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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

Vite a perdere
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2010


I suicidi per motivi di lavoro occupano sempre più frequentemente le cronache locali. C’è chi si impicca, chi si da fuoco e chi si lancia da un terrazzo. Anche se i giornali ed i tg osservano il silenzio strutturale instaurato dal berlusconismo, c’è in atto un fenomeno indotto dalla crisi economica che vede soccombere un dark number di uomini, prevalentemente giovani. Si tolgono la vita operai, artigiani, piccoli imprenditori e persino brillanti laureati alla vana ricerca di una collocazione dignitosa. Ogni vicenda lascia un grande senso di smarrimento ed induce a riflettere sui dilanianti percorsi interiori che spingono alcuni a questo gesto estremo. Qualche giorno fa, a Palermo, Norman si è lanciato dal settimo piano della facoltà di lettere. Se fosse stato il rampollo di un “potente”, senza che qualcuno ne valutasse i meriti, si sarebbe certamente sistemato nell’Ateneo dove stava svolgendo il suo dottorato di ricerca e comunque non avrebbe avuto sorte peggiore di una qualunque trota padana. A lui è stato accordato l’“onore” di finire sulla prima pagina di un quotidiano, le altre vittime dell’epidemia silente passano per lo più inosservate. La sua morte raggela come tutte le altre, ma ad essa, a meno che non si tratti di un refuso tipografico, si aggiunge un particolare degno di nota. Il papà di Norman, giornalista, che aveva tentato invano di trovargli un’occupazione, versava circa un quarto dei suoi emolumenti mensili ai politici per i quali lavorava. C’è già chi asserisce che i suoi bonifici erano effettuati su base volontaria. Banditismo e potere si intrecciano mentre la prassi politica imperante ci sta persuadendo nell’accettare che i governanti possano prevaricare finanche con il crisma della legalità. L’assetto mediatico del regime ha lentamente cambiato la forma mentis e l’immaginario collettivo tanto che, per dirla con Giovenale, in cambio del suoi misfatti, c’è chi ha avuto la corona anziché la forca. Coloro che non vogliono essere complici subiscono le estorsioni della “casta”, pagano pegno al turpe lucrum di chi non governa ma comanda ed assistono impotenti al collasso complessivo dell’Italia. La doppiezza, l'insolenza, la grettezza e l’egoismo sono le peculiarità della nuova classe dirigente. Quando esisteva sia la sanzione sociale che la certezza della pena, la collaborazione fra criminalità organizzata e politica era episodica e dissimulata, oggi è regola generale ed è esplicita. Mentre c’è chi vede traballare le sicurezze minime e finisce magari per ammazzarsi, gli alfieri delle libertà soffocano quotidianamente quelle dei cittadini, esercitano le loro fino all’arbitrio, reclamando per di più il diritto di non rendere conto a nessuno. Il loro primo nemico sono le leggi, ora “manettare”, ora “ingiuste”, ora “antiquate”. Gradiscono quelle che offrono impunità per il white collar crime, che consentono di precarizzare il lavoro, di schiavizzarlo o di farlo scomparire dal già ristretto orizzonte dei giovani. Va riconosciuta maggiore onestà intellettuale ad alcuni farabutti dichiarati che a certi sociopatici con incarichi istituzionali. Al Capone affermò che prima di entrare nel racket non immaginava quanti imbroglioni vestivano elegantemente e si atteggiavano a galantuomini pur arricchendosi con affari sporchi. Va da se che denaro e potere siano tra loro in perfetta osmosi, a volte fino a modificare il corso della storia. Il Duca di Wellington non avrebbe potuto pagare l’esercito impiegato nella battaglia di Waterloo senza l’aiuto dei Rothschild, la cui banca, dopo la disfatta napoleonica, ottenne il contratto per il pagamento dei tributi agli alleati della settima coalizione antibonapartista. Le rivolte e le rivoluzioni hanno sempre fatto da catalizzatori di ideali, poi magari, come quella francese, hanno contribuito più all’arricchimento di qualche decina di famiglie che al riscatto dei sans culottes. La “rivoluzione” italiana, iniziata con Tangentopoli, grazie anche al “Mattarellum” e al “Porcellum”, ha visto invece una masnada di tagliaborse immergersi in un’orgia di potere spingendo il Paese alla deriva economica e sociale. In tale contesto il lavoro è diventato uno dei fattori d’impresa, subordinato anche alla logica della globalizzazione per cui i disoccupati sono solo un fastidioso danno collaterale. Le citate leggi elettorali e la diffusa vocazione dinastica hanno assicurato l’impermeabilità e la separatezza delle classi dominanti. C’è insomma spazio e possibilità di adeguate sistemazioni per chi ha le aderenze giuste, per i “figli di” e per quelli di puttana. Gli altri, quelli che non vogliono entrare nella filibusta o soggiacere alle sue regole, restano al palo, retrocedono, emigrano o tolgono il disturbo suicidandosi. Il disagio e la solitudine, anche se hanno il pudore di nascondersi, sono in vertiginosa ascesa. Il circuito perverso della cooptazione, in antitesi ai principi di equità e giustizia, ha lavorato in profondità ed è ormaii potenzialmente dirompente. Fino ad oggi il darwinismo sociale made in Usa, con la conseguente mercificazione dei mondi vitali e dell'habitat culturale, è stato garantito con la contraffazione televisiva e con il sovvertimento delle funzioni istituzionali. Quanto potrà allargarsi ancora la forbice tra dominanti e dominati senza portare conseguenze esiziali anche per i primi? Il diritto inalienabile di poter vivere decorosamente e la possibilità di provvedere con il lavoro a se stessi e alla propria famiglia sono aspetti importanti sia per il benessere psico-fisico della persona che per una convivenza civile degna di essere definita tale. In Veneto, là dove furoreggiano il nepotismo e le truffe sotto le insegne del Carroccio, la Cig sta per finire e ottantunomila lavoratori rischiano di finire sul lastrico. Nel profondo Nord “Roma ladrona” opera da anni in franchising. L’odioso sfruttamento ed ancor più la disoccupazione portano alla sindrome d’invisibilità, da cui prendono origine la diaspora dei talenti, la spinta al suicidio, l’apatia o le insurrezioni. Norman, come tanti altri che lo hanno preceduto, è soprattutto vittima di un sistema di potere che uccide, già nella culla, ogni speranza.

Antonio Bertinelli 17/9/2010
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