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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Venghino signori venghino
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2011


A prescindere dalle giustificazioni formali connesse all’entità del debito pubblico, sono sempre i banchieri a decidere quando uno Stato si troverà sotto l'attacco dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, della Fed, della Bce e del Fmi. Ieri è toccato a Grecia ed Irlanda, oggi tocca al Portogallo, o meglio ai cittadini dei paesi attenzionati, scoprire di essere finiti in un abbraccio letale. Il Fmi omologa il deficit degli Stati e li obbliga alle politiche tipiche dell’economia globalizzata: riduzione dei dipendenti pubblici e dei loro salari, precarietà lavorativa, sfruttamento della manodopera, diminuzione dei servizi, svendita di patrimoni pubblici, divieto di finanziamenti alle imprese, privatizzazioni, massima apertura ai commerci delle multinazionali, creazione di paradisi fiscali e conseguenti benefici per le grandi corporations. Le risoluzioni dell’Onu e l’impiego del suo braccio armato rappresentano l’extrema ratio per quei governi che intendono cambiare la direzione del carro o non vogliono salirvi. In genere per piegare le economie nazionali agli interessi dell’Impero bastano organismi come il Wto, magister della mondializzazione, ed altri gruppi di pressione simili al club Bildeberg, al forum di Davos, etc. La crisi generata dalla finanza creativa a danno dell’economia reale ha fatto scivolare molte amministrazioni statunitensi in una condizione desolante. L'Illinois è sull'orlo del fallimento, ma molti altri Stati non hanno motivi per consolarsi. Dopo aver evitato la paralisi dei servizi federali, Obama ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare che domani (10/4 n.d.a) i monumenti e i musei di Washington così come quelli nel resto d'America saranno aperti. Abbiamo il dovere di vivere in base ai nostri mezzi per proteggere il futuro dei nostri figli”. Al di là delle dichiarazioni di circostanza va sottolineato che gli Usa sono prossimi allo smantellamento di tutte quelle conquiste sociali risalenti al New Deal del presidente Roosevelt. Basta esaminare la legge finanziaria del Wisconsin, approvata lo scorso mese, che prevede la privatizzazione di impianti d’energia ed un nuovo sistema di appalti pubblici senza gara. Gli articoli in essa contenuti si avviano inoltre a distruggere il sistema pensionistico pubblico Wrs, ottimamente gestito e con settantacinque milioni di dollari in riserve, privilegiando i sistemi assicurativi privati. La scala dei redditi continua a manifestare differenze abissali tanto che, malgrado il tentativo obamiano di contenerle, le remunerazioni dei manager bancari e delle società quotate in borsa hanno ripreso a crescere verso l’alto. Ovunque gli Stati, coinvolti dalla crisi, sono stati costretti a soccorrere il sistema bancario, a tagliare i bilanci e a chiedere sacrifici ai cittadini, ma il sistema strutturale dei mercati finanziari, quello che ha visto gli stessi Stati diventare bersagli della speculazione, è rimasto intatto. La crisi è stata fatta pagare ai disoccupati vecchi e nuovi, alle aziende che hanno chiuso i battenti, a chi non ha trovato lavoro e a quelli che lavorano in cambio di un reddito da fame. La forbice sociale si è divaricata, la ricchezza è sempre di più concentrata nelle mani di quelle oligarchie che hanno impoverito nazioni e popoli. La cosa più inquietante è che l’economia reale retrocede in continuazione di fronte a quella fittizia, facendo rilevare un numero di addetti in discesa costante. La finanza speculativa e la terziarizzazione economica ha costi che il profitto generato dall’economia materialmente produttiva non è in grado di sostenere. Sembra che nel 2008 gli Hedge Funds abbiano creato pseudo-valore per un importo pari a venti volte il Pil mondiale, ovvero un’immensa montagna di soldi priva di riscontri nell’economia reale. Da parecchi anni l'economista Lyndon La Rouche rivolge appelli per mettere fine alla speculazione sul cibo. Recentemente, tra gli altri, anche il Ministro dell’Agricoltura francese ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame”. In ultima istanza appelli e parole contano poco, governi e parlamenti sono le propaggini di un potere economico che, rimanendo nell’ombra, detta l’agenda mondiale. I politici sono le “bronzine” destinate a bruciarsi e ad essere sostituite, quando giunge il momento, per salvaguardare il potente motore delle élites finanziarie che restano abitualmente defilate. Per salvare la “corona” gli esecutivi si prendono le responsabilità, si espongono al confronto con la realtà, con i fallimenti politici, con le tensioni e con i malumori popolari. Persino se sono stati fedeli alle direttive della grande finanza possono venire sfiduciati con biasimo. L’alternanza “democratica” di maggioranze politiche attraverso l’esercizio del voto popolare garantisce sempre la continuità del vero potere sovrano, quello che risiede nelle maggiori banche internazionali o comunque è espressione di poderose dinastie familiari. Il socialista Zapatero è spendibile nell’interesse della Banca Europea come e quanto il conservatore Cameron lo è per la Banca d’Inghilterra. I desideri personali del democratico Obama non impediscono i pesantissimi tagli di bilancio nel Wisconsin voluti dal governatore repubblicano Walker. Le leggi si piegano ai voleri del più forte, dunque è naturale che le grandi corporations del Pianeta non paghino tasse o ne paghino in percentuale modesta, è probabile che chi organizza un colpo di stato non finisca mai davanti ad un tribunale, è possibile che Bank of International Settlements sia esente da ogni controllo politico, democratico e giudiziario. I governi si avvicendano e passano senza sconvolgere più di tanto gli assetti di potere dei mandanti. Chiunque può fare fagotto senza troppi crucci per godersi magari una pensione di lusso grazie ai servigi resi ad una società finanziaria, ad un gruppo assicurativo, ad un consorzio petrolifero o ad un qualsiasi network di stampo criminale. In Italia le mafie esistono da centocinquanta anni e neanche Mussolini ha osato attaccare a fondo gli alti livelli. Appena il prefetto Cesare Mori si spinse a coinvolgere il viceministro degli Interni Michele Bianco ricevette il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno 1929. F.to Il Capo del Governo”. Berlusconi non è solo il fiduciario di una cupola di potere, ma lui stesso è titolare di rilevanti interessi, dunque, specialmente, certe “anime belle” delle opposizioni non dovrebbero continuare a sorprendersi se non vuole lasciare il trono e se buona parte della suo impegno legislativo ha mirato e mira ad affrancarsi dai pericoli dell’azione giudiziaria. A differenza di molti altri politici che hanno invaso le istituzioni per conto terzi, lui le ha prese in ostaggio anche in forza e per i vincoli del suo denaro.

Antonio Bertinelli 11/4/2011

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permalink | inviato da culex il 11/4/2011 alle 23:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
La crisi sulla pelle
post pubblicato in diario, il 28 dicembre 2010


Spesso osservando i volti di potenti banchieri, di noti finanzieri, di sfuggenti amministratori delegati e dei loro referenti politici il nostro pensiero corre a Cesare Lombroso. Ci piace credere che se fosse stato nostro contemporaneo avrebbe intrapreso sicuramente una ricerca sulla psiche e sulla fisiognomica di detti personaggi. Alcuni fenomeni odierni come le politiche bancarie e societarie, le palesi insofferenze per le sovranità statali, la polverizzazione del sociale, la perifericità dei cittadini, le grandi sacche di povertà, l’estrema mercificazione del lavoro e soprattutto gli artefici di queste “rivoluzioni” potrebbero interessare qualche studio criminologico pionieristico. Senza sbizzarrirsi nel fare ipotesi più o meno azzardate resta comunque il fatto che certe facce rassicurano meno delle loro idee guida. Sotto il dominio dell’economia e della finanza globalizzate, ovunque si guardi, non c’è motivo per stare tranquilli. Basta ripensare alla simpatica scatola di mentine con la pubblicità elettorale "Yes, we can" di Barack Obama. Al netto di qualunque possibile agiografia, la sua amministrazione ha salvato le megabanche con denaro pubblico e con una serie di misure straordinariamente generose. Ha sostenuto la General Motors acquistando le sue azioni a 45 $ per poi rivenderle, dopo la “rinascita” aziendale, a 33 $, con una perdita del 26,6 % a carico di Pantalone. Ha prorogato di due anni i tagli fiscali voluti da Gorge W. Bush, lasciandoli inalterati anche per i più ricchi. Sarà presto costretto a ridurre le coperture per Social Security e Medicare, i più importanti programmi sociali di un Paese con quindici milioni di disoccupati. Anche l’Ue, almeno dal punto di vista dei suoi cittadini, non gode affatto di buona salute. La divaricazione tra economia reale ed economia virtuale sta assumendo le forme di una rivendicazione sociale che travalica ogni frontiera. In quasi tutta Europa i giovani sono prigionieri nelle gabbie della precarietà, moltissimi studenti vivono in un limbo indefinito e le masse lavoratrici, specialmente là dove il sindacato si è trasformato in cinghia di trasmissione dei voleri padronali, pagano le conseguenze dei giochi finanziari praticati da una classe dirigente convertita al vangelo del neoliberismo. Non ha più senso parlare di governi “sinistri” o “destri”. Tutti operano per il perfezionamento dell’Impero. Quell’Impero caro agli europeisti come il compianto Tommaso Padoa Schioppa o l’ex consigliere di Tony Blair, Robert Cooper, attuale direttore generale degli affari esteri e politico-militari del Consiglio Europeo. Fuori della retorica, né l’uno né l’altro potrebbero essere celebrati come “patrioti”. Entrambi potrebbero essere definiti semplicemente come uomini di successo più sensibili agli interessi dell’establishment finanziario globale che a quelli dei loro rispettivi Paesi. Il “salvataggio” della Grecia, sottoscritto da Papandreou, doveva essere ripagato nel 2014 e nel 2015, ma, per la sua difficile sostenibilità, è stato prolungato al 2017. Il Parlamento ellenico, a maggioranza socialista, ha da poco approvato la finanziaria 2011, con tagli superiori ai quattordici miliardi di euro. La situazione irlandese, dove i “salvatori” hanno preteso come garanzia i soldi del fondo di riserva delle pensioni nazionali, è altrettanto grave e non c’è motivo di ritenere che questo Paese sarà mai in grado di uscire dalla morsa del debito pubblico. Grecia e Irlanda saranno schiave dei banchieri sine die. Ieri Standard & Poor's ha messo sotto osservazione, con implicazioni negative, il rating a lungo e breve termine del Portogallo. In Spagna la disoccupazione ha oltrepassato il 20% della popolazione attiva. Il socialista Zapatero, che, tra l’altro, ha trasferito novanta miliardi di euro alle banche responsabili della bolla immobiliare, non fa mistero delle sue politiche ad esclusivo favore degli investitori internazionali. L’Ungheria, con i titoli di Stato prossimi ad essere classificati come spazzatura, si sta avviando al controllo governativo dei media e alla limitazione del diritto di sciopero. In Italia, dopo l’approvazione della controriforma universitaria, il presidente Napolitano si è cimentato nella captatio benevolentiae dei giovani. Non siamo ancora arrivati alle code pubbliche con i bollini per un pasto caldo al giorno, come accade già oggi in Usa, ma siamo sulla buona strada. Follow the money. E’ sufficiente seguire il tragitto di chi tiene i cordoni dell’economia e della finanza per comprendere chi comanda davvero. La politica, argomentando sulle riforme necessarie, sulla valutazione dei mercati e dei vincoli europei, sulla concorrenza globale e sulla responsabilità operaia, sta imponendo ai cittadini il gioco di un potere non eletto ed ormai fuori controllo. Quello stesso potere che, speculando sulla lira per convincerci ad entrare nell’euro, ha preteso, fin dal 1992, la privatizzazione e la svendita di molte aziende strategiche italiane. In assenza di sovranità monetaria, con un debito pubblico potenzialmente inestinguibile, hanno buon gioco le agenzie internazionali di rating. Subire questo meccanismo, secondo il Financial Times, significa “cadere vittima di una spirale di bocciature che portano ad ancora meno fiducia dei mercati, che porta ad ulteriori bocciature, che portano a tassi sui titoli di Stato ancora più alti e così via fino al default”. Un tempo anche solo la proclamazione di uno sciopero generale spingeva i capi di governo a rassegnare le dimissioni. Attualmente nessun premier europeo, e Berlusconi ha qualche ragione in più degli altri per non farlo, ritiene opportuno dimettersi neanche dopo una lunga serie di contestazioni pubbliche. Chi governa (ed è un eufemismo) lo fa per se e per i suoi mandanti, obbedisce al primato dei numeri forniti dai banchieri e dai finanzieri, è del tutto impermeabile alle richieste dei Popoli. Filippo Turati era un pensatore estremamente pacifista eppure, nei suoi ultimi anni di vita, ripensando alla presa di potere del fascismo, ebbe a scrivere: "La forza si vince con la forza. Quando la forza è tutta materiale, la resistenza dovrà pur essere della stessa natura. La non resistenza al male, se può avere un valore quando è suscettibile di provocare una reazione morale, diviene al contrario una vera complicità quando le circostanze e il carattere degli avversari rendono impossibile ogni reazione morale. Mossi da una concezione superiore della vita, noi abbiamo forse troppo disarmato le masse". Le mobilitazioni e le lotte degli ultimi mesi hanno coinvolto persone con vissuti diversi, dai terremotati ai disoccupati, dagli studenti agli immigrati, dagli insegnanti agli operai. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, tutti indistintamente parlano lo stesso linguaggio. Sono stufi di vivere nell’era e nei luoghi dell’incertezza. Non ci sembra utile vandalizzare i compattatori dell’immondizia come sta accadendo a Chiaiano, ma dobbiamo prendere atto che l’Italia, suo malgrado, si è trasformata in un vulcano che fuma e brontola. Potrebbe essere pericoloso continuare a metterci sopra sempre qualche nuovo tappo.

Antonio Bertinelli 28/12/2010
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