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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Il gioco dei quattro cantoni
post pubblicato in diario, il 21 giugno 2010


Gli ultimi anni del XIX secolo segnarono il fallimento dei tentativi riformistici per risanare il bilancio dello Stato, particolarmente caldeggiati dal ministro delle finanze Sidney Sonnino. Il Parlamento, rifiutando una maggiore equità fiscale da realizzare attraverso alcune imposte sulle rendite, decise di ricorrere alla tassazione indiretta gravando così sui consumi di massa, quali sale, alcool, zucchero, fiammiferi, gas, elettricità, etc. Tali scelte, dopo un insostenibile rincaro del pane, portarono alla nascita di proteste popolari in Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Puglia e in Lombardia. Nel 1898, in occasione dei tumulti di Milano, il generale Fiorenzo Bava Beccaris fece prendere a cannonate la folla provocando una strage. Come segno di riconoscimento per la brillante operazione il prode ufficiale fu decorato con la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia ed ottenne un seggio al Senato. Nel 1900 Gaetano Bresci, per vendicare i morti milanesi e per lavare l’offesa della decorazione assegnata a Bava Beccaris, sparò ed uccise il re Umberto I. Per celebrare Bresci, a Carrara è stato eretto un monumento; a Prato, suo luogo natale, l’anarchico è stato fatto salire agli onori della toponomastica cittadina. A volte gli eroi erano “creati” dagli storici, a volte era lo storiografo che correggeva le versioni ufficiali, a volte era il Popolo che sceglieva i propri campioni. I tempi che corrono sono avari di eroi e la modificata percezione collettiva scambia per tali quelli che salgono alla ribalta della Tv. L’orda furiosa che sta travolgendo il mondo del lavoro predilige i coatti e tende ad illuderli con il miraggio di un miglioramento che, alla luce dei fatti, non sembra realizzabile. L’Italia sgangherata, corrotta e graveolente non è più in grado di esprimere figure carismatiche capaci di opporsi alla vittoria di Thanatos. Il cuore di ferro e le visceri di bronzo del potere politico-economico-finanziario sostengono la ragnatela dell’inganno, ovvero le teorie del profitto infinito sia personale che aziendale. Per la nostra classe dirigente, solidarietà e cooperazione sono parole vuote di cui empirsi la bocca solo davanti ai microfoni. I media allineati e coperti del monarca ignorano il darwinismo sociale in atto, con la demonizzazione di tutte le idee che non rientrano nei suoi canoni, tacciono sulla sua pretesa di stabilire chi deve vivere e chi deve morire, non spiegano come esso si intrecci indissolubilmente con il modus operandi delle iene calate sul terremoto dell’Aquila, con le vicende dell’Omsa, della Vinyls, della Merloni, dell’Eutelia, di tante altre crude realtà aziendali, inclusa la stessa Fiat. Le continue mortificazioni dell’impianto normativo, della stessa Costituzione sono parti integranti di un piano organico che ha sostenuto degli attacchi senza precedenti contro lo Stato sociale, contro i dipendenti pubblici, contro la scuola, la quale ha subito un taglio occupazionale di centotrentamila unità, ed ora sostiene l’amministratore delegato del gruppo Fiat che impone i suoi dictat a Pomigliano d’Arco. E’ rivelatore quello che scrivono oggi gli operai polacchi prossimi ad essere abbandonati come inutili bestie da soma: “(…) Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi (italiani nda) di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso (...)”. In quel di Pomigliano non c’è in gioco solo il futuro occupazionale di quindicimila persone, indotto compreso, ma si sta ipotecando il domani di tutti i lavoratori. Lì, prendendo la gente per fame, si sta creando il precedente storico per poi avere gioco facile ovunque. Se è comprensibile che nessuno voglia prendersi la responsabilità di spingere gli operai della Fiat a rifiutare la minestra è altrettanto comprensibile che l’esito del prossimo referendum condizionerà inevitabilmente il destino lavorativo di tutti gli italiani. Lasciamo volentieri ai tribuni della Confindustria la possibilità di suggerire che è meglio un qualunque lavoro che la disoccupazione o che è meglio lavorare alla catena di montaggio invece di rimanere precario a vita. Vorremmo invece ricordare, in particolar modo ai “compagni” del Pd, che Frederick Winslow Taylor mise a punto la sua organizzazione scientifica del lavoro nella seconda metà del XIX secolo e che questa, pur avendo ritrovato lustro, nelle sue peggiori espressioni, in Cina, non merita di essere ancora esaltata. Ridurre i movimenti inutili, fare solo quelli necessari e in un tempo esiguo, vivere in uno spazio geograficamente determinato e dimensionalmente predefinito per tante ore è, oltre che pericoloso, semplicemente alienante. D’altra parte bisogna riconoscere che il modello di sviluppo subito in forza di leggi e trattati internazionali porta a svendere la propria forza lavoro e chi non lo fa è considerato un fallito destinato all’apartheid sociale. Il gioco dei quattro cantoni è stato già sperimentato con successo nei paesi anglofoni e l’Italia, tramite i suoi governanti, sta cercando di guadagnare in fretta le posizioni perdute per collocarsi adeguatamente nel sistema. Così la mano invisibile del mercato rifinirà l’opera già intrapresa dalle mani sporche che si sono appropriate totalmente della Res Publica. Non è accidentale che si parli oggi di modifiche all’art. 41 della Costituzione. Il dettato non è affatto obsoleto e se lo si vuole modificare è solo perché si vorrebbe erigere a valore indiscusso non la libertà, del resto già prevista, ma la tracotanza d’impresa. Per rendere più difficile la possibilità di accedere alla Giustizia, con la finanziaria 2010, è stato abolito l’esonero dal contributo unificato per le cause relative a controversie di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, nonché per le liti di previdenza e assistenza obbligatorie. Come è noto, oltre ai magistrati senza aggettivi ci sono, tra gli altri, anche i soliti “prudenti” e accade sempre più spesso che qualcuno di questi si appelli ad un cavillo espositivo per ignorare la palese violazione di un diritto, dichiarare l’attore soccombente e condannarlo pure alle spese processuali. In tal modo l’ardito che ha osato chiedere semplicemente il dovuto, così come stabilito inequivocabilmente dalla legge, impara a non disturbare più il padrone. Parlavamo di eroi e della loro attuale scarsità ma forse, senza evocare gesta impavide, per contenere gli effetti di questo capitalismo si potrebbe iniziare a fuggire dal culto dei suoi feticci e dai ronzii delle sue mosche cocchiere.

 

Antonio Bertinelli 21/6/2010


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