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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Après le Royaume de Silvio
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


Se Silvio abdicasse per godere altrove, e senza rischi di “persecuzioni giudiziarie”, i frutti del suo lavoro, quali prospettive si potrebbero aprire per l'Italia? L'ipotesi può aiutarci a fotografare gli orizzonti del dopo. Vogliamo addirittura indulgere all'ottimismo pensando che l'apparato normativo, modificato nel corso di un ventennio dall'intera casta, possa essere velocemente riscritto a misura di cittadino. Rimarrebbero le difficoltà connesse alla ricostruzione del tessuto socio-culturale e al destino del Paese, ormai sottomesso in gran parte ai governi ombra posti fuori e dentro i confini nazionali. Per quanto molti ritengano, da diversi punti di vista, che l’attuale esecutivo sia il più funesto dell’intera storia repubblicana, il suo divenire non lo si può certamente attribuire al fato. Il virus del berlusconismo ha potuto diffondersi perché ha trovato l’habitat favorevole. E’ fuori di dubbio che l’Italia abbia una sua disgraziata specificità per il radicamento delle mafie e per essere il Paese dei tanti misteri irrisolti, ma parte delle sue afflizioni sono comuni ad altre realtà geografiche, anch’esse finite sotto la frusta della globalizzazione, che ha visto persino l’impero sovietico post-comunista diventare preda di un capitalismo anarco-feudale, con annesse devastazioni del welfare. La maggioranza degli Italiani aspira ad una rivoluzione politica fuori dei soliti rituali di facciata, ma la questione si pone in tutta la sua problematicità anche quando si volge lo sguardo all’estero. Assodato che i cavalieri della tavola di Arcore non hanno fatto nulla di utile per i cittadini, c’è da chiedersi come ci si potrebbe liberare da quel giogo che travalica ormai tutti i governi occidentali. Se è prioritario restituire al Paese il rispetto per la Costituzione, e con esso il primato della legalità, non ci si può esimere dal volare un po’ più in alto. Dopo il disastro aereo di Smolensk, da quale cilindro è uscito il Presidente polacco Bronislaw Komorowski? Come mai Rafal Gawronski, il giornalista che stava indagando sull’incidente, a cui i Polacchi non credono, è stato imprigionato? Chi ha scelto Herman Van Ronpuy come primo Presidente del Consiglio Europeo? Accantoniamo l’ampollosità di certe domande, a cui nessun lobbista di Bruxelles vorrebbe rispondere, per passare ai fatti e quindi volgere lo sguardo a chi segna le sorti dei Popoli, senza che questi possano interferire nel processo decisionale. Il Presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, è già stato Governatore Supplente del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Mondiale. La Commissione Europea, motore legislativo principale dell’Unione, è composta da membri nominati dai vari governi nazionali secondo logiche “ad castam”. Su questo organo pressano attività di lobbying, svolte prevalentemente in zona grigia, che oggi annoverano oltre duemilacinquecento addetti. Va da se che l'uperari Brambilla lavori per pochi denari, che la Fiat e la Omsa decidano di spostare la produzione in Serbia, che il piccolo imprenditore venga strangolato dalle finanziarie e che i Paesi dell’Ue si trasformino in Stati di Polizia. Succede nelle banlieues francesi, qui da noi, come hanno sperimentato anche i terremotati abruzzesi, in Germania, dove qualche giorno fa la polizia, con l’impiego di canoni ad acqua, spray al pepe e manganelli, ha fermato migliaia di pacifisti, che cercavano di proteggere un parco pubblico dalle ruspe chiamate alla realizzazione del più grande progetto di infrastruttura europea, Stoccarda21. Sono stati feriti, alcuni gravemente, più di trecento dimostranti. Anche la Lega e G. Tremonti si sono dovuti convertire ob torto collo al verbo di Eurolandia. Non è semplice sottrarsi a quella sorta di New Deal imposto dal Fmi, dal Wto e dalla Bce. L’uomo nuovo della Provvidenza ha un feeling particolare con noti dittatori, antepone ai doveri di governo gli affari garantiti da questi rapporti preferenziali ed ovviamente non è avvezzo a mettersi nei panni della gente che si ritrova schiacciata da un’economia distorta prevalentemente dai poteri finanziari. Ma chi potrebbe “salvare” l’Italia? Chi potrebbe avere il coraggio e la forza per sganciarsi dalla locomotiva impazzita del mondialismo? Non certo i social-liberisti alla D’Alema & Co, che sono i principali complici delle privatizzazioni a basso realizzo, delle politiche di austerity e del golpe monetario. Il Presidente ecuadoregno, Rafael Correa, già nel 2008, aveva manifestato l’intenzione di non pagare gli oltre trenta milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Si giustificò dichiarando che il debito estero dell’Ecuador è di natura illegittima e quindi immorale. Nei giorni scorsi Correa ha rischiato di essere rovesciato da un colpo di Stato delle Forze di Polizia. La realtà supera la fiction ed il sogno infranto di Barak Obama sta lì a dimostrarlo. Probabilmente se la nonna materna non fosse stata un alto funzionario della Bank of Hawaii, un istituto utilizzato da varie società di copertura della CIA, e se lo stesso Obama non avesse lavorato a lungo per la Business International Corporation, l’uomo apparentemente più potente della Terra non avrebbe sperimentato la propria “minuzia” scontrandosi con la durezza di un governo che deve rendere conto a gruppi di potere come quello ispirato da Zbigniew Brezinsky. Obama è stato l’artefice di una piccola e discussa riforma sanitaria ed è riuscito a modificare alcune regole del sistema finanziario a vantaggio dei consumatori. Il fronte dei suoi insuccessi è molto più ampio. Accusato dal Wall Street Journal di “resuscitare le lotte di classe”, il suo pragmatismo lo ha portato a più miti consigli. Gli Usa, costretti in un polmone d'acciaio finanziario, continuano ad avere il tasso di povertà più alto del mondo con oltre cinquanta milioni di indigenti. Negli States più di cinque milioni di famiglie hanno perduto le loro case, tra disoccupati e sottoccupati, si contano trenta milioni di cittadini, esistono circa due milioni e trecentomila reclusi, ogni settimana apre una nuova prigione ed il Presidente, ostaggio del vecchio establishement (quello della finanza, di alcuni settori dell'industria energetica e delle nuove tecnologie, di un pezzo della Cia, di chi orbita intorno all'Fbi) ha dismesso il drappo del messia. Obama sta subendo l'assalto dei petrolieri contro le avanzate leggi ambientali della California, è stato indotto a predisporre gli strumenti per schedare e riconoscere gli immigrati attraverso il controllo dell'iride, su input delle strutture d’intelligence, la sua amministrazione sta lavorando per imporre a tutti i servizi di comunicazione online, compresi Blackberry, Skype e Facebook, di collaborare con le autorità, creando un software in grado di intercettare l'utente e leggerne tutti i messaggi, anche quelli criptati. Il recente esodo dei consiglieri filoisraeliani dalla Casa Bianca non è poi un presagio da sottovalutare. Non ci è dato di conoscere se l’elezione di Obama sia stato un esperimento di laboratorio stile Bilderberg, insieme al dubbio, ottimo diserbante per estirpare la gramigna di qualunque pseudo-democrazia, resta il fatto che le sue capacità d’incidere realmente a favore di una popolazione da anni sotto il tacco delle banche e dei loro eserciti sono veramente modeste. Se l’Italia si liberasse oggi delle mafie e del berlusconismo chi potrebbe aggiustare i danni economici di un dollaro così svalutato da sbarrare il passo indefinitamente alle nostre industrie e alle nostre esportazioni? Chi potrebbe liberarci dagli usurai dell’enorme debito pubblico? All'inizio del Rinascimento le banche genovesi iniziarono a finanziare la Castilla, e così s'impadronirono a poco a poco di tutti gli affari più remunerativi, radicandosi poi solidamente in tutta la Spagna, con l’appoggio dei regnanti.

Antonio Bertinelli 10/10/2010
Fatti quotidiani e poteri permanenti
post pubblicato in diario, il 18 luglio 2010


Le lordure ed i fatti giudiziari che coinvolgono l’esecutivo in un continuo crescendo quotidiano stanno alimentando un nuovo tormentone. Vedremo presto la realizzazione di un “governo di salute pubblica”? Il 21 aprile del 1993 Giuliano Amato, dopo aver visto traballare il suo Governo sotto le indagini della Magistratura, si dimise passando il testimone a Carlo Azeglio Ciampi. La politica fece un passo indietro per lasciare spazio alla governance tecnocratica voluta dagli ideatori del ridisegnamento geopolitico e geoeconomico globale. La sinistra opera di adesione ai dettami sovranazionali ha portato ai noti sconquassi nel mondo del lavoro e in quello produttivo che ancora oggi persistono. Se facciamo un raffronto dobbiamo riconoscere che lo sprezzo per la legalità dei politici odierni ha raggiunto picchi ineguagliabili rispetto ai loro predecessori. I governi di centro-destra hanno assicurato una sostanziale depenalizzazione di due reati: il falso in bilancio e l’abuso di ufficio, inoltre hanno dato impulso a nuovi possibili equilibri corruttivi attraverso la creazione di una lambiccata architettura contrattuale e finanziaria (project-financing, general-contractor, global-service, facility-management, etc.) così da evitare le regole e i controlli tipici della contabilità pubblica. Contrariamente a quello che succedeva agli inizi degli anni novanta, quando i partiti abbandonavano al loro destino corrotti e corruttori, concussi e concussori, oggi la “casta” fa quadrato intorno agli inquisiti ed ai condannati. Mentre all’epoca di “mani pulite” la corruzione costava cinque miliardi annui attualmente ne costa cinquanta/sessanta. Sicuramente la televisione condiziona la visione del mondo e per suo tramite si esclude scientemente il cittadino dalla Polis evitando che l’indignazione monti proporzionalmente allo scempio amministrativo che subisce l’Italia. La fiaba del “nemico giudiziario” che vuole delegittimare il Governo, propinata dalla Tv in tutte le salse e senza lesinare gli effetti speciali, lascia il tempo che trova. In realtà l’ingordigia e la faccia tosta di questa classe dirigente hanno pochissimi riscontri nella storia della prima Repubblica. Sugli scranni del Parlamento siedono attualmente ventiquattro pregiudicati, novanta tra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa eppure la qualità dei servizi pubblici è scadente ed il welfare si sta contraendo senza soste. I costi della politica raggiungono primati internazionali, ma si lascia credere che il dissesto dei conti pubblici dipenda dai trattamenti pensionistici riservati ai disabili. L’ultima manovra finanziaria prevede, tra l’altro, anche una stangata per le Forze dell’Ordine. Un giovane poliziotto percepisce milleduecento euro mensili, le scorte per la “casta”, incluse quelle accordate più per status symbol che per necessità, costano cento milioni all’anno. Non sono comunque questi i parametri con cui vengono valutati i governi nelle stanze dove essi vengono creati e sostenuti. Libertà, legalità e media indipendenti non sono temi che interessano particolarmente i maggiori centri di potere se non per costruire scenari in cui vi sono apparenti nemici e fittizie contrapposizioni, utili a mascherare il disegno sovversivo sempre di più proteso a negare gli strumenti della conoscenza necessari per le scelte autonome dei governati. Lo scorso aprile il Consiglio della Ue ha approvato il documento 8570/10 che consente alla polizia la facoltà di spiare qualsiasi individuo o gruppo sospettato di essere “radicalizzato”. Lo scorso giugno la Corte Suprema americana, nel procedimento “Humanitarian Law Project / Holder”, ha fissato una grave limitazione alla libertà di parola dei cittadini (garantita dal primo emendamento della Costituzione) subordinandola alle necessità della sicurezza nazionale e al dettato delle leggi federali in materia di anti-terrorismo Il tutto è passato nel silenzio mediatico senza che i giornalisti “liberi” esprimessero una sola critica e senza che si levasse una sola voce dal numeroso gruppo di politici, intellettuali e opinionisti che si abbuffano alla crapula offerta, suo malgrado, dal contribuente. Si potrebbe ricorrere a tanti altri esempi simili per sottolineare come funzionano le cose là dove la menzogna ed il raggiro sono gli unici riti dedicati alla dea Metis. Sul terreno mappato del capitalismo attuale S. Berlusconi non è poi così dissimile da tanti altri. Perché la questione morale, anche se aggravatasi nel corso degli anni, viene ripresa nelle piazzeforti delle collisioni e delle collusioni affaristiche? La politica e le leggi messe a punto da questo regime possono non piacere a molti Italiani, la corruzione ha prodotto metastasi inarginabili, l’ultima manovra finanziaria è profondamente iniqua, le norme “bavaglio” in itinere colmano la misura, ma che genere di vantaggio può portare oggi un governo tecnico alle élites dominanti? Nel 1993 esisteva un piano di sgretolamento dell’Italia predisposto in altro luogo, ma oggi cosa spinge i centri occulti di potere a voler cambiare cavallo? Berlusconi ha approfondito la polarizzazione delle ricchezze a vantaggio delle oligarchie economico-finanziarie e a danno dei lavoratori, non è stato mai un ostacolo per le banche, per la grande finanza, per le multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, per l’establishment bellico americano, per i centri affaristici e criminali che condizionano implacabilmente i destini del nostro Paese. Perché il disastro civico nazionale, lo sfascio dei diritti e delle garanzie costituzionali dovrebbero rappresentare una preoccupazione per i poteri forti che Berlusconi ha sempre tenuto nella debita considerazione? Anche per le “opposizioni”, quelle che non hanno mai disdegnato l’approvazione di leggi bipartisan a tutela della “casta”, i voleri del premier non dovrebbero costituire pregiudiziali insormontabili. Questo esecutivo ha svolto il lavoro sporco di cui hanno beneficiato in molti e, per quanto emerga una qualche forma di ostilità tra la borghesia padronale italiana, ci sembra più verosimile ipotizzare che il cambiamento dello scenario politico sia voluto oltreoceano. Sollevare la questione morale, peraltro sempre più assillante, è un modo semplice e sicuro per favorire in qualunque Paese satellite la transizione da una leadership sgradita ad una gradita. La mordacchia prossima ventura riservata al web, alla stampa e alla Magistratura, oggi massimamente desiderata da Berlusconi,  precluderebbe ai pupari sovranazionali di tenere sotto pressione i governi attraverso quell’informazione capace, quando serve, di suscitare il disgusto dei cittadini. E’ quindi lecito pensare che buona parte dei giochi si terranno intorno ai citati provvedimenti liberticidi. A prescindere dall’esito del loro iter parlamentare, va da se che il fido M. Draghi, di cui spesso la stampa estera tesse le lodi, offra maggiori garanzie all'apparato bancario anglo-americano di quanto ne possa fornire l’attuale primo ministro, ormai troppo scomodo ed ingombrante. Le recenti dichiarazioni di L. Gelli, sommate alle esternazioni di alcuni mafiosi e di altre associazioni occulte, non sembrano essere casuali o superfetatorie, ma sembrano prefigurare l’idea di una “terza” Repubblica post-berlusconiana. Se per certi versi sarebbe augurabile che Berlusconi si ritirasse alle Isole Cayman o, se lo predilige, in qualche dacia posta sulle rive del Lago Valdai, nei dintorni di San Pietroburgo, per altri si può considerare una vera iattura, così come la recente storia insegna, la nascita di un governo tecnico consacrato per lo più fuori dei confini nazionali. Che si ricorra nuovamente al “porcellum” per concedere la libertà di votare gli altrove prescelti o che si ricorra a convergenze trasversali per uscire dall’attuale fase di instabilità politico-economica, derivata sia da fattori endogeni che esogeni, il prezzo sarà sempre e comunque pagato dai soggetti sociali più deboli. Per adesso, e chissà per quanto tempo ancora, il sistema cooptativo totalizzante inibisce il sostanziale ricambio dell’intera classe dirigente, l’accesso dei giovani di valore in tutti i posti nevralgici della vita nazionale e il riordino integrale delle Istituzioni. Le profferte di M. D’Alema, i funambolismi di G. Fini e le capriole di P.F. Casini rientrano perfettamente nelle logiche del berlusconismo a cui hanno precedentemente spianato la strada. Lo status quo non è incoraggiante, ma non vorremmo cadere dalla padella per finire sulla brace.

 

Antonio Bertinelli 18/7/2010

Gianfranco Fini: un ossimoro da sciogliere
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2010


Nel 1983 Gianfranco Fini era the prodigy boy dei parlamentari del Msi-Dn. Giorgio Almirante gli cedette il posto nella circoscrizione dove risultò primo dei non eletti e l’attuale terza carica dello Stato fece il suo ingresso alla Camera dei Deputati ad appena 31 anni. Probabilmente Almirante non arrivò mai ad intuire che il suo giovane delfino avrebbe imparato a nuotare così bene tanto da condurre il partito, ritenuto per anni “fuori dell’arco costituzionale”, al governo del Paese. Il trasformismo ha premiato Fini, ma è difficile far convivere il diavolo e l’acquasanta. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi inseguono cinicamente i loro disegni senza remore di sorta. Fini, quanto meno per i suoi trascorsi politici, ha sicuramente acquisito una diversa sensibilità istituzionale. Da parecchi mesi cerca di distinguersi dal Cavaliere che, proprio ieri, ha ribadito la sua determinazione nel portare avanti la “guerra santa” contro le intercettazioni della Magistratura. Si può ipotizzare che il sostegno alle attività legislative imposte dalle esigenze del premier sia stato fornito obtorto collo dall’ex enfant prodige, illo tempore apprezzato anche da Teodoro Buontempo. E’ comunque difficile prevedere l’epilogo del dissidio maturato in questi giorni, ma di certo Fini è ben conscio delle conseguenze derivanti dalla separazione, non ultimo il possibile danno da shopping in cui è maestro Silvio da Arcore. Siamo d’altronde persuasi che nello sgangherato teatrino, in cui recitano da tempo immemorabile vecchi e nuovi esponenti del Pd, debba calare il sipario. La situazione generale dell’Italia non è rosea sia a causa della sovranità nazionale sacrificata infine ai diktats della globalizzazione e sia a causa di un’inarrestabile deriva autoritaria. Il sistema così come è stato congegnato non ammette l’insediamento di un “salvatore” che ci aiuti a risollevarsi dal decadimento sociale, morale e materiale in cui siamo stati trascinati, ma un atto di coraggio di Fini potrebbe almeno porre un freno al miope secessionismo leghista e alla cupidigia di un qualunque futuro caudillo. La recente vittoria elettorale della Lega indica la predominanza di un pensiero geopolitico circoscritto e pertanto inadeguato per cogliere l’importanza di una comunità più ampia e della necessaria solidarietà nazionale. Stigmatizza il rifiuto dello Stato come soggetto economico, ne disconosce il ruolo che gli dovrebbe essere proprio come compensatore di squilibri e supremo garante della convivenza civile. L’edificazione del federalismo, i cui costi complessivi non sono attualmente calcolabili, renderà ancor più facile la marcia delle oligarchie transnazionali. Le falangi del Pd, privatizzando e conseguentemente impoverendo l’Italia, hanno smantellato settori trainanti dell'economia: l’Iri, l’Eni, l’Imi, l’Italtel, la Telecom, la Siderurgia, etc. Ancor prima che Giulio Tremonti potesse affermare come la destatalizzazione realizzi in sé “un patrimonio di valori privatistici in termini di etica, struttura di bilancio e di efficienza” (sic), Romano Prodi poteva rivendicare il record europeo delle privatizzazioni effettuate tra il 1992 ed il 2000. Non minori responsabilità possono essere imputati al Pd per la progressiva opera di affossamento del settore Giustizia, per l’insolenza di cui è stata più volte bersaglio conseguenziale l’intera Magistratura, per le ombre che si sono estese sul Quirinale e per la vertiginosa ascesa del Berlusconismo. Il Presidente del Consiglio auspica ancora oggi un’opposizione “responsabile”, ma è proprio grazie alla consueta “responsabilità” che si è assunto il Pd fin dai giorni successivi a Tangentopoli che il Paese è in profonda sofferenza ed è nel contempo assoggettato alla pressione di un unico tacco mediatico. Il totalitarismo, uso a fronteggiare eventuali ribellioni dovute alla maggiore divaricazione tra gli stili di vita delle élites stegocratiche, della middle class e degli spiantati di ogni età sembra essere ovunque in risalita. Barak Obama, ovvero l’illusione di un cambiamento dopo il saccheggio prodottosi con la bancarotta di diverse società legate al credito e al mercato immobiliare, è solo un prodotto confezionato nell’empireo finanziario e bancario statunitense, che ha ritenuto opportuno allentare la pressione interna sulle masse impoverite e precarizzate. Lo scacchiere internazionale, l’occupazione mortifera dell’Afghanistan, le stesse accuse infamanti rivolte ai tre operatori di Emergency indicano come la voracità predatoria sia il solo astro che guida il capitalismo senza confini. L’Italia, con i suoi governi, non fa eccezione, anzi si accinge a fare da corriere per diffondere nel resto dell’eurozona, una specie di tirannide democratica. Il Trattato di Lisbona, per la cui firma hanno nicchiato pochi politici europei, e tra questi la dirigenza polacca recentemente eliminata (per qualcuno forse provvidenzialmente?) da un incidente aereo, è già pregiudizievole per la sopravvivenza delle Costituzioni nazionali. I desideri berlusconiani, da sempre sostanzialmente esauditi dalle eminenze grigie del Pd, sono un surplus di cui gli Italiani farebbero volentieri a meno. Il potere, per non essere messo a fuoco nella sua orripilante nudità, ha bisogno di canalizzare il dissenso nell’alveo di una dialettica controllabile e dunque lascia spazio solo a chi lo esterna nei limiti stabiliti, che siano politici, opinionisti o altro. Non possiamo perciò concedere un’apertura di credito illimitato a Fini, che non avrebbe mai dovuto lasciarsi “sdoganare” dall’attuale capo supremo ed è quindi parimenti responsabile per tutto ciò che stato realizzato fino ad oggi a spese della collettività. La sua ferma, sia pur tardiva, indisponibilità nel partecipare all’ultimo assalto contro le Istituzioni repubblicane lo consegnerebbe con minori ombre alla Storia di questo ormai lercio Stivale. Le usuali proposte “indecenti” di Massimo D’alema e dei suoi emuli, le note del piffero poco adamantino di Luciano Violante, i titoli paragiuridici di cui si avvale Andrea Orlando, le purghe somministrate nelle stanze del supremo Colle per mandare in diarrea la terzietà presidenziale e gli inconfessabili accordi trasversali edificati sulle spalle dei cittadini continuano ad incombere sulle nostre teste. Pur guardando con simpatia ai movimenti che si fanno promotori e latori di speranze attraverso l’impegno civile di molti giovani, in barba alle incomprensioni che affliggono i rapporti dei loro maturi mentori, qualche volta affetti dalla “sindrome della prima donna”, non possiamo prescindere da una visione realistica dell’insieme. Se Fini, senza più ondeggiare, troverà l’audacia di lanciarsi dal trampolino lo strisciante dispotismo che sta minando un sistema basato costituzionalmente su pesi e contrappesi non avrà probabilmente modo di dispiegarsi compiutamente.

 

Antonio Bertinelli 18/4/2010


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