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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Guai ai vinti
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2012


Si narra che le oche del Campidoglio avvertirono i Romani, assediati dai Galli capeggiati da Brenno, che i nemici stavano scalando le mura della rocca. Gli strepiti dei volatili consentirono al console Marco Manlio di organizzare la difesa e di respingere l’assalto in attesa dell’esercito di Marco Furio Camillo. Secondo un anonimo storico dell’epoca il generale romano, con il gladio sfoderato, si presentò davanti a Brenno, che esigeva mille libbre d’oro per porre fine all’assedio di Roma, urlando: “Non auro, sed ferro, recuperanda est patria”. I Galli vennero sconfitti e ricacciati verso nord. I barbari che oggi scorrazzano per l’Italia mettendola a ferro e fuoco non trovano resistenza. La gente rassegnata non ha più interesse a sapere se il tesoriere della Margherita ha approfittato di Pantalone come o meglio di altri, se un magistrato è ignorante, vile o corrotto, se un consigliere di Cassazione, occupandosi carnevalescamente del processo al fondatore di Forza Italia, ha titolo per dare lezioni di diritto, se il precedente premier gode di un salvacondotto giudiziario, se qualche ufficiale dei carabinieri è “punciutu”, se uno o più funzionari di polizia fanno il doppio gioco, se l’attuale governo sta facendo il lavoro più sporco per conto di Berlusconi, Bersani, Casini e affini. La gente assuefatta, quella parte che non intende conformarsi, si destreggia come può per riuscire a sopravvivere in un paese palesemente controllato, fin nelle viscere, da bucanieri, profittatori, ruffiani, bancarottieri, cialtroni, mafiosi, golpisti di ogni risma e grandezza. L’indignazione, che fa da contraltare alla rassegnazione e all’assuefazione, non basta per cambiare le sorti dell’Italia, né servono le oche che starnazzano per le malefatte di Tom, Dick & Harry. Non ci sono un Marco Manlio ad ascoltare ed un Marco Furio Camillo con delle legioni pronte a combattere. Sul colle c’è un cantore che tesse le lodi degli invasori. La sua naturale predisposizione al collaborazionismo lo spinge ad omettere che tutti i Brenno, domestici e non, hanno gettato su uno dei piatti della bilancia, per pesare l’oro che pretendono dagli Italiani, anche la spada dicendo: “Vae victis”. In fin dei conti, che siano o meno risentiti, con minore o maggiore onta, solo i “governati” sono sconfitti. Sono vinti quando è denegata ogni forma di giustizia, quando viene assassinato chi lotta fattivamente contro lo strapotere delle mafie, quando tutte le istituzioni sono al servizio di interessi privati, quando gli enormi costi della Sanità non si traducono in assistenza adeguata, quando i vecchi debbono sobbarcarsi il peso dei giovani senza lavoro, quando le banche, le multinazionali e la finanza internazionale decidono insindacabilmente le loro sorti. Debbono ritenersi vinti se hanno la percezione che sono stati deliberatamente spinti  verso una situazione socio-politica-economica da “si salvi chi può”. Quando ambizione, avidità e crimine s’incontrano per farsi Stato accade di tutto. Il popolo viene assimilato ad un banco di sardine su cui possono avventarsi tutti i predatori in movimento e vige dunque la legge del più forte. Siffatto Stato, comunque venga verniciato, è di tipo assoluto anche in quanto rinnega il ruolo sociale dell’impresa, lascia massima libertà d’azione al capitale anonimo, elabora un diritto societario ed un quadro sanzionatorio che favorisce evasione o elusione fiscale, coopta sindacalisti promuovendoli parlamentari o amministratori delegati di aziende strategiche, ripudia i diritti del lavoro, mette a punto un codice penale e di procedura penale a tutela del withe-collar crime. Siffatto Stato, che pretende di essere mantenuto attraverso tasse ed imposte, elargisce incerti e sporadici pagamenti ai suoi creditori, non fornisce servizi d’interesse generale, favorisce la confusione e il conflitto sociale, alimenta la competizione tra i ceti più deboli, incarcera nei Cie i senza lavoro nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, consentendo di lucrare a chi gestisce tali centri. Questo genere di Stato, dove ex ministri smemorati si rimpallano le responsabilità delle vecchie trattative sul “papello”, dove carabinieri, poliziotti, agenti dei servizi d’intelligence, magistrati e giornalisti scomodi finiscono regolarmente ammazzati; dove i berlusconi e i berluschini fanno proseliti mentre ricattano Mario Monti là dove pensa di dare una spruzzatina di equità all’azione di governo; dove i banchieri, che acquistano pacchi di derivati tossici a danno dei piccoli azionisti, vengono liquidati profumatamente per cambiare poltrona; dove i convertiti alla luciana tengono sermoni di democrazia sull’utilità di dannose opere faraoniche e le finte opposizioni parlamentari appoggiano i governi dei “tecnici” clonati overland, non si corregge con l’indignazione manifestata nelle piazze, nelle valli, sui tetti, sulle gru o sui ponteggi di “Servizio Pubblico”. La lotta, che sia individuale o collettiva, se lotta deve essere, richiede qualche cosa di più per riscattarsi.

Antonio Bertinelli 12/3/2012

Nota:

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In nome della legge
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2012


Schiere di pensatori hanno discettato per secoli sul bene etico, sul potere e sulla valenza delle leggi. Nel 1830 il presidente Andrew Jackson convinse il Congresso americano ad approvare il cosiddetto "Indian Removal Act". Migliaia di indiani residenti ad est del Mississippi furono in tal modo costretti, sotto scorta militare, a migrare verso ovest. I Cherokee, che nel 1838 non avevano ancora ceduto al trasferimento, furono estromessi dalle loro terre con i fucili delle “giacche azzurre”. Gli Apaches, insieme alle tribù dei Sioux, dei Cheyenne e degli Arapaho, opposero una fiera resistenza all'esercito statunitense. I Chiricahua di Geronimo furono l'ultimo grande gruppo combattente di pellerossa. La loro lotta si concluse il 4 settembre 1886, quando il capo, rimasto con trentacinque guerrieri, decise di arrendersi. Geronimo dovette accettare e subire la carcerazione in Florida, con la promessa dei generali americani di poter fare presto ritorno in Arizona. Nel 1909 morì nella riserva dell’Oklahoma, praticamente prigioniero, senza poter più rivedere la sua terra. Tra il 1880 ed il 1890, come reazione al degrado delle condizioni di vita, tra le tribù occidentali nacque un’ondata di movimenti religiosi che invocavano l’aiuto divino. Gli agenti federali vietarono la danza degli spettri nelle riserve. Nel novembre del 1890 il commissario per gli affari indiani ordinò ai soldati di arrestare Toro Seduto, Grande Piede ed altri capi. Nei tafferugli che seguirono Toro Seduto venne ucciso. Duecento Sioux, guidati da Grande Piede, scapparono. I cinquecento cavalleggeri che partirono al loro inseguimento costrinsero i fuggitivi a rientrare nella riserva. Mentre venivano perquisiti in cerca di armi alcuni Sioux opposero resistenza. I soldati cominciarono a sparare e gli indiani cercarono di fuggire ancora una volta. Le “giacche azzurre” li inseguirono uccidendone centocinquanta, senza risparmiare donne e bambini. L’ultimo massacro della nazione indiana si consumò vicino al fiume Wounded Knee. Qualunque concezione etica prevede la nozione del bene e del male, idee correlate ora ad una visione religiosa, ora ad una visione laica. Come dimostrano l’eccidio dei nativi americani, quello recente del popolo libico, la primazia delle banche e delle multinazionali, la libera circolazione dei capitali, l'esistenza dei paradisi ficali, l'ingannevole maschera dell'Unione Europea, la trappola della moneta unica, il sistematico stupro dello Stato, lo smantellamento delle politiche sociali, le manovre finanziarie recessive, la devastazione dell'economia greca, il bombardamento finanziario dell’Italia, l’insediamento come primo ministro di uno dei maggiori vati del libero mercato, la bocciatura del referendum anti-porcellum da parte della Corte Costituzionale, non tutto quello che si definisce legittimo o conforme al diritto internazionale è in sintonia con l'insieme dei principi-guida del comportamento umano ritenuto prevalentemente equo e giusto. Max Weber individuò tre tipi di legittimità: quella tradizionale dell’Ancien Régime, quella carismatica basata sulla forza eroica di un leader e quella legale-razionale che poggia su ordinamenti statuiti. Le prime due sono state superate dalle vicende storiche, la terza mostra tutti i suoi vizi in quanto mera categoria giuridica, plasmabile dall’onnipotenza legislativa delle élites dominanti in perenne osmosi con marmaglie parlamentari, governi coatti e capi di Stato farlocchi. Il nostro apparato normativo è stato continuamente rivisto e corretto fino a renderlo socialmente esiziale e, nel migliore dei casi, inefficace sotto il profilo sanzionatorio del grande crimine. Se gli esecutivi del Cavaliere hano oltrepassato ogni limite, quelli precedenti e quelli successivi non si sono mai preoccupati di correre ai ripari. L'attuale ammucchiata parlamentare capitanata da Alfano-Berlusconi, Bersani e Casini sostiene Mario Monti, non ha nulla da eccepire sui conflitti d'interesse di questo governo. Chi mai ha fatto notare o si è opposto pubblicamente alle fulgide carriere, fatte a danno degli interessi nazionali, di tutti gli uomini targati Goldman Sachs? Dopo l'orgia neoliberista degli anni 90 rieccoci a subire provvedimenti analoghi a quelli che hanno contribuito a spingere il Paese verso il declino economico. Non esistono riscontri, sia in Italia che nel resto del mondo, sui vantaggi delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ottenuti da ceti popolari o medi. In realtà queste politiche, prese pari pari dal "Business & Economics Program" del Consiglio Atlantico, hanno soddisfatto, raramente e temporaneamente, l'esigenza di fare cassa per pagare qualche quota d'interessi sul debito pubblico. Nella generalità dei casi si sono rivelate vantaggiose solo per i detentori di grandi capitali. E' difficile credere che il giovane laureato privo di idonei mezzi finanziari potrà aprire la sua farmacia con il viatico del premier o che l'aumento del loro numero porterà alla diminuzione del prezzo dei farmaci. E' altrettanto improbabile ritenere che le banche e le assicurazioni possano entrare in concorrenza. E' fantascientifico pensare che i servizi forniti dai comuni o i trasporti ferroviari garantiti dalle regioni possano migliorare in seguito alle privatizzazioni. E' significativo che per l'assegnazione delle frequenze televisive attraverso il "beauty contest" si continui a prendere tempo. Nel “De Civitate Dei” Agostino d’Ippona già s’interrogava sulla legittimità del potere. Quando le leggi non rispondono al requisito dell'equità è lecito, in rapporto alle circostanze, desistere, resistere e combattere con ogni mezzo.

Antonio Bertinelli 20/1/2012     

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Quando il carnefice si traveste da cerusico
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2012


Dopo il blitz antievasori di Cortina sia l’apparato fiscale che Il governo Monti hanno tentato di rifarsi il maquillage. Con la legislazione societaria vigente Il fisco può perseguire inesorabilmente solo i piccoli contribuenti, Equitalia può continuare ad avvalersi di strumenti da usura legalizzata, l’esecutivo può lasciare intendere che le scelte per “mettere in sicurezza” i conti pubblici non siano profondamente classiste. I paradisi fiscali portano i capitali lontano dai governi e dalle relative tassazioni. Equitalia, sfruttando i dati personali di chiunque, può rilevare il conflitto d’interessi di un giudice sotto procedura ipotecaria ed impugnare una sua sentenza sfavorevole alla società. I suoi accertamenti sono esecutivi dopo sessanta giorni dalla notifica e riducono a zero le possibilità di difendersi per chi non può contare su grandi studi legali. Con la manovra finanziaria Mario Monti ha ritenuto “salvifico” colpire pensionati, pensionandi e contratti di lavoro; ha pensato bene di abrogare persino gli istituti dell'accertamento della dipendenza dell'infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell'equo indennizzo e della pensione privilegiata.  Ora, mentre plaude agli accertamenti fiscali sui ricchi in vacanza, che non andranno mai oltre la mera operazione di facciata, dopo aver spinto il Paese consapevolmente e scientemente sulla strada della recessione, sta passando alla cosiddetta fase due. Off course le parole d’ordine che ricorrono quando si dichiara di voler ridare fiato all’economia sono sempre le stesse: cartolarizzazioni, liberalizzazioni e privatizzazioni. In sostanza il cartolarizzare si traduce nel vendere agli amici ambiti patrimoni pubblici molto al di sotto del loro valore di mercato. Liberalizzazioni e privatizzazioni non sono sinonimi, ma gli argomenti a sostegno delle prime vengono usati anche per realizzare le seconde ed entrambe a danno degli interessi dei cittadini. La favola raccontata da “destra” e da “sinistra”, che vede in queste scelte la possibilità di avere prodotti o servizi migliori e meno costosi, le opportunità nazionali di competere e primeggiare sui mercati globali, sta preparando quel brodo di cottura in cui Monti finirà di cucinare l’Italia. Vale la pena di ricordare che Berlusconi ha ceduto il passo all’uomo delle banche quando i titoli Mediaset, sotto l’attacco speculativo capitanato da due fondi d’investimento statunitensi, sono crollati del 12% in un solo giorno. Gli integralisti come Monti non parlano mai di liberalizzazioni del settore bancario o di quello petrolifero, dimenticano che Il sistema infrastrutturale (aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade, ecc) è controllato da pochissimi operatori. La pubblicità ingannevole di cui gode il libero mercato è stata ripetutamente smentita dai fatti. Le dismissioni dei beni pubblici operate dai sicari dell’economia ingaggiati negli anni precedenti e posti nei governi hanno causato la diminuzione progressiva delle entrate statali, l’aumento dei prezzi, il peggioramento dei servizi, le opacità gestionali, il degrado delle condizioni di lavoro e l’aumento della disoccupazione, senza migliorare la capacità produttiva nazionale. In nessun paese dove sono state applicate le ricette neoliberiste miranti a smantellare soprattutto il monopolio pubblico è subentrata, se non in via transitoria, la concorrenza. In tutti i settori privatizzati o liberalizzati si sono succeduti momenti di concorrenza, velocemente seguiti dall'eliminazione dei soggetti più deboli, da un'ondata di fusioni, dalla costituzione di monopoli e cartelli privati, dalla riduzione della capacità di intervento pubblico, dalla cancellazione della mission di utilità collettiva, dall'estensione del campo del profitto. Non servono voli pindarici per rendersi conto che la liberalizzazione del commercio, illo tempore firmata da Pier Luigi Bersani, ha prodotto risultati diametralmente opposti a quelli dichiarati. “La rendita di posizione del negozietto a prezzi stratosferici non può essere difesa a scapito della pensionata sociale, dell'operaio che deve fare i conti col salario” fu uno dei tanti slogans adottati dagli apologeti del neoliberismo. Al dunque la capacità finanziaria dei grossi gruppi ha sbaragliato i piccoli esercenti fino a realizzare una distribuzione controllata da un ristretto oligopolio, senza vantaggi durevoli sul fronte dei prezzi e spesso con scadimento della qualità delle merci poste in vendita nei grandi centri commerciali. E’ veramente suggestivo affermare che la salvezza dell’economia italiana sarà garantita da un’ulteriore liberalizzazione della rete commerciale e dalla deregulation del servizio dei tassisti. Nei prossimi tre anni, secondo la Confesercenti, sommando la crisi alle nuove liberalizzazioni, chiuderanno ottantamila esercizi commerciali e si perderanno duecentoquarantamila posti di lavoro. Nel settore dei taxi è prevedibile l’ingresso di società in grado di fare concorrenza agli altri schiavizzando dei dipendenti senza tutele, falsare il mercato e poi sfruttare la propria posizione dominante. Mentre l’Italia, zerbino dell'Ue, a sua volta entità cuscinetto degli Usa, viene impallinata dai mercati l’aristocrazia del denaro e gli assidui della crapula a spese dell’interesse generale marciano allineati e coperti dietro il governatore che avrebbe dovuto far calare lo spread Btp-Bund.

Antonio Bertinelli 9/1/2012  

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Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
Dieci milioni di firme
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2011


Lui non demorde. Nei sapienti messaggi televisivi rivolti agli Italiani ha infatti dichiarato che i magistrati di Milano non sono competenti a giudicarlo ed i Pm che hanno osato indagare vanno puniti. Il tutto è frutto di un complotto comunista sostenuto dalle toghe rosse e finalizzato a sovvertire il voto popolare, dunque, per quanto lo riguarda, la faccenda è chiusa. Gli ascari del premier denunciano una violazione costituzionale ed analogamente fanno i suoi oppositori. I cittadini finiscono nel polverone mediatico, la manipolazione del linguaggio ne induce un buon numero a perdere di vista i fatti, a confonderli con le opinioni e a mettere sullo stesso piano le argomentazioni dei diversi contendenti scesi in campo. Non è da escludere che, sollevando un conflitto di competenza davanti alla Consulta, anche questa volta le sorti politiche del Paese rimarranno legate all’”invincibilità” del sultano. Ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni e due depenalizzazioni ope legis, è ancora imputato in tre processi, di cui almeno uno sarebbe arrivato a sentenza senza l’approvazione di norme scritte ad hoc, ma la sua fedina penale è rimasta del tutto candida. Non basta “incoraggiare” i magistrati a perseguire il reo, peraltro doverosamente, ma sarebbe opportuno riflettere sulla tipologia dei tanti personaggi che occupano le istituzioni mortificandole, senza saltare a piè pari l’individuazione delle responsabilità che accomunano un pò tutti. Ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Nicola Cosentino, deputato Pdl, contro l'ordinanza di custodia in carcere. Francesco Maria Orsi, consigliere Pdl al Comune di Roma con delega al Decoro, è finito sotto indagine per riciclaggio, corruzione e cessione di sostanze stupefacenti durante alcuni incontri con prostitute. A nessuno dei due, così come alla maggior parte dei politici inquisiti, è saltato mai per la testa di dimettersi. Corruzione, concussione, ricatto, abuso d’ufficio, falsi contabili, riciclaggio, evasione fiscale e tanti altri illeciti tipici della “casta” sono semplicemente fisiologici. Fazioni criminali e istituzioni vivono da anni in perfetta simbiosi. Potrebbe sembrare pleonastico evidenziare che affari e politica si associano in reciprocità d’interessi. Il premier, grazie alla strada spianatagli dai finanziatori di Milano 2, da B. Craxi e da tutti i suoi successivi emuli, non solo ha potuto spaziare in diversi rami dell’imprenditoria, incluso quello bancario, ma incamera ingenti utili grazie alla posizione dominante che occupa in campo televisivo, pubblicitario ed editoriale. Anche in considerazione delle sue pendenze giudiziarie, passate, presenti e future, più facili da fronteggiare come capo dell’esecutivo, non è pensabile che si faccia da parte su pressione di una campagna moralizzatrice o che accetti di sottostare ad un processo. Agire per spurgare la fogna italica è doveroso. C’è da chiedersi se forse non sia già tardi e sicuramente non si può pretendere che la Magistratura, approfittando delle debolezze del boss, riesca a togliere le castagne dal fuoco ai corresponsabili di questo degrado. Probabilmente parte del fronte di liberazione antiberlusconiano vuole solo cambiare cavallo, ma lo vuole comunque funzionale al suo sistema di potere. Non essendo in grado di formare un blocco monolitico per correggere gli errori del passato e per abbattere politicamente il drago si affida all’indignazione e spera nei suoi passi falsi. L’impenitente seduttore ha sempre mentito, è testardo, recidivo e sfrontato. Il sistema paese ha favorito il berlusconismo, ha pervertito l’etica comune del cittadino medio, lo ha reso indifferente o rassegnato alle oscenità, alle angherie e al disprezzo della legge da parte dei propri rappresentanti istituzionali. In attesa che S. Berlusconi si lasci processare rinunciando ai suggerimenti dei suoi giureconsulti o che vada a casa dopo che P.L. Bersani avrà raccolto dieci milioni di firme, non si può che constatare l’assenza di un idoneo progetto politico da parte delle “opposizioni”. Nessuno sembra far caso che la saga del bunga bunga si alimenta anche con ragazze senza futuro. Giovani donne che anziché pretendere diritti si tolgono le mutande e chiedono soldi. In un Paese normale un’opposizione politica normale non avrebbe sperato di trarre vantaggio da procedimenti giudiziari il cui esito, come fino ad oggi dimostrato, lascia il tempo che trova. Il settimanale The Economist, dopo aver analizzato la vicenda di cui si sta occupando la Procura della Repubblica di Milano, ritiene che il Governo non possa più fare nulla per l'economia, che S. Berlusconi possa manovrare per andare alle elezioni e tenti di vincerle per distruggere definitivamente l'indipendenza della Magistratura. Avvedutezza e buona fede non avrebbero lasciato al gruppo Cir il quasi monopolio dell’opposizione. Grazie alla zona d’ombra frequentata da ectoplasmi politici, in primis quelli del Pd, è stato fatto scempio di libertà, democrazia, cultura, spettacolo, informazione, scuola, università, ricerca, equità e lavoro. Nella fiera della decadenza istituzionale la storia di Ruby Rubacuori meriterà pure un qualche risalto, ma al netto del "blitz militare", come è stata definita da un noto “incappucciato” l’ultima azione dei magistrati milanesi, resta il fatto che gli avversari del Pdl non hanno saputo costruire un’alternativa credibile per tentare quel riscatto collettivo del quale avremmo avuto bisogno per resettare i disastri fin qui accumulati. Fatti e misfatti di cui si sono resi protagonisti, mafiosi, politici, massoni, magistrati, maneggioni, poliziotti e carabinieri, per i quali troppo spesso i colpevoli non hanno pagato, tratteggiano al meglio la degenerazione della vita pubblica italiana. Tangentopoli, parentopoli e puttanopoli sono gli inevitabili corollari di un potere abietto oltre ogni immaginazione. Indigniamoci pure per il mercato dei corpi, per le puttane, per i lenoni, per i ruffiani e per il loro principe, ma ricordiamoci anche di tutto quello che è finito dietro i procaci glutei di una minorenne o del solito martirologio celebrato su Raiset e su qualche house horgan. Il Paese è in grave sofferenza economica, ma lunedì la Camera dei Deputati voterà il diciannovesimo finanziamento semestrale per la missione in Afghanistan, che costerà altri quattrocentodieci milioni di euro. A fronte di fantomatici investimenti, per adesso, i dipendenti della Fiat se ne vanno in cassa integrazione. Confindustria sta seguendo a ruota il metodo Marchionne. Nel quadro dei mercati aperti, i salari sono in discesa e puntano dritti a raggiungere presto il livello della sussistenza. L’Ue delle oligarchie ci strangola e nel contempo si oppone ad una riforma bancaria del tipo Glass-Steagall. Il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati. E’ penoso assistere al declino di un uomo che non accetta regole ed ancor meno quelle imposte dal trascorrere del tempo. È intollerabile il modo con cui continua a sodomizzare l’Italia, ma è altrettanto intollerabile il laido trasversalismo di quelli che, avendone l’opportunità, abusano del deretano di tutti gli Italiani.

Antonio Bertinelli 21/1/2011   
Non sempre ai tuoni segue la pioggia
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2010


Il potere è facoltà di disporre della libertà altrui, di influenzare, controllare, guidare la vita di una comunità politica attraverso una mescolanza variabile di strumenti, compresi quelli coercitivi e non ultimi quelli mediatici. Il potere, da sempre, si presenta come possibilità di dominio. L'identificazione di potere e ingiustizia permette a Trasimaco di sostenere che l'ingiusto, essendo forte, è in grado di sopraffare i giusti e quindi di trarne vantaggio anche attraverso la produzione normativa. In questa società del possesso dove i valori tradizionali, se mai chiamati in causa, sono sbandierati per ingannare il prossimo, i camaleonti hanno buon gioco. Con i governi avvicendatisi dopo Tangentopoli il vecchio padrone delle ferriere, anche se con tecniche maggiormente sofisticate rispetto a quelle del passato, è tornato più forte di prima. Imbaldanziti dalle innovazioni in materia giuslavoristica e dal clima politico di questi ultimi anni, i grandi prenditori dettano legge. La vicenda dei tre operai della Fiat licenziati e reintegrati non è unica. Ci sono stati tanti altri casi dove quanto stabilito dal giudice non ha sortito l’effetto sperato perché le aziende hanno scorporato il ramo interessato dalla sentenza o hanno cambiato ragione sociale. Nel caso di Sergio Marchionne si presenta una situazione più articolata. Alle spalle dell’a. d. della Fiat c’è  la Philip Morris, multinazionale statunitense dai poliedrici interessi commerciali, che è tra quelle più beneficiate dalle privatizzazioni serbe seguite allo smantellamento della vecchia Jugoslavia. Figuriamoci quanto possono ormai incidere i politici italiani sulle scelte tattiche di certi colossi. Visto fin dove siamo arrivati, accantonando gli ideali dietro cui non è facile nascondersi dopo tanti anni di fiancheggiamento, ci sorge spontaneo chiedersi come mai Gianfranco Fini abbia rotto con il Pdl e lo ha abbia fatto solo ultimamente. Ormai oltre che tra i governanti il marcio è nello stesso spirito delle leggi. Ci sono norme che attaccano il mondo del lavoro, che riducono la trasparenza, che mortificano il libero mercato e la capacità imprenditoriale; che vanificano la concorrenza, che promuovono la formazione di cartelli e di consorterie varie, spesso vere e proprie associazioni a delinquere. Poi ci sono quelle nate esclusivamente ad usum domini. Dopo aver subito le varie “riforme della Giustizia”, la legge non è più uguale per tutti e lo sarà sempre di meno. C’erano una volta la maggioranza che “governava” e l’opposizione che “controllava”. Ora esistono il partito del fare e poi tutti gli altri, a volte in ordine sparso ed altre volte uniti nel malaffare coltivato e promosso da lobbies nazionali ed internazionali. Parafrasando Giorgio Bocca non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile che la disonestà al potere. Ed allora perché, mentre tutti gli altri reggono il sacco ben sapendo che se cade il boss finisce il banchetto, i finiani sembrano intenzionati a rompere il sodalizio? Uno dei molti problemi dell’Italia, peraltro già indebolita come Paese della Ue, dall’euro e dalla globalizzazione, non è tanto stabilire chi si candiderà alla successione di Silvio Berlusconi ma è quello di trovare i modi per sconfiggere il disegno di sovvertire il suo assetto costituzionale e le opportunità per sganciarsi dal new world order. Tutte le operazioni del capitalismo transnazionale, che sono parte integrante del Washington Consensus, stanno dividendo il pianeta come una torta ed anche noi ne stiamo pagando gli esiti. Lo sanno sia G. Tremonti che P.L. Bersani, ma non ne parlano. Sinistra e destra, fittiziamente contrapposte, sono fuse con i programmi e con le strategie affaristiche sia di Confindustria, sia quelle d’impronta anglo-americana che hanno visto i prezzi dell’oro quadruplicare rispetto al 2001. L’Italia è diventata il far west delle “libertà” dove alle scorrerie dei berluscones si sono aggiunte persino quelle di Mu'ammar Gheddafi, che adesso vuole arrivare a detenere il 10% dell’Eni. Come sanno bene certi intraprendenti pugliesi e come sanno anche i cattolici di C.L. i soldi non puzzano, gli affari non conoscono confini o colori di partito. Nel Pd odierno si fa appena cenno alla situazione economica, all’impoverimento dei cittadini alla débàcle del sistema produttivo e alle speculazioni. Gli ex aennini hanno votato tutte le leggi che sono serviti al capo e ai suoi sodali. Parlare di legalità solo oggi è davvero un fatto curioso. Può e vuole Fini realizzare un blocco politico-sociale a presidio della Repubblica? Diversi fatti ci portano a pensare che dietro ai finiani ci siano interessi mossi da Wall Street, dalla City e dalla Commissione Europea. Niente di nuovo sotto il sole. Difficile immaginare che a questi tuoni segua la pioggia. Abbiamo visto Massimo D’Alema spianare la strada all’impero mediatico di Berlusconi, abbiamo visto conferire ad Emma Bonino  l’Open Society Prize di George Soros, abbiamo visto Fini insignito della Menorah d’Oro, abbiamo visto celebri arrampicatori nominati Gentiluomini di Sua Santità. Oggi spezziamo una lancia in favore della piazza per un’Italia che vuole rinascere dalle macerie, e non solo quelle dei terremoti, sotto cui è stata sepolta.

Antonio Bertinelli 30/8/2010

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Anamnesi, diagnosi, prognosi
post pubblicato in diario, il 5 agosto 2010


Negli Stati Uniti, nel corso del 2010, subissate dal peso dei debiti, sono fallite oltre cento piccole banche, che vanno ad aggiungersi alle centoquaranta dell’anno scorso. Mentre il futuro dei colossi bancari e delle multinazionali appare sempre più ricco di promesse, il default dei piccoli istituti e delle piccole imprese graverà su tutti gli Americani. I conti federali si stanno deteriorando a vista d’occhio e il debito Usa ha raggiunto cifre stratosferiche. Le celebri “Big Six”, quelle che hanno dato origine al collasso del sistema, (Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan, Wells Fargo) posseggono un patrimonio pari al 60% del Pil statunitense e la politica non ha gli strumenti per limitarne il potere. La battaglia contro gli abusi e le frodi commesse ai danni dei cittadini dalle varie lobbies è del tutto impari. Il Segretario al Tesoro USA, che qualche mese fa, faceva fuoco e fiamme contro le grandi banche d’affari e i derivati, è stato costretto ad innestare la retromarcia. Ancor prima di vedere esportati nel mondo i loro modelli socio-economici e finanziari, gli Americani hanno pagato pegno alla minorità di uno Stato “privatizzato” anche nei comparti più delicati. Non esiste potere politico che sia oggi in grado di calcolare gli stanziamenti dedicati alla sicurezza e all’intelligence nazionale. La gigantesca macchina allestita all’uopo poggia su circa duemila organizzazioni private. Dice l’ex generale John R. Vinces :”La complessità del sistema è indescrivibile. Ne consegue che non è possibile sapere se il Paese è più sicuro e se tutti questi soldi servono a qualcosa”. Sia il Ministro della Difesa che il Direttore della Cia ammettono che in questo settore esistono più persone sensibili agli interessi degli azionisti che a quelli degli Usa. Attraverso la raccolta capillare di dati, si sta creando, anche con la complicità delle oligarchie europee, un campo di prigionia elettronica globale. Si sta organizzando progressivamente un super-stato delle corporations, con perdita delle principali libertà civili e con i vari governi nazionali del tutto subordinati al grande business. L’Italia fa parte di questo universo sistemico e ruota attorno al sole gassoso del nuovo ordine mondiale, che non persegue di certo una maggiore equità sociale. Il suo indebitamento non è un epifenomeno dell’economia reale, ma è il risultato di governi che hanno ceduto la sovranità monetaria nazionale, hanno dilapidato e svenduto le risorse comuni mettendo tutto sul conto di Pantalone. Ora ai danni prodotti dal berlusconismo si aggiunge infine l’insostenibilità del disavanzo. Per contenere il deficit pubblico, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto recentemente approvare dal Parlamento magiaro una legge che impone alle banche, alle compagnie assicurative e ad altri istituti finanziari una tassa sugli utili. Orban ha ritenuto giusto agire nell’interesse del Paese senza sottomettersi all’incipit degli organi di controllo internazionali, che impiegano le attività finanziarie e i ricatti come un manganello per tenere allineati gli Stati europei sotto la “vigilanza” delle strategie geopolitiche-economiche di marca statunitense. Forse, tassando certi istituti anziché tappare le falle con il denaro dei cittadini, l’Ungheria sta giocando col fuoco, ma questa scelta in Italia non è neanche lontanamente ipotizzabile. Noi abbiamo una consolidata tradizione di intrecci tra mafie, politica e massoneria deviata (?) che hanno pervaso tutti i gangli dello Stato. La corruzione è diventata endemica e il vampirismo esercitato tramite le cariche politiche coinvolge quasi tutte le formazioni partitiche. Queste, solo per il “servizio” prestato in forza alla seconda Repubblica, hanno immesso nei loro forzieri tre miliardi di euro pagati dai cittadini. I recenti scandali dei “quattro pensionati sfigati” rappresentano la linea di continuità di quel potere tanto antico quanto attuale che continua ad incombere sull’Italia di Silvio Berlusconi. Non mancano sicuramente altre oscenità per offrire spunti di discussione a chi ventila o desidera un avvicendamento dei governanti. Ma chi dovrebbe subentrare? In questo film non “arrivano i nostri”. Basti pensare alle parole di Pierluigi Bersani, (meglio Giulio Tremonti che una crisi), per fotografare le chances offerte al Paese da chi rappresenta il maggiore partito di “opposizione”. Un Pd che, non organizzando una resistenza di massa e non sostenendo una mobilitazione permanente, un Pd che insegue l’agenda dettata dal premier e dai suoi sodali usando il loro stesso linguaggio, appare persino incapace di recitare degnamente la parte assegnatagli nella commedia politica italiana. La precarietà giovanile, la disoccupazione crescente e la destabilizzazione economica, esplose dopo la convinta adesione al capitalismo globale, non sono imputabili solo al centro-destra che, pur oltrepassando ogni limite di decenza nella gestione della Cosa Pubblica, ha potuto contare per anni su una miriade di organiche complicità trasversali. Anche se il mondo politico nazionale è entrato ultimamente in fibrillazione, non esistono gli uomini né le condizioni per uscire dalla trappola del mondialismo economico-finanziario e per ricucire il tessuto sociale lacerato dal berlusconismo. Non crediamo ai miracoli di futuribili governi tecnici, peraltro già sperimentati nel passato, ed è difficile che le forze migliori della Società Civile possano organizzare una resistenza idonea ad ottenere una trasformazione dello status quo. Anche Barak Obama, accreditato come eroe del cambiamento, pur essendo riuscito a far passare qualche piccola riforma, ha finito per riallacciarsi agli schemi della consueta politica, fatta di compromessi con i poteri forti, di accordi sottobanco e di promesse non mantenute. L’Obama delle speranze democratiche, dunque, non è lo stesso che ha dovuto e deve misurarsi con la geoeconomia americana. Il deturpato contesto italiano, quello che, solo per limitarci all’ultimo squallido episodio, ha visto nominare i nuovi membri del Csm seguendo ancora una volta solo logiche funzionali alla “casta”, non offre alcuna possibilità di rigenerazione. Purtroppo i virgulti sani del dissenso non dispongono di quel terreno fertile necessario per trasformarsi velocemente in solidi alberi e così fruttare per il recupero della Democrazia. Senza voler scoraggiare chi tenta di coordinare un’opposizione reale e senza rinunciare a qualunque forma di protesta possa nascere dalla Società Civile, ci sembra che per sfuggire a questo deserto valoriale esistano ormai soltanto due opzioni. Chi ne ha l’opportunità potrebbe andarsene all’estero, chi non può stabilirsi altrove dovrebbe rimodellare il proprio stile di vita magari partecipando alla costituzione di piccole comunità, radicate sul territorio e protese a raggiungere la totale indipendenza dal sistema.

Antonio Bertinelli 5/8/2010
Numquam est cum potente societas
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2010


B. Obama garantisce che il trasferimento dei dati bancari europei alle autorità americane aiuterà tutti ad essere meglio protetti dalla minaccia terroristica a cui debbono far fronte sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti. Noi invece riteniamo che i cittadini debbano difendersi con ogni mezzo dai burattinai della politica sovranazionale e segnatamente dai protagonisti di quella interna, che, a datare dal 1992, con la privatizzazione/svendita degli Istituti di Credito e degli Enti Pubblici, hanno ceduto sostanzialmente la sovranità nazionale. Per evitare che, prima o poi, la Magistratura potesse intervenire in base al codice penale (art. n. 241: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo”; art. n. 283: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”) il Parlamento ha approvato la legge 85/2006. Con tale norma le figure di attentato allo Stato e alle forme di Governo diventano punibili solo se si ricorre ad atti violenti. In tutti gli altri casi, come quelli succedutisi negli anni, non si paga pena. Per la cronaca va detto che il Ddl S3538, da cui prende origine la legge citata, è stato presentato dalla leghista C. Lussana e varato dal Berlusconi III. Se si analizzano la genesi e la “mutazione” della Lega Nord, se si guarda alla storia e al club privé di cui è membro il primo ministro si comprende perché ad alcuni il dettato costituzionale faccia venire l’orticaria. Anche i governi del centro-sinistra, pur vedendo fallire il programma della commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da M. D’Alema, hanno compiuto i loro “misfatti”. Hanno impresso una svolta alla politica militare partecipando sistematicamente ad interventi in terra straniera, hanno realizzato il record mondiale delle privatizzazioni, ci hanno fatto pagare salatamene l’ingresso nell’euro, hanno fatto tornare in auge il manganello, come ai tempi di Mussolini, di Scelba e di Craxi, hanno inferto colpi allo Stato Sociale e alle pensioni, hanno restaurato il finanziamento pubblico ai partiti ed hanno dato vita alla “liberalizzazione” del mercato del lavoro. Per pudore difficilmente si cita M. Biagi e, quando si parla di lavoro precario, in genere si parla di legge 30/2003. Poi si imputa al Governo Berlusconi II la colpa di aver snaturato il progetto del giuslavorista assassinato. Ad onor del vero va detto che Biagi fu il tecnico prediletto dalla Confindustria, che durante i governi del centro-sinistra fu l’artefice dello smantellamento del collocamento pubblico e il grande suggeritore del “pacchetto Treu”, che ha introdotto la flessibilità, i contratti d'area, i contrattti territoriali, il lavoro interinale, insomma tutte quelle forme di lavoro supersfruttato, sottopagato e affatto tutelato. I decreti attuativi della legge Biagi sono stati approvati agli inizi del 2004 e dunque ricadono tra i provvedimenti presi dal centro-destra, ma gli attacchi alla stabilità e alla remunerazione del lavoro erano cominciati sotto il Governo Prodi con la legge 196/1997. Il Paese di oggi, quello che da ultimo fa registrare 3700 nuovi licenziamenti Telecom, porta le ferite inferte dall’intera “casta”, deve difendersi da chi gestisce gli affari propri: procedimenti giudiziari, incarichi plurimi nei consigli di amministrazione, ruoli di spicco, prebende e poteri; deve guardarsi dagli eurocrati, dall’imperialismo bancario, dal mercato globale e, in sovrappiù, dalle insane mire di un dispotismo sempre meno strisciante. Le finanze dello Stato traballano, l’ombra della P2 continua ad estendersi sull’Italia insulare e peninsulare, la pattuglia dei magistrati “imprudenti” si assottiglia sempre di più e la residuale informazione libera è prossima alla celebrazione di un requiem. Le manovre di riavvicinamento a Casini tranquillizzano tanto quanto possono tranquillizzare i rari sussulti del buon Bersani o le sacrosante rampogne della Perina. Se le qualità morali dei predecessori non erano eccelse, quelle che dimostrano i modern days kings sono conclamatamente infime. Siamo alla mercè di un regime basato sulle cialtronate assunte a presidio della propria attendibilità dove, da un lato, si esercita la “vendetta antiproletaria” e, dall’atro, si consente il facile arricchimento di evasori, faccendieri, finanzieri ed altre cricche sintoniche. L’attuale Governo, le cui politiche sono prive di qualsiasi presupposto liberista e liberale, dispone di una maggioranza parlamentare che risulta essere la più numerosa dell’intera storia repubblicana e non può prendersela ora con questo, ora con quello se non è riuscito a svolgere alcunchè di efficace per gli Italiani. Nello sciorinare patacche propagandistiche il premier dimostra il suo disinteresse nel fare riforme utili ai cittadini e manifesta la sua ossessione per ottenere il pieno comando in campo militare, civile, politico ed economico. Il tutto senza i controlli di poteri indipendenti e men che meno di quello esercitatile dalla Tv, dai giornali e dal web. Chi guarda con sconcerto al Pd e alla sua insipienza dovrebbe cominciare a chiedersi la ragione per cui un intero gruppo dirigente ha occhi solo per il proprio ombelico. Il vero problema non è tanto in quante greppie attingano i governanti e quanto mangino, ma è la loro capacità di amministrare nell’interesse comune, e questa ha difettato sia a sinistra che a destra. Alla vecchia e consueta situazione di vassallaggio nei confronti degli Usa, si è aggiunta quella “imposta” dal Trattato di Lisbona e quella voluta dai globalizzatori. La predazione della Cosa Pubblica e l’autoreferenzialità del sistema politico ha concluso l’opera di distruzione di un’Italia dalle tante e ormai dimenticate eccellenze. Il Paese “migliore” è senz’altro maggioranza, ma segue percorsi carsici e trova difficoltà ad emergere per esternare tutta la sua rabbia nei confronti di chi si arroga il diritto di rappresentarlo fuori e dentro i confini nazionali.

Antonio Bertinelli 10/7/2010    


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Deficit di rappresentanza
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2010


I discorsi altisonanti di questi giorni mal si conciliano con la storiografia delle vicende precedenti e susseguenti l’unità d’Italia. Da sempre si glissa sui saccheggi e sulle violenze di alcuni garibaldini; si tace sulle sanguinose repressioni siciliane di Biancavilla, di Cesarò, di Randazzo, di Maletto e di Bronte, dove per mano di Nino Bixio si è compiuta una strage; si stende una coltre di silenzio sulle decine di migliaia di morti che in Campania si opposero all’occupazione piemontese e sui crimini perpetrati dall’esercito sabaudo. Il passato dell’Italia, prima scissa in regni e signorie, poi unita definitivamente nel 1870, quel passato che non indulge alla retorica, contribuisce a spiegare l’atavica sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, i modi di arrangiarsi per difendersi dai suoi sgherri e dalla sue angherie, la diffusa predisposizione dei grimpeurs ad uscire in fretta dalle fila dei vinti. Nel Paese delle camarille e delle cordate, dove i demeriti non sono affatto un handicap, ci si colloca prevalentemente per chiamata diretta. Per quanto il concetto di meritocrazia vada preso con le molle se non consente a tutti di affrancarsi dall’ineguaglianza e dalla limitatezza delle opportunità, bisogna riconoscere che, prescindendo dal possesso di particolari doti, non potrà mai nascere un’appropriata classe di policy makers, di leaders, di managers della Pubblica Amministrazione e persino di azionisti capaci di guidare le imprese di famiglia. Quasi ovunque, e segnatamente in ambito politico, l’accesso è regolato per cooptazione. Un costume che, se da una parte assicura la continuità delle linee di comando e delle solite compagnie di giro, dall’altra blocca il ricambio delle élites dirigenziali, fa mancare aria alle nuove idee ed impedisce qualunque forma di evoluzione. Va inquadrato in questa logica anche il “sabotaggio” delle primarie nello statuto del Pd, che causa il cruccio della base e per cui, da alcuni giorni, si duole sul blog Alessandro Gilioli, arrivando a definire doroteo lo statement di Pierluigi Bersani. Vorremo ricordare a tutti quelli che pungolano i capi di un partito liquido, comunque lontano dalle aspettative dei suoi simpatizzanti, che un sistema di traguardi e di valutazioni oggettive, misurabili, paragonabili ed equiparate non è funzionale ad un aggregato politico migrante verso una qualunque forma di potere. Chi guida più o meno palesemente la navigazione del Pd non è sicuramente un minus habens. Conosce perfettamente l’architettura istituzionale e sa bene che, offrendo i suoi servigi per riorganizzare i poteri fondamentali dello Stato, così come pretende il monarca, contribuisce fattivamente al crollo dell’intero edificio. Chi briga dietro le quinte non si cura più di dissimulare la montatura cinematografica con cui ha ingannato per anni l’elettorato. Ritiene che, per rimanere in sella, debba ostacolare ogni forma di trasparenza e modellarsi sul magma caotico che da molto tempo attanaglia l’Italia. Nessun evento sembra utile per unire le forze dell’opposizione e lo stato generale dei media, mai scaduto a livelli così infimi, contribuisce a tenere sotto anestesia gli Italiani. Qualche giorno fa si è concluso a Palermo il processo Hiram, che ha visto coinvolti colletti bianchi, mafiosi, massoni e faccendieri interconnessi, tra l’altro, anche per pilotare determinati procedimenti in Cassazione. Storia con poche luci e molte ombre praticamente ignorata da tutti i giornali. Gioacchino Genchi, gia brillante funzionario di Polizia, stritolato oggi da un ingranaggio messo in moto dopo le dirompenti inchieste avviate da Luigi De Magistris, conduce solitariamente una battaglia contro coloro che hanno in spregio lo Stato di Diritto. Il poderoso lavoro (confluito in ottocento faldoni) svolto dal procuratore Agostino Cordova con le indagini di “mani segrete” è finito a suo tempo nel nulla. Sono note le recenti traversie dell’inchiesta “why not”. Grembiuli e compassi, simboli di arti e mestieri ormai desueti, spuntano periodicamente in tutte quelle confuse storie giudiziali che riguardano accordi o affari definiti con il partenariato di mafie, servizi segreti e grand commis. Il filo conduttore che collega pezzi di Stato e poteri oscuri non ha mai conosciuto soluzioni di continuità. Anche le vicissitudini di Ferdinando Imposimato, costretto a lasciare la Magistratura insieme alle inchieste sulla banda della Magliana e sulla strage di via Fani, sono a confermarlo. La corruzione dei governi, le intercettazioni abusive e i ricatti fondati sulle fragilità personali sono una costante nella vita politica ed economica italiana. In questo ultimo quindicennio si sono perfezionati gli strumenti ed è aumentata la spregiudicatezza. Gli ex “compagni” che hanno imparato presto a veleggiare tra le pericolose secche del potere senza arenarsi non amano la democrazia partecipata. Sanno bene che le elezioni primarie della dirigenza, così come la revisione del “porcellum” elettorale, possono mettere in discussione qualunque leadership. Se non ci si sente sicuri, e dubitiamo che i trascorsi di certi personaggi possano contribuire a rassicurarli, è meglio non rischiare l’avvento del nuovo. Bersani, prevedibile latore di un déjà vu, prigioniero di un apparato arrugginito, non può cedere al sentimentalismo e così finisce per entrare nei panni della Sibilla.

 

Antonio Bertinelli 13/5/2010


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