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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
A buono cavallo nun le manca sella
post pubblicato in diario, il 16 ottobre 2010


“L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto”. Lo diceva Maurice Allais. Il fisico, chiamato a tenere delle conferenze negli Usa durante gli anni trenta del secolo scorso, si trovò nel mezzo della grande depressione. L’esperienza lo toccò a tal punto che decise di dedicarsi allo studio dell’economia per poter capire come un Paese dotato di enormi risorse fosse riuscito a condurre la maggioranza dei suoi abitanti nella miseria più nera. Insignito del premio Nobel, nel corso degli anni, si era più volte espresso contro la globalizzazione voluta dai grandi banchieri. L’insigne studioso aveva previsto con largo anticipo il crollo economico europeo a causa dell’assalto portato da tutti quei Paesi che impiegano manodopera schiavizzata, senza tutele e con salari miseri. Allais, per tutta la vita ignorato dalla grande editoria e dagli economisti organici al sistema, se ne è andato in sordina la settimana scorsa. I problemi da lui previsti sono ormai esplosi in tutta lo loro gravità. La globalizzazione, imbastita sul concetto di competitività, intesa come strategia di sopravvivenza e predominio in un contesto aggressivo ed anomico, ha ridotto al lumicino le possibilità di autodeterminazione dei Popoli, ha reso difficile la loro partecipazione alle decisioni pubbliche ed ostacola pesantemente le facoltà di manovra dei governi. Quella che è stata accreditata dai potenti bankers come la grande chance, fonte di benessere per tutti, ha prodotto insicurezze finanziarie, reddituali, lavorative, assistenziali, culturali, personali, politiche e sociali. La mutazione in atto si sta rivelando devastante. Nel mondo occidentale il protagonista della scena è il capitale anonimo. Il grande imbroglio della libertà è tanto più visibile quanto più ci si allontana dai principi fondanti della Democrazia. Chi ha smisurati mezzi finanziari si camuffa avvalendosi di un potere incorporeo destinato a tagliare fuori i cittadini da qualunque processo decisionale. Nel mondo odierno ci sono un miliardo e trecento milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, seguiti da un miliardo e settecento milioni di poveri. Alle banche, al capitale internazionale e alle multinazionali questi numeri non interessano. Ai mercati globalizzati bastano tutti gli altri sia come forza lavoro a costi irrisori che come consumatori. Se Poi in Cina si verranno a trovare altri duecentocinquanta milioni di individui in grado di consumare saranno meglio assicurate le magnifiche sorti di chi ha deciso per tutti. Fatte le debite proporzioni, l’Italia, con i suoi otto e passa milioni di poveri e con il rischio di veder crescere ulteriormente il numero dei suoi “vagabondi”, non può rallegrarsi. Con la trasvalutazione dell’etica, l’uomo, svenduto al neo-liberismo, si è dissolto nel mercato. Come è pensabile, si chiede Joseph Stiglitz, costruire fabbriche, creare lavoro con capitali che entrano ed escono da un Paese nel volgere di poche ore? I cosiddetti “complottisti” ritengono che questo tipo di globalizzazione risponda al comando centralizzato di un governo ombra sovranazionale. Si voglia o meno sottoscrivere la teoria della “colonizzazione” voluta e diretta dal Fmi, restano emergenze che la politica italiana non può né vuole affrontare. Nonostante diversi movimenti auto-organizzati, persino in technicolor, calpestino inesausti le piazze del dissenso da un decennio, le “opposizioni” non riescono ad offrire loro un unico centro di aggregazione e di lotta. Nel connubio tra politica, mafie, massoneria, toghe sporche e servizi segreti “deviati” si perde del tutto l’orientamento. E’ come il gioco delle tre carte, non si indovina mai la posizione di quella vincente. Diceva Winston Churchil che a volte l'uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi, si rialza e continua per la sua strada come se non fosse accaduto nulla. Fausto Bertinotti è stato alla fine indotto a fare il Cincinnato. C’è ancora qualcuno che ricordi il suo presenzialismo televisivo, anche nel salotto di Bruno Vespa? C’è ancora qualcuno che ricordi il suo “stupore” per l’ardire investigativo di Clementina Forleo? Nella migliore delle ipotesi si può concludere che Bertinotti, tra un alchimia e l’altra, tra una critica massimalista ed una strizzatina d’occhio ai no-global, ha cambiato ragione sociale alla vecchia impresa ed è transitato nell’area del “politicamente corretto” o, quanto meno, del politicamente consentito. Nell’attuale panorama parlamentare non vediamo quale attore potrebbe immergersi fattivamente nella realtà del Paese e contrastarne la deriva. Ovunque si guardi, fatta eccezione per la società civile, non ci sono segnali confortanti. Sono sicuramente in mala fede tutti quelli che, prendendo a pretesto le vicissitudini di Annozero, invocano l’ennesima privatizzazione di un servizio pubblico. Possibilmente a favore di soggetti adusi a servirsi di lontane società off shore e di utili prestanomi. I partiti dovrebbero stare fuori della Rai, ma ci assilla maggiormente lo stato della Giustizia, quello della Scuola e quello del Lavoro. Per questi settori, quando si è legiferato lo si è fatto “contro” e, grazie, in ultimo, anche a chi si autodesigna portatore di "Futuro e Libertà", il viaggio al buio continua. Oggi, alla manifestazione indetta dalla Fiom, non sarà presente il più grande partito di “opposizione”. Un’altra Italia è possibile? A Napoli dicono che se “chillo chiagne e fotte”, è pur vero che “a buono cavallo nun le manca sella”.

Antonio Bertinelli 16/10/2010
Tercer pais
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2010


Per quello che emerge dalla maggior parte giornali e dalla Tv sembra che la crisi economica mondiale non ci riguardi più di tanto. Da come se ne parla e scrive fin da luglio, a rendere insonni le notti degli Italiani, provvede la vicenda catastalmonegasca che coinvolge il Presidente della Camera dei deputati. Eppure si potrebbero raccontare e tentare di risolvere centinaia di storie preoccupanti che riguardano famiglie in difficoltà, realtà produttive che spariscono e, in generale, il declassamento dell’Italia in ambito internazionale. Con l’avallo di questo governo la linea industriale liquidazionista appare ogni giorno più marcata. Ultimamente la foia smantellatrice sta interessando anche Fincantieri, con il settore navale in procinto di rivedere i carichi di lavoro e deciso a ridurre le maestranze. In linea teorica spetterebbe ad ogni esecutivo, per quanto raffazzonato, stilare un piano d’emergenza per garantire l’occupazione in uno dei settori ancora in grado di offrire prospettive di sviluppo al Paese. Invece gli operai che manifestano a Castellamare di Stabia possono ottenere al massimo una comparsata televisiva di qualche secondo diluita nel mare magnum delle chiacchiere fumogene che irretiscono gli habitués del piccolo schermo. Oltre la siepe del berlusconismo c’è il buio con le sue ombre a cui questo Parlamento di nominati non può, né vuole guardare. La più grande forza di “opposizione” si fa specchio del Pdl finanche nel riprodurre internamente tanti sterili “distinguo” sul nulla. Le parole e le divisioni dei maggiorenti pidini sono tanto utili al Paese quanto lo sono i sofismi degli azzimati portavoce di Futuro e Libertà. I primi si industriano, da tempo immemorabile, per omologarsi al peggio, senza mai ritenersi soddisfatti delle loro performances in sintonia con i desideri del padrone. I secondi, da sedici anni corresponsabili di inenarrabili porcate legislative, provano a convincerci che, malgrado il persistente abbaiare, una loro defezione in corso di Legislatura violerebbe il “contratto” sottoscritto con gli elettori. I dirigenti dell’Idv spingono per il ripristino della legalità e si pongono come alfieri dei più deboli, ma debbono fare i conti con i numeri di cui dispone il partito e con alcuni suoi discutibili organigrammi. I grillini potranno ascendere agli alti scranni soltanto in futuro e presumibilmente in quantità omeopatica. La galassia delle formazioni politiche a sinistra del Pd, costituita da almeno otto sigle, rimarrà forse definitivamente fuori delle assemblee legislative. Con l'augurio che l’intera Società Civile riesca a coagularsi intorno ad un nuovo polo, tutto da inventare, sorge il dubbio che il pensiero di Karl Marx non sia proprio “morto” del tutto. Se l’ode funebre al filosofo ha preso le mosse dal fallimento del socialismo reale, fino a diventare una delle ossessioni del principe, la sua declamazione non ha esorcizzato l’incalzare degli eventi. Le strade della ragione, del Diritto, della giustizia e dell'equità sono diventate ogni giorno sempre di più accidentate. Di pari passo è stata profusa a piene mani la pedagogia della prevaricazione. La frase con cui si apre il primo capitolo del “Manifesto”, “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classe”, è ancora la migliore chiave di lettura per interpretare quanto accade in ambito economico. Se si tralascia l’aspetto seducente di certe promesse marxiane non è anacronistico ritenere che il pensatore di Treviri abbia messo a punto uno strumento singolarmente efficace per comprendere anche le aumentate discrepanze della società occidentale. Che si pensi alla lunga teoria di norme giuridiche prèt-à-porter o alla governance dell’economia è di un’evidenza abbagliante riscontrare come la classe egemone “proclami di non avere altro scopo che il guadagno”. Il vaniloquio di regime oscura la realtà e ci sta portando lentamente verso uno sbocco di tipo sudamericano. In base al Pil, il Messico rappresenta la tredicesima economia mondiale. La distribuzione della sua ricchezza è però così dissimile da far riscontrare sia situazioni socio-economiche da primato che altre analoghe a quelle del Burundi. Il marciume, la disuguaglianza e la violenza scombinano la vita dei cittadini, la sensazione d'insicurezza serpeggia ovunque mentre un’élite avida ed impunita si serve della televisione per opprimere o catturare il consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. La corruzione guida dall’interno la Polizia e la Magistratura. Il sistema giudiziario permette a delinquenti, narcos, mafiosi e politici di prendersi gioco delle leggi. L’Italia non ha particolari affinità culturali con il Messico ma, per entrambi, sono significativi alcuni tornanti storici. Quando, nel 1947, gli Usa impedirono ai messicani di accedere in tutti i modi ai vaccini contro l’afta epizootica le loro mandrie vennero distrutte dal contagio così tanto da squassare l’ossatura economica del Paese. L’apertura dei mercati nel 1994, con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement, causò la scomparsa dei profitti degli agricoltori messicani, i quali, di conseguenza, cominciarono a coltivare piante di cannabis e papaveri da oppio, consentendo la proliferazione esponenziale del narcotraffico. La vita politica del Messico è stata praticamente monopolizzata da un unico partito, tra i capi di governo succedutisi si può annoverare anche il Presidente della Coca Cola, Vincente Fox. L’Italia, fin dalla nascita della Repubblica sotto l’ombrello “pane e lavoro” degli Usa, non ha mai goduto di una vera sovranità nazionale. Il suo tracollo definitivo è iniziato con l’esplosione del villaggio globale, con il ritrarsi dello Stato dall’economia e con l’abbattimento delle frontiere doganali. Il premier, fornito illo tempore di sostegni adeguati all’uopo, seppure con corifei dissimulati sotto le più diverse bandiere, ha creato sostanzialmente il suo partito unico, non fa mistero di quanto sia sensibile al proprio business, a quello degli amici, come e più del management di una multinazionale. Le cure praticate dai governanti messicani hanno prodotto il cosiddetto tercer pais, ovvero una grande striscia di territorio dove non esiste il controllo statale sugli investimenti, dove tutto è lecito, dove il profitto e la corruzione non conoscono limiti. Da noi, per cogliere i risultati della terapia messa in atto dai governi, basterebbe collocare, soltanto per qualche giorno, microfoni e telecamere fuori degli acquari curati da Raiset. Per zoomare la ventennale decadenza italiana sarebbe sufficiente ascoltare i “fannulloni” del trio Brunetta-Tremonti-Gelmini, soffermarsi davanti ad una scuola “riformata” o ad un’azienda in crisi, andare sull’isola dell’Asinara, far parlare i ricercatori dell’Ispra o i nuovi esuberi dell’Alitalia, dare voce ai metalmeccanici della Fiat o ai cassintegrati della Fincantieri. Il nostro drogato tercer pais è in attesa della messa a dimora di improbabili ulivi, si distrae con la saga dei Tulliani e, mentre a Terzigno (Na), sommerso dai rifiuti, si consumano scontri tra dimostranti e poliziotti, soggiace ormai persino alle acrobazie verbali di un transfuga per caso.

Antonio Bertinelli 25/9/2010
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