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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Ce la da lui l’America
post pubblicato in diario, il 10 febbraio 2012


Il premier incassa il sostegno degli Usa e non perde occasione per accreditarsi al meglio come curatore fallimentare dell’Italia dichiarando che vuole cambiare lo stile di vita dei suoi abitanti. Da sempre vissuto a distanze siderali dalla gente che non bazzica circoli esclusivi, se vuole proporsi come moralizzatore sa bene che dovrebbe cominciare proprio dagli ambienti che è abituato a frequentare. Il Paese reale non può essere identificato con la classe dirigente, con i membri di consorterie, caste e mafie; ha poco a che vedere con gli apparati partitici, con il parlamento che sostiene il suo governo o l’orrido ex comunista passato da molti anni al servizio dell’Impero. Il modello di Mario Monti è lo stesso dei suoi predecessori, è quello feroce del neoliberismo, dove tutto è finanziarizzato e c’è un prezzo per ogni vita. E’ quello già applicato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove gli unici diritti garantiti sono quelli dei dominanti che hanno tramutato gli Stati in Spa divenendone azionisti. La pessima salute di un paese non si misura ai piani alti della finanza, ma nelle poche grandi fabbriche rimaste aperte, nelle aziende private dei finanziamenti bancari, nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nelle sedi sindacali di base, nei baratri economici ed ovunque si respiri aria di decomposizione sociale. Le discussioni sugli indici di borsa, sullo spread dei Btp e sulle valutazioni delle agenzie di rating coprono i rumori delle ossa dei “trascurabili” stritolate dall’ingranaggio turbocapitalista che, tra l’altro, ha ingoiato territori, risorse e patrimoni collettivi, ha già passato tra i suoi rotismi servizi pubblici fondamentali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, oltre Atlantico, oltre Manica, ovunque, dall’ex Urss all’Italia. L’ordine di priorità e le categorie di giudizio di Monti non sono le nostre, né sulla legge 300/70, né sui processi di liberalizzazione - privatizzazione. Limitandoci ad un aspetto del tutto marginale delle terapie neoliberiste, applicate alla telefonia, all’acqua, al gas, all’energia elettrica, ai rifiuti, agli incarichi di riscossione, emerge una montagna di disservizi, truffe e pratiche commerciali scorrette. E’ il calvario del cittadino assurto al ruolo di cliente. C’è il problema delle fatturazioni tardive, di quelle intestate ai morti, delle sospensioni del servizio, degli abbonamenti a erogazioni non richieste, degli errori seriali che riportano consumi iperbolici, dei crash postali, dei pagamenti regolari non registrati, delle comunicazioni ignorate, dei rocamboleschi passaggi da un gestore all’altro, dei cambiamenti di società a propria insaputa, dei bollettini inviati da più soggetti per la stessa utenza, delle discutibili penali, delle onerose spese di disattivazione, delle pretese di pagamento su servizi dismessi con contratti già chiusi, delle proditorie rimozioni di contatori. Un mare di guai che monta tra chiamate ad inutili call center, numeri di telefono irraggiungibili, raccomandate, fax ed estenuanti file agli sportelli. Per chi desidera porre fine a dispute che si protraggono nel tempo con stress ed esito aleatorio i pagamenti indebiti sono la regola. Le varie Authority sanno perfettamente ciò che accade in ogni settore del cosiddetto libero mercato: garanzie illimitate per i padroni delle ferriere e frusta per chi vi si trova a qualunque titolo assoggettato. A Cagliari, centinaia di persone hanno pagato le loro fatture presso le Poste Popolari della Sardegna, poi sparite con la cassa nel volgere di pochi mesi. Per i malcapitati c’è il rischio che al danno si aggiunga la beffa. Alcuni finiranno nel mirino di una qualche società di recupero crediti, tempestati per anni con ossessive e minacciose richieste di pagamento, altri incontreranno Equitalia pronta ad iscrivere a ruolo il loro debito, far partire interessi e more che lievitano alla velocità della luce. L’inabissamento dello Stato quale soggetto economico e soprattutto come regolatore dell’economia non produce alcunché di buono per le popolazioni. Lo Stato privatizzato è quello che ha snaturato la Protezione Civile ed ora afferma per bocca dei suoi giannizzeri che era meglio quella voluta da Silvio Berlusconi e Gianni Letta; è quello che chiede agli Enti locali di pagare gli interventi d’emergenza dell’Esercito. Lo Stato manipolato dai Draghi e dai Monti è quello che vuole mettere a pane e acqua la stragrande maggioranza degli italiani.

Antonio Bertinelli 10/2/2012  

Poi arriva il dessert
post pubblicato in diario, il 30 gennaio 2012


Il sistema onorifico e premiale è vecchio di secoli, si è consolidato con le monarchie
assolute fino ad arrivare ai nostri giorni. Il titolo britannico di Lord Warden of the Cinque Ports risale al XII secolo. Quando il potere non celebra se stesso, nel gioco delle élites, delle apparenze, degli intrighi, riconosce sempre la fedeltà dei suoi cocchieri e dei suoi vassalli. Lo jus honorarium tratta di onorificenze rilasciate da Enti Pubblici, Ordini Cavallereschi, Stati Esteri, Ordini Dinastici, Ordini Sovrani e Ordini Statuali. Ronald Reagan, il cui mandato ha segnato la definitiva regressione sul cammino verso una società più equa e più giusta, durante la presidenza è stato insignito con cinque medaglie, delle quali tre appuntategli fuori dagli Usa. Già affetto dal morbo di Alzheimer non ha potuto assistere al varo della super-portaerei battezzata con il suo nome. Margaret Thatcher, altro pilastro del neoliberismo, a cui ha immolato se stessa, la sua vita privata e soprattutto i cittadini del Regno Unito, si è guadagnata quattro medaglie, tre in patria ed una in Croazia. Prima di trovarsi anche lei affetta da demenza senile, l’odiata “Dama di Ferro”, il mese successivo al suo dimissionamento per conclamato antieuropeismo, è stata nominata Baronessa di Kesteven. Degno di nota è anche il palmarès di Giorgio Napolitano con sette medaglie nazionali e tre straniere, tra cui il “Dan David Prize”. Lo scorso giugno, ad Oxford, ha ricevuto il "Degree of Doctor of Civil Law by Diploma". Oggi l’Università di Bologna gli ha consegnato la laurea honoris causa in “Relazioni Internazionali”. In quella stessa sede, nel 1995, accompagnato da Romano Prodi, ottenne analogo riconoscimento per l’economia George Soros, l’alfiere di un capitalismo senza scrupoli e senza patrie. In quel frangente alcuni militanti di Alleanza Nazionale, prima di essere accompagnati all’esterno dalle forze dell’ordine, riuscirono ad issare uno striscione sugli spalti: "Niente laurea agli speculatori". Oggi, per conferire la laurea a King George, che in merito ai rapporti con gli anglo-americani non è secondo a nessuno, Bologna è stata blindata ed i contestatori sono stati manganellati dalla Polizia. Il medagliere di Mario Monti non è nutrito come quello del capo dello Stato. Il premier è soltanto “Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana” e “Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana”. In compenso il sostegno massmediatico nazionale ed internazionale che ne esalta le qualità, volto a creare la quasi impossibilità di dissenso popolare, è davvero impressionante. I giornalisti dei media mainstream lo approvano, lo acclamano, lo lodano, lo decantano, lo esaltano, lo magnificano, lo celebrano, lo omaggiano come un eroe. Va da se che il mito si modelli sul genius loci. Ma l’uomo, figlio di un direttore di banca e nipote di un banchiere, plasmatosi nel rigore dei numeri, cresciuto all’ombra di banche e multinazionali accumulando ruoli da tecnocrate, messo infine a capo del governo, sembra più portatore di molteplici incompatibilità che personaggio epico. Mutuando il linguaggio dell’analisi matematica diremmo che, sulla vecchia scia ed insieme ad altri “nuovi incompatibili”, si è messo all’opera applicando al Paese delle “derivate negative” per ottenerne così funzioni decrescenti. Le penitenze di massa forzose, in primis quelle dei pensionati, comminate con la complice voluttuosità di parlamentari “destri” e “sinistri”, sono l’aspetto più eclatante del suo meccanico inchino davanti alla bibbia della grande finanza. La granitica fede di Monti, chiamato per stringere la rete tesa dagli oligopoli transnazionali, non sarà di certo scalfita da politiche e scelte che producono modelli deliberatamente discriminanti, dai limiti di un sistema monetario imperiale di stampo britannico, dai danni che ha prodotto l’abrogazione della legge Glass-Steagall sull’economia reale, da un’Ue che assimila John Maynard Keynes ad un pericoloso sovversivo, dall’infausta e ampiamente documentabile storia della globalizzazione. Quando l’Italia, destatalizzata, capillarmente liberalizzata e privatizzata, sarà esclusivamente un’espressione geografica chissà quanti premi e lauree honoris causa arriveranno per i suoi affossatori?

Antonio Bertinelli 30/1/2012    

Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
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