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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Mani nere
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2010


Nel 1909 il leggendario Joe Petrosino, poliziotto americano di origine italiana, fu ucciso a Palermo, dove si trovava in missione, con quattro colpi di pistola alla schiena. Forse non avrebbe mai immaginato che nel corso degli anni la sua odiata “mano nera” si sarebbe trasformata in una bestia tentacolare dalle molteplici teste perfettamente integrate in qualunque centro di potere, quando non mera espressione dello stesso. Le ali militari mafiose, come d’abitudine, continuano ad affrontare sorti incerte, chi siede dietro una scrivania gode di coperture estese e si pone quasi sempre in una botte di ferro. E’ difficile supporre che alcune dichiarazioni sul tema possano davvero turbare il sonno di un qualunque musico padano. Merita più credito l’ultima folgorazione di Mara Carfagna. Travolta da un insolito destino, per volontà del cavaliere azzurro è stata catapultata in una dimensione dagli orizzonti ristretti. Assorbita dal leitmotiv delle pari opportunità, assillata dalle vittime dello stalking, turbata dal mercato del sesso da strada, solo quando ha avuto modo di toccare con mano le spartizioni affaristiche campane è scesa di colpo dalle nuvole. Bentornata alla realtà dei troppi amplessi abietti, che comunque non si consumano solo sotto i cieli di Salerno. Immonde locuste stanno divorando il Paese dalla Vetta d’Italia a Punta Pesce Spada, da Rocca Bernauda a Capo d’Otranto, lasciando ai cittadini solo oneri, servitù, incertezze, morti sul lavoro, disoccupazione, precarietà, discariche, inquinamento ambientale e debito “sovrano”. Nei bassifondi della società italiana (là dove si controllano l’economia, la finanza ed i media) si combatte una guerra invisibile fatta di inganni, baratti e ricatti. L’apparato giudiziario è reso inutile dagli infiniti lacci normativi ed è infiltrato dagli onnipresenti soci, ora di questa, ora di quella congrega. La rappresaglia di Stato diventa regola contro gli immigrati, prima schiavizzati, poi resi “fuorilegge”, successivamente internati e/o espulsi. I carabinieri mettono i sigilli dell’autorità giudiziaria al cantiere del presidio Clarea a Chiomonte e notificano avvisi di garanzia per cinque No-Tav della Val Susa. I poliziotti distribuiscono manganellate democratiche sulle piazze, incluse quelle calpestate dalle loro stesse manifestazioni di giustificato dissenso. Gli “sversamenti” a Terzigno riprendono con l’ausilio di mezzi blindati, reparti antisommossa, volanti, gazzelle ed auto-civetta che aprono e chiudono il corteo dei camions con i rifiuti. Nel mentre si manipola il frasario ad usum populi si ribattezzano perfino le manovre finanziarie. Malgrado l’usuale assenza del dibattito in aula, un Parlamento in larga parte precettato dal monarca e con l’Esecutivo al traino del carrozzone oligarchico europeo, ora si chiamano leggi di stabilità. Ma per stabilizzare cosa? A fronte di cospicue regalie per le scuole private, nuovi finanziamenti per le missioni di “pace” e lo svuotamento dei contratti collettivi di lavoro, i tagli previsti dal Governo riducono il fondo delle politiche sociali da novecentotrenta a duecentosettantacinque milioni, il fondo del cinque per mille da quattrocento a cento milioni, inoltre vengono decurtati diciotto miliardi a regioni ed enti locali, vengono azzerati i fondi per la non autosufficienza. Insomma le nefandezze interne sono ormai più che stabilizzate, rimangono da stabilizzare periodicamente quelle antistatuali che ci propinano gli Usa e l’Ue: stagnazione dell’economia reale, disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e tempeste finanziarie. Le più grandi banche americane sono state salvate da Barak Obama ed il loro debito è stato scaricato sulle spalle dei contribuenti. La lista degli istituti minori falliti continua ad allungarsi ed il Federal Deposit Insurance Corporation, per l’anno corrente, ne considera a rischio oltre settecento. Nel 2012 scadono molti “derivati” per un importo pari al triplo di quello scaduto nel 2008. Gli addetti ai lavori parlano di "Armageddon finanziaria”. Il prossimo anno vedrà l’economia statunitense subire un rigorismo tale da far piombare anche l’Europa, già penalizzata nelle esportazioni dalla debolezza del dollaro, in ancor più gravi disordini finanziari, economici e sociali. La nuova regolamentazione degli hedge funds, adottata pochi giorni fa in sede comunitaria, apre la porta ai fondi Usa, che comunque non potranno essere controllati dalle varie autorità nazionali. Il cavallo di Troia per il prossimo saccheggio del Vecchio Continente sarà la City londinese. Gli scontri e le rivendicazioni si stanno diffondendo in tutta Europa. La Grecia è saltata, l’Irlanda sta saltando, in Spagna il conflitto sociale sta aumentando di livello. L’Italia, secondo Giulio Tremonti, non costituisce un “problema” per gli altri Paesi, ma è parte della soluzione. Ci sia consentito ancora una volta di dissentire. L'Italia fa registrare centoventi miliardi di evasione fiscale, cinquanta/sessanta miliardi bruciati dal malcostume amministrativo, una disoccupazione pari all'11%, oltre seicentomila lavoratori in cassa integrazione, un debito pubblico di circa millenovecento miliardi ed un Pil in picchiata vertiginosa. Agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo le piaghe del Belpaese erano già putrescenti. Con le svendite lo Stato ha perduto il controllo di tutti i comparti strategici e, in aggiunta, non dispone più di sovranità monetaria. L’assidua richiesta di finte liberalizzazioni e di tagli alla spesa pubblica è il sigillo di quelli che hanno causato la crisi economica, che hanno inferto il colpo di grazia definitivo agli Italiani. Discutere ancora sui vari distinguo dei finiani o indignarsi sul mercato delle vacche, oggi soltanto più florido per le ampie possibilità dell’acquirente unico, toglie respiro alla visione di un insieme molto più articolato. Questa Europa non può, né ha interesse a ripristinare un’Italia “normale”, collabora e si serve di think tank che coltivano ben altri disegni. Uno di questi pensatoi elitari è l’European Council on Foreign Relations, che tra i suoi membri annovera George Soros e Dominique Strauss-Kahn. E’ senza dubbio un consesso eclettico, dove non mancano deputati, politici di destra, di sinistra e di centro, imprenditori, economisti, banchieri, industriali ed una decina di personaggi italiani. L’imprinting della politica nazionale, sia che derivi da cordate endogene che da poteri esogeni, si ispira esclusivamente alla logica bipartisan della massimizzazione del profitto, senza remora alcuna, of course. Se a quella combattuta strenuamente da Joe Petrosino non si fossero aggiunte tante altre “mani nere” e se l’Europa fosse quella celebrata dalle sue mosche cocchiere, proprio nell’interesse di tutti cittadini comunitari, l’Italia avrebbe dovuto subire un commissariamento generale tale da consentirne la completa bonifica contro ogni genere di banditismo. Indulgendo alla fantapolitica, esiste la possibilità che, in via transitoria, possa anche formarsi una coalizione eterogenea per abbattere questo Governo e poi contrastare le eclatanti dismisure del berlusconismo. E’ del tutto insperabile che il Paese possa venire affrancato dall’alto e liberato a breve dalle sue numerose vecchie e nuove schiavitù. Ernesto Che Guevara ebbe a dire che los libertadores no existen, son los pueblos quien se liberan  a si mismos.

Antonio Bertinelli 21/11/2010
E venne la notte
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2010


C’era un’Italia che non c’è più. C’era un tempo in cui la politica scopriva nuove forme di partecipazione e le rivendicazioni del movimento operaio trovavano accoglienza attraverso le Istituzioni. C’era un tempo in cui vecchi mestieri cedevano il passo ai nuovi senza che il lavoro, nelle sue varie espressioni, perdesse di significato. La politica cercava il contatto con i cittadini, individuava nuovi percorsi per risolvere problemi di interesse generale e prestava orecchio alla critica. L’economia del Paese era legata alla produzione reale e gran parte delle attività avevano un senso compiuto sia sotto il profilo personale che sotto il profilo della crescita comune. Anche chi aveva lasciato la campagna per lavorare alla catena di montaggio si sentiva in qualche maniera realizzato. La politica non era avvertita come mero controllo e strumento privilegiato per massimizzare i propri vantaggi personali, badava anche alla costruzione di opportunità per tutti e teneva nella giusta considerazione l’opinione pubblica. Esisteva un filo di coerenza che legava governanti e governati. Tutti si sentivano artefici della propria vita e questo a prescindere dalla collocazione di classe. Sia l’intellettuale che l’operaio, sia il professionista che il dipendente, sia il funzionario che il metalmeccanico si sentivano parte integrante di un disegno che accomunava identitariamente. Anche coloro che passavano la giornata lavorativa ad assemblare prodotti sulle linee di montaggio si sentivano inseriti in un progetto nazionale audace ed erano orgogliosi di lavorare in fabbrica. Poi la politica è diventata quella della “casta”, l’economia si è trasformata in capitalismo belluino e la finanza ha esteso il dominio su tutti i mercati. Oggi il punto dolente riguarda proprio il lavoro, la recessione occupazionale, la precarietà coltivata e diffusa oltre il tollerabile. La crisi economica sta accentuando le disuguaglianze ed approfondendo le fratture. In maniera sempre più accelerata abbiamo subito gli scompigli prodotti da un’idea di lavoro tutta tesa a massimizzare il profitto nel breve termine. Nella bufera finanziaria globale sarebbe più urgente parlare di questo, ma il Governo ha pensato bene di mettere a punto addirittura una norma per consentire il “licenziamento a voce” dei precari. Quando ancora c’erano bottai, calzolai, carpentieri, contadini, ebanisti, fabbri, falegnami, maniscalchi, quando il sapere era nelle mani di coloro che lavoravano con l’esperienza trasmessa da padre in figlio, a garanzia di un futuro dove il senso della vita risiedeva nella semplice quotidianità, il tempo era scandito dal suono delle campane. Prima il lavoro, nella Repubblica Italiana, veniva considerato un prerequisito di libertà e di dignità sia individuale che sociale. Oggi il tempo è scandito dai pressanti bisogni dei governanti, la libertà viene intesa come gestione arbitraria delle risorse comuni e la dignità delle persone viene calpestata attraverso una rappresentazione mitica della realtà. Soprusi, furti ed espropriazioni si compiono all’ombra della democrazia, quella democrazia che oggi, attraverso i suoi nuovi alfieri, va all’attacco degli editori, della stampa e del web per mettere il tappo definitivo sull’informazione. D’altronde, se il precariato è la nuova dimensione, è bene che anche i giornalisti possano sperimentare le opportunità flessibili offerte a tutti quei soggetti intraprendenti, creativi e adattabili. Esistono tante possibilità di riciclarsi come pubblicitario, promotore finanziario, analista, broker, toilet doctor, dog sitter, personal shopper, etc. Perché il Manovratore dovrebbe sopportare ancora la presenza di qualche fastidioso back seat driver? Magari per omaggiare il peggiore americanismo di certi politici nostrani alcuni giornalisti potrebbero dedicarsi alla carriera del divorce planner o a quella del divorce party. La strada di chi non intende fare marchette è ormai lastricata di chiodi. Non essendo avvezzi ai paradigmi dell’ipocrisia dobbiamo riconoscere che, in alcuni casi, l’attività giornalistica è scaduta nel sensazionalismo pruriginoso o è stata asservita al protagonismo mediatico di chi ha le spalle coperte. Comunque le norme scritte dal ceto regnante non servono a tutelare la riservatezza degli Italiani, al cui mandato “plebiscitario” si rimanda ogni azione di governo, ma molto più semplicemente servono solo ad oscurare i misfatti del Palazzo. La macchina della Giustizia è stata messa a punto per anni con complicità politiche trasversali e dunque già garantisce che i processi dei colletti bianchi non arrivino a sentenza o a giusta condanna. Sed non satiatus il Duce, con il varo delle leggi pidiellissime preparate e votate dalle sue milizie, otterrà che nessun suddito potrà più accedere alle “segrete cose” di cui si occupa chi ha le chiavi della dispensa. Nessuno potrà più sapere se si sta rivolgendo ad un medico o a un macellaio, se sta acquistando una casa costruita in cemento o in sabbia, se si serve di una compagnia aerea affidabile o di una che non lo è, se la banca di cui è cliente segue un qualche criterio di eticità o ricicla soldi della ndrangheta. Il putridume materiale e morale in cui siamo immersi sarà nascosto dietro la cortina di silenzio imposta a chiunque voglia scriverne e, segnatamente, a quel giornalismo d’inchiesta perigliosamente sopravvissuto fino ad oggi. Mentre qualche istrione si è riservato il diritto di latrare senza allontanarsi dalla ciotola, altri hanno operato al fine di erodere tutti i diritti collettivi minimi. Solo fuggendo da questo Paese le nuove generazioni potranno intravedere frammenti di futuro.

 

Antonio Bertinelli 21/5/2010


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permalink | inviato da culex il 21/5/2010 alle 12:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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