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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Il blu, neanche più in cielo
post pubblicato in diario, il 14 giugno 2012


Se ancora non si è verificato il fallimento degli Usa lo si deve solo al fatto che la Fed stampa alacremente tutti i soldi che servono e li passa alle banche senza interessi. Il dollaro costituisce la base del sistema commerciale mondiale e anche questo aiuta, ma quanto potrà continuare il gioco dei gangster finanziari? Al debito pubblico si aggiungono il deficit commerciale, l’economia che annaspa, la disoccupazione, le speculazioni di Wall Street e le guerre coloniali su base planetaria. Secondo il rapporto del “Comptroller of the Currency”, al 31 dicembre 2011, le scommesse sui derivati delle banche statunitensi erano pari a duecentotrentamila miliardi di dollari (oltre quindici volte il Pil), concentrate nelle mani di cinque istituti. A quella data J. P. Morgan Chase, con un capitale a copertura del rischio di centotrentasei miliardi, gestiva settantamiladuecento miliardi di derivati, Goldman Sachs, con un capitale a copertura del rischio di diciannove miliardi, ne aveva un pacchetto di quarantaquattromila miliardi di dollari. Nelle città degli Usa il controllo sociale è sempre più militarizzato. Eppure tutte le attenzioni della stampa finanziaria sono per l’Europa e l’euro come se la crisi economica non dipendesse proprio dall’onnipotente sistema bancario anglo-americano. Nonostante le esortazioni ed i rimproveri con finalità elettoralistiche di Barak Obama, per come stanno le cose, per i guinzagli dei politici al servizio delle lobbies, per la camicia di forza dell’euro, è difficile credere che l’economia europea possa riprendersi portando benefici anche ai cittadini d’oltreoceano. Per adesso l’Ue e la moneta unica continuano a distruggere l’economia reale mentre gli Stati indebitati, ad uno ad uno, vengono vampirizzati attraverso i soliti algoritmi imposti, da grandi corporations e banche d’affari, ad ogni governo fantoccio. In Italia è cominciata la corsa per accaparrarsi il gas imprigionato nel sottosuolo attraverso le tecniche di fracking. Al Paese, molto probabilmente assoggettato ad esperimenti di geoingegneria della Nato, grazie alle chemtrails, non sono rimasti neanche i proverbiali cieli azzurri per consolarsi. Il quisling partenopeo, quando è stato interpellato sulle scie chimiche, ha rimandato la palla all’Ufficio per gli Affari Militari, alla Segreteria del Consiglio Supremo di Difesa ed al “competente” Ministero della Difesa. In Grecia l’European Goldfields ha acquisito per pochi milioni il diritto di sfruttamento delle grandi miniere aurifere vicine a Salonicco. La società canadese, che non è obbligata a nessuna opera di bonifica successiva agli scavi, prevede quindici miliardi di ricavi. L’euro è uno dei tanti strumenti con cui si sono indebolite le sovranità nazionali attraverso il debito pubblico. E’ destinato a restare in vita tutto il tempo necessario per consentire all’élite globalista di raggiungere gli scopi che si è prefissa, ma non è con la sua sostituzione che saranno risolti i problemi degli europei privati dei principi fondamentali e delle strutture basilari della democrazia. Dipende da chi cura gli aspetti coreografici e così le colpe transitano da un paese all'altro. Di volta in volta, si parla di popoli viziati, fannulloni, sfaticati, cicale e politici corrotti. Si evita di dire che qualunque sistema di potere, e segnatamente quello mondialista, consente di arrivare a posizioni apicali, anche di governo, solo a soggetti funzionalmente selezionati. Se un gruppo criminale ha necessità di esecutori coopterà ovviamente dei criminali o dei personaggi con predisposizione a delinquere. Appaiono dunque risibili le dichiarazioni di Gorge Soros che alcuni anni fa, insignito con la laurea honoris causa dall’Università di Bologna, anfitrione Romano Prodi, affermò di operare secondo le leggi degli Stati, lasciando discendere tutti i disastri sociali causati finanziariamente dalle inettitudini dei governi nazionali. Oggi un banchiere dall’eccezionale sensibilità sui fenomeni socio-culturali, dunque anche economici, come Raffaele Mattioli non arriverebbe a dirigere neanche una cassa di risparmio paesana ed un economista come Federico Caffè dovrebbe ritenersi fortunato se mai trovasse una cattedra nella scuola dell’obbligo. Ultimamente va per la maggiore imputare tutte le pene dell’inferno europeo all’ottusità tedesca. In effetti l’adozione della moneta unica ha permesso alla Germania il rafforzamento delle esportazioni, il contenimento della pressione fiscale ed il reperimento di risorse a tassi estremamente bassi, migliorando sempre più le condizioni delle sue finanze. Va da se che capeggi il partito transnazionale dell’austerità. Nei rapporti tra Stati, inclusi quelli dell’Ue, vale la legge della giungla. Fino a quando le sarà possibile la Germania cercherà di mantenere il suo modello produttivo, la sua pur ridotta sovranità nazionale e farà del suo meglio per non finire “normalizzata” dal capitalismo neoliberista come è già accaduto ai cosiddetti Pigs. Sarà solo una questione di tempo, ma dovrà cedere anche lei. Non è rilevante il numero e la grandezza degli istituti bancari forse già destinati a fallire come Lehman Brothers. Non importa se al posto dell’euro tornerà il marco. Le élites che pilotano la finanza e l’economia globalizzate guadagnano sempre in termini di controllo dei popoli e possesso di beni materiali, senza mai rimetterci nulla. Le nuove liquidazioni di patrimoni pubblici che sta per effettuare il governatore “straniero” sono lì a ribadire che, nei rapporti di forza internazionali, loro sono loro mentre, oggi più di ieri, l’Italia e gli Italiani non sono un cazzo. Di tutto il resto se ne può parlare durante la sfilata di qualche corteo democratico di lavoratori e studenti o magari dal barbiere.

Antonio Bertinelli 14/6/2012

http://unshaded.wordpress.com/2012/06/14/il-blu-neanche-piu-in-cielo/
Chiamalo se vuoi ... qualunquismo
post pubblicato in diario, il 31 ottobre 2011


“Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca. La malattia non è l'euro, ma l'Europa che non c'è”, parole di Pierluigi Bersani. "Licenziamenti facili è un termine assolutamente falso. Noi discutiamo di come incoraggiare l'impresa a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l'idea che se poi le cose non andassero bene, se si rivelassero difficili, l'impresa come ha fatto il passo in avanti potrebbe fare magari anche un mezzo passo indietro, ma con protezioni per i lavoratori perché nella nostra cultura c'è una solida consuetudine a dare protezione per i lavoratori più che in altri Paesi”, parole di Maurizio Sacconi. “Se il governo dovesse procedere rispetto agli annunci ci sarà lo sciopero generale”, parole di Susanna Camusso. Bersani dovrebbe sapere che “l’Europa che non c’è” è proprio quella che non ci sarà mai proprio a motivo di una moneta unica stampata e gestita dalla Bce in ossequio al dogma del signoraggio privato. Sacconi dovrebbe sapere meglio di altri che Fabbrica Italia non esiste più. Alla Camusso vorremmo chiedere se spera di far decantare rabbia e disperazione con una folcloristica passeggiata romana e comizio conclusivo in piazza San Giovanni mentre tutta l’Europa è stretta nella morsa economico-finanziaria della globalizzazione. Il Meccanismo di Stabilità (Mes) esautora i governi dell’eurozona, l’organismo preposto all’uopo, con l’assunzione di ampi poteri sulla possibilità dei singoli Stati di stabilire i propri bilanci e di gestire i propri debiti pubblici, è coperto da tutte le immunità giuridicamente concepibili, il suo operato è del tutto insindacabile. La brutale austerità imposta dall’Ue alla Grecia ha riportato i redditi e la libertà delle masse popolari ai livelli degli anni vissuti sotto la giunta militare dei colonnelli. Il governo Papandreou è sostanzialmente sostituito dalla troika presieduta dall’eurocrate Horst Reichenbach. Politici e sindacalisti italiani, forse più di altri, recitano a soggetto, ma tutti indistintamente servono diligentemente gli interessi della global class. Lo fanno con la stessa discrezione con cui a Bruxelles si è sempre lavorato, dietro la facciata della democrazia, a danno dei popoli europei e della loro sovranità. Ci sembra un po’ troppo riduttivo imputare tutte le colpe del declino economico italiano all’attuale governo. Anche se la maggior parte dei cittadini lo ritiene il peggiore dell’era repubblicana, il circo truffaldino globalista che sbeffeggia Berlusconi si è avvalso di clowns, marionette e stragisti al di qua e al di là dell’oceano Atlantico. I signori dell’Impero mirano ad una salda governance mondiale e non lesinano i mezzi per raggiungerla. Dove non arrivano con le campagne mediatiche, la persuasione e la corruzione inviano agenti della Cia, del Mossad, dell’MI6, della Dgse, etc. a sobillare rivolte armate contro i “dittatori” messi all’indice e poi fanno partire i bombardieri della Nato. Donald Rumsfeld  ha scritto su Twitter: "Al-Assad e Ahmadinejad riflettano bene sulla fine di Gheddafi. I loro popoli potrebbero decidere che i prossimi saranno loro due". Dove l’Impero ha fatto breccia con elezioni “democratiche”, per gestire il forte calo dei livelli di vita, sta prendendo piede lo stato di polizia über alles così come è già accaduto negli Usa. Qui vige il Patriot Act che, tra l’altro, consente il tecnocontrollo di tutti i cittadini; è possibile trattenere persone in prigione ab libitum senza presentare imputazioni e prove ad un tribunale; per ammissione dello stesso Barak Obama esistono liste di statunitensi che potrebbero venire assassinati senza un giusto processo; chiunque resiste o critica gli Stati Uniti è considerato un criminale. In questi ultimi giorni le forze dell’ordine si sono scatenate brutalmente sui manifestanti a Chicago, Denver, Oakland, Cincinnati, Atlanta, Seattle, Dallas, San Francisco e Los Angeles, smantellando le aree occupate ed eseguendo in ogni città centinaia di arresti. Analoghe scene si sono verificate in altre parti del mondo occidentalizzato, ad Atene, Sydney e Melbourne. In Germania le manifestazioni pubbliche di dissenso sono seguite da droni attraverso i quali la polizia sorveglia, controlla e accumula dati sui dimostranti. L’Unmanned Aerial Vehicle verrà esteso presto in tutta Europa. In questo quadro non possiamo far finta di credere che la caduta dell’indegno governo delle P progressivamente numerate e delle consorterie affaristiche possa essere la condizione imprescindibile per riguadagnare credibilità all’estero, per liberarsi dallo strozzinaggio sovranazionale e dal capestro guerrafondaio degli atlantisti. Berlusconi è solo una variante tragicomica delle politiche antipopolari e coloniali euro-anglo-americane abbracciate senza distinzione alcuna da “destri” e “sinistri”, sia in Italia che altrove. Un premier che flirta platealmente con dei dittatori e poi volta loro le spalle nei momenti cruciali non è certo uno spettacolo edificante, ma non è che possiamo trovare facilmente dei modelli di riferimento da invidiare. Senza dilungarsi nel fare le pulci a  Viktor Orban, George Papandreou, Nicolas Sarkozy, David Cameron e a tanti altri ancora, possiamo magari riflettere sull’esultanza manifestata da Illary Clinton dopo l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi. Il genero della Clinton è un alto dirigente della Goldman Sachs. Il Dipartimento di Stato Americano ha coinvolto la grande banca d’affari in un progetto internazionale, sotto l’egida della Nato, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e in Pakistan. E’ facile intuire che Goldman Sachs prenderà parte alla spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia. Non tutti i problemi dell’Italia si possono condurre allo sgoverno del “pagliaccio” e dei suoi sodali. I danni prodotti dal berlusconismo non possono far dimenticare che il Paese deve fare i conti con una classe imprenditoriale parassitaria e priva di sensibilità sociale, inoltre da un ventennio vede in contrapposizione bande di soldati di ventura che, occupando le istituzioni, si mettono al servizio dello straniero.

Antonio Bertinelli 31/10/2011

 
Ed infine hanno cucinato l’Africa
post pubblicato in diario, il 31 agosto 2011


Esistono diversi organismi di vigilanza e controllo nazionali particolarmente plastici. I meccanismi di nomina, il sistema dei finanziamenti e le molteplici incompatibilità dei vari commissari non riescono neanche a salvare le apparenze. Le sanzioni, quando comminate dalle authority, difficilmente arrivano a colpire grandi gruppi, sono del tutto irrisorie rispetto al volume d’affari o alla gravità dei comportamenti censurati e quindi non servono a scoraggiare abusi e truffe di ogni tipo. La loro utilità finisce nell’illusoria idea che esistano enti per la salvaguardia di interessi comuni contrapposti alla tracotanza operativa di partiti politici e lobbies. Pur con tutti i distinguo da fare sull’inarrestabile declino del Bel Paese, divorato e lasciato divorare da una classe dirigente inetta, anche alcune istituzioni internazionali sembrano non godere di buona salute in termini di garanzie e terzietà a tutela degli interessi collettivi. C’è ad esempio un insanabile conflitto d’interessi tra l‘Oms e l’Aiea. La prima non può agire liberamente nel settore nucleare in quanto necessita dell’imprescindibile consenso della seconda. Guardando all’Onu il quadro si fa ancora più fosco. Venuto alla luce democraticamente zoppo per il diritto di veto accordato a Cina, Francia, Gran Bretagna, Urss ed Usa nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza, con il passare del tempo è diventato sempre di più subalterno agli interessi dei potenti. Quelle stesse Nazioni Unite, che appaiono deboli di fronte alle innumerevoli risoluzioni mai rispettate da Israele, diventano improvvisamente forti quando corre l’obbligo di “liberare” quei popoli che stanno a cuore dell’Impero. Nel Palazzo di Vetro di New York a nessuno appare grottesco che tra i quarantasette paesi facenti parte del Consiglio dei Diritti Umani alcuni, come il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita ed altri ancora, non brillino quali luoghi di libertà democratiche. Come si può far finta di ignorare che lo statuto dell’Onu è diventato una variabile dipendente dai desiderata anglo-americani, che l’intera assemblea serve da foglia di fico o svolge semplicemente un compito notarile per ratificare decisioni prese altrove, là dove spesso le intenzioni umanitarie si avvolgono intorno a bombe e missili in procinto di essere lanciati. E’ accaduto nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq e poi in Libia. Per dirla alla Louis Dalmas, en nous prenant pour des cons. La Nato, impegnata nei trionfi delle democrazie sulle tirannidi, è sempre più calata nel ruolo di agenzia militare delle Nazioni Unite, così la nota favola di Fedro “Lupus et agnus” è tornata d’attualità. Il “cane pazzo” di reaganiana memoria, con i suoi limiti e con i suoi chiaroscuri, non è peggio di tanti altri che ci ammanniscono le loro litanie sui diritti dei popoli; il suo passato, sotto alcuni aspetti, non è del tutto disprezzabile. La maggior parte degli Africani lo considera un uomo generoso che con il suo impegno e con i soldi libici ha contribuito a cancellare l’umiliazione dell’Apartheid in Sud-Africa. E’ altrettanto degno di nota che l’intero continente si è potuto affrancare dall’oneroso affitto annuo dei satelliti occidentali per le telecomunicazioni grazie a Gheddafi. L’odiato tiranno ha partecipato per ¾ dell’intero importo alla costruzione e al lancio di Rascom1, il primo satellite africano. Se la Libia è stata trasformata in una zona di guerra spaventosamente asimmetrica è perché l’Onu, nella sua essenzialità, non può opporsi alla legge del più forte. A questo va aggiunta la menzogna dei manichei a contratto come quelli che, attraverso la narrazione del “massacro di Srebrenica”, avvenuto nel 1995, hanno accreditato la particolare crudeltà dei Serbi ed il necessario smantellamento della Jugoslavia. Pochi sanno e, a giochi fatti, è del tutto ininfluente che i corpi degli ottomila mussulmani bosniaci uccisi a freddo non siano mai stati trovati. Dalle centinaia di cadaveri recuperati nelle fosse comuni come sarebbe stato possibile separare il numero dei morti negli scontri da quello dei giustiziati o, meglio ancora, stabilire se un corpo era di un serbo o di un bosniaco? La storia raccontata dagli invasori della Nato non fa menzione delle crudeltà commesse dai mussulmani e dai Croati, dei massacri subiti dai Serbi e delle loro legittime risposte alle aggressioni. Per quanto accaduto ed accadrà in Libia stiamo assistendo alla consueta promozione ingannevole. Non ci sono nefandezze e non ci sono stragi che non siano imputabili esclusivamente ai “mercenari” di Gheddafi. Va da se che i liberatori al seguito dei servizi d’intelligence e delle truppe occidentali impegnate in loco siano fior di galantuomini amorosamente cresciuti nei giardini delle democrazie, che le bombe Nato siano talmente intelligenti e garbate da chiedere il permesso prima di colpire chiunque vi si trovi sotto. La comoda plasticità di un organismo di garanzia nazionale può scaricare tutto il suo zelo contro le foto “rubate” di un Zappadu o, al massimo, può recitare il de profundis per il servizio pubblico televisivo. L’eccessiva plasticità dell’Onu favorisce in giro per il mondo la nascita di mattatoi e quello libico non sarà l’ultimo. Per tutti i paesi dell’Africa, che con la cacciata violenta di Gheddafi e l’occupazione della Libia perdono i loro migliori riferimenti sociali, politici ed economici, sarebbe più dignitoso abbandonare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Catturato il Nord-Africa nella sfera d’influenza euro-statunitense non sarà mai messo all’ordine del giorno un seggio nevralgico per l’intera Federazione Africana.

Antonio Bertinelli 31/8/2011


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Ultimi scampoli di guerra
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2011


E così anche Tripoli si appresta a vivere il suo day after. Dopo aver forzato oltre ogni limite la risoluzione n. 1973 dell’Onu, dopo aver scatenato invincibili armate e tutta la più avanzata tecnologia mortifera contro un governo legittimo, presto il setaccio in possesso dei ladroni coalizzati tratterrà i semi e lascerà la crusca ai libici. Nel crescendo delle manipolazioni mediatiche persino Google Maps, il 21 agosto, ha accettato il cambiamento della toponomastica: Green Square è stata ribattezzata Martyr’s Square, cosi come richiesto da qualche glorioso combattente per la libertà. La storia della Libia di martiri ne conta parecchi, caduti in guerre coloniali come quella ancora in corso, che sta preparando il terreno per le scorrerie di pochi grandi raider e dei soliti sicari dell’economia. Mu'ammar Gheddafi è stato corteggiato per anni da tutte le più grandi banche occidentali, con cui ha condotto affari non sempre vantaggiosi, sia per lui, che per il suo Paese. Il fondo sovrano libico, così come riporta The Wall Street Journal del 31 maggio 2011, affidò a Goldman Sachs 1,3 miliardi di dollari e gli investimenti curati da detto gruppo persero il 98% del loro valore. Le perdite non furono mai più ripianate dalla celebre banca d’affari. La narrazione dei media più potenti e diffusi, che spesso ricorrono a studios tali da far invidia a Cinecittà, calza sempre a pennello con gli obiettivi economico-finanziari anglo-americani. Pochissimi giorni prima che Barak Obama annunciasse la sua dichiarazione di guerra umanitaria l’Unione Africana si era riunita per discutere la proposta del leader libico di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa. Il fatto, di rilevante interesse, non venne mai reso noto, da giornali e Tv, né al popolo nord-americano, né a quelli europei. Inclusa quella portata in Libia, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Usa ed i loro alleati hanno scatenato cinque guerre. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, grazie all’impiego di una potenza militare e poliziesca senza eguali, si sta assistendo all’espansione ininterrotta di un ordine oligarchico, che fagocita ogni sovranità nazionale, per tutto il pianeta. Ebbe a dire Thomas Friedman, consigliere del segretario di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton: "Perchè la globalizzazione funzioni, l'America non deve temere di agire come l'invincibile superpotenza che in realtà è (...). La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald's non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F-15. Il pugno visibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti". Le cronache di qualunque giornalista garantito dal marchio di qualità euro-yankee, che sia al seguito delle salmerie o comodamente seduto nella propria redazione, non ci parlano dei morti e dei feriti causati dalle tonnellate di bombe Nato sganciate sulla Jamahiriya, non ci parlano dei cecchini umanitari appostati sui tetti di Tripoli, tacciono sui jet che hanno colpito tutto quello che sono riusciti ad inquadrare nel mirino, non ci dicono che i check-points governativi sono stati tra i bersagli preferiti dall’aviazione alleata. Sono cronache che rispondono a parole d’ordine, frutto di veline uguali per tutti, a volte gentilmente fornite dai servizi segreti dei “liberatori”. Il sabba mediatico, nella sua complice subalternità, ci offre la descrizione caricaturale del despota attenzionato dai difensori delle democrazie, qualche improbabile reality show montato in fretta e furia, l’omertà per gli eccidi dei “patrioti” ribelli, molte notizie totalmente false, l’enfasi per le gesta di qualche centinaio di giovani rivoltosi, che, trascinati dall’opportunismo del sedicente Consiglio Nazionale Transitorio, scorrazzano trionfanti su pick up e tirano il grilletto di qualche arma automatica su richiesta del fotoreporter incaricato del servizio. Il silenzio imposto dal consesso dei “volenterosi”, in combutta e in competizione per mangiarsi la torta libica, il vezzo sesquipedale con il quale si affabula intorno alla “rivoluzione" partita da Bengasi per venderla ai telespettatori come un grande movimento popolare desideroso di libertà non riescono a nascondere del tutto una guerra condotta in spregio della nostra Costituzione e del diritto internazionale, alimentata da un’ipocrisia oscena, sfociata nel cinismo sanguinario. Giorni orsono nel villaggio di Majar c’erano ottantacinque cadaveri di donne, bambini ed anziani. Tra le tante menzogne che nessuno dei maggiori media si è mai preoccupato di smentire, i Libici sono rimasti vittime di una manovra d’intelligence, propedeutica all’intervento militare. Presto saranno depredati delle loro immense ricchezze, cominceranno a conoscere tasse mai pagate, vedranno all’opera i banksters occidentali, subiranno la costruzione di basi strategiche Usa. Non c’è necessità di leggere le “farneticazioni complottiste” di teste poco allineate o di presunti paranoici. Anche un ingenuo è in grado di sospettare che i burattini al servizio dell’Impero, dopo aver rivoluzionato Tunisia ed Egitto, dopo aver destabilizzato la Libia, nella stessa maniera potrebbero correre in soccorso di altri popoli “oppressi”. I loro discorsi imbevuti di richiami alla democrazia hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero di migranti. Le loro promesse ed i loro aiuti puzzano di morte. Un editoriale odierno disquisisce su “I veleni di una dittatura”, a quando un editoriale sui peggiori veleni della più aberrante tra le democrazie? I titoli di coda di un film che non avremmo mai voluto vedere scorrono su Shimon Peres che afferma:” Fossi libico, mi sarei sollevato anche io contro il tiranno”, su Barak Obama che, da sempre sensibile alle “sofferenze” dei popoli, intima a Bashar al-Asad di dimettersi, sullo zelante Nicolas Sarkozy che, dopo aver inviato i suoi legionari ad occupare la Costa D’Avorio, consentendo alla Francia di diventare la prima potenza mondiale per il cacao, si appresta ad ospitare la conferenza di tutti i paesi aggressori a Parigi per spartirsi il bottino libico, su Mu'ammar Gheddafi che si dice intenzionato a vincere o a morire.

Antonio Bertinelli 24/8/2011

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Il bianco e il nero
post pubblicato in diario, il 11 maggio 2011


Le accuse di passatismo o di comunismo, le critiche per non sapersi aprire alle novità servono a perorare la difesa del presente su cui si basano il berlusconismo e l’ideologia neoliberale di cui lo stesso è espressione. Le loro pretese di superiorità, di insindacabilità tendono a far ritenere irrevocabili le scelte fatte, senza alcun controllo, dalle élites dominanti delle quali parlamenti e governi sono ossequiosi maggiordomi. Se lo Stato deve essere un’entità capace di agire nell’interesse collettivo, attraverso tre poteri paritari, legislativo, esecutivo e giudiziario, non si può di certo dire che l’attuale governo sia in grado di garantirlo. Il macroscopico conflitto d’interessi del premier è espressione di quella sussunzione del politico da parte dell'economico a cui gli uomini dell’attuale Pd hanno arrendevolmente spianato la strada. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali può farsi ambasciatore dell'arretramento dei diritti e delle soggettività. Il Ministro del Tesoro può fingersi soddisfatto per aver superato l’esame dell’Ocse. Il neoliberismo prevale perché è sostenuto con determinazione dalle banche, dalla finanza e dalle multinazionali, che guardano a questa sorta di fondamentalismo economico come lo strumento principe per un arricchimento senza limiti. Il golpe piduista in corso, di cui il porcellum elettorale, gli artifici legislativi e la “riforma” della Magistratura sono solo le espressioni più appariscenti, è la logica conclusione di un pregresso politico costellato di complicità. Le gravi incontinenze, gli abusi istituzionali e gli sberleffi alla Costituzione di oggi sono la logica conclusione di quanto è stato praticato o permesso ieri. Se il sistema di potere italiano non si fosse incancrenito su paradigmi ed input mafiosi, se il centro-sinistra non avesse governato in nome e per conto della finanza internazionale, rendendosi organico ad un regime  neoliberale-capitalista-globalista, se la parte nominalmente avversa non lo avesse agevolato, Berlusconi non sarebbe mai diventato primo ministro. Qualunque sia l’epilogo della sua avventura governativa ci sembra comunque troppo tardi per immaginare e costruire un futuro auspicabile. E’ arduo guardare con speranza alla politica quando esercitata da moltissimi indagati, condannati, amnistiati, prescritti o persone comunque rese oggetto di un interessamento giudiziario per corruzione, concussione, abuso d’ufficio e collusione con associazioni a delinquere più o meno organizzate. All’intero ceto politico  fa comodo il depotenziamento e la subordinazione della Magistratura, qualunque futura maggioranza parlamentare non sarà in grado di sottrarsi alle direttive della predazione internazionale che vede soccombere economicamente un paese dietro l’altro. Il tracollo della Grecia e l’entità dello stesso debito pubblico statunitense ci riportano alle profetiche considerazioni del Presidente Thomas Jefferson: “Penso che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà che interi eserciti pronti a combattere. Se il popolo americano permetterà un giorno che le banche private controllino la loro moneta, le banche e tutte le istituzioni che nasceranno intorno ad essi priveranno le persone di ogni possedimento, prima per mezzo dell’inflazione, seguita dalla recessione, fino al giorno in cui i loro figli si sveglieranno senza casa e senza un tetto sulla terra che i loro padri conquistarono”. L’aggressione alla ricca Libia, l’ennesima nei confronti di un Paese non aderente alla Banca per i Regolamenti Internazionali, approvata dal Parlamento con l’eccezione dei rappresentanti dell’Idv, è la palese dimostrazione che i popoli cosiddetti occidentali sono manovrati dai più grandi criminali che la Storia abbia fino ad oggi potuto vedere all’opera grazie ad un dispiego di mezzi precedentemente inimmaginabili. Non ci piacciono le guerre “umanitarie” della Nato, non ci piace l’agonia dei Greci economicamente immolati sull’altare dell’euro, non ci piace vivere in un Paese travolto dalle macerie morali e materiali, non ci piace vedere i frutti tossici di in programma definito, lineare e coerente attuato calpestando la dignità dei cittadini. Non è affatto facile uscire dal circolo dell’assuefazione. Senza escludere qualunque impegno civile si ritenga opportuno nell’interesse dell’intero Paese, vanno fatte le debite valutazioni. Bisogna misurarsi con uno Stato che è finito nelle mani di pochi privati, con la progenie sociopatica dei banksters, con gli economisti immuni da dissonanze cognitive, con la perdita della sovranità nazionale, con i diktat dell’Impero anglo-americano, con una classe dirigente trasversalmente omologata verso il peggio, con l’ineguagliabile bulimico dagli insulti facili, con i suoi degni pasdaran, con i varchi di accesso alla politica che sono terribilmente stretti e funzionalmente presidiati. Chi è in grado di capire tutto questo non dovrebbe scartare la possibilità di abbracciare scelte radicali. E’ tempo di individuare il bianco e il nero tralasciando le sfumature. Anche andarsene dall’Italia o decidere di vivere del tutto fuori dagli schemi imposti dal modello di sviluppo occidentale sono ipotesi da prendere in seria considerazione. Nel contesto attuale è più che mai velleitario ritenere di poter salvaguardare gli interessi della massa sistematicamente manipolata e già destinata al macello.

Antonio Bertinelli 11/5/2011
Contaminazioni democratiche
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2011


Tra i motivi del crollo dell’Urss si possono annoverare la rincorsa agli armamenti di Ronald Reagan, il flop del sistema economico comunista, il risveglio delle nazionalità sottomesse favorito dai processi di riforma  legati alla glasnost ed alla perestrojka, di cui fu propugnatore Mikhail Gorbaciov. Non è rilevante stabilire se l’ultimo segretario del Pcus, tanto celebrato dagli occidentali quanto guardato con sospetto in patria, fu un ingenuo o altro, ma bisogna riconoscere che con lo scioglimento dell’Unione Sovietica si ruppe quell’equilibrio mondiale basato sulla contrapposizione tra sistema capitalista e sistema comunista. Fra le prime vittime del crollo, perfezionatosi successivamente con Boris Eltsin, ci fu la Jugoslavia dove, nel 1989, con l’accordo di Reagan, fu attuato un piano serrato di privatizzazioni. Nel 1991, sotto l’amministrazione di Gorge H.W. Bush, il Congresso Statunitense impose alla Jugoslavia il taglio di tutti gli aiuti e dei prestiti, con la suddivisione del debito pubblico fra i componenti della federazione e con l’obbligo di tenere elezioni separate. Nelle banche americane vennero congelati i depositi jugoslavi. Le parti federate che facevano riferimento a Belgrado nicchiarono per il consolidamento dei piani di riforma economica, per le privatizzazioni delle aziende pubbliche, per la riduzione della spesa sociale stabiliti dal Fmi e dalla Bm. I diktat di Bush ed il soffiare europeo sui rispettivi nazionalismi accelerarono la secessione di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. In sintesi, appellandosi pretestuosamente all’autodeterminazione dei popoli, vennero piantati i semi della discordia e dello smembramento balcanico. Negli anni a venire i conflitti interetnici, alimentati dall’Occidente, diventano sempre più accesi e, dopo il tanto tuonare dell’apparato mediatico mainstreeam, finalmente arriva l’intervento umanitario in Kosovo sotto forma di bombardamenti, missili cruise, tomahawk, B 52, F117, distruzione e morte. Un'oscena operazione di banditismo internazionale con l'avallo del governo italiano. È noto che fino al 1999 l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) era considerato unanimemente, e dallo stesso Dipartimento di Stato Usa, un’organizzazione terroristica. Dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, nel febbraio 2008, su alcuni siti russi apparve una frase ironica “Il produttore dell’eroina ha riconosciuto l’indipendenza del distributore”. Ci si riferiva all’Afghanistan, primo paese a riconoscere il nuovo Stato, già invaso dagli Usa e tra i leaders mondiali nella produzione di droga. Oggi a Camp Bondsteel, nelle vicinanze di oleodotti e corridoi energetici di vitale importanza, c’è una delle più grandi  basi militari statunitensi costruite all’estero. La gloriosa “Zastava automobili”, con i suoi trentaseimila dipendenti non esiste più, è stata sostituita dalla Fiat che impiega meno di mille persone. Il Kosovo, munifico di patologie tumorali per la grande quantità di proiettili all’uranio impoverito impiegati dalla coalizione dei liberatori, immiserito e devastato, è uno snodo importante di traffici illeciti, dagli stupefacenti al traffico di organi, dalle armi alla prostituzione, dall’immigrazione clandestina alle sigarette. Oggi Washington, Londra, Parigi ed altri alleati, dopo essersi occupati della Jugoslavia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, intendono sbarazzarsi del dittatore libico. Successivamente, con altre interventi umanitari, provvederanno ad esportare la democrazia disgregando culturalmente e depredando altri paesi. Il caos e la suddivisione del mondo arabo in piccoli Stati deboli ed ininfluenti si prestano alla neo-colonizzazione meglio di quanto si prestino quelli forti, indipendenti e sovrani. Gli stages, per formare attivisti “amanti della libertà” e provocatori di ogni risma, condotti dai servizi d’intelligence interessati servono all’uopo. Muammar Gheddafi è stato messo nelle condizioni di dover fronteggiare una rivolta armata che ha potuto poggiare sui dissapori mai sopiti con le tribù della Cirenaica. Che sia un tiranno è questione marginale, buona per salottieri e giornalisti con redditi opulenti, a prescindere dalla loro asserita indipendenza o dalla maglia che indossano per abbindolare l’una o l’altra fascia di elettorato potenziale. “Ammazzare” Slobodan Milosevic per mezzo del tribunale dell’Aia, impiccare Saddam Hussein, sostenere Hamid Karzai, poco più che sindaco di Kabul, non è servito al riscatto dei popoli bombardati con il beneplacito dell’Onu o della Nato. Solo per limitarci a Milosevic possiamo citare quanto sottoscritto da Ramsey Clark , ex  Procuratore Generale degli Stati Uniti: “(…) Una colpa sicuramente l'ha avuta, ed è quella di non essersi piegato alla Nato, di non aver svenduto il proprio popolo agli affamatori del liberismo selvaggio, di non aver assecondato la colonizzazione del proprio paese tramite Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, i vari Soros e la loro marea globalizzatrice (…)” Asserire che l’incriminazione di Gheddafi e degli esponenti del suo regime per crimini contro l'umanità è "sicura al cento per cento", così come ha fatto Louis Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale, fa parte della solita liturgia. Gli aggressori mettono sotto processo gli aggrediti. Ora che non esiste più l’Urss basta non pestare troppo i piedi alla Cina e, quando conviene, come nel caso della ricca e tribale Libia, i paesi senza un loro deterrente nucleare si possono invadere come meglio piace. E’ facilissimo creare un casus belli degno delle attenzioni “democratiche” di un Bush o di un Obama. L’Italia ha il suo despota, le sue “tribù” secessioniste e xenofobe, l’enorme corruzione di una classe dirigente messa alla berlina senza le cortine fumogene abitualmente riservate ai poteri forti nazionali ed internazionali che di essa si avvalgono, è attenzionata dalla Banca Mondiale anche tramite Transparency International. Insomma ha alcune delle caratteristiche su cui far leva per giustificare un intervento di “correzione” guidato dall’esterno. Ridotta alla stregua di un califfato, deve rallegrarsi di non avere ricchi giacimenti di petrolio o gas, di essere stata governata da personaggi che hanno alienato la sua sovranità e di essere la più grande portaerei Usa nel Mediterraneo?

Antonio Bertinelli 25/3/2011         


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post pubblicato in diario, il 19 marzo 2011


Il 20 maggio 1882, a Vienna, Austria-Ungheria, Germania e Italia firmano la Triplice Alleanza, accordo che prevede il reciproco aiuto in caso di invasione da parte di nazioni nemiche. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’Italia decide di non intervenire. Il 26 Aprile 1915 firma il Patto di Londra, il 3 maggio del 1915 ripudia i precedenti alleati e il 24 maggio dello stesso anno scende in guerra a fianco dell’Intesa. Il cambio di campo garantisce che, in caso di vittoria, l’Italia ottenga l’assegnazione di Trento, di Trieste, dell’Alto Adige, dell’Istria, della Dalmazia e di alcune colonie tedesche in Africa. Il primo novembre 1936 Germania e l'Italia annunciano la creazione dell'Asse Roma-Berlino. Il 25 novembre 1936 Germania e Giappone firmano il Patto Anti-Comintern. L'Italia si unisce a loro il 6 novembre 1937. Il 22 maggio 1939 Germania e Italia, per rafforzare l'alleanza dell'Asse, firmano il Patto di Ferro. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Gemania. L’8 settembre 1943 l’Italia si arrende agli Alleati e, dopo tale data, comincia la cosiddetta guerra di liberazione contro i tedeschi. Il cambio di campo, dopo una sanguinosa guerra civile, ci fa assurgere al rango di protettorato statunitense per tutti gli anni a venire. Il 30 agosto 2008 Libia e Italia firmano un Trattato di Amicizia di cui sicuramente né il Popolo italiano, né quello libico sentivano il bisogno. Il 3 febbraio 2009 il Senato ratifica definitivamente il patto di cooperazione tra i due paesi e la maggioranza esulta. In seguito ai sommovimenti libici, il 19 febbraio 2011 Silvio Berlusconi dichiara che non intende disturbare il suo amico Mu'ammar Gheddafi. Ieri Franco Frattini ed Ignazio La Russa, ottenuto il via libera del Parlamento, dichiarano che l’Italia è pronta per concedere le basi militari, e non solo, ai volenterosi che agiranno sotto l’egida delle Nazioni Unite. “L’intera comunità internazionale è assolutamente coesa sul principio che Gheddafi deve lasciare”, argomenta giulivo il titolare della Farnesina neanche sfiorato dall’idea che il voltafaccia del governo italiano sarà considerato insopportabile dal rais, prima avventatamente osannato e poi scaricato in nome della consueta democrazia da esportazione autorizzata dall’Onu. In Italia pochi eccepiscono, e ce ne sarebbero di motivi. Tralasciando il disdoro di un Paese dissennatamente governato, tra l’altro, avvezzo da sempre a cambiare alleanze e patti con estrema nonchalance, tacendo per carità di patria lo scarso credito internazionale di chi comincia una guerra da una parte per poi finirla dall’altra, si potrebbero fare almeno un paio di considerazioni. L’art. 11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La Nato è stata costituita per “tutelare” i paesi che, in rapporto alla spartizione del mondo decisa a Yalta, tra Usa, Urss e Inghilterra, furono posti sotto l’ombrello anglo-americano. L’Unione Sovietica non c’è più, ma la Nato, sotto la direzione degli Usa, è diventata lo strumento principe per promuovere gli affari, ammantati di principi democratici, delle multinational corporations. La tragica messa in scena dei problemi interni alla Libia, velocemente trasformatasi in rivolta armata contro il dittatore, serve esclusivamente per mettere le mani sulle sue ricche fonti energetiche. Tutto il resto è fuffa mediatica, ottima per far trangugiare ai gonzi un’altra missione staticida ordinata dalla quella criminalità organizzata definita  “comunità internazionale”. E’ il solito copione che serve all’esercito yankee ed ai suoi alleati per occupare il quadrante geopolitico resistente all’espansione imperiale. L’Iraq e l’Afghanistan sono solo due dei paesi persi nella nebbia della rapine realizzate massacrando civili, bombardando depositi di viveri, acquedotti, vie di comunicazione, distruggendo villaggi, colture e armenti. Mentre si addita al ludibrio dell’opinione pubblica il despota libico, del tutto incurante della legalità internazionale, Israele occupa territori altrui, bombarda chi si oppone alla sua invasione, imprigiona arabi e palestinesi. Nello Yemen, nel Bahrein, nell’Oman monarchi assoluti sparano su folle inermi senza suscitare lo sdegno dello zio Sam che, tanto preoccupato per il destino degli insorti libici, non si fa scrupoli nel tenere in piedi narco-Stati o utili satrapi là dove e fino a quando lo ritiene conveniente. La realpolitik deve offrire un’immagine accattivante alle carognate, ma siamo certi che il vecchio beduino trangugi il calice amaro della detronizzazione senza trascinare qualche altro nella sua caduta? Per adesso le rivoluzioni abortite del Maghreb registrano un esodo quotidiano, per alcuni un vero business, che la situazione economica dell’Italia non è in grado di fronteggiare a lungo. L’entusiastica inversione di marcia degli indefettibili pupazzi, di cui il Paese migliore farebbe volentieri a meno, ci appare carica di rischi. Se Gheddafi regolasse i conti direttamente col guascone d’oltralpe, dimentico che la sua campagna elettorale è stata in parte finanziata dalla famiglia del rais, con il prode guerriero che alloggia al n.10 di Down Street, con l’istrione brianzolo e con i suoi quaquaraquà, con i banchieri internazionali che hanno congelato i suoi beni e quelli dello Stato libico o con personaggi della sua stessa razza non ce ne faremmo un cruccio. Tutti i maggiori media hanno taciuto che, dal 2003, in Iraq, il governo fantoccio, gli squadroni della morte e gli invasori hanno ammazzato trecentocinquanta giornalisti, ultimamente ne hanno veementemente presi di mira centosessanta e l’11 marzo ne hanno picchiati alcuni che seguivano a Baghdad un grande corteo organizzato contro l’occupazione straniera. Gheddafi sarà pure un tiranno che signoreggia da un quarantennio e che ha creato un sistema di potere dinastico, ma i promotori della libertà, il loro giannizzeri, i buffoni travestiti da governanti, in carica o in nuce, accompagnati dai trombettieri dell’informazione, dagli ascari al traino dell’espansionismo anglo-americano, ormai tutti compressi nel ruolo di salvatori della Libia, non si preoccupano delle devastazioni che produrranno gli eserciti invasori o che le vittime di una probabile vendetta gheddafiana potrebbero essere degli italiani o degli europei innocenti. In fin dei conti per la strage di Ustica i responsabili sono rimasti nell’ombra, nell’attentato di Lockerbie non è morta la dama di ferro, il crollo delle torri gemelle del World Trade Center non ha travolto l’etablissement economico-politico americano.  

Antonio Bertinelli 19/3/2011

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