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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Down the drain
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2011


Le storie romantiche mal si conciliano con gli interessi della piovra economica-finanziaria che persegue l’omologazione dei Popoli nello sfruttamento di qualsiasi risorsa. L’impiego del Web ha sicuramente contribuito ad alimentare le rivolte dei giovani nel Maghreb, ma è lecito ritenere che l’organizzazione sia stata curata altrove e per fini egemonici su quel pezzo d'Africa in cui la Libia rappresenta il principale crocevia geostrategico. L’enfasi posta dai media sull’eroismo dei Tunisini e degli Egiziani spinti dall’anelito di libertà si scontra con il mancato riconoscimento dei giovani rivoltosi come attori politici centrali delle democrazie che si dicono in allestimento. Tutte le ribellioni verificatesi negli ultimi anni hanno visto muovere dietro le quinte i mallevadori del turbocapitalismo con in mano il vangelo del crescere, produrre, consumare e morire. Probabilmente, passata la tempesta, i fantocci asserviti al dirigismo anglo-americano saranno rimpiazzati con altri di nuovo conio. Non è accidentale che, ritenendo inevitabile l’esplosione del malcontento popolare, gli Usa abbiano cementato per tempo il rapporto con gli eserciti di Ben Alì e di Mubarak. Per quanto riguarda la Libia, a cominciare da Obama, non sono pochi quelli che si sono attivati per accreditare lo spontaneismo della rivolta di piazza e dell’effetto domino su tutta la dorsale mediterranea. Segnatamente in questo frangente possiamo ricorrere all’avveduta locuzione “excusatio non petita accusatio manifesta”. Gheddafi è un dittatore, come tale unanimemente riconosciuto, ma la situazione della Libia è notoriamente diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto. La loro vicinanza geografica non implica che ci sia comunanza di situazioni economiche, sociali e politiche. La Libia è tra i paesi africani col reddito pro-capite più elevato, possiede infrastrutture avanzate e le condizioni dei Libici sono migliori di tanti altri. Se qui si stesse dispiegando il furore delle masse contro il tiranno non sarebbe stata alzata una cortina fumogena pressoché impenetrabile. Si parla di carneficine di regime eppure, grazie alla potenza e alla copertura del cartello mediatico d’oltreoceano, ben rappresentato da General Electric, CBS/Viacom, Time Warner e News Corp, filtrano solo notizie palesemente preconfezionate. Il cartello del “Ministero della Verità Americano”, usualmente impiegato per la creazione ed il controllo della realtà, non può impedirci di ritenere che in Libia sia in corso un colpo di stato meticolosamente organizzato. All’opinione pubblica si nascondono le nefandezze dell’etablissement a stelle e strisce, ma quando serve si inventano persino dei genocidi, poi si incitano i governi alleati sia agli embarghi che alle guerre “umanitarie”. Vale la pena di rammentare come sia avanzata la libertà in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan. Al contrario di altri, Gheddafi, pur nella sua misera eterogenesi e con tutte le sue ossessioni, non è una marionetta messa lì dal capitalismo apolide per sfruttare le popolazioni e le ricchezze del continente africano. Le narrazioni mediatiche non si occupano mai delle dittature quando sono esercitate dai fedeli serventi delle multinational corporations, ma il vecchio beduino non lo è. Pur senza indulgere nei confronti dell’uomo e delle sue velleità dinastiche ci sembra che la sequenzialità delle sollevazioni sull’altra sponda del Mediterraneo dovrebbe far riflettere almeno qualche attento osservatore. Spesso le insurrezioni dei Popoli servono nella misura in cui aiutano la creazione di nuovi assetti di potere e quello che sta accadendo nel Maghreb puzza di normalizzazione mondialista. Sarebbe incauto ritenere un frutto della casualità l’articolo comparso circa venti giorni fa sul Washington Post, in cui l’ultimo dei Senussi, discendente di re Idris, si proponeva come candidato per il dopo-Gheddafi. Così come accade fin dai tempi della guerra di Corea, potrebbe far comodo che la Libia, realtà statuale da sempre autonoma, si spezzetti in due o tre entità tribali disposte a cogestire il business del petrolio con le Sette Sorelle. Se la perdita o la scorporazione delle sovranità nazionali appaiono distopiche per le relazioni paritarie tra Stati il “divide et impera” è funzionale ai disegni di un globalismo ecumenico e giacobino in costante riposizionamento, la cui forza sta nel rappresentare un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il pianeta. Ben Alì ha fatto solo rispettare la micidiale ricetta economica del Fmi, che in un ventennio ha destabilizzato l’economia nazionale e depauperato la popolazione tunisina. Anche la politica economica e sociale di Mubarak è stata dettata dal Washington Consensus. Se questi due figuri sono stati buttati nel canale di scarico, c’è una ragione in più per farvi finire anche Gheddafi. La situazione finanziaria mondiale, la recessione degli Usa, il vacillare della loro supremazia internazionale e la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche devono aver suggerito l’idea di aprire una falla nei già precari equilibri del mondo arabo. La storia del despota sanguinario che massacra il suo Popolo con una repressione belluina, fatta anche di bombardamenti aerei sui cittadini, sembra simile a quella delle famose armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Non esiste rivolta spontanea pacifica e disarmata in grado di occupare un’intera città come Bengasi, specialmente sotto le bombe dell’aviazione. L'Occidente in gramaglie per il presunto genocidio del rais libico, illo tempore, non versò lacrime per i bombardamenti del Kosovo che distrussero le imprese di proprietà statale anziché le caserme. A fronte di solo quattordici centri militari jugoslavi furono rasi al suolo trecentosettantadue stabilimenti industriali lasciando in giro migliaia di disoccupati. Nessuna fabbrica straniera o di proprietà privata fu mai toccata. I campioni della libertà non mettono in discussione l’invasione dell’Iraq, quella dell’Afghanistan, il lager di Gaza; non piangono per quei Popoli sparsi nella vasta area nordafricana e mediorientale che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia. La fine di Gheddafi si rifletterà di certo sui paesi europei che dovranno fare i conti con una situazione diversa sia per gli approvvigionamenti energetici che per tanti altri commerci. Per liberarsi di qualche autocrate che sbarra la strada ai nuovi programmi degli Usa non scomodiamo l’amore per la democrazia. Sia quelli utili alla grigia Russia di Putin che quelli utili alla radiosa America di Obama possono fare strame dei suoi più elementari principi. In Europa l’Italia docet.


Antonio Bertinelli 27/2/2011

La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
Quando suona la campana
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2011


Caroline Atkinson, direttore delle pubbliche relazioni, ha dichiarato che il Fmi è pronto a sostenere l'economia dell'Egitto non appena la situazione politica si stabilizzerà. Sia il governo statunitense che quello britannico hanno dunque scaricato Hosni Mubarak. Devono esistere dei motivi corposi che spingono Barak Obama a solidarizzare con i rivoltosi del Maghreb e, tra questi, non è da escludere la preparazione di una nuova “crociata democratica” per lasciare mani libere a nuovi e pressanti equilibri di potere geo-economico. I Popoli arabi non tollerano più di vivere sotto il tallone di regimi brutali, Stati di polizia che praticano la tortura, negano le libertà fondamentali ed affamano le masse, ma è pur vero che tutte le rivoluzioni annoverano attori con scopi e programmi fortemente differenziati. Il cacicco egiziano, prendendo a pretesto l’amore per il suo Popolo, non vuole proprio andarsene ed è deciso a morire da Presidente. Se questo dovesse accadere non ce ne rammaricheremmo. Nella disputa tra i vari soggetti predisposti o predestinati ad occupare i vertici della piramide con cui si può rappresentare una comunità il più ambito trofeo è il potere. Nella contesa, a volte sanguinaria, per salire o per mantenere la posizione raggiunta il rischio di soccombere fa parte del gioco. In Egitto la miseria è dilagante, l’ex pilota militare Mubarak ha accumulato un patrimonio di quaranta miliardi di dollari, è stato per trenta anni un autocrate liberticida ed infine ha fatto scorrere il sangue dei suoi oppositori. Sarebbe nell’ordine delle cose se perisse di spada. I sommovimenti popolari egiziani, se già non lo sono stati, saranno presto pilotati. Il premio Nobel Muhammad al- Barade’i è uno di quei personaggi che l’Occidente ha posto tra i propri beniamini e non tutto depone a favore della sua personale trasparenza. Il generale Omar Suleiman, essendo stato capo dei servizi segreti, proprio per la tipicità di chi ricopre certi incarichi, è ancor meno idoneo a garantire quel desiderio di democrazia manifestato sulle piazze. Sugli intrighi di un sistema di potere interconnesso, sulla presenza di invisibili direttori d’orchestra, specialmente nel corso di fibrillazioni popolari, è molto difficile fare luce. E’ invece certo che, come dimostra anche la pervicacia di Mubarak, per mettere fine all’epopea di un egocrate non ci si può sempre avvalere di metodi ordinari. Gli egiziani che hanno perduto il fervido slancio nei confronti del vecchio rais stanno versando il loro sangue per le strade a causa dei Baltagueyya organici al regime. Cosa dovrebbe fare quel 60% di Italiani che non apre più ex abundantia cordis nei confronti del Cavaliere di Arcore che, per pur di salvare lo scranno, ha offerto ai pidini la svendita delle partecipazioni statali in Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Stm, Poste, Poligrafico, Fincantieri e Anas? La proposta non ha avuto successo, ma le sue risorse per continuare a galleggiare politicamente, mentre l’Italia affonda, sono notoriamente illimitate. Checchè ne dicano i suoi flautati laudatores, il premier sta costringendo l’intero Paese a giocare con le carte che lui stesso distribuisce prendendole da un mazzo truccato e, come se non bastasse, è ben determinato a far saltare il tavolo. Può comprarsi quotidianamente la maggioranza parlamentare, continuare a legiferare per se e per gli amici abusando dell’istituto della decretazione e ad insultare la Magistratura, cosa che sembra solleticarlo in maniera particolare specialmente quando si trova all’estero. E’ palese che viviamo ormai in una Repubblica denegata e con una Giustizia sempre più intimidita. In sovrappiù dobbiamo prendere in considerazione anche l'insussistenza rappresentativa di chi teoricamente potrebbe subentrare a dirigere un esecutivo di “liberazione nazionale” ed è invece già pronto ad eseguire istruzioni in contrasto con essa. Per ristabilire la solvibilità dell’Italia, cosa che affligge, tra gli altri, i vari papabili alla successione, bisognerebbe ridurre drasticamente il debito “sovrano”. Questo richiede una crescita del Pil tale da superare i tassi d’interesse pagati dallo Stato, un avanzo di bilancio (ulteriori accettate alla spesa pubblica) o una miscela di entrambi i fattori. Data la combinazione perversa degli alti costi pagati al finanziamento, della bassa crescita economica e degli alti livelli del debito, sarà socialmente insostenibile uscire da circolo vizioso in cui siamo stati spinti dai politici al servizio di banchieri e finanzieri. La ricetta preparata dalla Germania e dalla Francia prevede di abolire i sistemi di indicizzazione dei salari, favorire la mobilità del lavoro, armonizzare i sistemi di tassazione sulle società e sulle persone fisiche, collegare le prestazioni previdenziali al mutante quadro demografico (innalzando dove serve l'età pensionabile) e introdurre nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit per arginare l'indebitamento. Bruxelles si sta preparando all’ennesimo attacco contro i ceti più deboli, e lo farà su scala continentale. Il nostro primo ministro, recatosi oggi nella capitale belga solo per inchinarsi e sposare delle pesanti direttive oligarchiche, anziché tacere come imponevano le circostanze, si è avvalso del pulpito per dichiarare che l’Italia è commissariata dalle Procure. Passi che prenda a schiaffi un Parlamento di nominati, prevalentemente costituito da soggetti provenienti dallo stesso milieu, con notevoli comunanze attitudinali, con un’alta percentuale di indagati e di già condannati, ma non può continuare a pretendere che anche i tribunali si mettano a sua disposizione. Persino Giulio Andreotti si è lasciato giudicare ed è lecito ritenere che la verità giudizialmente accertata si sia discostata molto dalle verità connesse al suo ineguagliabile cursus honorum. Non condividiamo le ragioni per cui altri esigono di poter fuggire dai processi. Devono essere simili a quelle che spingono Mubarak a non volersi allontanare dal Cairo. Il loro decantato amore per il Paese.

Antonio Bertinelli 4/2/2011

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