eta name="robots" content="all" /> eta name="robots" content="all" /> culex | antonio bertinelli | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Riverenze a Mammona
post pubblicato in diario, il 7 dicembre 2011


In sostituzione del governo Berlusconi avevamo da tempo ventilato il peggio. Quando i media mainstream, con delle incredibili sviolinate, hanno decantato le virtù e la sobrietà del fiduciario incaricato da “Re Giorgio” abbiamo pensato alle parole di David Rockfeller, uno dei più autorevoli banchieri americani e fondatore della Commissione Trilaterale, che nel 1999 disse: “I governi devono essere sostituiti da qualcos’altro. Il business mi sembra il più adatto a prendere il loro posto”. La “Manovra Salva Italia” è in via di approvazione ma, come era prevedibile, l’equità promessa è rimasta nelle dichiarazioni d’intenti. Tutte le misure in cantiere, se rapportate agli interessi che si pagano annualmente sul debito pubblico, porteranno lo Stato ad incamerare una somma esigua, ma sono più che sufficienti ad inquadrare definitivamente le idee guida del nuovo esecutivo. L’85% dei titoli relativi al deficit nazionale è detenuto da banche italiane ed estere. Ne deriva che l’eventuale insolvenza dell’Italia causerebbe un disastro di proporzioni enormi per l’empireo bancario. Un default, se intelligentemente guidato, non sarebbe particolarmente punitivo per il 99% dei cittadini. Il terrore instillato nel gregge è solo un vecchio grimaldello che, facendo leva sul debito pubblico, artatamente gonfiato dalla speculazione finanziaria, predispone gli Stati a delle opportune aggiustatine nei vari settori dell’economia e a far transitare sempre più ricchezza dalle tasche dei poveri ai conti offshore dei ricchi. Non è accaduto solo nella Corea del Sud, dove la popolazione ha donato persino i propri gioielli per liberarsi dal capestro del Fmi. Non è accaduto solo nel “Terzo Mondo”, in Argentina o in Cile, ma anche negli Usa di Reagan e nell’Inghilterra della Thatcher. Il governo Monti è la longa manus delle tecnostrutture europee, le sue medicine sono quelle prescritte dai banksters e dalle multinazionali, ovvero il meglio di quanto suggerisce il mantra neoliberista. La posta in gioco non è di reperire trenta miliardi a spese dei meno abbienti con tagli, tasse ed imposte, ma è la ricerca di una legittimazione là dove si può ciò che si vuole, è la genuflessione alla dittatura finanziaria con tutti i suoi strumenti: credito, debito, moneta, assicurazioni e derivati tossici; è una dichiarazione d fede nell’efficienza e nell’onniscienza dei mercati senza regole, né barriere; è la sottomissione alle agenzie di rating che, quando lo ritengono comodo, consentono l’inveramento delle loro profezie, è la delega a poteri sovranazionali di incidere e disciplinare in ambiti vitali come contratti dl lavoro, salari e pensioni; è la progressiva cinesizzazione delle masse. La manovra è sostanzialmente recessiva ed è pesantemente classista. Di fatto decurta le pensioni “povere”, non prevede minore pressione fiscale per le persone fisiche assoggettate alle aliquote irpef iniziali, grava sulla prima casa senza tenere conto del reddito. Qualche lieve misura impositiva sulle liquidazioni dei grandi manager ed il miniprelievo sulle somme precedentemente “scudate” non riescono a nascondere l’ineludibile subordinazione ai poteri forti. Il professore ha tolto d’impaccio il vecchio illusionista che al prossimo giro elettorale si presenterà come vergine e martire. Con l’idea guida di uno “Stato minimo” le concessioni gratuite delle frequenze Tv non porteranno benefici all’erario e le banche saranno sostenute con la devozione che si addice al curriculum del premier elargitoci per risanare il Paese. La dittatura finanziaria nel cosiddetto Occidente si è presentata con il piano di salvataggio pubblico dei capitali privati ed è deflagrata in tutta la sua pericolosità con il management bancario posto direttamente alla guida delle nazioni. L’osmosi tra i santuari del turbocapitalismo ed i Parlamenti consente che i politici in uscita finiscano nei consigli d’amministrazione delle grandi imprese e che i tecnici delle stesse dirigano i governi. Buona parte della “manovra Monti” sembra cucita addosso agli istituti di credito che si avvantaggeranno dalla guerra alla circolazione del contante, condotta anche nei confronti dell’Amministrazione Pubblica, dai provvedimenti sulle partite Iva e dalla garanzia statale sui bond bancari. Tutti i cittadini saranno inevitabilmente costretti ad aprire un conto corrente sobbarcandosi spese che l’Abi non era riuscito ad imporre qualche anno fa con il “progetto Pattichiari”. La P.A. non potrà più fare ricorso al contante per movimenti di denaro oltre la soglia dei cinquecento euro. I titolari di partite Iva che vorranno ottenere una serie di agevolazioni sul fronte della semplificazione e nel rapporto con il fisco dovranno far transitare tutti i movimenti di denaro su un conto ad hoc. L’ombrello dello Stato sulle passività delle banche dimostra in via definitiva l’asse di ferro tra Monti ed il sistema finanziario. L’insieme delle misure adottate non consentirà l’impossibile restituzione del debito e neppure risolverà i gravi problemi dell'economia italiana. Frutto di una scelta ideologica, il ditirambo governativo, che si dispiega tra pianti e dichiarazioni d'ineluttabilità, è una purga per i ceti più deboli e una strenna natalizia per il grande capitale.

Antonio Bertinelli 7/12/2011
Cosmesi impossibile
post pubblicato in diario, il 23 novembre 2011


La costruzione dell’Ue e l’impiego di una moneta unica sono stati attivati in presenza di marcati disequilibri strutturali e con una banca centrale svincolata dai requisiti minimi idonei a tutelare l’economia di tutti i paesi. Data l’entità dei debiti pubblici dei vari Stati membri e le amare medicine consigliate dai proconsoli nazionali della finanza globalizzata, continuare a marciare verso il federalismo, spingendo per ulteriori integrazioni amministrative, significa agire scientemente contro i popoli europei, spingendoli a vivere secondo le direttive dell’oligarchia mondialista. La cecità e l’incompetenza dei Parlamenti che hanno lavorato o aderito acriticamente all’edificazione europea, che si va dispiegando in tutta la sua desertificazione socio-politica-economica, se prima potevano essere delle scusanti, oggi non lo sono più. In tutto l’Occidente, dove più e dove meno, il crimine e la linea politica dei governi sono diventati indistinguibili. Diceva Seneca: “Nessun vento è propizio per chi non sa dove andare”. Figuriamoci quale sorte è riservata, con dei nocchieri insulsi, ad una nave in balia dei marosi spinta dal vento contro un’irta scogliera. L’Italia non è autosufficiente sotto il profilo energetico, non ha più un’agricoltura competitiva, ha delocalizzato la produzione industriale, ha svenduto gran parte delle principali imprese pubbliche, senza più alcuna sovranità va a rimorchio della guerre della Nato, ha perso ascendente e possibilità di commerci nelle ex colonie, è pesantemente esposta nei confronti dei creditori esteri, è ostaggio delle agenzie di rating, è sottomessa ai desiderata dei banchieri, è sotto esame degli ispettori del Fmi. La caliginosa sfilata dei politici in Tv squittisce dedicandosi alla cosmesi di personaggi o volti deformati dalla fame di ricchezza e di potere. Il nuovo premier è espressione del sistema bancario internazionale ed architetto di un Europa da incubo che, facendo opportunamente leva sul debito dello Stato in euro, ci farà colare a picco. Nel corso delle privatizzazioni, realizzate sotto la guida tecnica di Mario Draghi, tra il 1992 ed il 2000, il deficit venne ridotto di circa l’8%. Nessuno dei liquidatori dell’epoca si è mai soffermato sul mancato gettito tributario conseguente alle svendite di aziende floride e nessuno ha mai fatto cenno al danno derivante dalla liquidazione di assetti industriali strategici per l’economia pubblica nazionale. La diffusione azionaria tra i piccoli risparmiatori ha riguardato soltanto un terzo del capitale sociale immesso sul mercato. Tutte le spiegazioni tendenti a giustificare le privatizzazioni del patrimonio pubblico nell’interesse generale o per inefficienze gestionali sono state smentite dai fatti. E’ sintomatico il caso dell’Imi, con sessanta anni continui di utili e con bilanci attivi mediamente superiori alla quota di risparmi ottenuti, dalla sua vendita, sugli interessi negativi annui del debito pubblico di quel periodo. Con l’alienazione della prima tranche è finito in mano straniere il 45,7% del suo pacchetto azionario, con la vendita della terza tranche c’è finito il 57,4%. La quota di minoranza assoluta è passata dal controllo dello Stato al controllo della banca San Paolo. L’emergenza del debito pubblico, tutto questa fretta nell’offrire soluzioni salvifiche, l’imposizione di commissari ad acta nei paesi dell’Ue, con welfare e diritto del lavoro già quasi azzerati, non fanno altro che evocare la solita frode per appropriarsi delle imprese, dei mezzi di produzione e dei patrimoni immobiliari, terre incluse. Le multinazionali, comprese le super banche come Goldman Sachs, si dedicano con cura all'accaparramento di terreni ovunque se ne presenti l’occasione. In Congo, nella provincia del Katanga, sono stati recentemente messi a disposizione degli investitori stranieri quattordici milioni di ettari di terreni coltivabili. In Etiopia le terre agricole più produttive sono state sottratte alle tribù locali per essere affittate ad aziende estere. In America Latina la corsa delle multinazionali per appropriarsi delle risorse ambientali è sempre più frenetica e favorita da tutti i governi desiderosi di fare cassa. In India il terreno viene espropriato ai contadini con trecento rupie e rivenduto a seicentomila per metro quadro. Secondo un rapporto di Oxfam-Italia il land grabbing mondiale dal 2001 ha interessato duecentoventisette milioni di ettari di terra. Le multinazionali hanno persino “brevettato” alcuni prodotti agricoli naturali. Chi li vorrà coltivare sarà costretto a pagare una royalty. Bisogna dunque prevedere che se gli scalpitanti acquirenti, con gli occhi già puntati su Finmeccanica, Eni, ed altri gioielli residuati, dovessero mettere le mani anche sui terreni agricoli demaniali, messi nei prossimi programmi di vendita, la dipendenza alimentare dell’Italia si potrebbe fare ancora più marcata.

Antonio Bertinelli 23/11/2011
Levámmoce 'sta maschera, dicimmo 'a veritá
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2011


L’andamento di tutte le comunità primitive è stato garantito da un insieme di regole, dall’assistenza reciproca, dalla condivisione degli obiettivi, dal lavoro inteso come impegno comune, da un saggio sfruttamento del territorio e delle risorse, da un bagaglio di competenze, da un’economia inserita nei rapporti interpersonali e da una complessiva organicità sociale. Se assumiamo tali parametri come indicatori minimi per il buon funzionamento di qualunque collettività, dire che l’Italia è sulla via del declino sembra un eufemismo. Con l’indefesso impegno del legislatore viviamo in un contesto anomico e, in tale situazione, le persone non hanno più né sistemi di appoggio né punti di riferimento. La trionfante ascesa dei furbi confligge con i desideri e gli obiettivi dell’intera comunità. Il lavoro, per chi ha l’opportunità di lavorare, è spesso privo di senso e comunque raramente coincide con gli interessi generali. Dai più è considerato un mezzo per sopravvivere, da pochi altri un mezzo per fare soldi. L’amministrazione del territorio e delle sue risorse si concretizza nelle discariche tossiche esistenti sull’intera penisola, nella realizzazione del Tav in Val di Susa, nelle trivellazioni petrolifere sui fondali del mare Adriatico e in prossimità della Sicilia. Una volta le competenze si acquisivano al fianco dei padri sui campi, nelle botteghe artigiane, nelle scuole e nelle università. Oggi l’istruzione, dopo essere stata più volte riformata, non sempre garantisce un’adeguata preparazione. Capita quindi sempre più spesso d’imbattersi nel medico incapace di effettuare una rianimazione cardio-polmonare o nel chirurgo titubante davanti alle difficoltà di un’appendicectomia. L’approssimazione e l’ignoranza non conosce confini, attraversa tutti i mestieri e tutte le professioni. C’è l’impiantista che sbaglia il progetto e sottodimensiona la linea elettrica, c’è l’ingegnere che si confonde nel valutare il carico di rottura, c’è il perito che perizia con i piedi, c’è il giudice impreparato e quello fazioso. La maggior parte dei rapporti sociali sono inseriti nel sistema economico, che tutto subordina alle proprie esigenze come se desse per scontato che la totalità degli esseri umani sia interessata a raggiungere il massimo del guadagno monetario. Rieducati dalla civiltà “superiore”, l’unica organicità che possiamo rivendicare è quella che schiaccia ogni aspetto della nostra vita sul modello di sviluppo neoliberista. La produzione scientifica italiana ha smesso di crescere e da segnali di arretramento. Nella generale decadenza, malgrado i numerosi talenti nazionali, è difficile consolarsi con la recente scoperta sulla velocità dei neutrini. In sintesi sembrano mancare i presupposti indispensabili per guardare alla semplice somma dei residenti in Italia come ad una società proiettata stabilmente nel futuro. Il dibattito sulla qualità della vita è antico. Se ne sono occupati anche Aristotele e Platone. Attualmente per misurare ciò che in greco veniva definito eudaimonia, sono utilizzati diversi rilevatori politici, economici e sociali. Per quanto il popolo sia da molto tempo educato a vivere nella confusione, a cullarsi nella mediocrità, ad essere volgare ed incolto, se mai venissero adottati rilevatori adeguatamente selezionati, si potrebbe fotografare un’Italia particolarmente infelice. Gli interessi dell’ipercapitalismo non coincidono con quelli di una società civile e lo Stato deve piegarsi alle sue parole d’ordine: deregolamentazione, flessibilità, mobilità, defiscalizzazione, desindacalizzazione, privatizzazioni, etc. Nel quadro di un’economia mondializzata diretta da banche e multinazionali le pretese dell’élite globalista non trovano argine, il capitale vive di vita propria e diventa un rullo compressore che schiaccia ogni anelito di libertà. Emma Marcegaglia ha sfiduciato il governo Berlusconi. Vorremmo ricordare che quelli preoccupati per la stagnazione e per l’entità del debito pubblico, a cui forse oggi strizza l’occhio, nel volgere di un decennio, hanno svenduto un pezzo così considerevole d’Italia da intaccare il suo Pil per un buon 35%. Purtroppo il governo che verrà nasce da un contesto nazionale degradato e si inserisce in una realtà globale per niente incoraggiante. Finte opposizioni e sindacati gialli sono fattivamente in linea con banche e grandi prenditori, non smettono di ribadire che è finito il tempo delle vacche grasse. Ammesso e non concesso che la classe operaia sia andata per alcuni anni in paradiso, le vacche grasse hanno sempre pascolato e continuano a pascolare in terreni ad essa inaccessibili. Se il governo in carica ha peggiorato il Paese oltre ogni previsione, il dramma più grande è che dopo la sua caduta un grande numero di problemi sul tappeto rimarrà senza effettive soluzioni. Premesso che le agenzie di rating sono tutt’altro che neutre nei loro giudizi, la schiavitù del debito pubblico è un arnese vecchio, già sperimentato per rapinare altri Stati nel corso del XX secolo. Oggi la cessione della sovranità monetaria la stanno pagando alcuni cittadini europei, inclusi gli Italiani. Domani le vittime dell’orgia neoliberista saranno i Francesi ed in ultimo anche i virtuosi Tedeschi. Ancor prima che venissero perfezionate le tecniche di saccheggio globalista il sogno americano si stava già tramutando in un incubo. Per evitare il cataclisma mondiale, che sembra stagliarsi su qualsiasi orizzonte, ci vorrebbero dei politici che non ci sono. In alternativa ci vorrebbe che la possente macchina da guerra impiegata nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq ed in Libia si rivolti contro i suoi padroni. Rivoluzioni colorate ed insurrezioni sono già state messe in conto.

Antonio Bertinelli 25/9/2011      


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi debito pubblico marcegaglia

permalink | inviato da culex il 25/9/2011 alle 0:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
Quando suona la campana
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2011


Caroline Atkinson, direttore delle pubbliche relazioni, ha dichiarato che il Fmi è pronto a sostenere l'economia dell'Egitto non appena la situazione politica si stabilizzerà. Sia il governo statunitense che quello britannico hanno dunque scaricato Hosni Mubarak. Devono esistere dei motivi corposi che spingono Barak Obama a solidarizzare con i rivoltosi del Maghreb e, tra questi, non è da escludere la preparazione di una nuova “crociata democratica” per lasciare mani libere a nuovi e pressanti equilibri di potere geo-economico. I Popoli arabi non tollerano più di vivere sotto il tallone di regimi brutali, Stati di polizia che praticano la tortura, negano le libertà fondamentali ed affamano le masse, ma è pur vero che tutte le rivoluzioni annoverano attori con scopi e programmi fortemente differenziati. Il cacicco egiziano, prendendo a pretesto l’amore per il suo Popolo, non vuole proprio andarsene ed è deciso a morire da Presidente. Se questo dovesse accadere non ce ne rammaricheremmo. Nella disputa tra i vari soggetti predisposti o predestinati ad occupare i vertici della piramide con cui si può rappresentare una comunità il più ambito trofeo è il potere. Nella contesa, a volte sanguinaria, per salire o per mantenere la posizione raggiunta il rischio di soccombere fa parte del gioco. In Egitto la miseria è dilagante, l’ex pilota militare Mubarak ha accumulato un patrimonio di quaranta miliardi di dollari, è stato per trenta anni un autocrate liberticida ed infine ha fatto scorrere il sangue dei suoi oppositori. Sarebbe nell’ordine delle cose se perisse di spada. I sommovimenti popolari egiziani, se già non lo sono stati, saranno presto pilotati. Il premio Nobel Muhammad al- Barade’i è uno di quei personaggi che l’Occidente ha posto tra i propri beniamini e non tutto depone a favore della sua personale trasparenza. Il generale Omar Suleiman, essendo stato capo dei servizi segreti, proprio per la tipicità di chi ricopre certi incarichi, è ancor meno idoneo a garantire quel desiderio di democrazia manifestato sulle piazze. Sugli intrighi di un sistema di potere interconnesso, sulla presenza di invisibili direttori d’orchestra, specialmente nel corso di fibrillazioni popolari, è molto difficile fare luce. E’ invece certo che, come dimostra anche la pervicacia di Mubarak, per mettere fine all’epopea di un egocrate non ci si può sempre avvalere di metodi ordinari. Gli egiziani che hanno perduto il fervido slancio nei confronti del vecchio rais stanno versando il loro sangue per le strade a causa dei Baltagueyya organici al regime. Cosa dovrebbe fare quel 60% di Italiani che non apre più ex abundantia cordis nei confronti del Cavaliere di Arcore che, per pur di salvare lo scranno, ha offerto ai pidini la svendita delle partecipazioni statali in Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Stm, Poste, Poligrafico, Fincantieri e Anas? La proposta non ha avuto successo, ma le sue risorse per continuare a galleggiare politicamente, mentre l’Italia affonda, sono notoriamente illimitate. Checchè ne dicano i suoi flautati laudatores, il premier sta costringendo l’intero Paese a giocare con le carte che lui stesso distribuisce prendendole da un mazzo truccato e, come se non bastasse, è ben determinato a far saltare il tavolo. Può comprarsi quotidianamente la maggioranza parlamentare, continuare a legiferare per se e per gli amici abusando dell’istituto della decretazione e ad insultare la Magistratura, cosa che sembra solleticarlo in maniera particolare specialmente quando si trova all’estero. E’ palese che viviamo ormai in una Repubblica denegata e con una Giustizia sempre più intimidita. In sovrappiù dobbiamo prendere in considerazione anche l'insussistenza rappresentativa di chi teoricamente potrebbe subentrare a dirigere un esecutivo di “liberazione nazionale” ed è invece già pronto ad eseguire istruzioni in contrasto con essa. Per ristabilire la solvibilità dell’Italia, cosa che affligge, tra gli altri, i vari papabili alla successione, bisognerebbe ridurre drasticamente il debito “sovrano”. Questo richiede una crescita del Pil tale da superare i tassi d’interesse pagati dallo Stato, un avanzo di bilancio (ulteriori accettate alla spesa pubblica) o una miscela di entrambi i fattori. Data la combinazione perversa degli alti costi pagati al finanziamento, della bassa crescita economica e degli alti livelli del debito, sarà socialmente insostenibile uscire da circolo vizioso in cui siamo stati spinti dai politici al servizio di banchieri e finanzieri. La ricetta preparata dalla Germania e dalla Francia prevede di abolire i sistemi di indicizzazione dei salari, favorire la mobilità del lavoro, armonizzare i sistemi di tassazione sulle società e sulle persone fisiche, collegare le prestazioni previdenziali al mutante quadro demografico (innalzando dove serve l'età pensionabile) e introdurre nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit per arginare l'indebitamento. Bruxelles si sta preparando all’ennesimo attacco contro i ceti più deboli, e lo farà su scala continentale. Il nostro primo ministro, recatosi oggi nella capitale belga solo per inchinarsi e sposare delle pesanti direttive oligarchiche, anziché tacere come imponevano le circostanze, si è avvalso del pulpito per dichiarare che l’Italia è commissariata dalle Procure. Passi che prenda a schiaffi un Parlamento di nominati, prevalentemente costituito da soggetti provenienti dallo stesso milieu, con notevoli comunanze attitudinali, con un’alta percentuale di indagati e di già condannati, ma non può continuare a pretendere che anche i tribunali si mettano a sua disposizione. Persino Giulio Andreotti si è lasciato giudicare ed è lecito ritenere che la verità giudizialmente accertata si sia discostata molto dalle verità connesse al suo ineguagliabile cursus honorum. Non condividiamo le ragioni per cui altri esigono di poter fuggire dai processi. Devono essere simili a quelle che spingono Mubarak a non volersi allontanare dal Cairo. Il loro decantato amore per il Paese.

Antonio Bertinelli 4/2/2011

L'albero della cuccagna
post pubblicato in diario, il 5 giugno 2010


E’ un elenco infinito quello degli amministratori (dal ministro al consigliere comunale) che utilizzano la carica dissipando ricchezze comuni e per fare i propri interessi. Quando era Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi il debito pubblico era pari a circa il 13% del Pil, oggi si aggira verosimilmente intorno al 117%. Viene detto che la dilatazione della spesa si è verificata per sostenere le politiche sociali e per pagare le pensioni ai falsi invalidi. In realtà il debito è cresciuto insieme alla piovra del malaffare alimentata dai tenutari delle Istituzioni centrali e periferiche, con l’eccessiva remunerazione del capitale finanziario a discapito di qualunque sostegno alla crescita economica, con l’incoraggiamento dell’evasione fiscale e, in ultimo, con la rinuncia al governo della moneta, La Francia e la Germania hanno avuto sempre un eccellente Stato sociale eppure hanno un rapporto debito Pil del 78% e del 77%, dunque ben distante da quello italiano. Proprio quelli che per dissolutezza ci hanno portato in questa situazione si ergono a tutori dell’austerità, fanno finta di ignorare che anche la totale autonomia delle banche centrali configge con gli interessi della collettività e scaricano sulle spalle dei più deboli tutti i sacrifici derivanti dalle loro scelte. Gli Stati soccombono di fronte all’imperialismo economico-finanziario e i Popoli finiscono per pagarne il prezzo più alto. Si parla tanto di terrorismo internazionale, eppure in questa galassia diversamente cresciuta e spesso strumentalmente alimentata ci sono realtà nate solo dall’imposizione di un modello di sviluppo antropofago. Ci sono i pirati somali, ex pescatori malnutriti che hanno visto morire le barriere coralline, scomparire i tonni e le aragoste a causa dello scarico di rifiuti tossici da parte delle nazioni industrializzate. I “terroristi” che si aggirano nei villaggi e nelle grotte andine sono stati cacciati dalle società petrolifere, dalla costruzione di dighe e di centrali elettriche. Molti guerriglieri e narcotrafficanti messicani possedevano fattorie, coltivavano mais prima che il North American Free Trade Agreement facesse scendere il prezzo pagato agli agricoltori del 70%. Il libero commercio, nel rincorrere il profitto immediato, sta fagocitando Paesi, risorse e culture, sta portando alla rottura del patto sotteso al Welfare State. Le grandi città dell’Occidente cominciano a somigliare a quelle dell’America latina, la miseria crescente arriva persino a due isolati dalla White House. Anche l’Europa ha le sue baraccopoli, si trovano a Lisbona, a Napoli, ad Atene, etc. L’Italia, come altre nazioni occidentali, non è più industrialmente competitiva e la globalizzazione sta creando un tipo di disoccupazione strutturale. Al fenomeno si aggiungono poi gli effetti della scelte politiche che ci stanno trascinando nel circolo vizioso della povertà e dell’ignoranza. Basta guardare al generale sottodimensionamento degli organici aziendali, all’Isola dei Cassintegrati, alla cura subita dal settore dell’Istruzione e al bando di concorso per fare didattica universitaria a titolo gratuito o a rimborso simbolico di un euro. C’è da aggiungere che, nonostante la propaganda dei telegenici, i loro mandanti, per evitare che si arrivi al “prosciutto”, spalmano continuamente di grasso l’albero della cuccagna. Non sarà mai possibile ripianare un debito pubblico auto-rigenerante. Il signoraggio bancario implica il depauperamento degli Stati e l’arricchimento imperituro di quelle élites internazionali che indirizzano le dinamiche economiche e politiche su scala mondiale. Qualunque manovra finanziaria, e segnatamente in Italia, dove la democrazia parlamentare è commissariata dalle mafie, per quanto stringa il cappio intorno al collo dei cittadini, non sarà mai sufficiente per liberarsi dal debito. Mario Draghi preme per la sua riduzione e si dice preoccupato per le problematiche occupazionali. Il Governatore sa bene che, nonostante le massicce alienazioni delle aziende e dei beni pubblici ceduti in cambio di carta stampata dalle oligarchie tipografiche, la perdita della sovranità monetaria è servita e serve a perpetuare la vecchia ma sempre più avida bancocrazia anglo-americana, di cui la Bce è una degna emanazione. Sa che questo genere di mercato libero, anche nel caso di una ripresa economica, continuerà a produrre disoccupazione nei Paesi sviluppati e sfruttamento in tanti altri. Negli Usa le tutele dei lavoratori sono quasi nulle e l’indebitamento, sia quello statale che quello familiare, raggiunge livelli astronomici. Grazie a zelanti e ben remunerati maggiordomi il sistema economico-finanziario americano è stato trasposto in Europa, ma come non constatare che la crisi dell’euro sia oggi particolarmente utile alla rivalutazione del dollaro? Non è forse un problema che i cinesi stiano riducendo l’acquisto dei Treasury bonds? Come mai le agenzie di rating americane si attivano nel fare annunci tanto ingiustificati quanto tempestivi? Chi sta scommettendo contro Eurolandia? Come mai il gatto e la volpe, che si affannavano a rassicurarci sulle condizioni dell’Italia, in questi giorni si sono affrettati a varare una manovra finanziaria correttiva? Il nostro disgraziato Paese, già immolato sull’altare della globalizzazione, deprivato della sovranità monetaria, è anche affetto dal parassitismo dei soliti noti per i quali ogni mezzo è buono al fine di fare affari a detrimento dell’interesse generale. Mentre negli States, pur gravati da un debito che tra pubblico e privato raggiunge il 300% del Pil, esiste un codice penale in grado di colpire velocemente e duramente i reati finanziari, qui da noi è stata emanata una pleiade di norme per assicurare l’impunità ai colletti bianchi, per non disturbare gli intrecci esistenti tra crimine organizzato e crimine economico. Finanche gli ex compagni ci hanno raccontato che bisognava liberarsi dello Stato oppressivo ed inefficiente, così sono stati svenduti tutti i settori strategici dell’economia. Oggi ci raccontano che bisogna mettere un freno alla Procure che si ostinano ad indagare e a perseguitare gli Italiani onesti abusando della legge, così il Parlamento si accinge a “riformare” la normativa sulle intercettazioni. Anche il web, gli editori e la stampa suscitano l’anomalo interesse del legislatore, peraltro in contrasto con le direttive europee. Nel mondo anglofono esiste una consuetudine di etica pubblica che si ispira ai principi dell’honesty is the best policy e dell’accountability. In altri paesi europei è considerato disonorevole violare le regole. In Italia il sigillo del potere proviene sempre dalla solita oscura matrice, quella delle stragi, degli omicidi eccellenti, dei depistaggi, dei servizi segreti deviati (?), delle confraternite, delle cupole mafiose, ed oggi chi governa mira pure ad eliminare qualunque forma e qualunque possibilità di controllo democratico.

 

Antonio Bertinelli 5/6/2010

Sfoglia novembre        gennaio
il mio profilo
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv