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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
En attendant Godot
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2011


L’investimento speculativo sostenuto dai banchieri a discapito dell’economia reale ed il neoliberismo applicato nelle fabbriche si sono trasformati in un incubo. Le grandi banche, dopo aver sanato le perdite dovute alle avventure finanziarie da loro stesse alimentate, con l’intervento dei governi che hanno scaricato il peso del money manager capitalism sulle spalle dei cittadini, hanno chiuso i cordoni della borsa. Adesso pretendono che gli Stati rientrino velocemente nei parametri stabiliti riducendo i propri debiti, impedendo così ai Paesi già privati di sovranità monetaria di spendere a deficit per produrre ricchezza. Di qui la serie infinita di tagli alla spesa pubblica, welfare incluso, e conseguente aumento della povertà. Le piccole imprese con problemi di liquidità finiscono per soccombere. Quelle più grandi, dovendo essere competitive sui mercati internazionali, comprimono i costi del lavoro e mirano ad ottenere la massima produttività delle maestranze. La corsa globale comanda norme di concorrenza prevalentemente nell'area dei fattori produttivi più fragili, ad iniziare dalla forza-lavoro L’Italia è ingabbiata dall’euro e dai connessi patti di stabilità. Come se non bastasse, ha pochi grandi imprenditori, soprattutto avvezzi a spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici e a contare sugli aiuti di Stato per produrre ed innovare. I dobermann dell’Ue non ci perdono di vista. Proprio ieri il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha chiesto riforme strutturali molto decise e continuative per rilanciare la nostra bassa produttività lavorativa. Avrà solo voluto spezzare una lancia in favore di Sergio Marchionne? Del resto anche il solito inossidabile gag-man ritiene giusto che Mirafiori venga abbandonata al suo destino in caso di un esito “negativo” del referendum imposto dall’a.d. della Fiat. Siamo finiti sotto la tutela di organismi finanziari privati, come il Gbm, la Fed, il Fmi, il Wto, la Bce e numerosi Think Tanks, che dirigono le economie mentre i governi ed i parlamenti, beetle-brains funzionali ai poteri forti, producono indebitamenti, svendono patrimoni comuni, riscuotono tasse, ma non si occupano di emergenze sociali. I governi “progressisti” hanno osteggiato la nazionalizzazione della Banca d’Italia ed hanno consegnato il Paese nelle mani della finanza anglo-americana. Ma chi è rimasto a credere che Berlusconi abbia trattato la vicenda della dismessa Alitalia per tenere alta la bandiera tricolore o che commerci con Gheddafi e Putin per affrancarci dalle servitù energetiche consolidate illo tempore? Le decisioni economico-politiche sono proprie di poche superpotenze, assoggettate ad oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Le grandi corporations controllano sia i cicli del mercato che la borsa mondiale. Il diritto internazionale è ormai subordinato alle volontà incontrastabili di banche e finanza. Il General Agreement on Trade in Services, un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio entrato in vigore nel 1995, parallelamente all’accordo per l'abbattimento dei dazi nazionali, è sottoscritto anche dall'Italia. In questo quadro i partiti politici si sono posti al servizio di intoccabili e giganteschi interessi privati. Il turbocapitalismo domina i processi di globalizzazione dall'alto dei “palazzi” di Londra, Francoforte, New York, Washington, Shanghai, etc. La stessa Europa non fa che generare organi di controllo economico sottratti a ogni valutazione popolare ed investiti di poteri assoluti. Le aspirazioni dei “progressisti” sono andate deluse e l’attuale governo conservatore ha dato il colpo di grazia a ogni pur minima speranza di una più equa redistribuzione del reddito. Con la crisi che ha travolto l’Occidente sono aumentate le fusioni tra colossi ed i grandi hanno divorato i piccoli. Il Popolo, ingannato dai media più potenti e dall’omertà che lega quasi tutti i soggetti politici, continua a vivere prigioniero del più grande reality mai realizzato nel corso della storia. Romano Prodi si gode un “pensionamento” dorato; Silvio Berlusconi, quando e se deciderà di mollare la presa, potrà ritirarsi ad Antigua; Gianfranco Fini suggerisce ulteriori spoliazioni pubbliche per sanare il deficit statale; gli avvoltoi fanno giri sempre più stretti sulle carcasse rimaste da spolpare. Il Pd, dopo una serie infinita di inconfessabili inciuci, senza neanche aspettare l’aiuto dei nuovi rottamatori abbagliati dalle luci di Arcore, continua a liquefarsi. Il “canadese”, che tiene a cuore le sorti degli operai, preferisce mantenere la sua residenza fiscale in Svizzera, dove paga in tasse un'aliquota del 30%, anziché quella italiana del 43%. Insomma chi può si tiene ben lontano dai sentieri della virtù sempre invocati dallo zelante Trichet. Riandando col pensiero al vecchio operaio che, fuori dei cancelli dello stabilimento torinese, piange sul divide et impera lasciato cadere sui suoi colleghi, nell'attesa surreale dell’ora del giudizio, ci sovviene qualche verso di G.G. Belli: “Eh! ppanza piena nun crede ar diggiuno. Fidete, fija io parlo pe sperienza. Ricchezza e ccarità sò ddù perzone che nnun potranno mai fa cconoscenza”.

Antonio Bertinelli 14/1/2010

Après le Royaume de Silvio
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


Se Silvio abdicasse per godere altrove, e senza rischi di “persecuzioni giudiziarie”, i frutti del suo lavoro, quali prospettive si potrebbero aprire per l'Italia? L'ipotesi può aiutarci a fotografare gli orizzonti del dopo. Vogliamo addirittura indulgere all'ottimismo pensando che l'apparato normativo, modificato nel corso di un ventennio dall'intera casta, possa essere velocemente riscritto a misura di cittadino. Rimarrebbero le difficoltà connesse alla ricostruzione del tessuto socio-culturale e al destino del Paese, ormai sottomesso in gran parte ai governi ombra posti fuori e dentro i confini nazionali. Per quanto molti ritengano, da diversi punti di vista, che l’attuale esecutivo sia il più funesto dell’intera storia repubblicana, il suo divenire non lo si può certamente attribuire al fato. Il virus del berlusconismo ha potuto diffondersi perché ha trovato l’habitat favorevole. E’ fuori di dubbio che l’Italia abbia una sua disgraziata specificità per il radicamento delle mafie e per essere il Paese dei tanti misteri irrisolti, ma parte delle sue afflizioni sono comuni ad altre realtà geografiche, anch’esse finite sotto la frusta della globalizzazione, che ha visto persino l’impero sovietico post-comunista diventare preda di un capitalismo anarco-feudale, con annesse devastazioni del welfare. La maggioranza degli Italiani aspira ad una rivoluzione politica fuori dei soliti rituali di facciata, ma la questione si pone in tutta la sua problematicità anche quando si volge lo sguardo all’estero. Assodato che i cavalieri della tavola di Arcore non hanno fatto nulla di utile per i cittadini, c’è da chiedersi come ci si potrebbe liberare da quel giogo che travalica ormai tutti i governi occidentali. Se è prioritario restituire al Paese il rispetto per la Costituzione, e con esso il primato della legalità, non ci si può esimere dal volare un po’ più in alto. Dopo il disastro aereo di Smolensk, da quale cilindro è uscito il Presidente polacco Bronislaw Komorowski? Come mai Rafal Gawronski, il giornalista che stava indagando sull’incidente, a cui i Polacchi non credono, è stato imprigionato? Chi ha scelto Herman Van Ronpuy come primo Presidente del Consiglio Europeo? Accantoniamo l’ampollosità di certe domande, a cui nessun lobbista di Bruxelles vorrebbe rispondere, per passare ai fatti e quindi volgere lo sguardo a chi segna le sorti dei Popoli, senza che questi possano interferire nel processo decisionale. Il Presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, è già stato Governatore Supplente del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Mondiale. La Commissione Europea, motore legislativo principale dell’Unione, è composta da membri nominati dai vari governi nazionali secondo logiche “ad castam”. Su questo organo pressano attività di lobbying, svolte prevalentemente in zona grigia, che oggi annoverano oltre duemilacinquecento addetti. Va da se che l'uperari Brambilla lavori per pochi denari, che la Fiat e la Omsa decidano di spostare la produzione in Serbia, che il piccolo imprenditore venga strangolato dalle finanziarie e che i Paesi dell’Ue si trasformino in Stati di Polizia. Succede nelle banlieues francesi, qui da noi, come hanno sperimentato anche i terremotati abruzzesi, in Germania, dove qualche giorno fa la polizia, con l’impiego di canoni ad acqua, spray al pepe e manganelli, ha fermato migliaia di pacifisti, che cercavano di proteggere un parco pubblico dalle ruspe chiamate alla realizzazione del più grande progetto di infrastruttura europea, Stoccarda21. Sono stati feriti, alcuni gravemente, più di trecento dimostranti. Anche la Lega e G. Tremonti si sono dovuti convertire ob torto collo al verbo di Eurolandia. Non è semplice sottrarsi a quella sorta di New Deal imposto dal Fmi, dal Wto e dalla Bce. L’uomo nuovo della Provvidenza ha un feeling particolare con noti dittatori, antepone ai doveri di governo gli affari garantiti da questi rapporti preferenziali ed ovviamente non è avvezzo a mettersi nei panni della gente che si ritrova schiacciata da un’economia distorta prevalentemente dai poteri finanziari. Ma chi potrebbe “salvare” l’Italia? Chi potrebbe avere il coraggio e la forza per sganciarsi dalla locomotiva impazzita del mondialismo? Non certo i social-liberisti alla D’Alema & Co, che sono i principali complici delle privatizzazioni a basso realizzo, delle politiche di austerity e del golpe monetario. Il Presidente ecuadoregno, Rafael Correa, già nel 2008, aveva manifestato l’intenzione di non pagare gli oltre trenta milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Si giustificò dichiarando che il debito estero dell’Ecuador è di natura illegittima e quindi immorale. Nei giorni scorsi Correa ha rischiato di essere rovesciato da un colpo di Stato delle Forze di Polizia. La realtà supera la fiction ed il sogno infranto di Barak Obama sta lì a dimostrarlo. Probabilmente se la nonna materna non fosse stata un alto funzionario della Bank of Hawaii, un istituto utilizzato da varie società di copertura della CIA, e se lo stesso Obama non avesse lavorato a lungo per la Business International Corporation, l’uomo apparentemente più potente della Terra non avrebbe sperimentato la propria “minuzia” scontrandosi con la durezza di un governo che deve rendere conto a gruppi di potere come quello ispirato da Zbigniew Brezinsky. Obama è stato l’artefice di una piccola e discussa riforma sanitaria ed è riuscito a modificare alcune regole del sistema finanziario a vantaggio dei consumatori. Il fronte dei suoi insuccessi è molto più ampio. Accusato dal Wall Street Journal di “resuscitare le lotte di classe”, il suo pragmatismo lo ha portato a più miti consigli. Gli Usa, costretti in un polmone d'acciaio finanziario, continuano ad avere il tasso di povertà più alto del mondo con oltre cinquanta milioni di indigenti. Negli States più di cinque milioni di famiglie hanno perduto le loro case, tra disoccupati e sottoccupati, si contano trenta milioni di cittadini, esistono circa due milioni e trecentomila reclusi, ogni settimana apre una nuova prigione ed il Presidente, ostaggio del vecchio establishement (quello della finanza, di alcuni settori dell'industria energetica e delle nuove tecnologie, di un pezzo della Cia, di chi orbita intorno all'Fbi) ha dismesso il drappo del messia. Obama sta subendo l'assalto dei petrolieri contro le avanzate leggi ambientali della California, è stato indotto a predisporre gli strumenti per schedare e riconoscere gli immigrati attraverso il controllo dell'iride, su input delle strutture d’intelligence, la sua amministrazione sta lavorando per imporre a tutti i servizi di comunicazione online, compresi Blackberry, Skype e Facebook, di collaborare con le autorità, creando un software in grado di intercettare l'utente e leggerne tutti i messaggi, anche quelli criptati. Il recente esodo dei consiglieri filoisraeliani dalla Casa Bianca non è poi un presagio da sottovalutare. Non ci è dato di conoscere se l’elezione di Obama sia stato un esperimento di laboratorio stile Bilderberg, insieme al dubbio, ottimo diserbante per estirpare la gramigna di qualunque pseudo-democrazia, resta il fatto che le sue capacità d’incidere realmente a favore di una popolazione da anni sotto il tacco delle banche e dei loro eserciti sono veramente modeste. Se l’Italia si liberasse oggi delle mafie e del berlusconismo chi potrebbe aggiustare i danni economici di un dollaro così svalutato da sbarrare il passo indefinitamente alle nostre industrie e alle nostre esportazioni? Chi potrebbe liberarci dagli usurai dell’enorme debito pubblico? All'inizio del Rinascimento le banche genovesi iniziarono a finanziare la Castilla, e così s'impadronirono a poco a poco di tutti gli affari più remunerativi, radicandosi poi solidamente in tutta la Spagna, con l’appoggio dei regnanti.

Antonio Bertinelli 10/10/2010
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