando le istituzioni, si mettono al servizio dello straniero.

Antonio Bertinelli 31/10/2011

 
La luna nel pozzo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2011


Non saranno certo folle oceaniche d’indignati nelle piazze o le rimostranze d’industriali tardivamente “pentiti” a far cadere il governo in carica. In un contesto globale turbolento i poteri forti sovranazionali hanno tutto l’interesse a sostenere esecutivi che non riservino imprevisti e che non siano in grado di scegliere autonomamente politiche in contrasto con gli interessi dell’Impero. Una classe dirigente spregevole e un governo travolto dalle inchieste giudiziarie non possono che inchinarsi a qualsiasi diktat. Il potere contrattuale di Silvio Berlusconi, ammesso che da domani voglia esercitarlo nell’interesse generale del Paese, è nullo. Quando verrà staccata la spina al suo governo il “nuovo” non potrà discostarsi troppo dal vecchio. Le finte e docili opposizioni sono lì a confermarlo più o meno da un ventennio. Fatte le debite proporzioni basta guardare al fuoco di paglia di Barak Obama, per molti aspetti peggiore di Bush junior. I bavagli inseguiti da Berlusconi non sono poi così diversi da quelli desiderati da Nicolas Sarkozy, David Cameron, Gordon Brown e dallo stesso presidente statunitense che, nei primi diciassette mesi di carica, ha surclassato tutti i suoi predecessori nel perseguire penalmente gli informatori “illegali”. Esigenze di casta ed esigenze di cosca, tipiche della realtà italiana giustificano a maggior ragione il controllo di ogni rivolo d’informazione indipendente, ma anche il faro delle democrazie si accinge ad applicare nuove censure sul Web, in aggiunta a quelle che già effettua l’Homeland Security. Attualmente è ferma al Senato degli Usa la legge Protect IP, che consentirebbe al governo di chiudere senza appello domini Internet ritenuti imbarazzanti. In un’ottica diametralmente opposta a quella adottata da noti prenditori a modo loro comunisti e da figure di un passato che ritorna in perenne conflitto d’interessi, riteniamo prioritario un avvicendamento in tutta l’amministrazione dello Stato. Restano naturalmente mille riserve sul come e sul chi prenderà il posto di Berlusconi. Come si è visto in Grecia, ed in forma più violenta in Libia, la globalizzazione dell’economia e della cultura pone in un angolo persone, popoli e sovranità nazionali fino a seppellirle sotto migliaia di bombe. Il passaggio forzoso dal Welfare State al Profit State allinea i governi sul dispotismo e le società su canoni orwelliani. La stampa che si professa libera, narrando le infinite miserie del re, della sua corte e di questo Parlamento, dimostra un marcato angloamericanismo, sottolineando quello che ci distingue e dimenticando tutto quello che ci accomuna ad altri paesi occidentali. Le democrazie si sposano ormai con tratti quali la paura, il monadismo, la sensazione d’impotenza, la repressione, lo scadimento della scuola pubblica, l’indirizzamento dell’informazione, il controllo telematico, le schedature di massa, la colpevolizzazione del dissenso, lo spionaggio capillare e la digestione dell’indigeribile. Le bugie sono utili per garantire la sicurezza dello Stato. La guerra è utile per scopi umanitari. Il genocidio viene praticato con discrezione. La tortura diventa metodo per ottenere informazioni. La brutalità della polizia viene accreditata come reazione alle intemperanze dei contestatori/delinquenti. Le carcerazioni vengono eseguite con la nonchalance tipica delle tirannie additate dal Pentagono, dalla Cnn, dalla Bbc, dal New York Times, dal Guardian e da altri media mainstream. Gli “indignados” europei, se infiltrati da organizzazioni politicamente o sindacalmente gerarchizzate, e quelli di Wall Street, che, malgrado gli abusi dei “cops”, sono appoggiati da George Soros, rischiano di assecondare inconsapevolmente ricambi gattopardeschi delle marionette politiche al servizio dello strozzinaggio bancario internazionale e del capitale apolide. La crisi indotta dal modello di sviluppo economico è in parte ancora circoscritta alle bolle finanziarie, ai debiti pubblici e alle privatizzazioni/svendite dei beni statali, ma, continuando di questo passo, rischia di sfociare in milioni di licenziamenti simultanei in tutto il pianeta. Con i governi espressione del Fmi, della Fed, della Bce, del Wto e di altri organismi sovranazionali, non c’è contenimento democratico, non c’è contenimento politico, non c’è contenimento sociale e c’è il rischio che la disperazione possa portare a rivolte endemiche. Superare il berlusconismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la “rinascita” dell’Italia. Dalla tipologia dei vari pretendenti al trono e visti i pulpiti dai quali partono lezioni di etica, è lecito supporre che la svolta post-berlusconiana sarà un’operazione d’immagine. Anche se indulgessimo all’ottimismo il panorama nazionale ed i vincoli del vassallaggio non ci consentono di sperare che la somma vettoriale delle decisioni politiche future darà come forza risultante un ridimensionamento delle élites finanziarie. Se è vero che la vita dei regimi dipende anche dall’apatia e dal relativismo dei cittadini, è altrettanto vero che le rivoluzioni non nascono tutti i giorni e che le insurrezioni hanno il fiato terribilmente corto. Ipotizzando che il nuovo possa essere analogo al vecchio, per combattere gli incubi di un continuum politico e quelli alimentati dalla globalizzazione potrebbe essere esplorata la strada dell’autarchia. Con la diffusa interdipendenza degli Stati e la conseguente subordinazione ad istituzioni globali, nate per perpetuare e lucrare su qualunque problema, è oggi impossibile sognare l’autosufficienza di una nazione. Per uscire dall’equazione mondialista basterebbe convertirsi ad un diverso stile di vita. La costituzione di piccole comunità autonome nel procacciarsi il cibo e magari in grado di raggiungere un surplus di produzione potrebbe essere un modo per sottrarsi, almeno temporaneamente, al destino programmato dai globalisti e dai loro mercenari.

Antonio Bertinelli 6/10/2011

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Levámmoce 'sta maschera, dicimmo 'a veritá
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2011


L’andamento di tutte le comunità primitive è stato garantito da un insieme di regole, dall’assistenza reciproca, dalla condivisione degli obiettivi, dal lavoro inteso come impegno comune, da un saggio sfruttamento del territorio e delle risorse, da un bagaglio di competenze, da un’economia inserita nei rapporti interpersonali e da una complessiva organicità sociale. Se assumiamo tali parametri come indicatori minimi per il buon funzionamento di qualunque collettività, dire che l’Italia è sulla via del declino sembra un eufemismo. Con l’indefesso impegno del legislatore viviamo in un contesto anomico e, in tale situazione, le persone non hanno più né sistemi di appoggio né punti di riferimento. La trionfante ascesa dei furbi confligge con i desideri e gli obiettivi dell’intera comunità. Il lavoro, per chi ha l’opportunità di lavorare, è spesso privo di senso e comunque raramente coincide con gli interessi generali. Dai più è considerato un mezzo per sopravvivere, da pochi altri un mezzo per fare soldi. L’amministrazione del territorio e delle sue risorse si concretizza nelle discariche tossiche esistenti sull’intera penisola, nella realizzazione del Tav in Val di Susa, nelle trivellazioni petrolifere sui fondali del mare Adriatico e in prossimità della Sicilia. Una volta le competenze si acquisivano al fianco dei padri sui campi, nelle botteghe artigiane, nelle scuole e nelle università. Oggi l’istruzione, dopo essere stata più volte riformata, non sempre garantisce un’adeguata preparazione. Capita quindi sempre più spesso d’imbattersi nel medico incapace di effettuare una rianimazione cardio-polmonare o nel chirurgo titubante davanti alle difficoltà di un’appendicectomia. L’approssimazione e l’ignoranza non conosce confini, attraversa tutti i mestieri e tutte le professioni. C’è l’impiantista che sbaglia il progetto e sottodimensiona la linea elettrica, c’è l’ingegnere che si confonde nel valutare il carico di rottura, c’è il perito che perizia con i piedi, c’è il giudice impreparato e quello fazioso. La maggior parte dei rapporti sociali sono inseriti nel sistema economico, che tutto subordina alle proprie esigenze come se desse per scontato che la totalità degli esseri umani sia interessata a raggiungere il massimo del guadagno monetario. Rieducati dalla civiltà “superiore”, l’unica organicità che possiamo rivendicare è quella che schiaccia ogni aspetto della nostra vita sul modello di sviluppo neoliberista. La produzione scientifica italiana ha smesso di crescere e da segnali di arretramento. Nella generale decadenza, malgrado i numerosi talenti nazionali, è difficile consolarsi con la recente scoperta sulla velocità dei neutrini. In sintesi sembrano mancare i presupposti indispensabili per guardare alla semplice somma dei residenti in Italia come ad una società proiettata stabilmente nel futuro. Il dibattito sulla qualità della vita è antico. Se ne sono occupati anche Aristotele e Platone. Attualmente per misurare ciò che in greco veniva definito eudaimonia, sono utilizzati diversi rilevatori politici, economici e sociali. Per quanto il popolo sia da molto tempo educato a vivere nella confusione, a cullarsi nella mediocrità, ad essere volgare ed incolto, se mai venissero adottati rilevatori adeguatamente selezionati, si potrebbe fotografare un’Italia particolarmente infelice. Gli interessi dell’ipercapitalismo non coincidono con quelli di una società civile e lo Stato deve piegarsi alle sue parole d’ordine: deregolamentazione, flessibilità, mobilità, defiscalizzazione, desindacalizzazione, privatizzazioni, etc. Nel quadro di un’economia mondializzata diretta da banche e multinazionali le pretese dell’élite globalista non trovano argine, il capitale vive di vita propria e diventa un rullo compressore che schiaccia ogni anelito di libertà. Emma Marcegaglia ha sfiduciato il governo Berlusconi. Vorremmo ricordare che quelli preoccupati per la stagnazione e per l’entità del debito pubblico, a cui forse oggi strizza l’occhio, nel volgere di un decennio, hanno svenduto un pezzo così considerevole d’Italia da intaccare il suo Pil per un buon 35%. Purtroppo il governo che verrà nasce da un contesto nazionale degradato e si inserisce in una realtà globale per niente incoraggiante. Finte opposizioni e sindacati gialli sono fattivamente in linea con banche e grandi prenditori, non smettono di ribadire che è finito il tempo delle vacche grasse. Ammesso e non concesso che la classe operaia sia andata per alcuni anni in paradiso, le vacche grasse hanno sempre pascolato e continuano a pascolare in terreni ad essa inaccessibili. Se il governo in carica ha peggiorato il Paese oltre ogni previsione, il dramma più grande è che dopo la sua caduta un grande numero di problemi sul tappeto rimarrà senza effettive soluzioni. Premesso che le agenzie di rating sono tutt’altro che neutre nei loro giudizi, la schiavitù del debito pubblico è un arnese vecchio, già sperimentato per rapinare altri Stati nel corso del XX secolo. Oggi la cessione della sovranità monetaria la stanno pagando alcuni cittadini europei, inclusi gli Italiani. Domani le vittime dell’orgia neoliberista saranno i Francesi ed in ultimo anche i virtuosi Tedeschi. Ancor prima che venissero perfezionate le tecniche di saccheggio globalista il sogno americano si stava già tramutando in un incubo. Per evitare il cataclisma mondiale, che sembra stagliarsi su qualsiasi orizzonte, ci vorrebbero dei politici che non ci sono. In alternativa ci vorrebbe che la possente macchina da guerra impiegata nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq ed in Libia si rivolti contro i suoi padroni. Rivoluzioni colorate ed insurrezioni sono già state messe in conto.

Antonio Bertinelli 25/9/2011      


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Hic sunt piratae
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2011


Agostino d’Ippona ci racconta di un razziatore dei mari catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno che gli chiese perché conducesse quel genere di vita. L’interrogato rispose: “Faccio esattamente le stesse cose che fai tu. Solo che io possiedo una piccola nave e sono chiamato pirata, tu possiedi una grande flotta e sei chiamato imperatore”. La nascita del Diritto moderno si fa risalire al Corpus Juris Iustiniani (529-534), parecchi secoli dopo la morte del re macedone. Ma nonostante la scomparsa delle monarchie assolute, malgrado una produzione alluvionale di leggi “democratiche”, l’evoluzione del diritto positivo, fatte poche eccezioni circoscritte territorialmente e nel tempo, non impedisce che oggi Abdelhakim Belhaj possa accomunarsi a Nicolas Sarkozy, che Andy Coulson faccia il paio con David Cameron, che David Petreaus possa essere messo a capo della Cia da Barak Obama, che Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola siano foraggiati da Silvio Berlusconi. L’esercizio del potere bypassa le categorie giuridiche tradizionali e questo rende labili i confini tra lecito ed illecito. C’è un contratto sociale da ridefinire, ci sono delle sovranità da ripristinare e manca un’autorità democratica super partes in grado di riscrivere i diritti dei governati nell’era della globalizzazione. Grazie ai media mainstream, controllati da banche, multinazionali, da una pletora di grandi imprese, la gente conosce le gesta dei pirati somali o l’esistenza dei cosiddetti “Paesi Canaglia”, può conoscere le malefatte di questo o di quel politico, ma il grande crimine organizzato, quello che agisce dietro e dentro gli Stati, resta nell’ombra. L’informazione è così strutturata che gli argomenti di oggi sono sostanzialmente analoghi a quelli di ieri, così come lo saranno a quelli di domani. Una volta il potere era manifesto e dichiarato. Con l’avvento delle democrazie si è reso invisibile, si nasconde dietro prestanomi, politici, amministratori pubblici, organizzazioni, enti, fondazioni, elezioni democratiche, volontà popolare, comunità internazionale, etc. Opera come uno stuolo di zecche durante l’estate artica. I parassiti ammassati sull’erba alta attendono il passaggio delle alci per attaccarvisi stabilmente e poi succhiarne il sangue. Molti esemplari finiscono per vagare come fantasmi pallidi e malfermi fino a stramazzare a terra letteralmente dissanguati. Il neocapitalismo finanziario, uscito vincitore dal confronto con il modello socialista sovietico, ha portato scientemente al caos globale: dai disastri ambientali alle enclavi di manodopera schiavizzata, dal disordine monetario all’esplosione dei debiti pubblici, dalla crescita esponenziale della disoccupazione a sempre nuove povertà, dall’incertezza economica all’insicurezza sociale e politica, dalla corruzione dilagante alla perpetuazione strategica dell’instabilità, dal crollo delle sovranità nazionali ai colpi di Stato e alle invasioni coloniali, dalla libera circolazione dei capitali alla guerra permanente come unico elemento di governance mondiale. I bombardamenti umanitari si moltiplicano. I nord-americani sono schiacciati dalle ossessioni securitarie e, mentre aspettano di essere chippati, stringono sempre di più la cinghia. L’Europa è in pieno subbuglio, le banche, le borse valori, le società di rating e gli operatori finanziari stanno strangolando l’economia reale. Ci sono attualmente ventitre milioni di europei senza lavoro e, secondo diverse stime, la disoccupazione continuerà ad aumentare. L’8% della popolazione continentale ha un lavoro che non gli permette di uscire dalla soglia di povertà e ottanta milioni di persone vivono al margine della sussistenza. Da quello che appare ultimamente su certa stampa estera, sembra che Wall Street e la City londinese puntino all’indebolimento dell’euro e sul crollo dell’Italia. Il cavallo di Troia inglese all’interno dell’Ue è per l’Italia meno salutare di quanto lo sia stato il suo ingresso nell’euro. La disinvoltura del premier nel condurre affari all’estero ha sicuramente infastidito gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna. Esiste un problema Berlusconi che ha sfruttato qualunque debolezza e qualunque punto di forza nazionale, è grande e multiforme, e non siamo noi a disconoscerlo, ma di qui a pensare che esista per il Paese un’alternativa salvifica ce ne corre. E’ possibile ipotizzare che un avvicendamento al governo possa ripartire con maggiore equità i sacrifici necessari a pagare almeno una parte del debito pubblico e riesca ad allungare l’agonia degli Italiani privatizzando tutto quello che è rimasto da privatizzare, magari con i buoni uffici di Mario Draghi. Per sottrarsi ai tentacoli dell’Impero ci vuole altro, ed il trattamento riservato ai Libici, democratizzati da un esercito di mercenari e dalle bombe della Nato, sta lì a dimostrarlo. Per i futuribili governanti potrebbero essere costruiti ponti d’oro, ma per il Popolo il problema rimarrebbe sempre quello di dover subire un disegno superiore ed intoccabile che va in direzione opposta a quello di un comune interesse nazionale. Agli atlantisti è bastato inneggiare al mancato rispetto dei diritti umani per normalizzare la Libia, mettere le mani sulle sue risorse e, con la sua occupazione, porre fine alle velleità di un’Unione Africana svincolata dal Fmi e dal dollaro. Chi parte dalle coste del Maghreb e arriva in Italia commette il reato di clandestinità e viene incarcerato nei Cie. Secondo la narrazione dei media occidentali Mu’ammar Gheddafi è un criminale. Invece i liberatori della Libia, gli stessi che hanno una mole di stock options sul Bel Paese, hanno batterie di missili tomahawk, flotte di aerei, di elicotteri e di droni. Chi governa oggi, o lo farà domani, sa perfettamente come dovrebbe muoversi nell’interesse dell’Italia. Persino i Sacconi ed i Brunetta, con tutto il loro mai sopito spirito di rivalsa, sanno che l’economia interna peggiorerà anche grazie alle ricette fornite loro da Sergio Marchionne e da Confindustria. Non c’è da scomodare accademici e premi Nobel per capire che con un debito pubblico al 120% del Pil, ad un passo dalla recessione, senza sovranità monetaria, subendo le tappe forzate della marcia imperiale e con questo modello d’Europa, arrivare al crack è solo questione di tempo.

Antonio Bertinelli 17/9/2011 
Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
Italia meccanica
post pubblicato in diario, il 1 luglio 2011


Ora che la lunga inamovibilità di Silvio Berlusconi sembra minata dai risultati delle elezioni amministrative, dal voto referendario e dalle lotte intestine tra le forze della maggioranza parlamentare non riteniamo che al Pd vadano attribuiti particolari meriti. Tra i suoi dirigenti c’è chi gioisce e chi lancia ciambelle di salvataggio approfittando del lavoro e dell’impegno altrui. Un insieme variegato di movimenti ha sicuramente dissodato il terreno per mettere a dimora nuove piante, ma il berlusconismo continua a godere di buona salute, all’orizzonte non si profila un qualche grande soggetto politico refrattario al sistema, capace dunque di affrancarsi dai rapporti di dominio-sfruttamento tra governanti e governati, sia nazionali che europei e più ampiamente globali. Assodato che gli schieramenti bipolari e le alternanze di governo sono solitamente specchietti per le allodole, masse proteiformi stanno irrompendo nella storia per disseppellire la Democrazia finita nella tomba. Accade in Val di Susa, accade ad Atene, accade ovunque si abbia coscienza che i rappresentanti istituzionali non rappresentano neanche un pò gli interessi delle popolazioni. La Tav, pensata nell’esclusivo interesse di potenti lobbies, probabilmente destinata a rimanere un’opera incompiuta per più di una ragione, ha visto l’andirivieni della connivenza tra centrodestra e centrosinistra. Per la maggior parte della gente, in Grecia, con stipendi medi pari a seicento euro, da più di due anni comprarsi una paio di scarpe, una gonna, un pantalone, andare al cinema o a pranzo fuori casa è quasi un sogno, da realizzare, quando va bene, a Natale. In Inghilterra ci sono stati centinaia di migliaia di scioperanti per la stretta sulle pensioni voluta da David Cameron e ieri a Londra la polizia ne ha arrestati ventisei. L’aria che tira nelle cosiddette democrazie occidentali, a cominciare dagli Usa, non è tra le più salubri per i popoli. In Italia, dove il potere senza organigrammi trasparenti si avvale del “Bisi”, non vi sono dubbi che esista qualche problema in più rispetto ad altri paesi, ma siamo proprio certi che l’avvento di governanti “progressisti” possa liberarci da tutte le mafie, incluse quelle transnazionali, quelle economiche e quelle finanziarie? Forse Michele Santoro tornerà in Tv ed avrà pure la copertura legale, per tanto altro bisognerà aspettare delle vere e proprie soggettività rivoluzionarie. Nel 1996 la dott. Giuseppa Geremia indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica, sull’Alta Velocità e sull’affare Nomisma. Pressioni di ogni genere la costrinsero a chiedere il trasferimento a Cagliari. Anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano indagato sugli appalti delle grandi opere pubbliche e sulla svendita delle migliori aziende nazionali. Nel 1997, con il governo Prodi, il reato d'abuso d’ufficio, istituto cardine a tutela degli interessi pubblici, venne reso difficilmente perseguibile. Tornando all’oggi vediamo la polizia di Maroni garantire lo sventramento inutile di un territorio, assistiamo alla messa a punto del “porcellum” sindacale, sentiamo affermare trasversalmente che la ripresa italiana ha necessità di basarsi sul peggioramento delle condizioni di lavoro, sulla diminuzione dei salari, e soprattutto sul rifiuto di applicare il contratto nazionale tramite la creazione di aziende ad hoc, possiamo guardare all’ultima ricetta economica di Giulio Tremonti, che è iniqua, insufficiente e foriera di un’irreversibile depressione. Ma quale esecutivo potrebbe esercitare un mandato nel sostanziale rispetto della volontà popolare, avere la forza o il permesso di porre fine alla crescita dei privilegi e del conseguente disagio sociale? Il debito pubblico, per niente “sovrano”, incalza e in tutta l’Ue c’è un fiorire di buoni propositi a cui nessun politico allineato si sottrae: smettiamo di bisticciare altrimenti disturbiamo i mercati, irritiamo gli investitori; pratichiamo diligentemente l’austerity, basta con quel vecchio arnese della sovranità nazionale, lasciamo che Bruxelles e Mario Draghi si occupino del nostro futuro. Persino l’inquilino del Colle, massimo garante di uno Stato vassallo, fa finta di non vedere che la comunità europea non è quella onirica dei suoi agiografi. Se i governi rispondono a personaggi come il “Bisi” e vanno a rimorchio delle esigenze di banche, finanza e multinazionali discettare di alternanze lascia il tempo che trova. Secondo Molly Ivins "è difficile convincere le persone che le stai uccidendo per il loro bene”. E questo vale sia per l’esecutivo delle cricche che per quello che verrà. Per garantire “la magia degli interessi composti” non si potrà contare sine die sulla creatività legislativa a salvaguardia degli amici e sull’impiego indiscrimato delle forze dell’ordine.

Antonio Bertinelli 1/7/2011  

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