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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
La luna nel pozzo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2011


Non saranno certo folle oceaniche d’indignati nelle piazze o le rimostranze d’industriali tardivamente “pentiti” a far cadere il governo in carica. In un contesto globale turbolento i poteri forti sovranazionali hanno tutto l’interesse a sostenere esecutivi che non riservino imprevisti e che non siano in grado di scegliere autonomamente politiche in contrasto con gli interessi dell’Impero. Una classe dirigente spregevole e un governo travolto dalle inchieste giudiziarie non possono che inchinarsi a qualsiasi diktat. Il potere contrattuale di Silvio Berlusconi, ammesso che da domani voglia esercitarlo nell’interesse generale del Paese, è nullo. Quando verrà staccata la spina al suo governo il “nuovo” non potrà discostarsi troppo dal vecchio. Le finte e docili opposizioni sono lì a confermarlo più o meno da un ventennio. Fatte le debite proporzioni basta guardare al fuoco di paglia di Barak Obama, per molti aspetti peggiore di Bush junior. I bavagli inseguiti da Berlusconi non sono poi così diversi da quelli desiderati da Nicolas Sarkozy, David Cameron, Gordon Brown e dallo stesso presidente statunitense che, nei primi diciassette mesi di carica, ha surclassato tutti i suoi predecessori nel perseguire penalmente gli informatori “illegali”. Esigenze di casta ed esigenze di cosca, tipiche della realtà italiana giustificano a maggior ragione il controllo di ogni rivolo d’informazione indipendente, ma anche il faro delle democrazie si accinge ad applicare nuove censure sul Web, in aggiunta a quelle che già effettua l’Homeland Security. Attualmente è ferma al Senato degli Usa la legge Protect IP, che consentirebbe al governo di chiudere senza appello domini Internet ritenuti imbarazzanti. In un’ottica diametralmente opposta a quella adottata da noti prenditori a modo loro comunisti e da figure di un passato che ritorna in perenne conflitto d’interessi, riteniamo prioritario un avvicendamento in tutta l’amministrazione dello Stato. Restano naturalmente mille riserve sul come e sul chi prenderà il posto di Berlusconi. Come si è visto in Grecia, ed in forma più violenta in Libia, la globalizzazione dell’economia e della cultura pone in un angolo persone, popoli e sovranità nazionali fino a seppellirle sotto migliaia di bombe. Il passaggio forzoso dal Welfare State al Profit State allinea i governi sul dispotismo e le società su canoni orwelliani. La stampa che si professa libera, narrando le infinite miserie del re, della sua corte e di questo Parlamento, dimostra un marcato angloamericanismo, sottolineando quello che ci distingue e dimenticando tutto quello che ci accomuna ad altri paesi occidentali. Le democrazie si sposano ormai con tratti quali la paura, il monadismo, la sensazione d’impotenza, la repressione, lo scadimento della scuola pubblica, l’indirizzamento dell’informazione, il controllo telematico, le schedature di massa, la colpevolizzazione del dissenso, lo spionaggio capillare e la digestione dell’indigeribile. Le bugie sono utili per garantire la sicurezza dello Stato. La guerra è utile per scopi umanitari. Il genocidio viene praticato con discrezione. La tortura diventa metodo per ottenere informazioni. La brutalità della polizia viene accreditata come reazione alle intemperanze dei contestatori/delinquenti. Le carcerazioni vengono eseguite con la nonchalance tipica delle tirannie additate dal Pentagono, dalla Cnn, dalla Bbc, dal New York Times, dal Guardian e da altri media mainstream. Gli “indignados” europei, se infiltrati da organizzazioni politicamente o sindacalmente gerarchizzate, e quelli di Wall Street, che, malgrado gli abusi dei “cops”, sono appoggiati da George Soros, rischiano di assecondare inconsapevolmente ricambi gattopardeschi delle marionette politiche al servizio dello strozzinaggio bancario internazionale e del capitale apolide. La crisi indotta dal modello di sviluppo economico è in parte ancora circoscritta alle bolle finanziarie, ai debiti pubblici e alle privatizzazioni/svendite dei beni statali, ma, continuando di questo passo, rischia di sfociare in milioni di licenziamenti simultanei in tutto il pianeta. Con i governi espressione del Fmi, della Fed, della Bce, del Wto e di altri organismi sovranazionali, non c’è contenimento democratico, non c’è contenimento politico, non c’è contenimento sociale e c’è il rischio che la disperazione possa portare a rivolte endemiche. Superare il berlusconismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la “rinascita” dell’Italia. Dalla tipologia dei vari pretendenti al trono e visti i pulpiti dai quali partono lezioni di etica, è lecito supporre che la svolta post-berlusconiana sarà un’operazione d’immagine. Anche se indulgessimo all’ottimismo il panorama nazionale ed i vincoli del vassallaggio non ci consentono di sperare che la somma vettoriale delle decisioni politiche future darà come forza risultante un ridimensionamento delle élites finanziarie. Se è vero che la vita dei regimi dipende anche dall’apatia e dal relativismo dei cittadini, è altrettanto vero che le rivoluzioni non nascono tutti i giorni e che le insurrezioni hanno il fiato terribilmente corto. Ipotizzando che il nuovo possa essere analogo al vecchio, per combattere gli incubi di un continuum politico e quelli alimentati dalla globalizzazione potrebbe essere esplorata la strada dell’autarchia. Con la diffusa interdipendenza degli Stati e la conseguente subordinazione ad istituzioni globali, nate per perpetuare e lucrare su qualunque problema, è oggi impossibile sognare l’autosufficienza di una nazione. Per uscire dall’equazione mondialista basterebbe convertirsi ad un diverso stile di vita. La costituzione di piccole comunità autonome nel procacciarsi il cibo e magari in grado di raggiungere un surplus di produzione potrebbe essere un modo per sottrarsi, almeno temporaneamente, al destino programmato dai globalisti e dai loro mercenari.

Antonio Bertinelli 6/10/2011

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Ultimi scampoli di guerra
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2011


E così anche Tripoli si appresta a vivere il suo day after. Dopo aver forzato oltre ogni limite la risoluzione n. 1973 dell’Onu, dopo aver scatenato invincibili armate e tutta la più avanzata tecnologia mortifera contro un governo legittimo, presto il setaccio in possesso dei ladroni coalizzati tratterrà i semi e lascerà la crusca ai libici. Nel crescendo delle manipolazioni mediatiche persino Google Maps, il 21 agosto, ha accettato il cambiamento della toponomastica: Green Square è stata ribattezzata Martyr’s Square, cosi come richiesto da qualche glorioso combattente per la libertà. La storia della Libia di martiri ne conta parecchi, caduti in guerre coloniali come quella ancora in corso, che sta preparando il terreno per le scorrerie di pochi grandi raider e dei soliti sicari dell’economia. Mu'ammar Gheddafi è stato corteggiato per anni da tutte le più grandi banche occidentali, con cui ha condotto affari non sempre vantaggiosi, sia per lui, che per il suo Paese. Il fondo sovrano libico, così come riporta The Wall Street Journal del 31 maggio 2011, affidò a Goldman Sachs 1,3 miliardi di dollari e gli investimenti curati da detto gruppo persero il 98% del loro valore. Le perdite non furono mai più ripianate dalla celebre banca d’affari. La narrazione dei media più potenti e diffusi, che spesso ricorrono a studios tali da far invidia a Cinecittà, calza sempre a pennello con gli obiettivi economico-finanziari anglo-americani. Pochissimi giorni prima che Barak Obama annunciasse la sua dichiarazione di guerra umanitaria l’Unione Africana si era riunita per discutere la proposta del leader libico di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa. Il fatto, di rilevante interesse, non venne mai reso noto, da giornali e Tv, né al popolo nord-americano, né a quelli europei. Inclusa quella portata in Libia, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Usa ed i loro alleati hanno scatenato cinque guerre. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, grazie all’impiego di una potenza militare e poliziesca senza eguali, si sta assistendo all’espansione ininterrotta di un ordine oligarchico, che fagocita ogni sovranità nazionale, per tutto il pianeta. Ebbe a dire Thomas Friedman, consigliere del segretario di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton: "Perchè la globalizzazione funzioni, l'America non deve temere di agire come l'invincibile superpotenza che in realtà è (...). La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald's non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F-15. Il pugno visibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti". Le cronache di qualunque giornalista garantito dal marchio di qualità euro-yankee, che sia al seguito delle salmerie o comodamente seduto nella propria redazione, non ci parlano dei morti e dei feriti causati dalle tonnellate di bombe Nato sganciate sulla Jamahiriya, non ci parlano dei cecchini umanitari appostati sui tetti di Tripoli, tacciono sui jet che hanno colpito tutto quello che sono riusciti ad inquadrare nel mirino, non ci dicono che i check-points governativi sono stati tra i bersagli preferiti dall’aviazione alleata. Sono cronache che rispondono a parole d’ordine, frutto di veline uguali per tutti, a volte gentilmente fornite dai servizi segreti dei “liberatori”. Il sabba mediatico, nella sua complice subalternità, ci offre la descrizione caricaturale del despota attenzionato dai difensori delle democrazie, qualche improbabile reality show montato in fretta e furia, l’omertà per gli eccidi dei “patrioti” ribelli, molte notizie totalmente false, l’enfasi per le gesta di qualche centinaio di giovani rivoltosi, che, trascinati dall’opportunismo del sedicente Consiglio Nazionale Transitorio, scorrazzano trionfanti su pick up e tirano il grilletto di qualche arma automatica su richiesta del fotoreporter incaricato del servizio. Il silenzio imposto dal consesso dei “volenterosi”, in combutta e in competizione per mangiarsi la torta libica, il vezzo sesquipedale con il quale si affabula intorno alla “rivoluzione" partita da Bengasi per venderla ai telespettatori come un grande movimento popolare desideroso di libertà non riescono a nascondere del tutto una guerra condotta in spregio della nostra Costituzione e del diritto internazionale, alimentata da un’ipocrisia oscena, sfociata nel cinismo sanguinario. Giorni orsono nel villaggio di Majar c’erano ottantacinque cadaveri di donne, bambini ed anziani. Tra le tante menzogne che nessuno dei maggiori media si è mai preoccupato di smentire, i Libici sono rimasti vittime di una manovra d’intelligence, propedeutica all’intervento militare. Presto saranno depredati delle loro immense ricchezze, cominceranno a conoscere tasse mai pagate, vedranno all’opera i banksters occidentali, subiranno la costruzione di basi strategiche Usa. Non c’è necessità di leggere le “farneticazioni complottiste” di teste poco allineate o di presunti paranoici. Anche un ingenuo è in grado di sospettare che i burattini al servizio dell’Impero, dopo aver rivoluzionato Tunisia ed Egitto, dopo aver destabilizzato la Libia, nella stessa maniera potrebbero correre in soccorso di altri popoli “oppressi”. I loro discorsi imbevuti di richiami alla democrazia hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero di migranti. Le loro promesse ed i loro aiuti puzzano di morte. Un editoriale odierno disquisisce su “I veleni di una dittatura”, a quando un editoriale sui peggiori veleni della più aberrante tra le democrazie? I titoli di coda di un film che non avremmo mai voluto vedere scorrono su Shimon Peres che afferma:” Fossi libico, mi sarei sollevato anche io contro il tiranno”, su Barak Obama che, da sempre sensibile alle “sofferenze” dei popoli, intima a Bashar al-Asad di dimettersi, sullo zelante Nicolas Sarkozy che, dopo aver inviato i suoi legionari ad occupare la Costa D’Avorio, consentendo alla Francia di diventare la prima potenza mondiale per il cacao, si appresta ad ospitare la conferenza di tutti i paesi aggressori a Parigi per spartirsi il bottino libico, su Mu'ammar Gheddafi che si dice intenzionato a vincere o a morire.

Antonio Bertinelli 24/8/2011

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Quel frinire di mezza estate
post pubblicato in diario, il 17 agosto 2011


Si è messo in marcia un autobus chiamato Desiderio. Barak Obama è in tour nel Mid-West per recuperare i consensi di quell’America profonda, oggi a lui maggiormente ostile. La tre giorni di full-immersion sembra più dedicata alla riproposizione della sua candidatura per le presidenziali del 2012 che non all’annuncio di un nuovo piano economico generale. Ormai i suoi elettori lo hanno scoperto in disputa con i repubblicani per guadagnarsi la benevolenza di Wall Street. La sua stella è tramontata quando si sono resi conto che lo scontro di luglio sul debito pubblico riguardava esclusivamente la scelta delle tattiche per raggiungere l’obiettivo parimenti perseguito dalle due parti in causa: minore sicurezza sociale. Senza entrare nei dettagli dell’ultimo bluff, proprio grazie all’esemplare tutela che ha garantito al grande capitale, Obama, per la sua futura campagna elettorale, ha messo in cassa finanziamenti pari a più del doppio di quelli elargiti a tutti i concorrenti repubblicani nel loro insieme. Ne discende che l’uomo dello “yes we can”, al pari dei suoi avversari politici, è stato soprattutto leale al partito delle guerre di colonizzazione e a quello dei super ricchi. Le contrapposizioni ideologiche su cui hanno discettato e discettano i media mainstream sono aria fritta che non cambia il destino scelto per i popoli dal capitalismo neoliberista, dalla virata a destra della politica, tanto negli Usa quanto in Europa e nel resto del mondo americanizzato. I commentatori che non lasciano spazio alla dietrologia ci parlano di una lunga serie di inspiegabili ritirate obamiane. Senza mettere in dubbio le illusioni che potrebbe aver coltivato in buona fede prima di ottenere il mandato presidenziale, e la cosa è irrilevante, Obama non ha rimosso i tagli fiscali riservati all’upper class; non è riuscito a realizzare un sistema sanitario equo; si è rimangiato le promesse fatte ai sostenitori dell’economia “verde”; non ha attivato controlli per il sistema finanziario; non ha fatto investimenti pubblici, né ha concesso incentivi alle aziende per combattere la disoccupazione; ha salvato banche ed istituti finanziari dalla crisi, da loro stessi causata, con i soldi dei cittadini; ha permesso che si continuasse a pagare i manager bancari con mega bonus; non ha aiutato i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui; non ha chiuso il centro di Guantanamo; non ha fatto nulla contro la diffusione di carceri-fabbriche, dove i prigionieri vengono pagati ventitre centesimi di dollaro l’ora; ha sottoscritto l’escalation degli impegni militari in Afghanistan; ha destabilizzato il Nord-Africa; ha portato la guerra in Libia, dove il Consiglio Nazionale di Transizione e i loro funzionari sono direttamente stipendiati da un ente statunitense; se non fosse intervenuta una documentazione prodotta dal Sudafrica, qualche giorno fa si sarebbe impossessato di un miliardo e mezzo di dollari di proprietà dello Stato libico. E tutto questo mentre il sistema delle infrastrutture nord-americane sta andando in pezzi. Qualcuno ha scritto recentemente che Ronald Reagan andrebbe volentieri a braccetto con Barak Obama. E già, la fallace idea della supplì side economics tanto cara al primo ha precorso l’accomodante pragmatismo del secondo. Che l’affermazione appaia plausibile indica la preoccupante condizione in cui versano i popoli degli Usa e di tutto il pianeta, là dove schiacciati dai governi dei Chicago Boys di Milton Friedman o con l’economia reale in letargo. Come hanno dimostrato tutti i sondaggi, la maggioranza della popolazione americana era nettamente contraria ad un accordo sul tetto del deficit pubblico basato esclusivamente su tagli alla spesa, mentre era favorevole a nuove tasse per grandi aziende e redditi elevati. Invece repubblicani e democratici hanno risposto alle istanze dell’élite economica e finanziaria a stelle e strisce. L’accetta sulla spesa pubblica a detrimento della struttura sociale, con il venir meno dei programmi di assistenza, che avevano finora alleggerito almeno in parte le pene di milioni di persone, costrette a pagare il conto della crisi, è un imperativo che echeggia da Washington a Bruxelles, passando ovviamente anche per Roma. Quella sorta di kinderhaus costituita dalle agenzie di rating e dalla deregolamentazione finanziaria non fa altro che aggravare la situazione in cui versano i cittadini più deboli dei singoli Stati. La sottomissione dei politici ai poteri forti è il carburante della speculazione e può fare da detonatore a movimenti insurrezionali. Ipotizzare che questo non sia stato già previsto è una pia illusione. In Italia, mentre si continuava a trasformare il Paese in una babilonia ad uso e consumo privato, dove una società di capitale su due è formalmente in perdita o ha reddito nullo, prima di pigiare il piede sull’acceleratore di “riforme” idonee a perfezionare l'espropriazione della sovranità popolare, è stata varata la legge n. 85/2006. Per consentire il raffronto riportiamo il vecchio art. 241 del codice penale:”Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza dello Stato è punito con l’ergastolo. Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l'unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità” e la modifica apportata con detta legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche”. Come negare che in Parlamento esisteva da tempo la consapevolezza di avere abbandonato gli Italiani alla dittatura dei mercati, delle banche e delle corporations? Se la disapprovazione dei popoli travolti dalla crisi e dalla depressione ha marciato sui binari della contestazione pacifica, visti gli insuccessi inanellati fino ad ora un pò dovunque, con un modello di sviluppo economico che arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri, non sono da escludere i rischi di tumulti. Dentro la crisi di questo capitalismo i luoghi della trattativa prima si sono ristretti e poi sono scomparsi del tutto. E’ lecito pensare che i timonieri dei governi nazionali, quelli che impongono manovre finanziarie tali da spezzare le ossa ai lavoratori e non intendono cambiare rotta, coloro che esorcizzano i conflitti sociali invocando le categorie del teppismo, abbiano già messo largamente in conto delle rivolte. La storia ci narra di rivoluzioni che, catturate da minoranze preparatesi in anticipo come alternativa ai tiranni, non hanno dato i risultati auspicati. La ribellione spontanea e radicale, lo scontro frontale in piazza, senza teste pensanti libere dalla rabbia, senza un unico ed unanimemente riconosciuto catalizzatore politico, senza (nell’accezione del termine) coscienza di classe, avrebbero di sicuro un epilogo infausto. In un contesto di tal fatta, che a volte sembra si voglia proprio far esplodere con la miccia di scelte socio-economiche-politiche apparentemente dissennate, la farebbero da padroni provocatori, infiltrati, servizi d’intelligence, polizie ed eserciti. E’ vero che l’ultima manovra finanziaria colpisce ancora una volta le categorie odiate dai nani che l’hanno redatta, è vero che non esiste più un partito in grado di rappresentare gli interessi dei più o, meglio, quelli degli oppressi, è vero che la “casta” ha oltrepassato ogni limite di decenza, sia nell’appagare la propria bulimia che l’avidità dei suoi mandanti, ma il compiacimento da scrivania o da salotto per lo spontaneismo insurrezionale, probabile, forse inevitabile, dagli esiti piuttosto scontati, non ci sembra un punto d’arrivo.

Antonio Bertinelli 17/8/2011


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Venghino signori venghino
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2011


A prescindere dalle giustificazioni formali connesse all’entità del debito pubblico, sono sempre i banchieri a decidere quando uno Stato si troverà sotto l'attacco dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, della Fed, della Bce e del Fmi. Ieri è toccato a Grecia ed Irlanda, oggi tocca al Portogallo, o meglio ai cittadini dei paesi attenzionati, scoprire di essere finiti in un abbraccio letale. Il Fmi omologa il deficit degli Stati e li obbliga alle politiche tipiche dell’economia globalizzata: riduzione dei dipendenti pubblici e dei loro salari, precarietà lavorativa, sfruttamento della manodopera, diminuzione dei servizi, svendita di patrimoni pubblici, divieto di finanziamenti alle imprese, privatizzazioni, massima apertura ai commerci delle multinazionali, creazione di paradisi fiscali e conseguenti benefici per le grandi corporations. Le risoluzioni dell’Onu e l’impiego del suo braccio armato rappresentano l’extrema ratio per quei governi che intendono cambiare la direzione del carro o non vogliono salirvi. In genere per piegare le economie nazionali agli interessi dell’Impero bastano organismi come il Wto, magister della mondializzazione, ed altri gruppi di pressione simili al club Bildeberg, al forum di Davos, etc. La crisi generata dalla finanza creativa a danno dell’economia reale ha fatto scivolare molte amministrazioni statunitensi in una condizione desolante. L'Illinois è sull'orlo del fallimento, ma molti altri Stati non hanno motivi per consolarsi. Dopo aver evitato la paralisi dei servizi federali, Obama ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare che domani (10/4 n.d.a) i monumenti e i musei di Washington così come quelli nel resto d'America saranno aperti. Abbiamo il dovere di vivere in base ai nostri mezzi per proteggere il futuro dei nostri figli”. Al di là delle dichiarazioni di circostanza va sottolineato che gli Usa sono prossimi allo smantellamento di tutte quelle conquiste sociali risalenti al New Deal del presidente Roosevelt. Basta esaminare la legge finanziaria del Wisconsin, approvata lo scorso mese, che prevede la privatizzazione di impianti d’energia ed un nuovo sistema di appalti pubblici senza gara. Gli articoli in essa contenuti si avviano inoltre a distruggere il sistema pensionistico pubblico Wrs, ottimamente gestito e con settantacinque milioni di dollari in riserve, privilegiando i sistemi assicurativi privati. La scala dei redditi continua a manifestare differenze abissali tanto che, malgrado il tentativo obamiano di contenerle, le remunerazioni dei manager bancari e delle società quotate in borsa hanno ripreso a crescere verso l’alto. Ovunque gli Stati, coinvolti dalla crisi, sono stati costretti a soccorrere il sistema bancario, a tagliare i bilanci e a chiedere sacrifici ai cittadini, ma il sistema strutturale dei mercati finanziari, quello che ha visto gli stessi Stati diventare bersagli della speculazione, è rimasto intatto. La crisi è stata fatta pagare ai disoccupati vecchi e nuovi, alle aziende che hanno chiuso i battenti, a chi non ha trovato lavoro e a quelli che lavorano in cambio di un reddito da fame. La forbice sociale si è divaricata, la ricchezza è sempre di più concentrata nelle mani di quelle oligarchie che hanno impoverito nazioni e popoli. La cosa più inquietante è che l’economia reale retrocede in continuazione di fronte a quella fittizia, facendo rilevare un numero di addetti in discesa costante. La finanza speculativa e la terziarizzazione economica ha costi che il profitto generato dall’economia materialmente produttiva non è in grado di sostenere. Sembra che nel 2008 gli Hedge Funds abbiano creato pseudo-valore per un importo pari a venti volte il Pil mondiale, ovvero un’immensa montagna di soldi priva di riscontri nell’economia reale. Da parecchi anni l'economista Lyndon La Rouche rivolge appelli per mettere fine alla speculazione sul cibo. Recentemente, tra gli altri, anche il Ministro dell’Agricoltura francese ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame”. In ultima istanza appelli e parole contano poco, governi e parlamenti sono le propaggini di un potere economico che, rimanendo nell’ombra, detta l’agenda mondiale. I politici sono le “bronzine” destinate a bruciarsi e ad essere sostituite, quando giunge il momento, per salvaguardare il potente motore delle élites finanziarie che restano abitualmente defilate. Per salvare la “corona” gli esecutivi si prendono le responsabilità, si espongono al confronto con la realtà, con i fallimenti politici, con le tensioni e con i malumori popolari. Persino se sono stati fedeli alle direttive della grande finanza possono venire sfiduciati con biasimo. L’alternanza “democratica” di maggioranze politiche attraverso l’esercizio del voto popolare garantisce sempre la continuità del vero potere sovrano, quello che risiede nelle maggiori banche internazionali o comunque è espressione di poderose dinastie familiari. Il socialista Zapatero è spendibile nell’interesse della Banca Europea come e quanto il conservatore Cameron lo è per la Banca d’Inghilterra. I desideri personali del democratico Obama non impediscono i pesantissimi tagli di bilancio nel Wisconsin voluti dal governatore repubblicano Walker. Le leggi si piegano ai voleri del più forte, dunque è naturale che le grandi corporations del Pianeta non paghino tasse o ne paghino in percentuale modesta, è probabile che chi organizza un colpo di stato non finisca mai davanti ad un tribunale, è possibile che Bank of International Settlements sia esente da ogni controllo politico, democratico e giudiziario. I governi si avvicendano e passano senza sconvolgere più di tanto gli assetti di potere dei mandanti. Chiunque può fare fagotto senza troppi crucci per godersi magari una pensione di lusso grazie ai servigi resi ad una società finanziaria, ad un gruppo assicurativo, ad un consorzio petrolifero o ad un qualsiasi network di stampo criminale. In Italia le mafie esistono da centocinquanta anni e neanche Mussolini ha osato attaccare a fondo gli alti livelli. Appena il prefetto Cesare Mori si spinse a coinvolgere il viceministro degli Interni Michele Bianco ricevette il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno 1929. F.to Il Capo del Governo”. Berlusconi non è solo il fiduciario di una cupola di potere, ma lui stesso è titolare di rilevanti interessi, dunque, specialmente, certe “anime belle” delle opposizioni non dovrebbero continuare a sorprendersi se non vuole lasciare il trono e se buona parte della suo impegno legislativo ha mirato e mira ad affrancarsi dai pericoli dell’azione giudiziaria. A differenza di molti altri politici che hanno invaso le istituzioni per conto terzi, lui le ha prese in ostaggio anche in forza e per i vincoli del suo denaro.

Antonio Bertinelli 11/4/2011

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Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
Dall'Alpi alle Piramidi
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2011


A conclusione dei cortei pro-Costituzione prendiamone pure atto, non c’è rimasto partito politico in grado di bloccare l’ultimo assalto alla principale fonte del Diritto. Appare fatale il diffuso servilismo nei confronti del boss, a sua volta servile nei confronti dell’Europa e delle intimazioni anglo-americane per nulla mitigate da un Presidente insignito del Nobel per la pace. Le genuflettessioni al gendarme d’oltreoceano garantiscono al governo carta bianca sul piano interno consentendogli, senza inciampi, se non quelli rappresentati dalle critiche della stampa estera, di mettersi fuori dalle regole democratiche vigenti in tutti gli altri paesi occidentali. Di tanto in tanto qualche dissidente sembra voler gorgheggiare, ma poi finisce come tutti gli altri per attenersi agli spartiti obbligati dalla spinta egoica, dalle consuetudini paganti del berlusconismo, dalle direttive economiche comunitarie e dalle prescrizioni del verbo globalizzante. L’Europa è stata ormai travolta ed assoggettata dai discendenti di quei colonizzatori partiti nei secoli scorsi alla conquista delle Americhe. L’italia non ha un ceto politico degno di farsi valere né sul vecchio Continente, né altrove. E’ diventata il naturale Far West del Cavaliere, dei suoi amici, delle mafie, di cordate fameliche e di cricche senza scrupoli, è la terra elettiva di buffoni piroettanti prima convertiti al cannibalismo internazionale imposto dalla “civiltà superiore” e poi fattisi zerbini per gli stivali del nuovo duce. Sinistra e destra, categorie ormai sfumate nell’uniformismo partitico, fanno a gara per sedersi al tavolo da gioco dell’incomparabile baro. Ieri la Magistratura costituiva una garanzia di terzietà e Gheddafi era un amico, oggi la prima è un malcelato ingombro sulla via degli affari e il secondo costituisce un vulnus per gli ineffabili paladini della democrazia. La riforma epocale della Giustizia, a prescindere dalle dichiarazioni ad usum populi, vedrà i parlamentari fare a gara per accontentare il padrone e, nel contempo, aumentare le probabilità di non finire in galera, cosi come dimostrano i ritocchi normativi del ventennio trascorso. L’eventuale spezzettamento tribale della Libia, a danno dell’Europa e della stessa Italia, causerà meno indignazione di quanto ne abbia causata da sempre la comoda dittatura del colonnello verso il quale la cedevolezza dei nostri governi è stata sempre rigorosamente bipartisan. Dal “fratello” Prodi agli xenofobi in camicia verde, con buona pace dei diritti umani violati nelle carceri e nei deserti del rais. Se Gheddafi riuscirà a sottrarsi al disegno egemonico che sta cambiando gli assetti di potere nel Maghreb il nostro Paese, richiamato all’ordine da Obama, pagherà più amaramente di altri le inspiegabili defaillances dei Servizi segreti, l’incapacità politica dell’utile clown e dei suoi irresponsabili vessilliferi. I teatrini televisivi sono un capolavoro insuperabile di spudoratezza e di fariseismo. Al malessere continuo delle piazze, stanche di un’architettura sociale precaria e logora, nauseate dalla corruzione della classe dirigente, sfiancate dall’avvicendamento di innumerevoli magliari e con difficili prospettive di aggregazione, fa da contrappunto l’insussistenza del Pd, il doppiopesismo dell’Udc e le rampogne parolaie di Fli, ovvero le opposizioni in maschera. Di riforma in riforma, di legge in legge, di trattato in trattato, nel rivoluzionare qualunque condivisibile ordine di priorità valoriale, gli Italiani stanno subendo, parafrasando Hegel, le dure repliche della storia. Se un tempo i militanti di destra e di sinistra miravano alla conquista del potere per rincorrere la loro visione del mondo, oggi, senza alcuna idea, compiacenti e garbati come il tizio del famoso pizzino televisivo, si accontentano finanche di un piccolo podere. Che glielo garantisca un satrapo o un qualunque altro componente della razza padrona non fa alcuna differenza. Isonomia, isotipia ed isegoria sono astrusi concetti filosofici misconosciuti ai fautori del piano di rinascita democratica. E’ così che “progressisti” e “conservatori” sono giunti a perorare la causa di una giurisdizione a geometria variabile, a denigrare pretestuosamente il dettato costituzionale, a far passare di contrabbando il Trattato di Lisbona, a dissolvere l’identità nazionale, ad asservire i cittadini ai loro interessi di bottega ed ai programmi illuminati dell’agape globalista. I “sinistri”, pur contestando il berlusconismo, hanno accettato l’ineluttabilità delle sue fruscianti ragioni. Insieme ai “destri”, pur contestando la globalizzazione, hanno abbracciato i suoi assiomi fino a tollerare che quel modello di sviluppo venisse imposto anche con la forza delle armi. Per i pupari e per i pupi funzionali al sistema la riservatezza e la menzogna sono gli strumenti principali con i quali si assicurano il dominio sulle folle. La meticolosa ed efficace cassa di risonanza mediatica afferma apoditticamente che la Giustizia necessita dei cambiamenti ideati dagli azzeccagarbugli del premier, ma ciò e tanto vero quanto lo è l’asserita ineluttabilità oggettiva ed amorfa del processo di globalizzazione in atto. L’invocata riforma epocale sulla giurisdizione serve a piegare quel poco che resta dell’indipendenza dei magistrati. La presunta fatalità del “libero” mercato consente ad un piccolo gruppo di grandi investitori di governare intere nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa, i debiti pubblici e la regolazione dei tassi d’interesse. Subordinare pubblici ministeri e giudici al potere esecutivo significa garantire l’impunità totale al white collar crime. Inneggiare alle rivoluzioni pilotate comporta il rischio di rimanerne inconsapevoli vittime. Continuando a sostenere il pavido monarca, tra un balbettio ed un distinguo, o peggio sbavando come i celebri cani di Pavlov, gli attori della scena politica ci faranno finire peggio di come siamo finiti con Casa Savoia. Accettando supinamente le decisioni di clan familiari quali Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor ci troveremo presto ad essere le mere comparse di una vita grama, appiattita dall’Artico all’Antartico e mercificata dalla culla alla bara. Al dissenso da tubo catodico, alla disapprovazione paludata del più grande, suo malgrado, partito d’opposizione, verrebbe quasi da preferire l’agire radicale e apertamente distruttivo dei casseurs, degli anarchici e dei nichilisti d’ogni risma.

Antonio Bertinelli 12/3/2011 
Down the drain
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2011


Le storie romantiche mal si conciliano con gli interessi della piovra economica-finanziaria che persegue l’omologazione dei Popoli nello sfruttamento di qualsiasi risorsa. L’impiego del Web ha sicuramente contribuito ad alimentare le rivolte dei giovani nel Maghreb, ma è lecito ritenere che l’organizzazione sia stata curata altrove e per fini egemonici su quel pezzo d'Africa in cui la Libia rappresenta il principale crocevia geostrategico. L’enfasi posta dai media sull’eroismo dei Tunisini e degli Egiziani spinti dall’anelito di libertà si scontra con il mancato riconoscimento dei giovani rivoltosi come attori politici centrali delle democrazie che si dicono in allestimento. Tutte le ribellioni verificatesi negli ultimi anni hanno visto muovere dietro le quinte i mallevadori del turbocapitalismo con in mano il vangelo del crescere, produrre, consumare e morire. Probabilmente, passata la tempesta, i fantocci asserviti al dirigismo anglo-americano saranno rimpiazzati con altri di nuovo conio. Non è accidentale che, ritenendo inevitabile l’esplosione del malcontento popolare, gli Usa abbiano cementato per tempo il rapporto con gli eserciti di Ben Alì e di Mubarak. Per quanto riguarda la Libia, a cominciare da Obama, non sono pochi quelli che si sono attivati per accreditare lo spontaneismo della rivolta di piazza e dell’effetto domino su tutta la dorsale mediterranea. Segnatamente in questo frangente possiamo ricorrere all’avveduta locuzione “excusatio non petita accusatio manifesta”. Gheddafi è un dittatore, come tale unanimemente riconosciuto, ma la situazione della Libia è notoriamente diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto. La loro vicinanza geografica non implica che ci sia comunanza di situazioni economiche, sociali e politiche. La Libia è tra i paesi africani col reddito pro-capite più elevato, possiede infrastrutture avanzate e le condizioni dei Libici sono migliori di tanti altri. Se qui si stesse dispiegando il furore delle masse contro il tiranno non sarebbe stata alzata una cortina fumogena pressoché impenetrabile. Si parla di carneficine di regime eppure, grazie alla potenza e alla copertura del cartello mediatico d’oltreoceano, ben rappresentato da General Electric, CBS/Viacom, Time Warner e News Corp, filtrano solo notizie palesemente preconfezionate. Il cartello del “Ministero della Verità Americano”, usualmente impiegato per la creazione ed il controllo della realtà, non può impedirci di ritenere che in Libia sia in corso un colpo di stato meticolosamente organizzato. All’opinione pubblica si nascondono le nefandezze dell’etablissement a stelle e strisce, ma quando serve si inventano persino dei genocidi, poi si incitano i governi alleati sia agli embarghi che alle guerre “umanitarie”. Vale la pena di rammentare come sia avanzata la libertà in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan. Al contrario di altri, Gheddafi, pur nella sua misera eterogenesi e con tutte le sue ossessioni, non è una marionetta messa lì dal capitalismo apolide per sfruttare le popolazioni e le ricchezze del continente africano. Le narrazioni mediatiche non si occupano mai delle dittature quando sono esercitate dai fedeli serventi delle multinational corporations, ma il vecchio beduino non lo è. Pur senza indulgere nei confronti dell’uomo e delle sue velleità dinastiche ci sembra che la sequenzialità delle sollevazioni sull’altra sponda del Mediterraneo dovrebbe far riflettere almeno qualche attento osservatore. Spesso le insurrezioni dei Popoli servono nella misura in cui aiutano la creazione di nuovi assetti di potere e quello che sta accadendo nel Maghreb puzza di normalizzazione mondialista. Sarebbe incauto ritenere un frutto della casualità l’articolo comparso circa venti giorni fa sul Washington Post, in cui l’ultimo dei Senussi, discendente di re Idris, si proponeva come candidato per il dopo-Gheddafi. Così come accade fin dai tempi della guerra di Corea, potrebbe far comodo che la Libia, realtà statuale da sempre autonoma, si spezzetti in due o tre entità tribali disposte a cogestire il business del petrolio con le Sette Sorelle. Se la perdita o la scorporazione delle sovranità nazionali appaiono distopiche per le relazioni paritarie tra Stati il “divide et impera” è funzionale ai disegni di un globalismo ecumenico e giacobino in costante riposizionamento, la cui forza sta nel rappresentare un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il pianeta. Ben Alì ha fatto solo rispettare la micidiale ricetta economica del Fmi, che in un ventennio ha destabilizzato l’economia nazionale e depauperato la popolazione tunisina. Anche la politica economica e sociale di Mubarak è stata dettata dal Washington Consensus. Se questi due figuri sono stati buttati nel canale di scarico, c’è una ragione in più per farvi finire anche Gheddafi. La situazione finanziaria mondiale, la recessione degli Usa, il vacillare della loro supremazia internazionale e la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche devono aver suggerito l’idea di aprire una falla nei già precari equilibri del mondo arabo. La storia del despota sanguinario che massacra il suo Popolo con una repressione belluina, fatta anche di bombardamenti aerei sui cittadini, sembra simile a quella delle famose armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Non esiste rivolta spontanea pacifica e disarmata in grado di occupare un’intera città come Bengasi, specialmente sotto le bombe dell’aviazione. L'Occidente in gramaglie per il presunto genocidio del rais libico, illo tempore, non versò lacrime per i bombardamenti del Kosovo che distrussero le imprese di proprietà statale anziché le caserme. A fronte di solo quattordici centri militari jugoslavi furono rasi al suolo trecentosettantadue stabilimenti industriali lasciando in giro migliaia di disoccupati. Nessuna fabbrica straniera o di proprietà privata fu mai toccata. I campioni della libertà non mettono in discussione l’invasione dell’Iraq, quella dell’Afghanistan, il lager di Gaza; non piangono per quei Popoli sparsi nella vasta area nordafricana e mediorientale che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia. La fine di Gheddafi si rifletterà di certo sui paesi europei che dovranno fare i conti con una situazione diversa sia per gli approvvigionamenti energetici che per tanti altri commerci. Per liberarsi di qualche autocrate che sbarra la strada ai nuovi programmi degli Usa non scomodiamo l’amore per la democrazia. Sia quelli utili alla grigia Russia di Putin che quelli utili alla radiosa America di Obama possono fare strame dei suoi più elementari principi. In Europa l’Italia docet.


Antonio Bertinelli 27/2/2011

Quando suona la campana
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2011


Caroline Atkinson, direttore delle pubbliche relazioni, ha dichiarato che il Fmi è pronto a sostenere l'economia dell'Egitto non appena la situazione politica si stabilizzerà. Sia il governo statunitense che quello britannico hanno dunque scaricato Hosni Mubarak. Devono esistere dei motivi corposi che spingono Barak Obama a solidarizzare con i rivoltosi del Maghreb e, tra questi, non è da escludere la preparazione di una nuova “crociata democratica” per lasciare mani libere a nuovi e pressanti equilibri di potere geo-economico. I Popoli arabi non tollerano più di vivere sotto il tallone di regimi brutali, Stati di polizia che praticano la tortura, negano le libertà fondamentali ed affamano le masse, ma è pur vero che tutte le rivoluzioni annoverano attori con scopi e programmi fortemente differenziati. Il cacicco egiziano, prendendo a pretesto l’amore per il suo Popolo, non vuole proprio andarsene ed è deciso a morire da Presidente. Se questo dovesse accadere non ce ne rammaricheremmo. Nella disputa tra i vari soggetti predisposti o predestinati ad occupare i vertici della piramide con cui si può rappresentare una comunità il più ambito trofeo è il potere. Nella contesa, a volte sanguinaria, per salire o per mantenere la posizione raggiunta il rischio di soccombere fa parte del gioco. In Egitto la miseria è dilagante, l’ex pilota militare Mubarak ha accumulato un patrimonio di quaranta miliardi di dollari, è stato per trenta anni un autocrate liberticida ed infine ha fatto scorrere il sangue dei suoi oppositori. Sarebbe nell’ordine delle cose se perisse di spada. I sommovimenti popolari egiziani, se già non lo sono stati, saranno presto pilotati. Il premio Nobel Muhammad al- Barade’i è uno di quei personaggi che l’Occidente ha posto tra i propri beniamini e non tutto depone a favore della sua personale trasparenza. Il generale Omar Suleiman, essendo stato capo dei servizi segreti, proprio per la tipicità di chi ricopre certi incarichi, è ancor meno idoneo a garantire quel desiderio di democrazia manifestato sulle piazze. Sugli intrighi di un sistema di potere interconnesso, sulla presenza di invisibili direttori d’orchestra, specialmente nel corso di fibrillazioni popolari, è molto difficile fare luce. E’ invece certo che, come dimostra anche la pervicacia di Mubarak, per mettere fine all’epopea di un egocrate non ci si può sempre avvalere di metodi ordinari. Gli egiziani che hanno perduto il fervido slancio nei confronti del vecchio rais stanno versando il loro sangue per le strade a causa dei Baltagueyya organici al regime. Cosa dovrebbe fare quel 60% di Italiani che non apre più ex abundantia cordis nei confronti del Cavaliere di Arcore che, per pur di salvare lo scranno, ha offerto ai pidini la svendita delle partecipazioni statali in Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Stm, Poste, Poligrafico, Fincantieri e Anas? La proposta non ha avuto successo, ma le sue risorse per continuare a galleggiare politicamente, mentre l’Italia affonda, sono notoriamente illimitate. Checchè ne dicano i suoi flautati laudatores, il premier sta costringendo l’intero Paese a giocare con le carte che lui stesso distribuisce prendendole da un mazzo truccato e, come se non bastasse, è ben determinato a far saltare il tavolo. Può comprarsi quotidianamente la maggioranza parlamentare, continuare a legiferare per se e per gli amici abusando dell’istituto della decretazione e ad insultare la Magistratura, cosa che sembra solleticarlo in maniera particolare specialmente quando si trova all’estero. E’ palese che viviamo ormai in una Repubblica denegata e con una Giustizia sempre più intimidita. In sovrappiù dobbiamo prendere in considerazione anche l'insussistenza rappresentativa di chi teoricamente potrebbe subentrare a dirigere un esecutivo di “liberazione nazionale” ed è invece già pronto ad eseguire istruzioni in contrasto con essa. Per ristabilire la solvibilità dell’Italia, cosa che affligge, tra gli altri, i vari papabili alla successione, bisognerebbe ridurre drasticamente il debito “sovrano”. Questo richiede una crescita del Pil tale da superare i tassi d’interesse pagati dallo Stato, un avanzo di bilancio (ulteriori accettate alla spesa pubblica) o una miscela di entrambi i fattori. Data la combinazione perversa degli alti costi pagati al finanziamento, della bassa crescita economica e degli alti livelli del debito, sarà socialmente insostenibile uscire da circolo vizioso in cui siamo stati spinti dai politici al servizio di banchieri e finanzieri. La ricetta preparata dalla Germania e dalla Francia prevede di abolire i sistemi di indicizzazione dei salari, favorire la mobilità del lavoro, armonizzare i sistemi di tassazione sulle società e sulle persone fisiche, collegare le prestazioni previdenziali al mutante quadro demografico (innalzando dove serve l'età pensionabile) e introdurre nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit per arginare l'indebitamento. Bruxelles si sta preparando all’ennesimo attacco contro i ceti più deboli, e lo farà su scala continentale. Il nostro primo ministro, recatosi oggi nella capitale belga solo per inchinarsi e sposare delle pesanti direttive oligarchiche, anziché tacere come imponevano le circostanze, si è avvalso del pulpito per dichiarare che l’Italia è commissariata dalle Procure. Passi che prenda a schiaffi un Parlamento di nominati, prevalentemente costituito da soggetti provenienti dallo stesso milieu, con notevoli comunanze attitudinali, con un’alta percentuale di indagati e di già condannati, ma non può continuare a pretendere che anche i tribunali si mettano a sua disposizione. Persino Giulio Andreotti si è lasciato giudicare ed è lecito ritenere che la verità giudizialmente accertata si sia discostata molto dalle verità connesse al suo ineguagliabile cursus honorum. Non condividiamo le ragioni per cui altri esigono di poter fuggire dai processi. Devono essere simili a quelle che spingono Mubarak a non volersi allontanare dal Cairo. Il loro decantato amore per il Paese.

Antonio Bertinelli 4/2/2011

La crisi sulla pelle
post pubblicato in diario, il 28 dicembre 2010


Spesso osservando i volti di potenti banchieri, di noti finanzieri, di sfuggenti amministratori delegati e dei loro referenti politici il nostro pensiero corre a Cesare Lombroso. Ci piace credere che se fosse stato nostro contemporaneo avrebbe intrapreso sicuramente una ricerca sulla psiche e sulla fisiognomica di detti personaggi. Alcuni fenomeni odierni come le politiche bancarie e societarie, le palesi insofferenze per le sovranità statali, la polverizzazione del sociale, la perifericità dei cittadini, le grandi sacche di povertà, l’estrema mercificazione del lavoro e soprattutto gli artefici di queste “rivoluzioni” potrebbero interessare qualche studio criminologico pionieristico. Senza sbizzarrirsi nel fare ipotesi più o meno azzardate resta comunque il fatto che certe facce rassicurano meno delle loro idee guida. Sotto il dominio dell’economia e della finanza globalizzate, ovunque si guardi, non c’è motivo per stare tranquilli. Basta ripensare alla simpatica scatola di mentine con la pubblicità elettorale "Yes, we can" di Barack Obama. Al netto di qualunque possibile agiografia, la sua amministrazione ha salvato le megabanche con denaro pubblico e con una serie di misure straordinariamente generose. Ha sostenuto la General Motors acquistando le sue azioni a 45 $ per poi rivenderle, dopo la “rinascita” aziendale, a 33 $, con una perdita del 26,6 % a carico di Pantalone. Ha prorogato di due anni i tagli fiscali voluti da Gorge W. Bush, lasciandoli inalterati anche per i più ricchi. Sarà presto costretto a ridurre le coperture per Social Security e Medicare, i più importanti programmi sociali di un Paese con quindici milioni di disoccupati. Anche l’Ue, almeno dal punto di vista dei suoi cittadini, non gode affatto di buona salute. La divaricazione tra economia reale ed economia virtuale sta assumendo le forme di una rivendicazione sociale che travalica ogni frontiera. In quasi tutta Europa i giovani sono prigionieri nelle gabbie della precarietà, moltissimi studenti vivono in un limbo indefinito e le masse lavoratrici, specialmente là dove il sindacato si è trasformato in cinghia di trasmissione dei voleri padronali, pagano le conseguenze dei giochi finanziari praticati da una classe dirigente convertita al vangelo del neoliberismo. Non ha più senso parlare di governi “sinistri” o “destri”. Tutti operano per il perfezionamento dell’Impero. Quell’Impero caro agli europeisti come il compianto Tommaso Padoa Schioppa o l’ex consigliere di Tony Blair, Robert Cooper, attuale direttore generale degli affari esteri e politico-militari del Consiglio Europeo. Fuori della retorica, né l’uno né l’altro potrebbero essere celebrati come “patrioti”. Entrambi potrebbero essere definiti semplicemente come uomini di successo più sensibili agli interessi dell’establishment finanziario globale che a quelli dei loro rispettivi Paesi. Il “salvataggio” della Grecia, sottoscritto da Papandreou, doveva essere ripagato nel 2014 e nel 2015, ma, per la sua difficile sostenibilità, è stato prolungato al 2017. Il Parlamento ellenico, a maggioranza socialista, ha da poco approvato la finanziaria 2011, con tagli superiori ai quattordici miliardi di euro. La situazione irlandese, dove i “salvatori” hanno preteso come garanzia i soldi del fondo di riserva delle pensioni nazionali, è altrettanto grave e non c’è motivo di ritenere che questo Paese sarà mai in grado di uscire dalla morsa del debito pubblico. Grecia e Irlanda saranno schiave dei banchieri sine die. Ieri Standard & Poor's ha messo sotto osservazione, con implicazioni negative, il rating a lungo e breve termine del Portogallo. In Spagna la disoccupazione ha oltrepassato il 20% della popolazione attiva. Il socialista Zapatero, che, tra l’altro, ha trasferito novanta miliardi di euro alle banche responsabili della bolla immobiliare, non fa mistero delle sue politiche ad esclusivo favore degli investitori internazionali. L’Ungheria, con i titoli di Stato prossimi ad essere classificati come spazzatura, si sta avviando al controllo governativo dei media e alla limitazione del diritto di sciopero. In Italia, dopo l’approvazione della controriforma universitaria, il presidente Napolitano si è cimentato nella captatio benevolentiae dei giovani. Non siamo ancora arrivati alle code pubbliche con i bollini per un pasto caldo al giorno, come accade già oggi in Usa, ma siamo sulla buona strada. Follow the money. E’ sufficiente seguire il tragitto di chi tiene i cordoni dell’economia e della finanza per comprendere chi comanda davvero. La politica, argomentando sulle riforme necessarie, sulla valutazione dei mercati e dei vincoli europei, sulla concorrenza globale e sulla responsabilità operaia, sta imponendo ai cittadini il gioco di un potere non eletto ed ormai fuori controllo. Quello stesso potere che, speculando sulla lira per convincerci ad entrare nell’euro, ha preteso, fin dal 1992, la privatizzazione e la svendita di molte aziende strategiche italiane. In assenza di sovranità monetaria, con un debito pubblico potenzialmente inestinguibile, hanno buon gioco le agenzie internazionali di rating. Subire questo meccanismo, secondo il Financial Times, significa “cadere vittima di una spirale di bocciature che portano ad ancora meno fiducia dei mercati, che porta ad ulteriori bocciature, che portano a tassi sui titoli di Stato ancora più alti e così via fino al default”. Un tempo anche solo la proclamazione di uno sciopero generale spingeva i capi di governo a rassegnare le dimissioni. Attualmente nessun premier europeo, e Berlusconi ha qualche ragione in più degli altri per non farlo, ritiene opportuno dimettersi neanche dopo una lunga serie di contestazioni pubbliche. Chi governa (ed è un eufemismo) lo fa per se e per i suoi mandanti, obbedisce al primato dei numeri forniti dai banchieri e dai finanzieri, è del tutto impermeabile alle richieste dei Popoli. Filippo Turati era un pensatore estremamente pacifista eppure, nei suoi ultimi anni di vita, ripensando alla presa di potere del fascismo, ebbe a scrivere: "La forza si vince con la forza. Quando la forza è tutta materiale, la resistenza dovrà pur essere della stessa natura. La non resistenza al male, se può avere un valore quando è suscettibile di provocare una reazione morale, diviene al contrario una vera complicità quando le circostanze e il carattere degli avversari rendono impossibile ogni reazione morale. Mossi da una concezione superiore della vita, noi abbiamo forse troppo disarmato le masse". Le mobilitazioni e le lotte degli ultimi mesi hanno coinvolto persone con vissuti diversi, dai terremotati ai disoccupati, dagli studenti agli immigrati, dagli insegnanti agli operai. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, tutti indistintamente parlano lo stesso linguaggio. Sono stufi di vivere nell’era e nei luoghi dell’incertezza. Non ci sembra utile vandalizzare i compattatori dell’immondizia come sta accadendo a Chiaiano, ma dobbiamo prendere atto che l’Italia, suo malgrado, si è trasformata in un vulcano che fuma e brontola. Potrebbe essere pericoloso continuare a metterci sopra sempre qualche nuovo tappo.

Antonio Bertinelli 28/12/2010
Après le Royaume de Silvio
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


Se Silvio abdicasse per godere altrove, e senza rischi di “persecuzioni giudiziarie”, i frutti del suo lavoro, quali prospettive si potrebbero aprire per l'Italia? L'ipotesi può aiutarci a fotografare gli orizzonti del dopo. Vogliamo addirittura indulgere all'ottimismo pensando che l'apparato normativo, modificato nel corso di un ventennio dall'intera casta, possa essere velocemente riscritto a misura di cittadino. Rimarrebbero le difficoltà connesse alla ricostruzione del tessuto socio-culturale e al destino del Paese, ormai sottomesso in gran parte ai governi ombra posti fuori e dentro i confini nazionali. Per quanto molti ritengano, da diversi punti di vista, che l’attuale esecutivo sia il più funesto dell’intera storia repubblicana, il suo divenire non lo si può certamente attribuire al fato. Il virus del berlusconismo ha potuto diffondersi perché ha trovato l’habitat favorevole. E’ fuori di dubbio che l’Italia abbia una sua disgraziata specificità per il radicamento delle mafie e per essere il Paese dei tanti misteri irrisolti, ma parte delle sue afflizioni sono comuni ad altre realtà geografiche, anch’esse finite sotto la frusta della globalizzazione, che ha visto persino l’impero sovietico post-comunista diventare preda di un capitalismo anarco-feudale, con annesse devastazioni del welfare. La maggioranza degli Italiani aspira ad una rivoluzione politica fuori dei soliti rituali di facciata, ma la questione si pone in tutta la sua problematicità anche quando si volge lo sguardo all’estero. Assodato che i cavalieri della tavola di Arcore non hanno fatto nulla di utile per i cittadini, c’è da chiedersi come ci si potrebbe liberare da quel giogo che travalica ormai tutti i governi occidentali. Se è prioritario restituire al Paese il rispetto per la Costituzione, e con esso il primato della legalità, non ci si può esimere dal volare un po’ più in alto. Dopo il disastro aereo di Smolensk, da quale cilindro è uscito il Presidente polacco Bronislaw Komorowski? Come mai Rafal Gawronski, il giornalista che stava indagando sull’incidente, a cui i Polacchi non credono, è stato imprigionato? Chi ha scelto Herman Van Ronpuy come primo Presidente del Consiglio Europeo? Accantoniamo l’ampollosità di certe domande, a cui nessun lobbista di Bruxelles vorrebbe rispondere, per passare ai fatti e quindi volgere lo sguardo a chi segna le sorti dei Popoli, senza che questi possano interferire nel processo decisionale. Il Presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, è già stato Governatore Supplente del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Mondiale. La Commissione Europea, motore legislativo principale dell’Unione, è composta da membri nominati dai vari governi nazionali secondo logiche “ad castam”. Su questo organo pressano attività di lobbying, svolte prevalentemente in zona grigia, che oggi annoverano oltre duemilacinquecento addetti. Va da se che l'uperari Brambilla lavori per pochi denari, che la Fiat e la Omsa decidano di spostare la produzione in Serbia, che il piccolo imprenditore venga strangolato dalle finanziarie e che i Paesi dell’Ue si trasformino in Stati di Polizia. Succede nelle banlieues francesi, qui da noi, come hanno sperimentato anche i terremotati abruzzesi, in Germania, dove qualche giorno fa la polizia, con l’impiego di canoni ad acqua, spray al pepe e manganelli, ha fermato migliaia di pacifisti, che cercavano di proteggere un parco pubblico dalle ruspe chiamate alla realizzazione del più grande progetto di infrastruttura europea, Stoccarda21. Sono stati feriti, alcuni gravemente, più di trecento dimostranti. Anche la Lega e G. Tremonti si sono dovuti convertire ob torto collo al verbo di Eurolandia. Non è semplice sottrarsi a quella sorta di New Deal imposto dal Fmi, dal Wto e dalla Bce. L’uomo nuovo della Provvidenza ha un feeling particolare con noti dittatori, antepone ai doveri di governo gli affari garantiti da questi rapporti preferenziali ed ovviamente non è avvezzo a mettersi nei panni della gente che si ritrova schiacciata da un’economia distorta prevalentemente dai poteri finanziari. Ma chi potrebbe “salvare” l’Italia? Chi potrebbe avere il coraggio e la forza per sganciarsi dalla locomotiva impazzita del mondialismo? Non certo i social-liberisti alla D’Alema & Co, che sono i principali complici delle privatizzazioni a basso realizzo, delle politiche di austerity e del golpe monetario. Il Presidente ecuadoregno, Rafael Correa, già nel 2008, aveva manifestato l’intenzione di non pagare gli oltre trenta milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Si giustificò dichiarando che il debito estero dell’Ecuador è di natura illegittima e quindi immorale. Nei giorni scorsi Correa ha rischiato di essere rovesciato da un colpo di Stato delle Forze di Polizia. La realtà supera la fiction ed il sogno infranto di Barak Obama sta lì a dimostrarlo. Probabilmente se la nonna materna non fosse stata un alto funzionario della Bank of Hawaii, un istituto utilizzato da varie società di copertura della CIA, e se lo stesso Obama non avesse lavorato a lungo per la Business International Corporation, l’uomo apparentemente più potente della Terra non avrebbe sperimentato la propria “minuzia” scontrandosi con la durezza di un governo che deve rendere conto a gruppi di potere come quello ispirato da Zbigniew Brezinsky. Obama è stato l’artefice di una piccola e discussa riforma sanitaria ed è riuscito a modificare alcune regole del sistema finanziario a vantaggio dei consumatori. Il fronte dei suoi insuccessi è molto più ampio. Accusato dal Wall Street Journal di “resuscitare le lotte di classe”, il suo pragmatismo lo ha portato a più miti consigli. Gli Usa, costretti in un polmone d'acciaio finanziario, continuano ad avere il tasso di povertà più alto del mondo con oltre cinquanta milioni di indigenti. Negli States più di cinque milioni di famiglie hanno perduto le loro case, tra disoccupati e sottoccupati, si contano trenta milioni di cittadini, esistono circa due milioni e trecentomila reclusi, ogni settimana apre una nuova prigione ed il Presidente, ostaggio del vecchio establishement (quello della finanza, di alcuni settori dell'industria energetica e delle nuove tecnologie, di un pezzo della Cia, di chi orbita intorno all'Fbi) ha dismesso il drappo del messia. Obama sta subendo l'assalto dei petrolieri contro le avanzate leggi ambientali della California, è stato indotto a predisporre gli strumenti per schedare e riconoscere gli immigrati attraverso il controllo dell'iride, su input delle strutture d’intelligence, la sua amministrazione sta lavorando per imporre a tutti i servizi di comunicazione online, compresi Blackberry, Skype e Facebook, di collaborare con le autorità, creando un software in grado di intercettare l'utente e leggerne tutti i messaggi, anche quelli criptati. Il recente esodo dei consiglieri filoisraeliani dalla Casa Bianca non è poi un presagio da sottovalutare. Non ci è dato di conoscere se l’elezione di Obama sia stato un esperimento di laboratorio stile Bilderberg, insieme al dubbio, ottimo diserbante per estirpare la gramigna di qualunque pseudo-democrazia, resta il fatto che le sue capacità d’incidere realmente a favore di una popolazione da anni sotto il tacco delle banche e dei loro eserciti sono veramente modeste. Se l’Italia si liberasse oggi delle mafie e del berlusconismo chi potrebbe aggiustare i danni economici di un dollaro così svalutato da sbarrare il passo indefinitamente alle nostre industrie e alle nostre esportazioni? Chi potrebbe liberarci dagli usurai dell’enorme debito pubblico? All'inizio del Rinascimento le banche genovesi iniziarono a finanziare la Castilla, e così s'impadronirono a poco a poco di tutti gli affari più remunerativi, radicandosi poi solidamente in tutta la Spagna, con l’appoggio dei regnanti.

Antonio Bertinelli 10/10/2010
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