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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Frustrazione e terrorismo
post pubblicato in diario, il 14 maggio 2012


I fermenti che attraversano i popoli del Vecchio Continente sembrano indicare che siamo giunti all’ultimo capitolo delle vicissitudini dell’Ue. Gli eurocrati stanno facendo del loro meglio per ritardarne il crollo e le fasi conclusive possono ancora essere argomento d’indagine intellettuale. La Germania è l’unico paese che ha tratto dall’Unione e dalla moneta unica il massimo dei vantaggi che poteva ottenere. Così come ha consentito che trapelasse dalla stampa la creatività contabile di Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi per entrare nell’euro, potrebbe decidere di abbandonare tale moneta senza soffrirne troppo. Le elezioni di ieri nel Nordreno-Vestfalia, che vedono la pesante sconfitta della Cdu di Angela Merkel, sono un altro segnale d’insofferenza per l’Ue. In Italia permane l’arcano sull’entità dei derivati posseduti dal Ministero del Tesoro e sulle ragioni di questo possesso: assicurazioni vendute alle banche d’affari, copertura del rischio tasso sui titoli di Stato, dilazioni nel pagamento degli interessi sul debito pubblico o speculazioni finanziarie. Anche alcune centinaia di Enti Pubblici hanno accumulato notevoli perdite acquistando derivati. La politica si è fatta garante di questi strumenti finanziari e non può rescindere i contratti stipulati. In via teorica qualunque governo, specialmente se a capo di una nazione bersagliata economicamente come la nostra, potrebbe decretare che l’immondizia cartacea di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup, etc., è nulla o, in alternativa, chiedere alle varie banche, dando in cambio quegli stessi titoli, un prestito pari a metà del loro valore per rilanciare l’economia reale, nazionalizzare la Banca Centrale e riappropriarsi della sovranità monetaria. Allo stato delle cose, vista l’impossibilità di realizzare un’azione di questo genere senza pagare un prezzo esorbitante all’élite globalista, l’esecutivo Monti, peraltro emanazione di questa, in seguito alle ribellioni popolari contro Equitalia e alla gambizzazione di un dirigente di Finmeccanica, dichiara l’emergenza terrorismo. La società incaricata della riscossione nazionale dei tributi opera secondo legge ed è proprio questo il punto su cui battono i santi taumaturghi impegnati sul fronte dell’evasione fiscale, naturalmente quella “minore”. Senza considerare la supponenza, gli errori, le somme non dovute a questo o a quell’altro organismo e i difetti di notifica, le richieste e gli strumenti di Equitalia sono tali da lasciare il cittadino comune in balia di questa, per alcuni provvidenziale, Spa, delle sue maggiorazioni, delle ganasce amministrative, del pignoramento dei conti correnti bancari, delle trattenute su stipendi e pensioni. Se fosse solo un problema di qualche “cartella esattoriale pazza”, che magari decuplica una sanzione già regolarmente pagata, non saremmo arrivati alle rivolte spontanee contro tecniche dissuasive ritenute da molti odiose e vessatorie. Quanta gente si è trovata con qualche bene ipotecato senza saperlo per presunti debiti di alcune centinaia di euro? Quanti piccoli imprenditori si sono visti togliere i fidi bancari? L’attentato di Genova potrebbe trovare spiegazioni nell’attività internazionale di Finmeccanica o dipendere dalle mire affaristiche di chi, dopo la gogna mediatico-giudiziaria, vuole farne polpette e dunque non avere alcuna attinenza con formazioni eversive. Ci sono troppe cose che non convincono sul revival del terrorismo. E poi a chi giova ferire l’a.d. di un polo nucleare o un gabelliere di Equitalia? Dare vita in qualunque maniera allo stato d’emergenza terroristica nel Paese, dove solo i più deboli sono stati chiamati a pagare il conto della crisi economica, può servire l’établissement in due modi: dissuadere chi scende in strada per protestare contro le iniquità, indurre nella popolazione l’urgenza di sicurezza. In entrambi i casi gli Italiani, impauriti e resi ansiosi dai media mainstream, finiranno per affidarsi inconsapevolmente ancora una volta agli ascari dell’alta finanza, cioè a quei personaggi che li hanno defraudati, affamati, condannati al sottosviluppo perpetuo.

Antonio Bertinelli 14/5/2012

http://unshaded.wordpress.com/2012/05/13/frustrazione-e-terrorismo/                 

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La fine può attendere
post pubblicato in diario, il 30 novembre 2011


Nella seconda metà degli anni 80 del XX secolo l’Urss venne sedotta dalla democrazia occidentale. Agli inizi degli anni 90 le poesie al comunismo, recitate fino a pochi anni prima dalla nomenclatura sovietica, cessarono con la stessa rapidità con cui ci si può cambiare un pullover. ”The evil empire” finì disintegrato politicamente, socialmente ed economicamente. La sbornia di libertà si trasformò presto in tragedia sia per la Russia che per altri stati post sovietici. Il programma economico favorito ex abrupto da Boris Eltsin portò alla chiusura, tra fabbriche ed aziende agricole, di 70.000 imprese statali. Seguirono disoccupazione di massa, sfruttamento inaudito dei lavoratori, liberalizzazioni tariffarie, inflazione, miseria, pensioni da fame, distruzione dei servizi sociali, quadruplicazione del crimine violento, corruzione alle stelle, far west legale, prostituzione, alcolismo smodato, uso di droghe, aumento esponenziale di suicidi e malattie, crescita vertiginosa dei prezzi dei farmaci, netto abbassamento della soglia relativa alle aspettative di permanenza in vita, rapporto tra mortalità e natalità di quattro a uno. Gran parte dei beni statali furono privatizzati per pochi soldi o "rubati" da personalità politiche e burocrati. L’avvento del neoliberismo in Russia e nell’est Europa ha comportato un peggioramento verticale delle condizioni di vita delle masse. Gli oligarchi hanno accumulato immense fortune, ma la popolazione di questi paesi, che adesso non fa più la coda davanti alle macellerie, cosa ha guadagnato dal cosiddetto processo di riforme? Lo Stato che ai tempi dell’Unione Sovietica poteva ostentare il miglior sistema sanitario e scolastico gratuito per tutti ora è una miniera di indigenza e disuguaglianza. Nel ricordo dei Russi l'anno zero coincide con il 1998, in una sola notte il rublo diventò carta igienica ed i risparmi di una vita svanirono. Giunto sulle ali della perestrojka, della glasnost e della sovranità popolare il capitalismo sfrenato ha ucciso il 10% della popolazione. Del mondo di pace e abbondanza che promisero gli strateghi del grande capitale dopo la caduta del muro di Berlino non è rimasto che il ricordo. I lavoratori dell’est Europa sono i più sfruttati del Continente con condizioni contrattuali indecenti e salari scarsi. Paesi come l’Ungheria, che fino agli anni 80 dovevano controllare solo un pò d’inflazione, ora sono a rischio di bancarotta. Analoghi scenari si prospettano per la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Romania. Il golpe di Mosca del 1991, quello che consentì ad Eltzin di scalzare Mikhail Gorbaciov, presenta ancora dei lati oscuri. Secondo alcuni studiosi quel “falso colpo di Stato” faceva parte di un più ampio piano anglo-americano proteso ad accelerare il collasso dell’Urss al fine di predarne le ricchezze finanziarie ed energetiche. Legami emersi poi alla luce del sole, come nel caso di Mikhail Khordokovsky, che prima di finire in galera lasciò la Yukos Oil al suo socio Jacob Rothschild, rendono verosimile l’ipotesi. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica abbiamo assistito ad un proliferare di guerre per il controllo dei mercati mondiali, per la concentrazione in poche mani di settori industriali, commerciali e finanziari. Dove non sono arrivati i bombardamenti aerei e le invasioni degli eserciti sono arrivati complicati algoritmi finanziari, debiti pubblici insostenibili e privatizzazioni a pioggia. L’Ue è nata all’ombra del dominio dalla seconda fila sui governi e con l’usurpazione della struttura dei controlli dall’interno in barba ai conflitti d’interessi. I grandi azionisti delle maggiori banche e delle maggiori corporations godono di tutta la libertà che desiderano. Hanno provocato una crisi economica-finanziaria epocale negli Stati Uniti ed hanno fatto in modo che si propagasse all’Europa. Il sistema bancario anglo-americano è virtualmente fallito, ma, grazie alla fittissima e complessa ragnatela di interconnessioni che legano tutti gli istituti di credito, sta presentando il conto all’Europa, o meglio ai popoli europei. La crisi, che non è arrivata per dabbenaggine, è stata costruita al tavolino dall’oligarchia mondialista e la moneta unica è diventata una trappola senza vie di fuga. Inoltre i cittadini, come costo aggiuntivo dell’austerità imposta dai banksters, sperimentano la sospensione della democrazia in forme sempre più marcate, mentre l’economia nazionale è sempre più simile ad una carcassa in via di decomposizione. Per adesso i mostri famelici della finanza internazionale non hanno interesse a spingere l’Italia, già avviata sulla strada della recessione, nel caos dell’insolvenza. L’effetto cascata che, a motivo dei vincoli di liquidità esistenti in Eurolandia, travolgerebbe il Continente arriverebbe pure negli Usa. Basta chiedersi se gli istituti finanziari americani potrebbero accollarsi gli oneri del credit default swap venduto come garanzia del debito pubblico italiano. Gli Statunitensi sono stati spremuti come limoni e mal digerirebbero il pagamento di un’ennesima ricapitalizzazione da parte del loro governo in favore degli istituti citati. Per il momento Bruxelles, sotto la pressione dei banchieri e delle multinazionali, anche d’oltreoceano e d’oltremanica, si accontenterà di portare in Italia una nuova ventata di neo-schiavismo e di consentire ai soliti filibustieri un proficuo shopping dentro Finmeccanica, Eni, Enel, Poste etc. Comunque vadano le cose il Popolo italiano spinto in prolungata apnea da Angela Merkel, Nikolas Sarkozy, Herman von Rumpoy, Manuel Barroso, Mario Draghi, Christine Lagarde, Olli Rehn, Jan-Claude Juncker e con i buoni uffici di Mario Monti, sarà ancora una volta, e brutalmente, sacrificato sull’altare dell’euro. Per lo spezzatino europeo bisognerà attendere ancora un po’.

Antonio Bertinelli 30/11/2011
Bastone e seduzione
post pubblicato in diario, il 17 dicembre 2010


Per la seconda volta, nel volgere di poco tempo, il Capo della Polizia ha stigmatizzato che le forze dell’ordine sono lasciate sole davanti alle gravi tensioni sociali che scuotono l’Italia. Il questore di Roma ha disposto un'indagine per accertare l'identità degli agenti coinvolti nel pestaggio dello studente durante gli scontri di martedì scorso. Il sindaco Alemanno, dimenticando i suoi anni verdi, ha criticato la liberazione dei 23 ragazzi arrestati nel corso dei disordini. il ministro Alfano ha predisposto l’invio degli ispettori ministeriali nel tribunale responsabile di cotanta leggerezza. Intanto alcuni commentatori puntano il dito contro le “provocazioni” ed altri discettano sui modi con cui è lecito manifestare il proprio dissenso. Allo stato dei fatti, e fuori da confortevoli salotti, per le scellerate politiche governative si trovano sostanzialmente contrapposti dimostranti e tutori dell’ordine. Questi, fra l’altro, attraverso il Siulp, il Sap, il Coisp e l’Ugl, sono da tempo in stato di agitazione contro il governo del fare. Sfortunatamente, a causa delle “pecore nere” inclini all’abuso, è meno probabile che chi indossa una divisa possa contare sulla stessa solidarietà riservata a tanti altri lavoratori o agli studenti incazzati. Le discariche avvelenano i territori, i servizi d’interesse pubblico languono e le aziende chiudono. Secondo Confindustria, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, il numero di occupati in Italia ha registrato una diminuzione di 540mila unità, senza contare le ore di Cig, anche la riforma dell’Istruzione si è concretizzata in una serie di tagli, di licenziamenti e di disservizi. La precarietà si sta diffondendo e, con il passare del tempo, da condizione giovanile, si sta trasformando sempre di più in diffusa condizione transgenerazionale. Da tutto questo prende origine la rabbia. Oggi non è utile discutere sugli infiltrati in borghese, ma con il tesserino in tasca e solo chi sta in mala fede può disconoscere un profondo disagio sociale assimilandolo alle gesta di scriteriati da curva sud. Auto incendiate e teste rotte sono semplicemente i frutti di un clima esasperato. Gli estremismi sono facilmente ed unanimemente condannabili, ma ciò non toglie che le frustrazioni, le umiliazioni, gli stenti, le necessità di chi non riesce più ad avere una vita decorosa e a guardare serenamente al futuro siano diventati un miscela esplosiva. Nessuno si è preoccupato di togliere l’innesco, forse a qualcuno potrebbe persino tornare utile accelerarne la deflagrazione. Chi ritiene che gli eccessi di alcuni manifestanti possano portare ad una limitazione degli spazi di libertà forse non si è accorto di quanto essa si sia sempre più ristretta nel corso di questi ultimi anni. A colmare la misura delle randellate giungono anche le sanzioni amministrative da 2500 a 10300 euro, come quelle recapitate ad alcuni cassintegrati dell’Eurallumina di Portovesme, che lo scorso 11 ottobre hanno manifestato bloccando il traffico in alcune vie di Cagliari. E’ fin troppo facile predicare la moderazione quando si ha la pancia piena e, otturandosi le orecchie, ci si chiude nel Palazzo facendolo poi difendere dai blindati. In determinate circostanze sulla piazza ci finiscono anche i “dementi”, ma non si può ridurre il tutto alla distinzione tra dimostrazioni “buone” e dimostrazioni “cattive”. La realtà quotidiana degli Italiani non si riduce a qualche storia lacrimevole lasciata filtrare tra uno spot televisivo e l’altro, né il disgusto di circostanza dei soliti indignati può portare a cambiamenti sostanziali. Il Paese è ingessato, la politica è arroccata nei comitati d’affari e galleggia sul lerciume. Prima di bacchettare qualche “esaltato” o porsi domande sulle barbe finte e su loschi emissari (impiegati non solo sulle piazze, ma ovunque, da sempre e in certi casi con regole d’ingaggio “deviate”) bisognerebbe chiedersi chi ha destabilizzato il presente e distrutto il futuro tanto da costringere la gente a scendere nelle strade, ad arrampicarsi sulle gru e sui tetti o peggio a suicidarsi. Quello che sta accadendo non si può ridurre alle azioni di pochi facinorosi. Non ha senso rompere la vetrina di un negozio, imbrattare la facciata di uno stabile o danneggiare un’autovettura, ma quando i manifestanti contrastano fisicamente i poliziotti ed applaudono chi respinge i loro mezzi in procinto di entrare a Piazza dl Popolo forse si può cominciare a parlare di rabbiosa consapevolezza. La consapevolezza che si innerva sui mille disagi di un Paese in declino, subordinato al monetarismo dell’Ue, pervaso dal malaffare, indebolito dalle mafie, alla mercè dell’insipienza amministrativa ed in balia degli enormi poteri “seduttivi” di un monarca, divenuto tale non sicuramente per volontà popolare. Le proteste continue, inclusi i tumulti del 14 dicembre, indicano che la cosiddetta rappresentanza politica risponde agli interessi di pochi, e lo fa a detrimento di tutti gli altri. Non è più tempo di semplificazioni, di tifoserie o di condanne verbali. Quello che accade in Italia e in altre città europee ha urgente bisogno di un progetto politico alto. L’indifferenza e la sordità di chi occupa il Parlamento non possono essere ridotti a problemi di ordine pubblico. Ad Atene è stato picchiato un ministro, ma in genere, mentre i veri responsabili della crisi economica pontificano, glissano, raccontano bugie o si nascondono, sono i cittadini più deboli e le forze dell’ordine che si fronteggiano con bastoni, petardi, sassi, fumogeni e manganelli. Insomma sono solo gli stracci a volare per aria. In nome dell’euro e di un’Europa stabile c’è in atto un massacro sociale di dimensioni continentali. La solidarietà di cui parla la Merkel è quella che l’Ue fornisce ai banchieri e agli speculatori. La tranquillità che assicurano i governi è quella dei mercati e della finanza. In tale contesto l’anomalia italiana farebbe volentieri a meno del berlusconismo, delle opposizioni finte, dei voltagabbana e di chi catoneggia sguazzando nei privilegi. Non si può assumere la difesa d’ufficio di quelli che rivoltano i cassonetti e vi appiccano il fuoco. Sarebbe scriteriato fare da sponda alla guerriglia urbana, ma è ipocrita far finta di credere, come fanno i mezzibusti della politica e del giornalismo incollati sulle poltrone dei talk show, che le rimostranze pacifiche abbiano spostato seppur di poco la marcia del duce e dei suoi accoliti. Dall’isola dei cassintegrati al calvario dei tetti, dai lavoratori delle catene di montaggio ai disagi del mondo dell’istruzione, dalle azioni simboliche ai flash mob, dai presidi alle contestazioni, dalle macerie del terremoto abruzzese alle mobilitazioni di Boscoreale e Terzigno, fino alle impalcature della Regione Lazio, le uniche risposte sono state cloroformio televisivo, imperturbabilità e tortòre. Le processioni oranti, così come l’ultima mobilitazione del Pd, non riescono più a svolgere neanche una funzione “liberatoria”. Anziché soffermarsi sui “provocatori d’ordinanza”, prendersela con gli abusi degli sbirri, condannare gli imprendibili black block, infierire sui ragazzi caduti nelle retate postume agli scontri, il fenomeno della piazza fuori controllo dovrebbe costringere tutti a riflettere. I segnali che vengono dal basso dovrebbero essere raccolti e valorizzati. Da circa venti anni, complici i governi, peraltro subalterni ai supremi interessi europei, le nuove generazioni si sentono ripetere che devono dimenticarsi un’occupazione e uno stipendio dignitosi, devono rassegnarsi a vivere nella precarietà complessiva, devono scordarsi un trattamento pensionistico, devono rinunciare ad una casa con prezzi accessibili e alla possibilità di un’istruzione adeguata per tutti. A questo va aggiunta la progressiva cancellazione dei diritti acquisiti in sessanta anni di storia sindacale. La ribellione che cresce, tra l’altro in maniera spontaneamente coesa, non ha riferimenti politici credibili e codesto déjà vu, con buona pace dei similbagnasco, potrebbe rivelarsi come il peggiore dei mali.

Antonio Bertinelli 17/12/2010 



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Forze dell’Ordine vs cittadini
post pubblicato in diario, il 24 ottobre 2010


Lo scorso aprile a Lille, in Francia, migliaia di ferrovieri, provenienti da tutti i Paesi dell’Ue, hanno manifestato davanti all'Agenzia Ferroviaria Europea contro la distruzione sistematica delle reti nazionali, per difendere l'occupazione e gli standard di sicurezza messi a rischio dalle liberalizzazioni del trasporto ferroviario continentale. In Italia, i mezzi obsoleti, gli investimenti ridotti al minimo, le dismissioni di intere linee considerate “improduttive” ed il ridimensionamento dell’offerta complessiva, dopo aver lasciato campo libero alla concorrenza nel segmento merci, vedono allo sbando anche il servizio passeggeri. Mentre nelle maggiori città il servizio di assistenza è rivolto prevalentemente ai clienti dell’alta velocità l’intera rete ferroviaria è quasi un deserto, l’assistenza ai viaggiatori è carente, le biglietterie nei centri ritenuti meno importanti sono state chiuse, i pendolari subiscono gravi disagi quotidiani, l’ingente patrimonio delle stazioni abbandonate al degrado costituiscono, tra l’altro, anche un problema per la sicurezza dei ferrovieri e degli utenti. Le condizioni di lavoro dei dipendenti del principale vettore nel sistema di mobilità sono peggiorate ed i passeggeri devono anche fare attenzione a non rimanere pericolosamente imprigionati nelle porte delle carrozze private del “bordo sensibile”.  Per certi aspetti, quando ci sono in ballo grandi speculazioni, l’Italia si fa “europea” ed in Parlamento trova ampio seguito il partito trasversale del tondino, del cemento e delle grandi opere a spese di Pantalone. Infatti la Camera dei Deputati ha da poco approvato, con voto unanime, la valenza strategica della Tav Torino-Lione, in spregio alla contrarietà delle popolazioni danneggiate dalla sua costruzione. Non è un caso che ci sia Fabrizio Palenzona, personaggio posto all’incrocio tra le vie della politica, quelle della finanza e dell’imprenditoria, ad incarnare tutti i presupposti per trasformare il Piemonte in una delle regioni chiavi per la realizzazione della grandi opere. Le argomentazioni di quelli che contrappongono e antepongono valutazioni concrete del rapporto costi-benefici dell’infrastruttura, mettono in conto la salvaguardia del territorio e delle sue risorse nell’interesse generale, vengono definite anacronistiche e dunque silenziate. La logica di certe scelte politiche è una soltanto: qualunque disastro economico o ambientale è accettabile purché gli effetti deleteri e le perdite siano addossate all’intera comunità mentre i guadagni finiscono nelle tasche di chi gestisce l’operazione. Quando si tratta di imperata bancari o di saziare gli appetiti delle oligarchie economiche finanziarie il ceto politico italiano è il primo a reclamare la patente di europeista, In questo senso non ha nulla da imparare dai governi di George Papandreou, di Nicolas Sarkozy, di Angela Merkel e dalle loro azioni di polizia. L’Ue non ha mai coltivato aspirazioni democratiche tanto che l'Europarlamento, unico organo eletto dal Popolo, è privo di effettivo potere politico. L’Italia, con i suoi personaggi di plastica, vede aumentare la distanza siderale che separa la “casta” dal Paese reale i cui cittadini si dibattono fra paure, incertezze e difficoltà di ogni genere. L’Europa dei Popoli sta franando sotto la pressione del Fmi, della Bce, dei mercati liberi, dei debiti pubblici, dei politici in servizio permanente effettivo dei grandi affari e delle decisioni che si prendono in Commissione a Bruxelles o in qualche altra “loggia” deputata all’uopo. Il termine polizia è generalmente impiegato per indicare l’insieme delle attività istituzionali di amministrazione tipiche delle comunità organizzate. Il nome prende origine dalla polis greca e dal suo sviluppo. Nulla di più lontano da quello che è accaduto, sta accadendo ed accadrà nelle piazze europee e italiane. Le Forze dell’Ordine sono sempre di più utilizzate per colpire la dissidenza ed anche in Italia, da molti anni avanguardia dell'autoritarismo di Eurolandia, non si lesina l’uso dei manganelli. Per il Governo il nemico è ovunque e il marchio d’infamia del terrorista viene applicato a chi si oppone. Per i telegiornali gli studenti e gli insegnanti che contestano la “riforma” dell’Istruzione, i lavoratori in lotta per il posto di lavoro, le popolazioni che difendono i propri territori sono semplicemente masse di facinorosi. Alcune questure spingono addirittura  per ripristinare l’istituto della “sorveglianza speciale” nei confronti dei soggetti più “fastidiosi”. Pur rifuggendo dalle generalizzazioni, non è un buon segnale che il silenzio e l’omertà trovino spazio tra le Forze dell’Ordine. Per quanto anche i troppi abusi riportate dalle cronache passate e recenti siano certamente addebitabili ad un’involuzione culturale che muove dall’alto è bene rammentare che le attività operative di carabinieri, poliziotti e finanzieri dovrebbero tutelare i diritti della collettività e non ossequiare il livello gerarchico superiore o tutelare dei governanti in rotta di collisione con i basilari principi della Democrazia. Il capo della Polizia si è detto rammaricato per dover supplire alle carenze della politica, ma ha assicurato che gli “sversamenti” nelle discariche del Parco del Vesuvio saranno garantiti con l’uso della forza.  Il problema è che il dialogo ha lasciato spazio ad un discorso di rottura, basato solo sulla contrapposizione tra poliziotti comandati e cittadini vessati. A noi dispiace che a presidiare i cantieri della Tav non ci siano i 512 deputati che hanno dato il via alla sua realizzazione. Ci rammarichiamo che a Terzigno non ci siano tutti quei politici che, insieme alla camorra, hanno avvelenato i terreni della Campania. C’è in atto la tendenza a creare uno stato di emergenza permanente tale da giustificare un aumento del controllo e della repressione fino a scatenare quella che appare all’orizzonte come una vera e propria guerra tra poveri. Un Popolo che si ribella alle angherie agisce per legittima difesa e non già per turbare quell’ordine costituito secondo equità e giustizia così ben sperimentato persino da magistrati “imprudenti” e da poliziotti “disallineati”.

Antonio Bertinelli 24/10/2010
P.S. Indipendentemente dalla volontà dell'autore, su questo blog è stata tolta ai lettori la facoltà di inviare commenti.  
             

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