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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Le pentole del diavolo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2010


Il termine democrazia è oggi tanto criptico quanto diffusamente impiegato. Se ad esso si associa la determinazione a ricognire il contesto per realizzare il bene comune, le operazioni dei governi, al di là dei panegirici, dovrebbero essere svolte alla luce del sole. L’odierna morfologia del potere sottolinea invece quanto la distanza tra governanti e governati sia irrecuperabile. Il potere è sempre più opaco, rifiuta confronti e critiche, non ammette verifiche, elargisce resoconti infedeli di azioni il cui scopo ultimo è quello di servire in prevalenza cause di stampo oligarchico. Al crogiolo dell’agorà si sono sostituiti gruppi di giro, alleanze e cordate che traggono forza dalle disparità sociali e dall’illegalità. Tante catene invisibili che pervadono le istituzioni ed agiscono nell’ombra, ridisegnando anche l’apparato normativo, quando serve, per soddisfare interessi di parte. Salus rei domini suprema lex est. Non occorre alcun controllo, dice il Conducator con paterna condiscendenza, perché il mio governare, con buona pace dei “magistrati rossi”, è del tutto irreprensibile. Infatti, senza che l’opinione pubblica ne abbia la giusta percezione, per esportare libertà all’americana siamo praticamente in guerra. Per legiferare nell’interesse generale (?) si ricorre ai colpi di mano. Questo governo, malgrado una larga maggioranza, ha superato abbondantemente la soglia delle trenta fiducie richieste in aula. Le norme più rilevanti sono contenute in decreti (quasi sempre omnibus) con materie estremamente eterogenee e reciprocamente slegate, tanto che sfuggono alla stessa conoscenza dei parlamentari. Il metodo può essere assimilato alla marcia di vere e proprie carovane in terra di frontiera che, ad ogni sosta, vedono aggiungersi un nuovo carro fino a diventare inarrestabili. La Democrazia dovrebbe avere tra le sue caratteristiche la pubblicità del potere e dovrebbe per questo assicurare anche la nascita di leggi monotematiche. I regimi sono al contrario portati a sovvertire, a disinformare e ad ammantare di silenzio persino la loro attività legislativa, usualmente e disinvoltamente commissionata da cangianti congreghe. La più potente è quella delle banche con le quali, priva di sovranità monetaria, l’Italia ha contratto un debito pubblico astronomico e sostanzialmente inestinguibile. Segue il cappio leviatano della Ue alle cui disposizioni, tra l’altro, sacrificheremo, entro il 2011, anche l’Arma dei Carabinieri. Chiude il cerchio il modus operandi di Silvio Berlusconi & Co, al quale tanti modesti comprimari della scena politica nazionale hanno consentito e consentono, in palese e plurimo conflitto d’interessi, di legiferare per se, per gli amici e per gli amici degli amici attraverso decreti milleproroghe o decreti omnibus. Per mezzo di tali strumenti, previsti dalla Costituzione solo in situazioni particolari, si sono “sistemate” furtivamente una miriade di faccende, tutte lontane dagli interessi dei cittadini e sovente in contrasto con essi. Si è varata una sanatoria per le affissioni abusive delle campagne elettorali. Gli immobili “cartolarizzati” prima a prezzo di favore e poi rimasti invenduti sono stati restituiti agli Enti Previdenziali facendo pagare loro il prezzo di mercato. Alla Società Autostrade è stato consentito di assegnare i lavori di costruzione e di manutenzione senza effettuare gare d'appalto. All’editoria “fasulla” è stato erogato un mucchio di denaro pubblico. Il bene acqua, non a caso ribattezzata “oro blù”, ha assunto interesse finanziario. Analoga sorte è toccata al settore dei rifiuti. Facendo leva sul “senso di responsabilità delle opposizioni”, con riferimento alle “missioni di pace”, è stata posta in essere l’ambiguità tra Isaf ed operazioni assimilabili all’Enduring Freedom. Fra un emendamento ed un codicillo, si è tentato di svuotare i grandi processi in corso per bancarotta, la Mondadori ha risparmiato oltre trecentoquaranta milioni con il fisco e, grazie alla Lega, costituire una “banda armata” non è più reato. A motivo di un ennesimo decreto omnibus, da poco convertito in legge, c’è da chiedersi se la Tirrenia farà la stessa fine dell’Alitalia. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma quanto evidenziato, analizzando poi in ultimo il Ddl “Collegato Lavoro”, ancora in itinere, rende bene lo spirito con cui opera il legislatore. Primeggia chi riscrive la realtà, chi distrugge il linguaggio, chi riesce a mortificare i contenuti e le forme della comunicazione, chi nutre gli istinti più bassi, chi costringe i cittadini a giocare allo strip poker con carte truccate, giustificandosi poi nel raccontare loro che “There is no alternative”. Nel Paese, reso del tutto afasico, i corridoi che collegano tra loro le stanze degli intrighi indicibili sono numerosi ed oscenamente trafficati. Se oggi registriamo il sodalizio tra lo Stato e i Corallo’s, da troppi anni assistiamo al moltiplicarsi delle maschere e subiamo il peso di un’autorità tanto priva di autorevolezza quanto di limiti. Sotto l'egida di improbabili cavalieri e di presunti gentiluomini pontifici, l’Italia è finita nelle grinfie di un gruppo di canaglie e le ferite inferte al corpo sociale sono numerose. Il motto della Massoneria è “Ordo ab chao”. E’ lecito pensare che il caos deliberatamente coltivato da questo esecutivo trasmetta inquietudine non soltanto alla massa ma anche a chi comanda. Il capo della ‘ndrina sa di poter finire all’ergastolo, il sepolcro imbiancato colluso con la mafia è consapevole di obbedire con il rischio di finire sotto i colpi della lupara, l’avido non sa mai quando le sue vittime passeranno dal ricordo all’azione ed il despota, proprio perché approfitta di un circuito perverso di consensi, sa bene che coloro ai quali ha reso la vita impossibile non dimenticano. Lo sputtanamento della “casta” è condizione necessaria ma non sufficiente per risalire la china. Anche se è molto difficile, andrebbe individuata un’altra arena per promuovere un maggiore impegno collettivo e così facilitare la nascita di una Democrazia lontana dalla sterile retorica e dai connessi tripudi che scendono cacofonicamente dall’alto.                            

Antonio Bertinelli 6/10/2010                                                                                                                                              
Politically incorrect
post pubblicato in diario, il 4 settembre 2010


I promotori della libertà sono in attesa che si sciolga l’oracolo di Mirabello. Gianfranco Fini è diventato il novello omphalos della politica. Al netto degli equilibrismi finiani c’è urgenza di affrontare tutte quelle variabili che si intersecano con i metodi e le scelte di questo governo. Non va dimenticato che l’ex compagno Massimo D’Alema, illo tempore convertitosi al linguaggio e alle ricette dei cerusici del neo-liberismo, ebbe a dire: “Noi abbiamo bisogno dei capitalisti, ne abbiamo bisogno di più, e che siano aggressivi, che facciano bene il loro lavoro. Ecco perché dobbiamo fare le privatizzazioni”. I blandi effetti sul debito pubblico di quell’esortazione, peraltro largamente condivisa, sono scomparsi in un battibaleno e le implicazioni in rapporto all'assetto del Paese nella suddivisione internazionale del lavoro, dello sviluppo economico, dell’equità sociale sono ormai sotto gli occhi tutti. Tra poco arriverà un nuovo autunno caldo. Come possiamo attenderci che un qualche capitano di ventura possa mettere a punto un programma idoneo a restituire “normalità all’Italia? Le sue troppe peculiarità, berlusconismo compreso, si sono agilmente inserite in una trama dominata da forze che non conoscono confini, né controlli. Le oligarchie finanziarie transnazionali hanno messo in piedi una macchina devastante che, avvalendosi di qualunque espediente, più o meno lecito, mirando ad egemonizzare il sistema economico produttivo ed il commercio, sta travolgendo interi popoli in nome del mondialismo felice. I suoi profeti affermano che il traguardo si potrà raggiungere solo con la creazione di una Lega delle Democrazie la cui guida dovrà essere assunta dagli Usa. Per la creazione di blocchi continentali, con annessa frantumazione interna degli Stati che li compongono, siamo già a buon punto. La Ue è stato un ottimo trampolino di lancio ed è solo uno degli ingredienti di un disegno proteso a costituire un governo globale a cui si debbono aggiungere il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'Unione Asiatica, la Comunità Economica Eurasiatica, il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell'Africa, l'Unione del Nord America, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, il Sistema d'Integrazione Centroamericana, etc. Il messianismo globalista afferma di voler stabilire l'uguaglianza tra tutti gli esseri umani al di là delle barriere formatesi per le diverse appartenenze nazionali. In realtà vuole che i cicli produttivi siano spalmati in diverse zone del pianeta, desidera la libera circolazione delle merci, crea manodopera in eccesso, sostiene la politica dei bassi salari, pretende la flessibilità del mercato del lavoro, incoraggia masse di derelitti a fuggire dai Paesi più indebitati per cercare migliore destino in altri territori. Dopo la caduta del muro di Berlino, certi accadimenti hanno preso sempre maggiore velocità. Il decennio 2010 sarà cruciale per tutti, Italia in primis. I guitti della politica, con i loro doppi discorsi, si dissociano dalla società civile negando con gli atti quello che affermano con le parole. Nessuno chiede spiegazioni e solo qualche opinionista “impertinente” osa mettere a nudo la scostumatezza di questo o di quel personaggio, prescindendo naturalmente dalla sua collocazione in un contesto ben più significativo e scantonando dagli argomenti più “pericolosi”. Giorni fa il Financial Times scriveva che l’Italia ha bisogno di una rivoluzione a livello politico e non di superare soltanto il parossismo contingente. I riflessi della nostra situazione si leggono meglio che altrove nel rattrappimento dei consumi alimentari. Il tasso di disoccupazione è inferiore a quello europeo solo grazie alla Cig. Da Gennaio sono quasi settecentomila i lavoratori messi in cassa integrazione. I “precari in deroga”, se mai riavranno il loro lavoro, potranno aspirare ad un'instabilità protratta sine die. L’Italia è uno dei Paesi che più degli altri risente della crisi in atto e non riesce a diminuire i rischi con le proprie manovre economiche, facendo precipitare così le condizioni di reddito e sociali delle famiglie. C’è un collasso dell’economia reale interna e lo vediamo in numerosi casi: l’Eutelia, la Vinyls, l’Elettrolux, la Bialetti, la Tirrenia, la Fiat, etc. Ogni giorno muore un pezzo d’Italia. Le nefandezze della politica le sta pagando anche l’Istruzione. Vista l’entità dei tagli agli organici le classi saranno ancora più affollate dell’anno scorso e i disabili saranno costretti a misurarsi con una riduzione delle ore di sostegno riservate ad ogni allievo. I governanti dovrebbero sapere che attualmente non esiste alcuna locomotiva capace di trascinarci verso una ripresa forte e stabile dell’economia. E’ storicamente dimostrato che le politiche di austerità fanno crollare i consumi, deprimono i redditi ed inoltre diminuiscono le possibilità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, sia pubblici che privati. Per evitare la deflagrazione prossima ventura occorrerebbe una politica economica ben diversa da quella sottoscritta e messa in atto da Giulio Tremonti. Andrebbe rivista la progressività fiscale, si dovrebbe operare uno spostamento dei carichi impositivi, andrebbe ristretto l'accesso del piccolo risparmio, degli enti locali e dei depositi previdenziali al mercato finanziario. Tra l’altro, e più significativamente, si dovrebbe abbandonare la logica per cui solo le grandi imprese private hanno titolo nel garantire lo sviluppo ed il successo delle forze produttive. La “casta” potrebbe essere chiamata a compiere scelte “gravi” per restituire all'Italia un'autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell'occupazione. Più che che le divinazioni su quello che deciderà Fini servirebbe un vero spirito di squadra al fine di raggiungere quegli obiettivi diventati davvero improcrastinabili per tutti i cittadini e non solo per un’esigua minoranza. Chi potrebbe avere i numeri per organizzare una sana e solida formazione politica del tutto fuori degli schemi? Herbert Marcuse, e dopo di lui tanti sessantottini, voleva al potere l’immaginazione, unico strumento adatto a comprendere le cose nella loro variegata potenzialità. Noi ci accontenteremmo di tanti onesti Rossi, Russo, Ferrari, Esposito, Bianchi e così via nippando.

Antonio Bertinelli 4/9/2010
Onde distorte
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2010


Se vivessimo in una condizione naturale la leadership scaturirebbe dalle competenze e dalle attitudini proprie di determinati individui capaci di affrontare e risolvere i problemi della collettività. In simili condizioni il leader, riconosciuto unanimemente come tale, viene ascoltato e seguito perché grazie alle sue caratteristiche garantisce la sopravvivenza del gruppo di cui interpreta le necessità. Questo genere di direzione serve anche per la difesa comune, per superare pericoli e tenere lontane le minacce. Indro Montanelli diceva che la realtà è cinica e chi pretende di plasmarla secondo parametri nobili ed astratti fa solo del facile moralismo. Certo in una società complessa e costruita in gran parte su bisogni indotti non si può esigere che un capo sia audace, saggio, ispirato, generoso, animato da spirito di servizio, ma un leader politico dovrebbe almeno capire cosa vogliono i cittadini, credere in quello che dice, intuire i cambiamenti e stabilire un rapporto empatico con i suoi elettori. Quanti e quali segni distintivi presenta la classe dirigente italiana? Non ci sembra ozioso rilevare che, a prescindere dalle competenze tecniche necessarie ai diversi compiti che sono chiamati a svolgere, quello che accomuna molti leaders è la determinazione ad autoconservarsi traendo dalla posizione occupata ogni vantaggio personale, lasciando poi pagare ad altri le conseguenze delle loro razzie. L'individualismo della società odierna ci rende monadi e recide i legami di interazione che sono alla base delle dinamiche “naturali” di un insieme umano, favorisce la persistenza endemica di capi tanto inutili quanto organici agli interessi di potentati economico-finanziari. Lo stile cambia da soggetto a soggetto e, prendendo per buona la teoria di Max Weber, la leadership vincente è quella condotta da persone che si sentono a proprio agio. Non ci vuole molta immaginazione per capire chi si sente a proprio agio nel pantano italiano, dove i governati debbono soggiacere agli epigoni delle teorie economiche di Milton Friedman mentre i governanti legiferano per assicurarsi di giorno in giorno un’impunità sempre più ampia. Tra i contendenti in lizza per la conquista delle poltrone c’è alternativamente chi vince e chi perde. Invece il Popolo, chiamato ad obbedire senza che i “capi” mostrino mai alcun requisito di autorevolezza, è sempre soccombente. In queste ore ci prepariamo a pagare gli esiti di una sorta di tabula rasa causata dal modello di sviluppo economico abbracciato. Secondo l’assunto di Friedman qualunque disastro (il terremoto dell’Aquila docet) può rivelarsi un colpo di fortuna per dare vita a nuovi affari. Insieme alla manovra economica correttiva del debito, si sta mettendo a punto una serie di norme per silenziare definitivamente l’informazione, ostacolare ulteriormente il lavoro della Magistratura ed implicitamente favorire chi delinque alla grande. Il “risanamento” dei conti pubblici vedrà chiamare in causa le fasce economicamente più deboli e forse anche le famiglie con persone invalide a carico. L’editoria e il giornalismo, già in sofferenza per altri motivi, verranno colpiti con sanzioni pecuniarie insostenibili. Per i disobbedienti è prevista anche la galera. Con la nuova legge in tema di intercettazioni le indagini sul malaffare diventeranno estremamente difficili. Se si guarda alla leadership come strumento per raggiungere l’obiettivo non vi è dubbio che le rappresentanze parlamentari siano adeguatamente stimolate, motivate e coordinate per arrivare a mèta. Peccato che le mire delle compagini di partito non siano per niente in linea con gli interessi ritenuti prioritari dai cittadini. C’è un abuso di comunicazione che sfrutta il predominio mediatico per accreditare il legislatore come soggetto al servizio del bene comune. Se così fosse non ci sarebbe necessità di istruire i celerini ed altre forze dell’ordine così come vengono istruite e mandate in piazza, non ci sarebbe la necessità di imporsi con le menzogne e con la disinformazione sistematica. Se non primeggiasse l’interesse particolare di chi tiene le mani sulla cosa pubblica ci sarebbe un riconoscimento spontaneo di qualunque capo impegnato a realizzare un progetto condiviso dalla collettività. In Italia, travolta prima dalla crisi valoriale ed oggi anche da una grave crisi economica, sia Cesare che i suoi legionari ritengono impudica la libertà, ritengono che gli opinion leaders, i giornalisti e i magistrati siano d’intralcio all’azione di governo. Nelle democrazie moderne l’informazione è per lo più sotto la guida della classe “eletta”. Ciò consente che le risorse comuni possano essere gestite senza eccessivi intralci e con l’acquiescenza delle masse inconsapevoli. L’apparato normativo deve garantire certi privilegi e, nel contempo, l’equilibrio necessario a tenere in piedi il sistema. La politica serve prevalentemente per sorvegliare la mandria. Ma la situazione italiana si differenzia da altre realtà occidentali per più di una ragione. Qui non solo il ceto politico ha consentito che famelici sciami di cavallette spogliassero tutti i campi, ma esso stesso ha gozzovigliato per un ventennio contribuendo a saccheggiare persino i granai. In altri Paesi è ancora possibile additare qualcuno che rappresenti degnamente l’autorità e la dignità delle principali figure istituzionali. In altri Paesi la Giustizia funziona diversamente e chi froda paga davvero pena. In altri Paesi non esistono governi in grado di controllare interamente l’informazione televisiva. In altri Paesi l’editoria “pura”, per quanto possa essere “funzionale a”, fa da argine alle tracimazioni del potere. In altri Paesi non si stanno avviando al suicidio demografico. Si sa che le grandi menti hanno uno scopo e gli altri hanno solo desideri. Dato il contesto c’è da stupirsi se gli Italiani hanno smesso da tempo di desiderare figli?

 

Antonio Bertinelli 24/5/2010

A. Di Pietro, ovvero il principe di tutti i congiurati
post pubblicato in diario, il 3 febbraio 2010


Il turbinio del potente rotore non conosce soluzione di continuità. Davanti alle sue pale si avvicendano numerosi sherpa con il loro carico di fango. Il manovratore stabilisce di giorno in giorno dove direzionare il getto. Mentre si imbratta chiunque possa costituire un ostacolo al consolidarsi del regime, servi e cortigiani lavorano alacremente per dare l’ultima spallata allo Stato di Diritto. C’è chi ripete le consuete parole d’ordine, chi nasconde i veri problemi del Paese, chi distoglie l’attenzione dalla “vulnerabilità” di tutti quelli che tacciono o acconsentono e chi legifera secondo i dettami del committente. Ci rammarica anche quello che va dicendo il Papa: “Alcuni uomini di Chiesa lavorano per sé e non per la comunità. E' lo stesso male che affligge la società civile”. Gli eventi del passato testimoniano che, a volte, le gerarchie ecclesiastiche hanno conosciuto l’odore dello zolfo o sono state accecate dalle lusinghe della secolarizzazione, ma in quegli ambienti esistono da sempre anche gli anticorpi per contenere i danni che derivano dalle mire personali di qualche figlio degenere. Invece una società diffusamente corrotta ai suoi vertici come quella italiana non ha più gli strumenti minimi per difendersi da Belzebù. Mentre i parlamentari precettati vanno all’assalto degli ultimi residui di Democrazia a colpi di maggioranza, mentre, sia per salvaguardare gli interessi di Mediaset che per soddisfare le “necessità” censorie tipiche di ogni tirannide, si prepara l’affondo conclusivo da sferrare alla rete, mentre qualcuno più zelante di altri si rende disponibile per inficiare del tutto l’impiego giudiziale dei pentiti, gli schizzi di fango vengono orientati contro l’inviso “giustizialista”. Oggi una delle solite zucche piene di niente si è affacciato dal piccolo schermo per affermare che anche Antonio Di Pietro ha molte cose da nascondere. Non abbiamo mai pensato che l’ex magistrato, come peraltro chiunque, sia esente da limiti, ma di qui a lasciar intendere che sia stato e/o sia un agente di qualche potentato straniero ce ne corre. Grazie all’attività di questo Governo, seppur attraverso lo pseudo-liberismo, di cui sono maestri i soliti noti, specializzati fin dai tempi successivi alla Svolta della Bolognina, nel far pagare Pantalone, è stata conclusa la campagna di precarizzazione generale in modo da non suscitare gli strali della stegocrazia americana. Coltiviamo cordiali rapporti con diversi dittatori. Facciamo ottimi affari con la Russia ed abbiamo sostenuto la realizzazione del gasdotto South Stream. Annoveriamo celebri predoni di aziende pubbliche, temibili squali dell’economia reale e disinvolti finanzieri ben ammanicati con la politica, in aggiunta non abbiamo posto ostacoli di sorta ai signori delle multinazionali. Costituiamo un problema solo per l’Europa dei cittadini e per il business televisivo di Rupert Murdock. La prima, già un tempo contaminata dal dilagare del Fascismo, è troppo fragile rispetto a quella delle lobbies mercatiste e non ha i mezzi per “reindirizzare” l’Italia sui binari di una pur zoppa Democrazia. Il magnate australiano, a meno che non voglia ingaggiare un’assurda guerra di principio, può concedersi il lusso di non disturbare sua emittenza e di fare profitti su mercati davvero liberi. Basta poco per capire che Di Pietro non sia l’infiltrato di torbide trame internazionali. Il cosiddetto “zotico” è uno dei pochi che denuncia, specialmente nell’immediatezza del suo eloquio, i tanti mali che ci affliggono, e lo fa senza ricorrere a dei sofismi. Il punto è proprio questo. I pericoli che sta correndo il Paese non dipendono da chi l’ha data per mestiere, dagli inconsueti “rimbrotti” di qualche giornalista alla D. Boffo, dagli arresti di improbabili terroristi che vagano su Internet, dalle “rivolte” degli africani presi a fucilate o dalle presunte cospirazioni di A. Di Pietro e della sua fantomatica Spectre. Manipolando l’informazione, corrompendo fin dove è stato possibile, usando servizi di intelligence più o meno “deviati”, potenziando la centrale del ricatto l’eversione è già in opera da anni, e non ha alcuna necessità di supporti esterni. Sono già ridondanti le mafie e le formazioni politiche nostrane, figlie di un’“investitura popolare” rivendicata quotidianamente fino alla nausea, fino allo spappolamento mentale di tutti gli Italiani.

 

Antonio Bertinelli 3/2/2010


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permalink | inviato da culex il 3/2/2010 alle 23:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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