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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
Aria di casa nostra
post pubblicato in diario, il 5 marzo 2011


Ad eccezione di Karl Marx, i maggiori filosofi occidentali concordano sul fatto che l'unica sfera di convivenza razionale per gli uomini sia rappresentata dallo Stato. Quello sociale chiama in causa tutti i soggetti che lo costituiscono per sollecitarne la partecipazione ed opera al fine di una più equa distribuzione dei redditi. Per qualche tempo una verniciatina di socialismo ha consentito di credere ad un organismo dispensatore di equità in uno spirito di rettitudine, di collettivismo e di sensibilità al bisogno. Quando la concezione proprietaria delle istituzioni ha ripreso il sopravvento, rinunciando persino a salvare la forma, i cittadini hanno potuto constatare come tutti i loro diritti fossero diligentemente contingentati, incluse quelle libertà democratiche di cui sono intrise le moderne Costituzioni, a partire da quella americana. Balza agli occhi la concezione proprietaria del primo ministro, ma non è irrilevante quella che vede esponenti del Pd, come Franca Chiaromonte, Silvio Sircana, Enrico Morando, riproporre l’immunità parlamentare per bloccare i processi di tutti gli “onorevoli”, a prescindere dal tipo di reato commesso. Piaccia o non piaccia, è sempre più difficile incontrare soggetti che, inseriti a qualunque titolo nell'amministrazione della cosa pubblica, dal deputato al consigliere comunale, dal direttore generale al funzionario, non trasformino le loro stanze in centri di potere personale abusando della carica ricoperta. C’è la possibilità di appaltare lavori pubblici in gran segreto, la possibilità di vendere ed acquistare patrimoni pubblici al 15/20% del loro valore di mercato, svincolare beni pregevoli dal controllo di comitati scientifici per poi farli alienare, impedire all’Agenzia delle Entrate di costituirsi parte civile contro i grandi evasori fiscali, la possibilità di avvalersi di scatole cinesi societarie per vampirizzare le maestranze e poi fuggire con la cassa. L’impunità per chi sottoscrive qualunque patto scellerato a danno della comunità ha il marchio di garanzia del sistema Paese. Quando non incoraggia l’apparato normativo aiutano a delinquere i tempi lunghi della Giustizia e le molteplici disfunzioni dell’attività giurisdizionale prodotte dal legislatore. L’omertà e la quasi certezza di non essere perseguiti incoraggiano chi blocca il pagamento delle fatture dei fornitori, chi ostacola per anni l’erogazione del trattamento pensionistico dovuto, chi impedisce il pagamento regolare di stipendi e salari, il primario ospedaliero che dimette un paziente prima della guarigione, il magistrato embedded, il commissario d’esame corrotto, i protagonisti di parentopoli e affittopoli, insomma tutta la masnada di piccoli furfanti che nascondendosi dietro il paravento della P.A. si sentono autorizzati a disporne come se fosse cosa propria. Secondo la chiave di lettura marxiana lo Stato non è in grado di mediare le contraddizioni sociali ma ne è il prodotto. Le idee di Marx, date per sepolte sotto il crollo del socialismo reale, appaiono oggi più attuali di quanto lo fossero nel XIX secolo. Mentre le uova del drago andavano schiudendosi sotto il mandarinato della politica “progressista” e il Direttore Generale del Tesoro procedeva alacremente alla vendita dei gioielli di Stato, il berlusconismo, trovando terreno fertile, metteva solide radici fino a distruggere ogni possibilità di perseguire futuri diversi da quelli imposti in nome dei grandi affari e del mercato globale. Lo Stato ha perduto il controllo sul settore bancario e assicurativo, su quelli dell’energia, delle telecomunicazioni, della siderurgia, dell’editoria e dei prodotti alimentari. Tra un “baciamo le mani a vossia” ed una compera di “responsabili” il premier continua a prendere a calci la Carta. La commistione tra diritto pubblico e diritto privato ci sta riportando al feudalesimo, l'accentramento dei poteri senza controllo sta virando nell’assolutismo, la ferocia del capitale sta soppiantando i fini generali degli apparati statali e sta riportando indietro l’orologio della storia. La specificità italiana rende anche più difficile la ricerca di una soluzione per contenere tutti quei danni che derivano dal programma di saccheggio dell’orbe terracqueo messo in atto dai maggiori banchieri e dalle multinazionali. Le trasformazioni in Spa, le esternalizzazioni e le privatizzazioni di enti statali hanno portato inefficienza, truffe, sperpero di soldi pubblici, minore occupazione, sfruttamento del lavoro e licenziamenti. Il neoliberismo ha portato acqua ai mulini dei padroni italiani, del capitale monopolistico e della grande finanza. La stampa entusiasta ci partecipa che il 2011 sarà l’anno d’oro delle privatizzazioni in Turchia. Ma vorremmo sapere per chi. In qualunque paese finito nell’orbita della cultura economica occidentale, dall’Ucraina alla Slovacchia, dalla Russia al Rwanda, dal Wisconsin ai villaggi africani, dove si scippano “brevetti” per le produzioni agricole, le parole d’ordine sono sempre le stesse: demolire gli Stati, privatizzare, indebolire la forza contrattuale degli operai e smantellare il welfare. Il potere politico, più o meno subordinato alla visione di quel glorioso e disinteressato progetto di dare al Pianeta il controllo unico degli istituti del capitalismo globale e finanziarizzato come la Bm, il Fmi ed il Wto, è sempre meno credibile. Il decreto istitutivo della Difesa Servizi Spa consente di gestire riservatamente le commesse militari, secretare le spese e la natura degli acquisti, ma non prevede di nascondere i nominativi dei componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale. Va da se che il verbo delle privatizzazioni sia risuonato di pari passo con le dinamiche imperiali del drago anglo-americano, ma i saltimbanchi della politica italiana, il governo del fare, la P2, la P3, la P4 e così via fraternizzando, quando si tratta di business, non hanno bisogno di suggeritori. Non può essere una coincidenza che dalla caduta del Muro di Berlino si oda quotidianamente il canto funebre a Marx. Non è per passione aneddotica che, da quando calca il proscenio parlamentare, Silvio Berlusconi ammorba il Paese con il suo Maccartismo da operetta.

Antonio Bertinelli 5/3/2011
Down the drain
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2011


Le storie romantiche mal si conciliano con gli interessi della piovra economica-finanziaria che persegue l’omologazione dei Popoli nello sfruttamento di qualsiasi risorsa. L’impiego del Web ha sicuramente contribuito ad alimentare le rivolte dei giovani nel Maghreb, ma è lecito ritenere che l’organizzazione sia stata curata altrove e per fini egemonici su quel pezzo d'Africa in cui la Libia rappresenta il principale crocevia geostrategico. L’enfasi posta dai media sull’eroismo dei Tunisini e degli Egiziani spinti dall’anelito di libertà si scontra con il mancato riconoscimento dei giovani rivoltosi come attori politici centrali delle democrazie che si dicono in allestimento. Tutte le ribellioni verificatesi negli ultimi anni hanno visto muovere dietro le quinte i mallevadori del turbocapitalismo con in mano il vangelo del crescere, produrre, consumare e morire. Probabilmente, passata la tempesta, i fantocci asserviti al dirigismo anglo-americano saranno rimpiazzati con altri di nuovo conio. Non è accidentale che, ritenendo inevitabile l’esplosione del malcontento popolare, gli Usa abbiano cementato per tempo il rapporto con gli eserciti di Ben Alì e di Mubarak. Per quanto riguarda la Libia, a cominciare da Obama, non sono pochi quelli che si sono attivati per accreditare lo spontaneismo della rivolta di piazza e dell’effetto domino su tutta la dorsale mediterranea. Segnatamente in questo frangente possiamo ricorrere all’avveduta locuzione “excusatio non petita accusatio manifesta”. Gheddafi è un dittatore, come tale unanimemente riconosciuto, ma la situazione della Libia è notoriamente diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto. La loro vicinanza geografica non implica che ci sia comunanza di situazioni economiche, sociali e politiche. La Libia è tra i paesi africani col reddito pro-capite più elevato, possiede infrastrutture avanzate e le condizioni dei Libici sono migliori di tanti altri. Se qui si stesse dispiegando il furore delle masse contro il tiranno non sarebbe stata alzata una cortina fumogena pressoché impenetrabile. Si parla di carneficine di regime eppure, grazie alla potenza e alla copertura del cartello mediatico d’oltreoceano, ben rappresentato da General Electric, CBS/Viacom, Time Warner e News Corp, filtrano solo notizie palesemente preconfezionate. Il cartello del “Ministero della Verità Americano”, usualmente impiegato per la creazione ed il controllo della realtà, non può impedirci di ritenere che in Libia sia in corso un colpo di stato meticolosamente organizzato. All’opinione pubblica si nascondono le nefandezze dell’etablissement a stelle e strisce, ma quando serve si inventano persino dei genocidi, poi si incitano i governi alleati sia agli embarghi che alle guerre “umanitarie”. Vale la pena di rammentare come sia avanzata la libertà in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan. Al contrario di altri, Gheddafi, pur nella sua misera eterogenesi e con tutte le sue ossessioni, non è una marionetta messa lì dal capitalismo apolide per sfruttare le popolazioni e le ricchezze del continente africano. Le narrazioni mediatiche non si occupano mai delle dittature quando sono esercitate dai fedeli serventi delle multinational corporations, ma il vecchio beduino non lo è. Pur senza indulgere nei confronti dell’uomo e delle sue velleità dinastiche ci sembra che la sequenzialità delle sollevazioni sull’altra sponda del Mediterraneo dovrebbe far riflettere almeno qualche attento osservatore. Spesso le insurrezioni dei Popoli servono nella misura in cui aiutano la creazione di nuovi assetti di potere e quello che sta accadendo nel Maghreb puzza di normalizzazione mondialista. Sarebbe incauto ritenere un frutto della casualità l’articolo comparso circa venti giorni fa sul Washington Post, in cui l’ultimo dei Senussi, discendente di re Idris, si proponeva come candidato per il dopo-Gheddafi. Così come accade fin dai tempi della guerra di Corea, potrebbe far comodo che la Libia, realtà statuale da sempre autonoma, si spezzetti in due o tre entità tribali disposte a cogestire il business del petrolio con le Sette Sorelle. Se la perdita o la scorporazione delle sovranità nazionali appaiono distopiche per le relazioni paritarie tra Stati il “divide et impera” è funzionale ai disegni di un globalismo ecumenico e giacobino in costante riposizionamento, la cui forza sta nel rappresentare un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il pianeta. Ben Alì ha fatto solo rispettare la micidiale ricetta economica del Fmi, che in un ventennio ha destabilizzato l’economia nazionale e depauperato la popolazione tunisina. Anche la politica economica e sociale di Mubarak è stata dettata dal Washington Consensus. Se questi due figuri sono stati buttati nel canale di scarico, c’è una ragione in più per farvi finire anche Gheddafi. La situazione finanziaria mondiale, la recessione degli Usa, il vacillare della loro supremazia internazionale e la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche devono aver suggerito l’idea di aprire una falla nei già precari equilibri del mondo arabo. La storia del despota sanguinario che massacra il suo Popolo con una repressione belluina, fatta anche di bombardamenti aerei sui cittadini, sembra simile a quella delle famose armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Non esiste rivolta spontanea pacifica e disarmata in grado di occupare un’intera città come Bengasi, specialmente sotto le bombe dell’aviazione. L'Occidente in gramaglie per il presunto genocidio del rais libico, illo tempore, non versò lacrime per i bombardamenti del Kosovo che distrussero le imprese di proprietà statale anziché le caserme. A fronte di solo quattordici centri militari jugoslavi furono rasi al suolo trecentosettantadue stabilimenti industriali lasciando in giro migliaia di disoccupati. Nessuna fabbrica straniera o di proprietà privata fu mai toccata. I campioni della libertà non mettono in discussione l’invasione dell’Iraq, quella dell’Afghanistan, il lager di Gaza; non piangono per quei Popoli sparsi nella vasta area nordafricana e mediorientale che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia. La fine di Gheddafi si rifletterà di certo sui paesi europei che dovranno fare i conti con una situazione diversa sia per gli approvvigionamenti energetici che per tanti altri commerci. Per liberarsi di qualche autocrate che sbarra la strada ai nuovi programmi degli Usa non scomodiamo l’amore per la democrazia. Sia quelli utili alla grigia Russia di Putin che quelli utili alla radiosa America di Obama possono fare strame dei suoi più elementari principi. In Europa l’Italia docet.


Antonio Bertinelli 27/2/2011

Fratelli coltelli
post pubblicato in diario, il 16 maggio 2010


Riferendosi ai foschi avvenimenti che hanno caratterizzato i primi anni novanta dello scorso secolo, Walter Veltroni ha chiamato in causa altre “entità” lasciando intendere che, per sciogliere quei misteri, bisogna guardare oltre i fatti imputabili a questo o a quel mafioso. In realtà per arrivare ad una visione complessiva di quella fratellanza esercitata a danno dei governati bisognerebbe anche analizzare le vicende che hanno visto o che vedono come protagonisti tanti fratelli coltelli dediti a scalare banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali, proprietà editoriali, vari settori nevralgici dell’economia e della finanza. Il sacrificio di uomini fedeli alle Istituzioni sistematicamente isolati e abbandonati da uno Stato, formalmente presente solo ai funerali, è la cartina di tornasole che indica l’alto tasso di acidità raggiunto dal sistema paese. Anche se qualche fustigatore di costumi fotografa periodicamente l’insider trading praticato da Tizio, la truffa delle scatole cinesi realizzata da Caio o le tangenti pretese da Sempronio, la Fratellanza Oscura, su cui tutti sorvolano, non è un videogame, e la lunga teoria di vittime che annovera l’Italia ne è la conferma. Per essersi avvicinati, più o meno consapevolmente, a verità ignominiose hanno perso la vita magistrati, testimoni, poliziotti, giornalisti, comuni cittadini e persino qualche prelato che si occupava di faccende un pò troppo “temporali”. Il modus operandi delle élites economico-finanziarie, che venga paralizzata la macchina giudiziaria ope legis o che si ricorra a metodi più spicci per vanificare gli esiti di eventuali indagini, implica una vastità di connivenze ed una trama di relazioni tale da coinvolgere tutti i livelli delle Istituzioni. Chi incappa in determinati reati, come ad esempio quelli di corruzione, oltre che all’improbabile “ludibrio” mediatico, comunque prossimo a scomparire per via legislativa, rischia al massimo una condanna penale simbolica. Le notizie che si rincorrono in questi ultimi mesi riguardano prevalentemente la corruzione di combriccole ammanicate con il centro-destra. Ci viene spontaneo ritornare con il pensiero alla presunta bonifica giudiziale realizzata da “mani pulite” e agli eventi successivi, senza perdere di vista l’attuale contesto economico, che ci vede vacillare insieme ad altri Paesi di Eurolandia. I processi penali di ieri, come anche quelli di oggi, non hanno dato origine ad una catarsi. I “fantasmi” della prima Repubblica si aggirano indisturbati anche nella seconda e i misteri di sempre permangono. Dopo l’eliminazione di alcuni grandi tangentisti, dal 1992 è iniziata la corsa alle alienazioni dei gioielli di famiglia e si sono accelerati i passi per adottare la moneta unica europea. In pochi anni decine e decine di prestigiose aziende italiane sono passate in mani straniere (Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, etc), diverse mega dismissioni ed acquisizioni hanno portato al saccheggio e alla svendita di tutto il patrimonio pubblico. L’Italia è diventata così l’Eldorado delle incestuose liaisons tra banche e imprese che, tra l’altro, hanno fornito l’assist per il crack della Cirio e per quello della Parmalat. Oggi gli Italiani vengono accusati di aver usato l’euro come carta di credito. Non è per caso che i teorici della Transparency International, quelli che tifano anche per la decentralizzazione e per la privatizzazione di quasi tutte le Istituzioni, compresa Polizia, Magistratura e Forze Armate puntino a far emergere gli sconci degli attuali maggiordomi per sostituirli con altri, magari più zelanti? Dato che i benefici della “carta di credito” non sono stati raccolti dai cittadini e a questi bisogna pur lanciare qualche osso per distrarli, la domanda non ci sembra peregrina. Gli Italiani hanno già pagato per gli incarichi e gli onori che Goldman Sachs ha riservato a certi “sinistri” ed oggi stanno firmando altre cambiali per il governo dei “destri”. Naturalmente le oscene ruberie maturate all’ombra della Protezione Civile, gli illeciti realizzati dalle cordate allestite contro Air France, le tangenti sul business eolico, gli affari connessi a certi commissariamenti, la turpe spartizione dei soldi pubblici e tante altre vicende analoghe finiranno in una bolla di sapone come quelle oggetto dell’inchiesta “Poseidone”. Il brivido della crisi greca e le mezze parole di Giulio Tremonti ci preoccupano più di quanto lo possano fare tutti quei processi farsa che si celebrano nelle aule di Giustizia. Ma non sarebbe meglio dare in beneficenza tutto quello che si spende per procedimenti giudiziari già morti in partenza, come il passato ben dimostra? Dopo essere finiti in pasto alla UE e al FMI, si sta portando a compimento l’eutanasia dello Stato sociale. Wall Street ha trovato la nuova Terra Promessa in Europa e il nostro Paese, già fragile per l’entità del debito pubblico, non è neanche in grado di esprimere un governo nazionale idealmente capace di fronteggiare l’assalto definitivo della BIS (Bank for International Settlements). Jean- Claude Trichet sostiene che l’impegno della BIS è “un passo avanti” per affrontare la crisi generale ed è convinto che la complessa situazione finanziaria richieda un’aristocrazia qualificata per l’esercizio di una direttiva globale. Dato che il governatore della BCE tesse gli elogi dell’istituto finanziario più potente della terra ci sia concesso di nutrire qualche dubbio. Grazie all’indefessa opera dei fratelli d’Italia abbiamo perduto la sovranità monetaria, l’industria nazionale, l’identità culturale, la sostanziale possibilità di autodeterminarsi e ci avviamo a grandi passi verso una terrificante dittatura tecno-finanziaria. Il calvario dei settori più vulnerabili della popolazione è cominciato con l’avvento dell’euro e si è marcatamente accentuato dopo la crisi dei mutui subprime americani. Se non si trova un antidoto per il velenoso cocktail di misfatti nazionali ormai trangugiato ci si prospetta un futuro di instabilità, di schiavismo, d’impoverimento materiale e di abbrutimento psichico. La fine tragica e disperata di Mariarca Terracciano, morta per protestare sia per il mancato accredito del suo stipendio che per quello di tutti i dipendenti della ASL inadempiente, segna la distanza tra governanti e governati, segna la distanza tra chi si ingrassa a spese di tutti e chi vede violati i propri diritti minimi.  

 

Antonio Bertinelli 16/5/2010       

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