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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
La luna nel pozzo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2011


Non saranno certo folle oceaniche d’indignati nelle piazze o le rimostranze d’industriali tardivamente “pentiti” a far cadere il governo in carica. In un contesto globale turbolento i poteri forti sovranazionali hanno tutto l’interesse a sostenere esecutivi che non riservino imprevisti e che non siano in grado di scegliere autonomamente politiche in contrasto con gli interessi dell’Impero. Una classe dirigente spregevole e un governo travolto dalle inchieste giudiziarie non possono che inchinarsi a qualsiasi diktat. Il potere contrattuale di Silvio Berlusconi, ammesso che da domani voglia esercitarlo nell’interesse generale del Paese, è nullo. Quando verrà staccata la spina al suo governo il “nuovo” non potrà discostarsi troppo dal vecchio. Le finte e docili opposizioni sono lì a confermarlo più o meno da un ventennio. Fatte le debite proporzioni basta guardare al fuoco di paglia di Barak Obama, per molti aspetti peggiore di Bush junior. I bavagli inseguiti da Berlusconi non sono poi così diversi da quelli desiderati da Nicolas Sarkozy, David Cameron, Gordon Brown e dallo stesso presidente statunitense che, nei primi diciassette mesi di carica, ha surclassato tutti i suoi predecessori nel perseguire penalmente gli informatori “illegali”. Esigenze di casta ed esigenze di cosca, tipiche della realtà italiana giustificano a maggior ragione il controllo di ogni rivolo d’informazione indipendente, ma anche il faro delle democrazie si accinge ad applicare nuove censure sul Web, in aggiunta a quelle che già effettua l’Homeland Security. Attualmente è ferma al Senato degli Usa la legge Protect IP, che consentirebbe al governo di chiudere senza appello domini Internet ritenuti imbarazzanti. In un’ottica diametralmente opposta a quella adottata da noti prenditori a modo loro comunisti e da figure di un passato che ritorna in perenne conflitto d’interessi, riteniamo prioritario un avvicendamento in tutta l’amministrazione dello Stato. Restano naturalmente mille riserve sul come e sul chi prenderà il posto di Berlusconi. Come si è visto in Grecia, ed in forma più violenta in Libia, la globalizzazione dell’economia e della cultura pone in un angolo persone, popoli e sovranità nazionali fino a seppellirle sotto migliaia di bombe. Il passaggio forzoso dal Welfare State al Profit State allinea i governi sul dispotismo e le società su canoni orwelliani. La stampa che si professa libera, narrando le infinite miserie del re, della sua corte e di questo Parlamento, dimostra un marcato angloamericanismo, sottolineando quello che ci distingue e dimenticando tutto quello che ci accomuna ad altri paesi occidentali. Le democrazie si sposano ormai con tratti quali la paura, il monadismo, la sensazione d’impotenza, la repressione, lo scadimento della scuola pubblica, l’indirizzamento dell’informazione, il controllo telematico, le schedature di massa, la colpevolizzazione del dissenso, lo spionaggio capillare e la digestione dell’indigeribile. Le bugie sono utili per garantire la sicurezza dello Stato. La guerra è utile per scopi umanitari. Il genocidio viene praticato con discrezione. La tortura diventa metodo per ottenere informazioni. La brutalità della polizia viene accreditata come reazione alle intemperanze dei contestatori/delinquenti. Le carcerazioni vengono eseguite con la nonchalance tipica delle tirannie additate dal Pentagono, dalla Cnn, dalla Bbc, dal New York Times, dal Guardian e da altri media mainstream. Gli “indignados” europei, se infiltrati da organizzazioni politicamente o sindacalmente gerarchizzate, e quelli di Wall Street, che, malgrado gli abusi dei “cops”, sono appoggiati da George Soros, rischiano di assecondare inconsapevolmente ricambi gattopardeschi delle marionette politiche al servizio dello strozzinaggio bancario internazionale e del capitale apolide. La crisi indotta dal modello di sviluppo economico è in parte ancora circoscritta alle bolle finanziarie, ai debiti pubblici e alle privatizzazioni/svendite dei beni statali, ma, continuando di questo passo, rischia di sfociare in milioni di licenziamenti simultanei in tutto il pianeta. Con i governi espressione del Fmi, della Fed, della Bce, del Wto e di altri organismi sovranazionali, non c’è contenimento democratico, non c’è contenimento politico, non c’è contenimento sociale e c’è il rischio che la disperazione possa portare a rivolte endemiche. Superare il berlusconismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la “rinascita” dell’Italia. Dalla tipologia dei vari pretendenti al trono e visti i pulpiti dai quali partono lezioni di etica, è lecito supporre che la svolta post-berlusconiana sarà un’operazione d’immagine. Anche se indulgessimo all’ottimismo il panorama nazionale ed i vincoli del vassallaggio non ci consentono di sperare che la somma vettoriale delle decisioni politiche future darà come forza risultante un ridimensionamento delle élites finanziarie. Se è vero che la vita dei regimi dipende anche dall’apatia e dal relativismo dei cittadini, è altrettanto vero che le rivoluzioni non nascono tutti i giorni e che le insurrezioni hanno il fiato terribilmente corto. Ipotizzando che il nuovo possa essere analogo al vecchio, per combattere gli incubi di un continuum politico e quelli alimentati dalla globalizzazione potrebbe essere esplorata la strada dell’autarchia. Con la diffusa interdipendenza degli Stati e la conseguente subordinazione ad istituzioni globali, nate per perpetuare e lucrare su qualunque problema, è oggi impossibile sognare l’autosufficienza di una nazione. Per uscire dall’equazione mondialista basterebbe convertirsi ad un diverso stile di vita. La costituzione di piccole comunità autonome nel procacciarsi il cibo e magari in grado di raggiungere un surplus di produzione potrebbe essere un modo per sottrarsi, almeno temporaneamente, al destino programmato dai globalisti e dai loro mercenari.

Antonio Bertinelli 6/10/2011

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Bombe ed oclocrazia
post pubblicato in diario, il 6 settembre 2011


Dalla disgregazione dell'Urss ad oggi i poveri occidentali sono diventati più poveri, le classi medie sono scese di qualche gradino ed i ricchi sono diventati ancora più ricchi. La rimodulazione dell'Impero anglo-americano e le mascherate umanitarie di diversi paesi europei, Italia inclusa, hanno visto il susseguirsi di così tanti avvenimenti bellici da far rimpiangere l'epoca della guerra fredda. Il capitalismo apolide ha evidenziato come il suo girovagare non possa prescindere dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei popoli, ha evidenziato come, là dove non esistono le condizioni politiche per impadronirsi di territori, risorse, banche e mercati, siano da prescrivere missioni simili a “Odyssey Dawn”. Gli interventi ammantati di democrazia o giustificati dalla lotta al terrorismo hanno portato tutti i paesi finiti sotto il tiro di Usa, Ue ed Israele in condizioni infinitamente peggiori rispetto a quelle di cui godevano nel periodo antecedente alle operazioni militari. In Serbia, dopo l'insediamento del governo collaborazionista voluto dai filantropi al seguito della Nato, venne immediatamente costituita un’agenzia per le privatizzazioni al fine di alienare a prezzi di saldo le più appetibili imprese statali. La democrazia e le libertà promesse dall’Occidente, arrivate poi sulle ali dei bombardieri, seminarono morte e portarono decine di migliaia di disoccupati. Agli Iracheni è andata anche peggio in quanto tutte le strutture economiche preesistenti sono state soppresse per crearne altre ad hoc come preteso dai "liberatori" e si sono perdute le tracce di oltre diciotto miliardi di dollari appartenenti al fondo sovrano nazionale. Il Paese continua a vivere il dramma della guerra; tutto è razionato, manca l'acqua e la costante erogazione dell'energia elettrica, soffre il freddo, il caldo e la fame. Vede un mosaico di tribù incapaci di coesistere pacificamente. E’ immerso nell’odio, nelle razzie, nelle violenze gratuite e nelle vendette. In Iraq è stata alimentata la più sanguinosa guerra civile di questo secolo, il numero dei morti causati dall'invasione fortemente voluta da Washington e Londra non è stato mai ufficializzato. Del resto i vertici della spedizione, potendo contare sul rivendicato "destino speciale donato da Dio ai nord-americani", avevano dichiarato che non avrebbero fatto la conta degli uccisi e degli storpiati. Lo stesso aveva ripetuto Donald Rumsfeld: "Non faremo il conteggio dei morti altrui". Secondo un accurato studio svolto dalla Scuola medica Bloomberg della Johns Hopkins University, una delle più prestigiose degli Stati Uniti, la guerra del Golfo, nel periodo che va da marzo 2003 a luglio 2006, ha provocato la morte di 601.027 civili iracheni. Altri studi condotti per estrapolazione, come quello dell'istituto inglese Orb, asseriscono che il numero delle vittime civili supera il milione. Secondo Peace Reporter, dal 2003 fino ad oggi, sono morti oltre dodicimila civili in attacchi kamikaze. In Libia, dopo il passaggio di Jihadisti, Sas inglesi, Navy Seals americani, legionari francesi, tutti i tagliagole disponibili sul mercato e migliaia di bombardamenti dei "paesi amici", con un cumulo di rovine, sarà altrettanto difficile ottenere le stime dei caduti e valutare i danni nel deserto postbellico realizzato in nome della difesa dei diritti umani. Andrà tutto secondo copione. Stridono i nostri "bravi ragazzi", in giro per il mondo, in deroga al dettato costituzionale, negli ultimi mesi anche sui cieli della Libia, in deroga al trattato d'amicizia votato dal Parlamento italiano, che sparano e lanciano bombe credendosi alfieri o sentinelle della democrazia, imbevuti di retorica patriottica contro il terrorismo (quale?) e contro le dittature. Potenziale carne da macello raggirata con richiami a nobili capisaldi, spesso arruolata perché priva di serie alternative occupazionali, vittima di quel modello di sviluppo che schiaccia e sfrutta il genere umano senza più porsi alcun limite. Ovunque si riscontri un processo di deteriore americanizzazione domina l'idea nefasta che alle crisi congiunturali si debba rispondere con i conflitti, la soppressione di identità nazionali, la privatizzazione delle strutture economiche e dei servizi pubblici, il drastico ridimensionamento dei salari e dei diritti del lavoro, la compressione del welfare e l'ulteriore emarginazione dei più deboli. Le crisi vedono dimagrire lo Stato Sociale e vedono ingigantire lo Stato al servizio del Capitale. Mentre i cantori del sistema plaudono alle missioni umanitarie per affrancare i popoli dai tiranni sgraditi all'Impero, nel contempo, dichiarano che la globalizzazione non può essere ostacolata dalle lotte di piazza, dagli scioperi, dagli Stati e dai governi. Quando un politico deve assumersi una responsabilità nei confronti dei cittadini c'è sempre un quid disincarnato che lo sovrasta, che decide e sceglie per lui e che dunque lo assolve da ogni colpa. Quasi mai le giustificazioni addotte sono attendibili, tanto che non tutti i paesi europei sono entrati nel club degli "amici" della Libia. Per quanto riguarda la politica economica nazionale non è del tutto vero che il dominio del sistema finanziario Usa ed i diktat dell'Ue precludano ogni possibilità di manovra. Nessun ente sovranazionale ha imposto all’Italia una torsione autoritaria della società, leggi ad personam, ad castam, ad aziendam, norme inique e criminogene, scelte finanziarie gravanti esclusivamente sui ceti meno abbienti o ha rivestito d'odio compulsivo i colpi di mano contro la Scuola Pubblica, l’Università, i dipendenti statali, i pensionati, i salariati, i disabili e contro chi ha sempre pagato regolarmente le tasse. Certo è l'alta finanza che, con le sue folte schiere di burattini, opportunamente collocati in ombra o alla luce del sole, muove il mondo. Sono le famiglie dei Rothschild, dei Rockefeller, dei Morgan, dei Warburg, dei Lehman Brothers, dei Goldman e di pochissimi altri che hanno soffocato l’american dream, che spadroneggiano in una miriade di esecutivi fuori e dentro l’America. Ma ciò non giustifica il calarsi della politica in qualsiasi forma d’espressione criminale, né la sua aderenza attiva a cosche di ogni tipo. La Fed o la Bce non hanno mai chiesto alla classe dirigente italiana i processi artatamente lunghi e le prescrizioni brevi, l'impenetrabilità dell'illecito finanziario, la comoda legislazione off-shore, la "repressione zero" contro il white collar crime e la razzia pro domo sua dei beni comuni. Per gli orrori della campagna di Libia, per le immani sofferenze inferte ai suoi abitanti, codardi, furbi e bucanieri si possono nascondere dietro il giornalismo omertoso e capillarmente regolato, che deforma o sottace i fatti ed amplifica le istanze umanitarie da cui si vuole che abbiano preso le mosse i "liberatori". Manca invece una copertura mediatica tale da nascondere le fandonie perennemente raccontate dalla politica. Non è appellandosi alla presunta ineluttabilità globalista o al "Ce lo impone l'Ue" che i governanti, di ieri ed ancor di più quelli di oggi, possono declinare le proprie responsabilità nell’aver messo in ginocchio il Paese. Prima di suggerire implicitamente a Gheddafi di riscattare il suo passato lanciandosi, in groppa ad un cammello, a petto scoperto e con la scimitarra in pugno, contro i missili dei droni, sarebbe meglio guardare la montagna d’immondizia che abbiamo in casa.

Antonio Bertinelli 6/9/2011


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Effetto Doppler
post pubblicato in diario, il 23 maggio 2011


Dominique Strauss-Kahn era un assiduo frequentatore delle riunioni di “Le Siècle”. Il think tank parigino, bazzicato da esponenti di spicco della sinistra e della destra, da direttori, editori e presentatori di successo, è solito ricevere mensilmente i giornalisti per dare loro le dritte necessarie a “massaggiare i messaggi”. Come testimone di nozze DSK ha avuto Elisabeth Badinter, ex spin doctor di alcune teorie femministe. Il direttore generale del Fmi sapeva come funziona l’informazione, sapeva che una vasta editoria “minore” ha affrontato il radicalismo ideologico del femminismo mettendone in risalto aberrazioni, luci ed ombre, sapeva che la Cia erogò fondi a Ms. Magazine per erodere il modello familiare tradizionale, sapeva che esiste una filiera “educativa” senza confini territoriali, sempre più potente, ramificata e coesa per promuovere una pianificazione sociale mondiale. Già nel 1993, presso l’Antioch College di Yellow Springs, in Ohio, baci e sesso tra studenti erano burocratizzati secondo precise disposizioni. La norma in tema recitava testualmente: “(…) il consenso verbale occorre per ciascun nuovo livello di contatto fisico o sessuale in ogni tipo di interazione, indipendentemente da chi è l'iniziatore del passo successivo. Chiedere: vuoi far l' amore con me, e ricevere un si iniziale non è sufficiente. La richiesta e il consenso debbono essere specifici per ogni atto (…)". Tra le “conquiste” del femminismo c’è lo scardinamento dei principi giudiziari per cui quando si parla di abuso sessuale cade la presunzione di non colpevolezza, s’inverte l’onere della prova e sono gli accusati che debbono dimostrare la loro innocenza. La denuncia di violenza, vera o falsa che sia, è un capo d’imputazione degradante capace di sterilizzare ogni replica, in grado d’inficiare ogni forma di difesa tanto che l'ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, ha provato ad accusare di sistematici stupri, senza fornire alcuna prova, le truppe lealiste di Gheddafi. Negli Usa, là dove manca il consenso esplicito e ripetuto in “corso d’opera”, c’è un’alta probabilità di ritrovarsi in manette. Nel 1975, in Sud Dakota, venne definito il reato di stupro maritale e nel 1993 questo crimine venne riconosciuto in tutti gli altri Stati. Un uomo brillante, un campione entusiasta del capitalismo globale, che come Ministro dell'Economia, delle Finanze e dell'Industria ha affidato le telecomunicazioni francesi, l'acciaio, l'aerospazio ed altre industrie strategiche ai capricci del turbocapitalismo internazionale, può essere così sprovveduto da violentare un’inserviente d’albergo mettendo a repentaglio la propria carriera e proprio là dove rischia fino a settanta anni di carcere? Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale, fu costretto a dimettersi dopo avere accordato un aumento di stipendio alla sua amante, dipendente dello stesso istituto. Per quanto si legge sulla vicenda di Strauss-Kahn, e soprattutto per il linciaggio mediatico abilmente orchestrato, ci sembra più credibile l’ipotesi di una trappola per espellerlo dal Fmi che quella di un raptus di libidine senile. Ci sono da gestire gli enormi debiti pubblici di alcuni Stati europei che per allontanare nel tempo l’inevitabile default dovrebbero svendere tante altre risorse e beni pubblici. C’è la gigantesca massa di dollari stampati senza freni dalla Fed il cui valore non è più garantito da un corrispettivo in oro. Strauss-Kahn stava rivedendo le sue idee sul liberismo selvaggio, stava cercando di moderare gli ingressi nei vari paesi di capitale straniero, di evitare le bolle speculative, di regolare il settore finanziario, di limitare le privatizzazioni, di ripotenziare il ruolo dello Stato nell’economia, di contrastare recessioni e disoccupazione. Negli ultimi tempi auspicava una più equa redistribuzione della ricchezza ricusando implicitamente i diritti di predazione delle maggiori imprese private, sottolineava la necessità di abbandonare il dollaro quale unica moneta impiegata per gli scambi internazionali, pezzi di carta dati in pagamento di beni tangibili e che riempiono i caveau di tutto il Pianeta, segnatamente quelli cinesi. In sintesi stava diventando disfunzionale ai sistemi consuetudinariamente adottati dal Fmi e all’attuale politica della Fed. Che sia o meno colpevole di stupro, è solo un dettaglio irrilevante. E’ stato messo da parte e silenziato, nel prossimo futuro dovrà vedersela con i tribunali. La storia del personaggio, finito nella polvere come tanti altri che prima di lui hanno tentato di affrancarsi dalle direttive contingenti dell’Impero anglo-americano fornisce la misura delle difficoltà con cui si stanno confrontando vari popoli travolti dal saccheggio della mondializzazione in atto e per cui le possibilità d’intervento delle politiche nazionali di fronte ad organismi come Bis, Bce, Fed, Bm, Fmi, Wto, etc. risultano pressoché nulle. In Europa la precarietà, la crisi economica, la corruzione, la collusione tra politica e banche stanno facendo espandere la protesta delle masse. In Spagna come altrove i cittadini non sono distolti dal desiderio di liberarsi da un autocrate e dai suoi sodali. Dal 15 maggio gli Spagnoli sono scesi nelle piazze di 27 città consapevoli che gli Stati sono stati privati della sovranità monetaria ed economica, che parlamenti e governi sono costituiti da uomini di paglia al servizio del neoliberismo. Democrazia vera, uguaglianza, rispetto, diritti del lavoro e banche statalizzate sone le richieste più pressanti dei giovani disoccupati ormai in subbuglio. Sono consapevoli che la sconfitta elettorale odierna del Psoe non sarà sufficiente ad arginare il declino della Spagna, come altrove le solite e preventivate alternanze politiche non saranno in grado di salvare l’Europa dalla ferocia del futuro disegnato oltreoceano.

Antonio Bertinelli 23/5/2011

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Venghino signori venghino
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2011


A prescindere dalle giustificazioni formali connesse all’entità del debito pubblico, sono sempre i banchieri a decidere quando uno Stato si troverà sotto l'attacco dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, della Fed, della Bce e del Fmi. Ieri è toccato a Grecia ed Irlanda, oggi tocca al Portogallo, o meglio ai cittadini dei paesi attenzionati, scoprire di essere finiti in un abbraccio letale. Il Fmi omologa il deficit degli Stati e li obbliga alle politiche tipiche dell’economia globalizzata: riduzione dei dipendenti pubblici e dei loro salari, precarietà lavorativa, sfruttamento della manodopera, diminuzione dei servizi, svendita di patrimoni pubblici, divieto di finanziamenti alle imprese, privatizzazioni, massima apertura ai commerci delle multinazionali, creazione di paradisi fiscali e conseguenti benefici per le grandi corporations. Le risoluzioni dell’Onu e l’impiego del suo braccio armato rappresentano l’extrema ratio per quei governi che intendono cambiare la direzione del carro o non vogliono salirvi. In genere per piegare le economie nazionali agli interessi dell’Impero bastano organismi come il Wto, magister della mondializzazione, ed altri gruppi di pressione simili al club Bildeberg, al forum di Davos, etc. La crisi generata dalla finanza creativa a danno dell’economia reale ha fatto scivolare molte amministrazioni statunitensi in una condizione desolante. L'Illinois è sull'orlo del fallimento, ma molti altri Stati non hanno motivi per consolarsi. Dopo aver evitato la paralisi dei servizi federali, Obama ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare che domani (10/4 n.d.a) i monumenti e i musei di Washington così come quelli nel resto d'America saranno aperti. Abbiamo il dovere di vivere in base ai nostri mezzi per proteggere il futuro dei nostri figli”. Al di là delle dichiarazioni di circostanza va sottolineato che gli Usa sono prossimi allo smantellamento di tutte quelle conquiste sociali risalenti al New Deal del presidente Roosevelt. Basta esaminare la legge finanziaria del Wisconsin, approvata lo scorso mese, che prevede la privatizzazione di impianti d’energia ed un nuovo sistema di appalti pubblici senza gara. Gli articoli in essa contenuti si avviano inoltre a distruggere il sistema pensionistico pubblico Wrs, ottimamente gestito e con settantacinque milioni di dollari in riserve, privilegiando i sistemi assicurativi privati. La scala dei redditi continua a manifestare differenze abissali tanto che, malgrado il tentativo obamiano di contenerle, le remunerazioni dei manager bancari e delle società quotate in borsa hanno ripreso a crescere verso l’alto. Ovunque gli Stati, coinvolti dalla crisi, sono stati costretti a soccorrere il sistema bancario, a tagliare i bilanci e a chiedere sacrifici ai cittadini, ma il sistema strutturale dei mercati finanziari, quello che ha visto gli stessi Stati diventare bersagli della speculazione, è rimasto intatto. La crisi è stata fatta pagare ai disoccupati vecchi e nuovi, alle aziende che hanno chiuso i battenti, a chi non ha trovato lavoro e a quelli che lavorano in cambio di un reddito da fame. La forbice sociale si è divaricata, la ricchezza è sempre di più concentrata nelle mani di quelle oligarchie che hanno impoverito nazioni e popoli. La cosa più inquietante è che l’economia reale retrocede in continuazione di fronte a quella fittizia, facendo rilevare un numero di addetti in discesa costante. La finanza speculativa e la terziarizzazione economica ha costi che il profitto generato dall’economia materialmente produttiva non è in grado di sostenere. Sembra che nel 2008 gli Hedge Funds abbiano creato pseudo-valore per un importo pari a venti volte il Pil mondiale, ovvero un’immensa montagna di soldi priva di riscontri nell’economia reale. Da parecchi anni l'economista Lyndon La Rouche rivolge appelli per mettere fine alla speculazione sul cibo. Recentemente, tra gli altri, anche il Ministro dell’Agricoltura francese ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame”. In ultima istanza appelli e parole contano poco, governi e parlamenti sono le propaggini di un potere economico che, rimanendo nell’ombra, detta l’agenda mondiale. I politici sono le “bronzine” destinate a bruciarsi e ad essere sostituite, quando giunge il momento, per salvaguardare il potente motore delle élites finanziarie che restano abitualmente defilate. Per salvare la “corona” gli esecutivi si prendono le responsabilità, si espongono al confronto con la realtà, con i fallimenti politici, con le tensioni e con i malumori popolari. Persino se sono stati fedeli alle direttive della grande finanza possono venire sfiduciati con biasimo. L’alternanza “democratica” di maggioranze politiche attraverso l’esercizio del voto popolare garantisce sempre la continuità del vero potere sovrano, quello che risiede nelle maggiori banche internazionali o comunque è espressione di poderose dinastie familiari. Il socialista Zapatero è spendibile nell’interesse della Banca Europea come e quanto il conservatore Cameron lo è per la Banca d’Inghilterra. I desideri personali del democratico Obama non impediscono i pesantissimi tagli di bilancio nel Wisconsin voluti dal governatore repubblicano Walker. Le leggi si piegano ai voleri del più forte, dunque è naturale che le grandi corporations del Pianeta non paghino tasse o ne paghino in percentuale modesta, è probabile che chi organizza un colpo di stato non finisca mai davanti ad un tribunale, è possibile che Bank of International Settlements sia esente da ogni controllo politico, democratico e giudiziario. I governi si avvicendano e passano senza sconvolgere più di tanto gli assetti di potere dei mandanti. Chiunque può fare fagotto senza troppi crucci per godersi magari una pensione di lusso grazie ai servigi resi ad una società finanziaria, ad un gruppo assicurativo, ad un consorzio petrolifero o ad un qualsiasi network di stampo criminale. In Italia le mafie esistono da centocinquanta anni e neanche Mussolini ha osato attaccare a fondo gli alti livelli. Appena il prefetto Cesare Mori si spinse a coinvolgere il viceministro degli Interni Michele Bianco ricevette il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno 1929. F.to Il Capo del Governo”. Berlusconi non è solo il fiduciario di una cupola di potere, ma lui stesso è titolare di rilevanti interessi, dunque, specialmente, certe “anime belle” delle opposizioni non dovrebbero continuare a sorprendersi se non vuole lasciare il trono e se buona parte della suo impegno legislativo ha mirato e mira ad affrancarsi dai pericoli dell’azione giudiziaria. A differenza di molti altri politici che hanno invaso le istituzioni per conto terzi, lui le ha prese in ostaggio anche in forza e per i vincoli del suo denaro.

Antonio Bertinelli 11/4/2011

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En attendant Godot
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2011


L’investimento speculativo sostenuto dai banchieri a discapito dell’economia reale ed il neoliberismo applicato nelle fabbriche si sono trasformati in un incubo. Le grandi banche, dopo aver sanato le perdite dovute alle avventure finanziarie da loro stesse alimentate, con l’intervento dei governi che hanno scaricato il peso del money manager capitalism sulle spalle dei cittadini, hanno chiuso i cordoni della borsa. Adesso pretendono che gli Stati rientrino velocemente nei parametri stabiliti riducendo i propri debiti, impedendo così ai Paesi già privati di sovranità monetaria di spendere a deficit per produrre ricchezza. Di qui la serie infinita di tagli alla spesa pubblica, welfare incluso, e conseguente aumento della povertà. Le piccole imprese con problemi di liquidità finiscono per soccombere. Quelle più grandi, dovendo essere competitive sui mercati internazionali, comprimono i costi del lavoro e mirano ad ottenere la massima produttività delle maestranze. La corsa globale comanda norme di concorrenza prevalentemente nell'area dei fattori produttivi più fragili, ad iniziare dalla forza-lavoro L’Italia è ingabbiata dall’euro e dai connessi patti di stabilità. Come se non bastasse, ha pochi grandi imprenditori, soprattutto avvezzi a spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici e a contare sugli aiuti di Stato per produrre ed innovare. I dobermann dell’Ue non ci perdono di vista. Proprio ieri il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha chiesto riforme strutturali molto decise e continuative per rilanciare la nostra bassa produttività lavorativa. Avrà solo voluto spezzare una lancia in favore di Sergio Marchionne? Del resto anche il solito inossidabile gag-man ritiene giusto che Mirafiori venga abbandonata al suo destino in caso di un esito “negativo” del referendum imposto dall’a.d. della Fiat. Siamo finiti sotto la tutela di organismi finanziari privati, come il Gbm, la Fed, il Fmi, il Wto, la Bce e numerosi Think Tanks, che dirigono le economie mentre i governi ed i parlamenti, beetle-brains funzionali ai poteri forti, producono indebitamenti, svendono patrimoni comuni, riscuotono tasse, ma non si occupano di emergenze sociali. I governi “progressisti” hanno osteggiato la nazionalizzazione della Banca d’Italia ed hanno consegnato il Paese nelle mani della finanza anglo-americana. Ma chi è rimasto a credere che Berlusconi abbia trattato la vicenda della dismessa Alitalia per tenere alta la bandiera tricolore o che commerci con Gheddafi e Putin per affrancarci dalle servitù energetiche consolidate illo tempore? Le decisioni economico-politiche sono proprie di poche superpotenze, assoggettate ad oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Le grandi corporations controllano sia i cicli del mercato che la borsa mondiale. Il diritto internazionale è ormai subordinato alle volontà incontrastabili di banche e finanza. Il General Agreement on Trade in Services, un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio entrato in vigore nel 1995, parallelamente all’accordo per l'abbattimento dei dazi nazionali, è sottoscritto anche dall'Italia. In questo quadro i partiti politici si sono posti al servizio di intoccabili e giganteschi interessi privati. Il turbocapitalismo domina i processi di globalizzazione dall'alto dei “palazzi” di Londra, Francoforte, New York, Washington, Shanghai, etc. La stessa Europa non fa che generare organi di controllo economico sottratti a ogni valutazione popolare ed investiti di poteri assoluti. Le aspirazioni dei “progressisti” sono andate deluse e l’attuale governo conservatore ha dato il colpo di grazia a ogni pur minima speranza di una più equa redistribuzione del reddito. Con la crisi che ha travolto l’Occidente sono aumentate le fusioni tra colossi ed i grandi hanno divorato i piccoli. Il Popolo, ingannato dai media più potenti e dall’omertà che lega quasi tutti i soggetti politici, continua a vivere prigioniero del più grande reality mai realizzato nel corso della storia. Romano Prodi si gode un “pensionamento” dorato; Silvio Berlusconi, quando e se deciderà di mollare la presa, potrà ritirarsi ad Antigua; Gianfranco Fini suggerisce ulteriori spoliazioni pubbliche per sanare il deficit statale; gli avvoltoi fanno giri sempre più stretti sulle carcasse rimaste da spolpare. Il Pd, dopo una serie infinita di inconfessabili inciuci, senza neanche aspettare l’aiuto dei nuovi rottamatori abbagliati dalle luci di Arcore, continua a liquefarsi. Il “canadese”, che tiene a cuore le sorti degli operai, preferisce mantenere la sua residenza fiscale in Svizzera, dove paga in tasse un'aliquota del 30%, anziché quella italiana del 43%. Insomma chi può si tiene ben lontano dai sentieri della virtù sempre invocati dallo zelante Trichet. Riandando col pensiero al vecchio operaio che, fuori dei cancelli dello stabilimento torinese, piange sul divide et impera lasciato cadere sui suoi colleghi, nell'attesa surreale dell’ora del giudizio, ci sovviene qualche verso di G.G. Belli: “Eh! ppanza piena nun crede ar diggiuno. Fidete, fija io parlo pe sperienza. Ricchezza e ccarità sò ddù perzone che nnun potranno mai fa cconoscenza”.

Antonio Bertinelli 14/1/2010

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