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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Fuochi fatui
post pubblicato in diario, il 2 maggio 2011


Nel 2008 Gheddafi, durante un vertice della Lega Araba, stigmatizzò l’abitudine degli Usa a tradire nazioni precedentemente definite amiche. Parlando dell’Iraq disse: ”(…) Gli USA hanno combattuto al fianco di Saddam Hussein (…) Rumsfeld, segretario alla difesa durante il bombardamento dell’Iraq, era un amico di Saddam Hussein. Alla fine lo hanno eliminato. Lo hanno impiccato. (…) Un giorno l’America potrà approvare la nostra impiccagione (…)”. Alcuni degli intervenuti risero. Oggi, malgrado l’ipocrisia continui a farla da padrona su quasi tutti gli organi d’informazione, tra le dichiarazioni dei politici, nelle esternazioni dei ministri e attraverso i messaggi dei garanti istituzionali, è noto che i "civili inermi", sui quali avrebbe sparato l’esercito lealista, erano in realtà delle forze militari. Lo stesso ammiraglio James Stavridis ha ammesso che i “ribelli” libici sono manovrati dalla CIA e da Al Qaeda. In Italia pochi si sono rammentati dell'art. 11 della Costituzione che a proposito di guerre è inequivocabile. Le esimenti che autorizzerebbero l'uso della forza nell'ambito delle decisioni di una organizzazione internazionale di cui l’Italia fa parte non si possono di certo applicare al casus belli artatamente montato in Libia dai servizi d’intelligence inglesi, francesi e statunitensi. Ciò che più colpisce nella situazione attuale è il fatto che il “patologico” venga accreditato come paradigma del “normale”. La guerra viene conculcata con immodificabile determinismo e ricondotta all'impudico cicaleccio di una classe dirigente avvitata su se stessa, pronta a dichiarare che estromesso il “cattivo” dalla Libia regnerà in quei luoghi la felicità promessa. Per formalizzare giuridicamente l’ennesima partecipazione dell’Italia ad una guerra, ancora una volta spacciata per missione umanitaria, bisogna sistemare una serie di tasselli. La risoluzione del Parlamento è prevista per domani, ma non esistono i presupposti per credere che il poco augusto consesso possa cambiare la rotta avventurosa imposta dagli Usa e dai suoi gazzettieri. Non mancano validi motivi per chiedere una moratoria, magari sostenere il tentativo di riconciliazione portato avanti dall’Unione Africana, che vede attualmente seduti allo stesso tavolo i rappresentanti del Consiglio degli insorti e quelli del governo di Gheddafi. Il gruppo “Civili Britannici per la Pace” e altri pacifisti provenienti da Francia, Germania, Tunisia, Italia, anche avendo indagato per diversi giorni, non hanno trovato alcuna prova o testimonianza dei bombardamenti sui civili, da parte dell’esercito di Gheddafi, in tre regioni di Tripoli o in altre città della Libia occidentale, come riferito dai media internazionali e così come affermato nella risoluzione Onu n. 1973/2011. Non è mai stata creata una commissione internazionale indipendente per accertare la veridicità dei fatti. Secondo quanto riferito da Bloomberg, a pochi giorni dall’inizio della rivolta in Cirenaica si è trovato il modo per fondare una nuova Banca Centrale e per costituire una nuova Compagnia Nazionale Petrolifera. I colossi francesi Eads, Vinci e Total hanno già firmato ricchi contratti con gli insorti, tagliando fuori le imprese italiane. Gli Inglesi stanno spremendo altri soldi dai rappresentanti del Consiglio ribelle costretto a firmare di tutto per avere il riconoscimento diplomatico ed ottenere l’accesso ai fondi statali libici congelati nelle banche europee ed americane. Tutti gli interessi italiani confliggono con quelli di altri paesi dell’Ue e degli Usa. Senza invocare degli ingombranti (?) principi etici e senza sposare alcun tipo di opportunismo partitico, va anche sottolineato che la guerra alla Libia, secondo prudenti stime tecniche, costerà all’Italia, già strozzata dal debito pubblico, settecento milioni di euro. Di fatto tutte valutazioni non in linea con le ragioni dell’Impero, che in tal senso ha impartito ordini precisi ai media di riferimento (dipendenti ed indipendenti), fa ballare il premio Nobel per la Pace, che a sua volta fa ballare l'estabilishiment politico italiano. Davvero umilianti le piroette imposte al primo ministro e poco lusinghiere le peformances spontaneamente fornite da quasi tutti gli altri parlamentari. Se non fosse per l’aspetto tragico verrebbe da pensare ai numeri offerti, agli inizi del Novecento, dal teatro americano “vaudeville”: escapologisti, lettori del pensiero, rigurgitatori di rane, cani e pulci ammaestrati, stranezze della natura, donne barbute, maiali sapienti, calcolatori umani, prestigiatori, ballerini, comici, saltimbanchi, persino accoppiamenti arrischiati, come quello di Sarah Bernhardt con il clown Grock. La grande attrice ebbe anche il merito di ispirare Marcel Proust, la nostra intera fauna politica potrebbe ispirare al massimo un cabarettista. Fuochi fatui di cimiteri e paludi, deboli fiammelle nella notte di una Repubblica e di una Democrazia ormai presenti solo nella solerte retorica presidenziale dei giorni comandati.

Antonio Bertinelli 2/5/2011

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Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
Contaminazioni democratiche
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2011


Tra i motivi del crollo dell’Urss si possono annoverare la rincorsa agli armamenti di Ronald Reagan, il flop del sistema economico comunista, il risveglio delle nazionalità sottomesse favorito dai processi di riforma  legati alla glasnost ed alla perestrojka, di cui fu propugnatore Mikhail Gorbaciov. Non è rilevante stabilire se l’ultimo segretario del Pcus, tanto celebrato dagli occidentali quanto guardato con sospetto in patria, fu un ingenuo o altro, ma bisogna riconoscere che con lo scioglimento dell’Unione Sovietica si ruppe quell’equilibrio mondiale basato sulla contrapposizione tra sistema capitalista e sistema comunista. Fra le prime vittime del crollo, perfezionatosi successivamente con Boris Eltsin, ci fu la Jugoslavia dove, nel 1989, con l’accordo di Reagan, fu attuato un piano serrato di privatizzazioni. Nel 1991, sotto l’amministrazione di Gorge H.W. Bush, il Congresso Statunitense impose alla Jugoslavia il taglio di tutti gli aiuti e dei prestiti, con la suddivisione del debito pubblico fra i componenti della federazione e con l’obbligo di tenere elezioni separate. Nelle banche americane vennero congelati i depositi jugoslavi. Le parti federate che facevano riferimento a Belgrado nicchiarono per il consolidamento dei piani di riforma economica, per le privatizzazioni delle aziende pubbliche, per la riduzione della spesa sociale stabiliti dal Fmi e dalla Bm. I diktat di Bush ed il soffiare europeo sui rispettivi nazionalismi accelerarono la secessione di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. In sintesi, appellandosi pretestuosamente all’autodeterminazione dei popoli, vennero piantati i semi della discordia e dello smembramento balcanico. Negli anni a venire i conflitti interetnici, alimentati dall’Occidente, diventano sempre più accesi e, dopo il tanto tuonare dell’apparato mediatico mainstreeam, finalmente arriva l’intervento umanitario in Kosovo sotto forma di bombardamenti, missili cruise, tomahawk, B 52, F117, distruzione e morte. Un'oscena operazione di banditismo internazionale con l'avallo del governo italiano. È noto che fino al 1999 l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) era considerato unanimemente, e dallo stesso Dipartimento di Stato Usa, un’organizzazione terroristica. Dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, nel febbraio 2008, su alcuni siti russi apparve una frase ironica “Il produttore dell’eroina ha riconosciuto l’indipendenza del distributore”. Ci si riferiva all’Afghanistan, primo paese a riconoscere il nuovo Stato, già invaso dagli Usa e tra i leaders mondiali nella produzione di droga. Oggi a Camp Bondsteel, nelle vicinanze di oleodotti e corridoi energetici di vitale importanza, c’è una delle più grandi  basi militari statunitensi costruite all’estero. La gloriosa “Zastava automobili”, con i suoi trentaseimila dipendenti non esiste più, è stata sostituita dalla Fiat che impiega meno di mille persone. Il Kosovo, munifico di patologie tumorali per la grande quantità di proiettili all’uranio impoverito impiegati dalla coalizione dei liberatori, immiserito e devastato, è uno snodo importante di traffici illeciti, dagli stupefacenti al traffico di organi, dalle armi alla prostituzione, dall’immigrazione clandestina alle sigarette. Oggi Washington, Londra, Parigi ed altri alleati, dopo essersi occupati della Jugoslavia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, intendono sbarazzarsi del dittatore libico. Successivamente, con altre interventi umanitari, provvederanno ad esportare la democrazia disgregando culturalmente e depredando altri paesi. Il caos e la suddivisione del mondo arabo in piccoli Stati deboli ed ininfluenti si prestano alla neo-colonizzazione meglio di quanto si prestino quelli forti, indipendenti e sovrani. Gli stages, per formare attivisti “amanti della libertà” e provocatori di ogni risma, condotti dai servizi d’intelligence interessati servono all’uopo. Muammar Gheddafi è stato messo nelle condizioni di dover fronteggiare una rivolta armata che ha potuto poggiare sui dissapori mai sopiti con le tribù della Cirenaica. Che sia un tiranno è questione marginale, buona per salottieri e giornalisti con redditi opulenti, a prescindere dalla loro asserita indipendenza o dalla maglia che indossano per abbindolare l’una o l’altra fascia di elettorato potenziale. “Ammazzare” Slobodan Milosevic per mezzo del tribunale dell’Aia, impiccare Saddam Hussein, sostenere Hamid Karzai, poco più che sindaco di Kabul, non è servito al riscatto dei popoli bombardati con il beneplacito dell’Onu o della Nato. Solo per limitarci a Milosevic possiamo citare quanto sottoscritto da Ramsey Clark , ex  Procuratore Generale degli Stati Uniti: “(…) Una colpa sicuramente l'ha avuta, ed è quella di non essersi piegato alla Nato, di non aver svenduto il proprio popolo agli affamatori del liberismo selvaggio, di non aver assecondato la colonizzazione del proprio paese tramite Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, i vari Soros e la loro marea globalizzatrice (…)” Asserire che l’incriminazione di Gheddafi e degli esponenti del suo regime per crimini contro l'umanità è "sicura al cento per cento", così come ha fatto Louis Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale, fa parte della solita liturgia. Gli aggressori mettono sotto processo gli aggrediti. Ora che non esiste più l’Urss basta non pestare troppo i piedi alla Cina e, quando conviene, come nel caso della ricca e tribale Libia, i paesi senza un loro deterrente nucleare si possono invadere come meglio piace. E’ facilissimo creare un casus belli degno delle attenzioni “democratiche” di un Bush o di un Obama. L’Italia ha il suo despota, le sue “tribù” secessioniste e xenofobe, l’enorme corruzione di una classe dirigente messa alla berlina senza le cortine fumogene abitualmente riservate ai poteri forti nazionali ed internazionali che di essa si avvalgono, è attenzionata dalla Banca Mondiale anche tramite Transparency International. Insomma ha alcune delle caratteristiche su cui far leva per giustificare un intervento di “correzione” guidato dall’esterno. Ridotta alla stregua di un califfato, deve rallegrarsi di non avere ricchi giacimenti di petrolio o gas, di essere stata governata da personaggi che hanno alienato la sua sovranità e di essere la più grande portaerei Usa nel Mediterraneo?

Antonio Bertinelli 25/3/2011         


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Mani nere
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2010


Nel 1909 il leggendario Joe Petrosino, poliziotto americano di origine italiana, fu ucciso a Palermo, dove si trovava in missione, con quattro colpi di pistola alla schiena. Forse non avrebbe mai immaginato che nel corso degli anni la sua odiata “mano nera” si sarebbe trasformata in una bestia tentacolare dalle molteplici teste perfettamente integrate in qualunque centro di potere, quando non mera espressione dello stesso. Le ali militari mafiose, come d’abitudine, continuano ad affrontare sorti incerte, chi siede dietro una scrivania gode di coperture estese e si pone quasi sempre in una botte di ferro. E’ difficile supporre che alcune dichiarazioni sul tema possano davvero turbare il sonno di un qualunque musico padano. Merita più credito l’ultima folgorazione di Mara Carfagna. Travolta da un insolito destino, per volontà del cavaliere azzurro è stata catapultata in una dimensione dagli orizzonti ristretti. Assorbita dal leitmotiv delle pari opportunità, assillata dalle vittime dello stalking, turbata dal mercato del sesso da strada, solo quando ha avuto modo di toccare con mano le spartizioni affaristiche campane è scesa di colpo dalle nuvole. Bentornata alla realtà dei troppi amplessi abietti, che comunque non si consumano solo sotto i cieli di Salerno. Immonde locuste stanno divorando il Paese dalla Vetta d’Italia a Punta Pesce Spada, da Rocca Bernauda a Capo d’Otranto, lasciando ai cittadini solo oneri, servitù, incertezze, morti sul lavoro, disoccupazione, precarietà, discariche, inquinamento ambientale e debito “sovrano”. Nei bassifondi della società italiana (là dove si controllano l’economia, la finanza ed i media) si combatte una guerra invisibile fatta di inganni, baratti e ricatti. L’apparato giudiziario è reso inutile dagli infiniti lacci normativi ed è infiltrato dagli onnipresenti soci, ora di questa, ora di quella congrega. La rappresaglia di Stato diventa regola contro gli immigrati, prima schiavizzati, poi resi “fuorilegge”, successivamente internati e/o espulsi. I carabinieri mettono i sigilli dell’autorità giudiziaria al cantiere del presidio Clarea a Chiomonte e notificano avvisi di garanzia per cinque No-Tav della Val Susa. I poliziotti distribuiscono manganellate democratiche sulle piazze, incluse quelle calpestate dalle loro stesse manifestazioni di giustificato dissenso. Gli “sversamenti” a Terzigno riprendono con l’ausilio di mezzi blindati, reparti antisommossa, volanti, gazzelle ed auto-civetta che aprono e chiudono il corteo dei camions con i rifiuti. Nel mentre si manipola il frasario ad usum populi si ribattezzano perfino le manovre finanziarie. Malgrado l’usuale assenza del dibattito in aula, un Parlamento in larga parte precettato dal monarca e con l’Esecutivo al traino del carrozzone oligarchico europeo, ora si chiamano leggi di stabilità. Ma per stabilizzare cosa? A fronte di cospicue regalie per le scuole private, nuovi finanziamenti per le missioni di “pace” e lo svuotamento dei contratti collettivi di lavoro, i tagli previsti dal Governo riducono il fondo delle politiche sociali da novecentotrenta a duecentosettantacinque milioni, il fondo del cinque per mille da quattrocento a cento milioni, inoltre vengono decurtati diciotto miliardi a regioni ed enti locali, vengono azzerati i fondi per la non autosufficienza. Insomma le nefandezze interne sono ormai più che stabilizzate, rimangono da stabilizzare periodicamente quelle antistatuali che ci propinano gli Usa e l’Ue: stagnazione dell’economia reale, disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e tempeste finanziarie. Le più grandi banche americane sono state salvate da Barak Obama ed il loro debito è stato scaricato sulle spalle dei contribuenti. La lista degli istituti minori falliti continua ad allungarsi ed il Federal Deposit Insurance Corporation, per l’anno corrente, ne considera a rischio oltre settecento. Nel 2012 scadono molti “derivati” per un importo pari al triplo di quello scaduto nel 2008. Gli addetti ai lavori parlano di "Armageddon finanziaria”. Il prossimo anno vedrà l’economia statunitense subire un rigorismo tale da far piombare anche l’Europa, già penalizzata nelle esportazioni dalla debolezza del dollaro, in ancor più gravi disordini finanziari, economici e sociali. La nuova regolamentazione degli hedge funds, adottata pochi giorni fa in sede comunitaria, apre la porta ai fondi Usa, che comunque non potranno essere controllati dalle varie autorità nazionali. Il cavallo di Troia per il prossimo saccheggio del Vecchio Continente sarà la City londinese. Gli scontri e le rivendicazioni si stanno diffondendo in tutta Europa. La Grecia è saltata, l’Irlanda sta saltando, in Spagna il conflitto sociale sta aumentando di livello. L’Italia, secondo Giulio Tremonti, non costituisce un “problema” per gli altri Paesi, ma è parte della soluzione. Ci sia consentito ancora una volta di dissentire. L'Italia fa registrare centoventi miliardi di evasione fiscale, cinquanta/sessanta miliardi bruciati dal malcostume amministrativo, una disoccupazione pari all'11%, oltre seicentomila lavoratori in cassa integrazione, un debito pubblico di circa millenovecento miliardi ed un Pil in picchiata vertiginosa. Agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo le piaghe del Belpaese erano già putrescenti. Con le svendite lo Stato ha perduto il controllo di tutti i comparti strategici e, in aggiunta, non dispone più di sovranità monetaria. L’assidua richiesta di finte liberalizzazioni e di tagli alla spesa pubblica è il sigillo di quelli che hanno causato la crisi economica, che hanno inferto il colpo di grazia definitivo agli Italiani. Discutere ancora sui vari distinguo dei finiani o indignarsi sul mercato delle vacche, oggi soltanto più florido per le ampie possibilità dell’acquirente unico, toglie respiro alla visione di un insieme molto più articolato. Questa Europa non può, né ha interesse a ripristinare un’Italia “normale”, collabora e si serve di think tank che coltivano ben altri disegni. Uno di questi pensatoi elitari è l’European Council on Foreign Relations, che tra i suoi membri annovera George Soros e Dominique Strauss-Kahn. E’ senza dubbio un consesso eclettico, dove non mancano deputati, politici di destra, di sinistra e di centro, imprenditori, economisti, banchieri, industriali ed una decina di personaggi italiani. L’imprinting della politica nazionale, sia che derivi da cordate endogene che da poteri esogeni, si ispira esclusivamente alla logica bipartisan della massimizzazione del profitto, senza remora alcuna, of course. Se a quella combattuta strenuamente da Joe Petrosino non si fossero aggiunte tante altre “mani nere” e se l’Europa fosse quella celebrata dalle sue mosche cocchiere, proprio nell’interesse di tutti cittadini comunitari, l’Italia avrebbe dovuto subire un commissariamento generale tale da consentirne la completa bonifica contro ogni genere di banditismo. Indulgendo alla fantapolitica, esiste la possibilità che, in via transitoria, possa anche formarsi una coalizione eterogenea per abbattere questo Governo e poi contrastare le eclatanti dismisure del berlusconismo. E’ del tutto insperabile che il Paese possa venire affrancato dall’alto e liberato a breve dalle sue numerose vecchie e nuove schiavitù. Ernesto Che Guevara ebbe a dire che los libertadores no existen, son los pueblos quien se liberan  a si mismos.

Antonio Bertinelli 21/11/2010
Mysterium iniquitatis
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2010


Alle elezioni di metà mandato presidenziale si sono presentati solo il 9% degli statunitensi con età compresa tra i 18 e i 29 anni. Alle ultime elezioni europee la media dei votanti è stata pari al 43% degli aventi diritto. Il crescente astensionismo elettorale che sta caratterizzando le “democrazie mature”, dal nostro punto di vista, è il principale segnale di frattura tra governi e cittadini. In molti Paesi gran parte dei potenziali votanti rifiuta di partecipare attivamente alla competizione elettorale tra fazioni politiche artatamente contrapposte. C’è numero crescente di Italiani che, malgrado le acrobazie mediatiche finalizzate a “decerebrarli”, è nauseata dai pagliacci asserviti alle oligarchie economico-finanziarie o ai desiderata dell'incontinente maharaja. Attori, comprimari e comparse di questo circo recitano una serie di sintagmi imparati a memoria, brillano di luce riflessa e compensano il disonore (se mai ne avvertissero il peso) con sostanziose remunerazioni e molteplici benefit. I cittadini, combattuti tra rassegnazione e ripulsa, esterrefatti dalla ridondanza dei vari Waylon Smithers Jr, sembrerebbero condannati indefinitamente all’autismo. Prima gli Usa e poi tutti gli altri Paesi dell’Ue hanno capitolato di fronte all’impero centralbancario, hanno consegnato le loro ricchezze e il controllo delle loro economie alle multinazionali, senza la pur minima consultazione popolare. Se stiamo parlando di Stati celebrati come vibranti democrazie e rappresentanti politici regolarmente eletti va da se chiedersi, come accade in alcuni territori del Sudamerica, con demócratas como éstos, cómo no va a estar en crisis la democracia? Le democrazie in cui viviamo sono basate sull'autotutela di élites mascherate, che hanno tutti i privilegi delle aristocrazie storiche senza peraltro averne nemmeno gli obblighi. La storia dello Stato Italiano, dalla nascita fino ad oggi, e dei suoi poteri forti, non è una storia limpida. Il prefetto Cesare Mori riuscì a far espellere un membro del Gran Consiglio del Fascismo per collusione mafiosa, riuscì a spazzare via l’ala militare della mafia siciliana. Quando cominciò ad indagare sulle complicità del mondo politico Benito Mussolini lo ringraziò pubblicamente, lo fece nominare senatore e lo mise definitivamente a riposo. Non meno significative sono le vicende che hanno visto l’ambasciatore italiano, informato per tempo del golpe argentino, blindare le porte dell’ambasciata per impedire ai braccati e ai richiedenti asilo di accedervi. La dittatura di Jorge Rafael Videla non turbò né il Ministero degli Esteri, né gli affari delle imprese italiane come Ansaldo, Eni-Iri, Falk, Fiat, Impregilo, Impresit, Magneti Marelli, Pirelli, etc. Secondo i testimoni sopravvissuti alle persecuzioni e che hanno deposto in tribunale, alcune volte, sono state le stesse aziende a fornire ai militari gli elenchi dei sindacalisti più combattivi. Correvano i tempi della P2. “Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, incasellato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù”. Pierre-Joseph Proudhon visse quando esistevano le monarchie assolute, ma questa sua considerazione si attaglia conclamatamente all’Italia odierna, dove coloro che non vogliono assoggettarsi ad umilianti infeudamenti finiscono tra le vittime designate del sistema. Quanto è sottile la linea che separa la sopportazione dalla rivolta? La Lega, che una volta contestava gli sprechi, usufruisce del finanziamento pubblico per arrivare alla secessione della “Padania”. Il Governo di cui fa parte odia il welfare state, ciò che consente anche a chi non ha i mezzi economici l’accesso a quei servizi-diritti che sono ritenuti inalienabili, come il lavoro, l’istruzione e la salute. La nostra “democrazia” è tutta sbilanciata in funzione di quelli che hanno già, con una tale carenza di equilibratori sociali da ricordare le peggiori immobilità di quell’ancien régime in cui si muoveva a suo agio le Roi Soleil. Sono tanti i volti del misterium iniquitatis ed uno è quello di una Repubblica parlamentare, su base costituzionale, avvitata intorno al saccheggio dei beni pubblici e alle paure giudiziarie di chi non mette limiti alla propria voglia d’impunità über alles. Se il modello di sviluppo occidentale mostra ovunque la corda, in alcuni Paesi la politica cerca almeno dei percorsi alternativi. In Italia spicca invece la violenza delle Istituzioni attraverso la mortificazione intellettuale, la devastazione del territorio, la caccia al “diverso”, la museruola al “nemico”, le schedature e l’impiego di reparti antisommossa. Il Belpaese è pieno di cadaveri, ci sono quelli resi tali dallo Stato, dalle mafie e dalla massoneria, ci sono quelli delle privatizzazioni, dell’economia in affanno, della finanza creativa, del debito pubblico e del neoliberismo. In aggiunta ai miasmi ed ai veleni di certe discariche, si respira l’aria pesante di divieti, di arresti e di denunce pretestuose, di una violenza sottile che sta considerando troppi cittadini come criminali da spiare, che favorisce prima lo sfruttamento della forza-lavoro migrante e poi l’internamento nei Cie, che sta accreditando i lavoratori come fannulloni irresponsabili, che ha trasformato i precari ed i parasubordinati in soggetti senza tutele previdenziali. L’allegra brigata, contrariamente a quello che lascia intendere attraverso i comunicati televisivi dei suoi corifei, oltre a legiferare per se e per gli amici, rappresenta anche la summa di politiche predatorie, antisociali, xenofobe e liberticide. Oltre a perpetrare tante sottili coazioni, ha lasciato spazio ad un omertoso apparato “securitario” che ormai esita fisiologicamente in violenza aperta. Il rapporto tra “normalità” e “devianza” sta assumendo nuovi paradigmi ed il conflitto sociale, con i suoi numerosi poli di contestazione, secondo l’esecutivo, va neutralizzato in ogni modo. Se le popolazioni americane ed europee debbono fare i conti con situazioni oggettivamente difficili, gli Italiani debbono vedersela altresì con quel datato coagulo dove si saldano le pulsioni di Gianfranco Fini, le libidini di Umberto Bossi e gli interessi personali, nonché giuridicofobici, di Silvio Berlusconi, inestricabilmente connessi a dispetto dell’osannato legalismo del primo. I loro ascari stigmatizzano la violenza di chi lancia uova, sottolineano lo scarso senso civico di chi blocca le strade che conducono a discariche realizzate in violazione delle direttive comunitarie, condividono le giustificazioni globaliste di Sergio Marchionne, ma consentono che determinate sentenze della Magistratura finiscano nelle more dell’attività giurisdizionale, privando di dignità e reddito i lavoratori più “scomodi”. L’allarme lanciato da Mario Draghi ad Ancona, per quanto possa in parte ritenersi frutto delle sue ambizioni di governo, è pienamente giustificato. La protervia e la repressione non possono essere le uniche risposte fornite dallo Stato. Pupi e pupari sanno bene che il loro potere non deriva dalla percentuale degli elettori che si recano alle urne. Se prossimamente andasse a votare anche un numero esiguo di Italiani, come avviene consuetudinariamente negli Stati Uniti, tutto potrebbe rimanere pressoché invariato. Ma la storia insegna che la schiavitù dei Popoli non è una condizione che si può protrarre all’infinito.

Antonio Bertinelli 7/11/2010 

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permalink | inviato da culex il 7/11/2010 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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