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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Down the drain
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2011


Le storie romantiche mal si conciliano con gli interessi della piovra economica-finanziaria che persegue l’omologazione dei Popoli nello sfruttamento di qualsiasi risorsa. L’impiego del Web ha sicuramente contribuito ad alimentare le rivolte dei giovani nel Maghreb, ma è lecito ritenere che l’organizzazione sia stata curata altrove e per fini egemonici su quel pezzo d'Africa in cui la Libia rappresenta il principale crocevia geostrategico. L’enfasi posta dai media sull’eroismo dei Tunisini e degli Egiziani spinti dall’anelito di libertà si scontra con il mancato riconoscimento dei giovani rivoltosi come attori politici centrali delle democrazie che si dicono in allestimento. Tutte le ribellioni verificatesi negli ultimi anni hanno visto muovere dietro le quinte i mallevadori del turbocapitalismo con in mano il vangelo del crescere, produrre, consumare e morire. Probabilmente, passata la tempesta, i fantocci asserviti al dirigismo anglo-americano saranno rimpiazzati con altri di nuovo conio. Non è accidentale che, ritenendo inevitabile l’esplosione del malcontento popolare, gli Usa abbiano cementato per tempo il rapporto con gli eserciti di Ben Alì e di Mubarak. Per quanto riguarda la Libia, a cominciare da Obama, non sono pochi quelli che si sono attivati per accreditare lo spontaneismo della rivolta di piazza e dell’effetto domino su tutta la dorsale mediterranea. Segnatamente in questo frangente possiamo ricorrere all’avveduta locuzione “excusatio non petita accusatio manifesta”. Gheddafi è un dittatore, come tale unanimemente riconosciuto, ma la situazione della Libia è notoriamente diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto. La loro vicinanza geografica non implica che ci sia comunanza di situazioni economiche, sociali e politiche. La Libia è tra i paesi africani col reddito pro-capite più elevato, possiede infrastrutture avanzate e le condizioni dei Libici sono migliori di tanti altri. Se qui si stesse dispiegando il furore delle masse contro il tiranno non sarebbe stata alzata una cortina fumogena pressoché impenetrabile. Si parla di carneficine di regime eppure, grazie alla potenza e alla copertura del cartello mediatico d’oltreoceano, ben rappresentato da General Electric, CBS/Viacom, Time Warner e News Corp, filtrano solo notizie palesemente preconfezionate. Il cartello del “Ministero della Verità Americano”, usualmente impiegato per la creazione ed il controllo della realtà, non può impedirci di ritenere che in Libia sia in corso un colpo di stato meticolosamente organizzato. All’opinione pubblica si nascondono le nefandezze dell’etablissement a stelle e strisce, ma quando serve si inventano persino dei genocidi, poi si incitano i governi alleati sia agli embarghi che alle guerre “umanitarie”. Vale la pena di rammentare come sia avanzata la libertà in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan. Al contrario di altri, Gheddafi, pur nella sua misera eterogenesi e con tutte le sue ossessioni, non è una marionetta messa lì dal capitalismo apolide per sfruttare le popolazioni e le ricchezze del continente africano. Le narrazioni mediatiche non si occupano mai delle dittature quando sono esercitate dai fedeli serventi delle multinational corporations, ma il vecchio beduino non lo è. Pur senza indulgere nei confronti dell’uomo e delle sue velleità dinastiche ci sembra che la sequenzialità delle sollevazioni sull’altra sponda del Mediterraneo dovrebbe far riflettere almeno qualche attento osservatore. Spesso le insurrezioni dei Popoli servono nella misura in cui aiutano la creazione di nuovi assetti di potere e quello che sta accadendo nel Maghreb puzza di normalizzazione mondialista. Sarebbe incauto ritenere un frutto della casualità l’articolo comparso circa venti giorni fa sul Washington Post, in cui l’ultimo dei Senussi, discendente di re Idris, si proponeva come candidato per il dopo-Gheddafi. Così come accade fin dai tempi della guerra di Corea, potrebbe far comodo che la Libia, realtà statuale da sempre autonoma, si spezzetti in due o tre entità tribali disposte a cogestire il business del petrolio con le Sette Sorelle. Se la perdita o la scorporazione delle sovranità nazionali appaiono distopiche per le relazioni paritarie tra Stati il “divide et impera” è funzionale ai disegni di un globalismo ecumenico e giacobino in costante riposizionamento, la cui forza sta nel rappresentare un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il pianeta. Ben Alì ha fatto solo rispettare la micidiale ricetta economica del Fmi, che in un ventennio ha destabilizzato l’economia nazionale e depauperato la popolazione tunisina. Anche la politica economica e sociale di Mubarak è stata dettata dal Washington Consensus. Se questi due figuri sono stati buttati nel canale di scarico, c’è una ragione in più per farvi finire anche Gheddafi. La situazione finanziaria mondiale, la recessione degli Usa, il vacillare della loro supremazia internazionale e la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche devono aver suggerito l’idea di aprire una falla nei già precari equilibri del mondo arabo. La storia del despota sanguinario che massacra il suo Popolo con una repressione belluina, fatta anche di bombardamenti aerei sui cittadini, sembra simile a quella delle famose armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Non esiste rivolta spontanea pacifica e disarmata in grado di occupare un’intera città come Bengasi, specialmente sotto le bombe dell’aviazione. L'Occidente in gramaglie per il presunto genocidio del rais libico, illo tempore, non versò lacrime per i bombardamenti del Kosovo che distrussero le imprese di proprietà statale anziché le caserme. A fronte di solo quattordici centri militari jugoslavi furono rasi al suolo trecentosettantadue stabilimenti industriali lasciando in giro migliaia di disoccupati. Nessuna fabbrica straniera o di proprietà privata fu mai toccata. I campioni della libertà non mettono in discussione l’invasione dell’Iraq, quella dell’Afghanistan, il lager di Gaza; non piangono per quei Popoli sparsi nella vasta area nordafricana e mediorientale che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia. La fine di Gheddafi si rifletterà di certo sui paesi europei che dovranno fare i conti con una situazione diversa sia per gli approvvigionamenti energetici che per tanti altri commerci. Per liberarsi di qualche autocrate che sbarra la strada ai nuovi programmi degli Usa non scomodiamo l’amore per la democrazia. Sia quelli utili alla grigia Russia di Putin che quelli utili alla radiosa America di Obama possono fare strame dei suoi più elementari principi. In Europa l’Italia docet.


Antonio Bertinelli 27/2/2011

Museruole nella storia
post pubblicato in diario, il 24 luglio 2010


Nel tourbillon delle dichiarazioni relative al Ddl sulle intercettazioni spiccano le posizioni di chi si attribuisce il merito di agire per contenere i danni dell'ennesima legge pro "casta". Contrariamente ai teorici dei compromessi, quasi sempre sfociati in inciuci realizzatisi fuori delle sedi istituzionali, così come dimostrano decine di leggi precedentemente varate e mai corrette o abolite dai governi subentrati, continuiamo a ribadire che determinate norme, e tra di esse quella in cantiere, sono semplicemente inemendabili. L'investitura elettorale, i meccanismi procedurali ed il patto che lega i nominati al loro signore garantiscono l'assolutismo della maggioranza, che non ha quindi alcuna necessità del soccorso degli "oppositori". C'è chi gongola, chi si sente "vincitore", chi si finge "sconfitto" e chi invece molto realisticamente ritiene che gli emendamenti approvati non abbiano privato il Ddl della sua carica venefica. Il numero delle leggi sibi et suis ha causato un'usura istituzionale fuori del tollerabile e riteniamo che il Governo debba continuare a segare da solo il ramo su cui è seduto. A quelli che si accreditano come trionfatori del braccio di ferro, in parte interno alla stessa maggioranza, va quanto meno rammentato che, nonostante le "migliorie" introdotte, il provvedimento spunta le armi investigative, abolisce l'articolo 13 della legge Falcone del 1991 ed uccide la vocazione libertaria del web imponendo l'obbligo delle rettifiche in 48 ore a tutti i gestori di siti informatici. Ab assuetis non fit passio. Al di là delle giustificazioni formali di qualche "vincitore" bisogna invece prendere atto che per la casta quod consuetum est, velut innatum est. Siamo talmente abituati al peggio della politica che solo l'imprevisto potrebbe suscitare la nostra meraviglia. Nel Regno Unito David Cameron e Nick Clegg coltivano l'idea di ridare voce al Popolo attraverso un sito internet a cui gli inglesi potranno scrivere per chiedere l'abolizione di norme ingiuste o che ritengono vessatorie. Mentre questo potrebbe essere solo un ballon d'essai della coalizione Lib-Con è invece certo che, con l'approvazione delle ultime leggi, in Italia sperimenteremo compiutamente il dispotismo democratico voluto dal nuovo uomo della Provvidenza e dai suoi sodali. Nel 1926 vennero istituiti i tribunali speciali con il potere di ammonire o condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza del regime. Oggi, in aggiunta ad un apparato normativo scritto a misura di white collar crime, esistono magistrati collusi con vari centri di potere che operano in nomine domini, eppure, malgrado ciò, si sta lavorando per tarpare definitivamente le ali a quelli immuni da contiguità politiche. Nel 1926 la stampa venne "fascistizzata" e i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive mussoliniane. In pratica venne abolita qualunque libertà di critica al regime. Oggi dopo aver pressoché conquistato il monopolio mediatico, specialmente in campo televisivo, si vuole boicottare la libertà di espressione garantita dal citizen journalism. La situazione generale italiana è pesantemente condizionata da una fitta rete di ricatti che lega piccoli e grandi ras, amministratori pubblici e privati, affaristi, politici, mafie e massoneria. Se non interverranno nuove forze il destino del Paese si compirà velocemente nella maniera peggiore. I tentennamenti sindacali, il disfattismo socialista ed il settarismo comunista resero impossibile un'opposizione organizzata alle mire di B. Mussolini ed i diversi episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia adeguata al grave momento storico. Le sottovalutazioni dirigenziali di alcuni partiti tra il 1919 e il 1922 causarono circa cinquecento morti dovute alle spedizioni punitive squadriste. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, fu ucciso nel 1923. L'anno successivo venne rapito e assassinato Giacomo Matteotti. Piero Gobetti, aggredito nel settembre 1924, minato dal pestaggio, morì due anni dopo. Giovanni Amendola fu ucciso nel 1925. Nel 1931 Michele Schirru fu fucilato solo per avere espresso l’intenzione di uccidere il Duce. Le "opposizioni" di oggi, tatticamente funzionali ai disegni del Governo, veleggiano su mari meno pericolosi e, risalendo di bolina il vento del cambiamento movimentista, pontificano sul protagonismo di N. Vendola. Il Fascismo, dopo aver sbaragliato eterogenee resistenze, e segnatamente quella di stampo anarchico, applicò con generosità il confino di polizia in zone disagiate della Penisola. Gli oppositori relegati furono oltre quindicimila, di cui centosettantasette morirono durante il soggiorno coatto. Dopo la soppressione delle libertà fondamentali e lo scioglimento di tutte le forze politiche ai dissidenti non restò che la via dell'abbandono del territorio nazionale, non soltanto per motivi di sopravvivenza fisica, ma anche per poter continuare una battaglia che in Italia era divenuta praticabile solo per vie sotterranee. Piccoli e grandi esuli, liberali, repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici, democratici senza referenti organizzativi e senza affiliazioni operarono in vari contesti territoriali (Francia, Argentina, Brasile, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Tunisia, Egitto, etc), assegnando centralità alla parola scritta. Libri, opuscoli, riviste, fogli ciclostilati e giornali antifascisti esprimevano un desiderio di progettualità per il futuro, riflettendo i bisogni di salvaguardia della memoria storica e dell’identità politica. La lotta dei transfughi, spesso perseguitati e uccisi anche all'estero, si avvalse di centinaia di pubblicazioni e di manifesti. Il primo quotidiano antifascista in lingua italiana pubblicato in Europa, la cui diffusione venne proibita in Italia fin dal 1923, fu "Libera Stampa". Il 1° maggio del 1923 uscì a Parigi “La voce del profugo” e il 3 giugno il quindicinale “Il profugo”. Il 1° maggio del 1924 nacque “L’Iconoclasta”; inoltre sempre in quell’anno alcuni anarchici diedero vita ad un giornale clandestino intitolato “Compagno, ascolta!”. Durante il 1925 proseguì la pubblicazione di giornali e riviste come  “La tempra” e “Il monito”, vide inoltre la luce il giornale "Falce e Martello", organo dei comunisti ticinesi. Dopo il varo delle leggi fascistissime, l’Unità, stampato su carta sottile, di riso, con caratteri piccoli e quasi impercettibili, diventò sinonimo di giornale clandestino. Manca poco tempo all'epilogo parlamentare del Ddl sulle intercettazioni. Qualora l'esito fosse infausto, il blogger che non vorrà soggiacere ai rischi della legislazione liberticida dovrà ricorrere ad amici stranieri per acquistare un dominio all'estero. Nella probabile ipotesi che il sito venga oscurato dalle autorità italiane i suoi lettori potranno munirsi di un programma (proxy) per la navigazione "triangolata" ed accedere comunque ai contenuti del blog. Se alcuni possono impunemente legiferare nel proprio interesse perchè altri non dovrebbero aggirare la museruola imposta al web nazionale?

Antonio Bertinelli 24/7/2010    
Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
L'albero della cuccagna
post pubblicato in diario, il 5 giugno 2010


E’ un elenco infinito quello degli amministratori (dal ministro al consigliere comunale) che utilizzano la carica dissipando ricchezze comuni e per fare i propri interessi. Quando era Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi il debito pubblico era pari a circa il 13% del Pil, oggi si aggira verosimilmente intorno al 117%. Viene detto che la dilatazione della spesa si è verificata per sostenere le politiche sociali e per pagare le pensioni ai falsi invalidi. In realtà il debito è cresciuto insieme alla piovra del malaffare alimentata dai tenutari delle Istituzioni centrali e periferiche, con l’eccessiva remunerazione del capitale finanziario a discapito di qualunque sostegno alla crescita economica, con l’incoraggiamento dell’evasione fiscale e, in ultimo, con la rinuncia al governo della moneta, La Francia e la Germania hanno avuto sempre un eccellente Stato sociale eppure hanno un rapporto debito Pil del 78% e del 77%, dunque ben distante da quello italiano. Proprio quelli che per dissolutezza ci hanno portato in questa situazione si ergono a tutori dell’austerità, fanno finta di ignorare che anche la totale autonomia delle banche centrali configge con gli interessi della collettività e scaricano sulle spalle dei più deboli tutti i sacrifici derivanti dalle loro scelte. Gli Stati soccombono di fronte all’imperialismo economico-finanziario e i Popoli finiscono per pagarne il prezzo più alto. Si parla tanto di terrorismo internazionale, eppure in questa galassia diversamente cresciuta e spesso strumentalmente alimentata ci sono realtà nate solo dall’imposizione di un modello di sviluppo antropofago. Ci sono i pirati somali, ex pescatori malnutriti che hanno visto morire le barriere coralline, scomparire i tonni e le aragoste a causa dello scarico di rifiuti tossici da parte delle nazioni industrializzate. I “terroristi” che si aggirano nei villaggi e nelle grotte andine sono stati cacciati dalle società petrolifere, dalla costruzione di dighe e di centrali elettriche. Molti guerriglieri e narcotrafficanti messicani possedevano fattorie, coltivavano mais prima che il North American Free Trade Agreement facesse scendere il prezzo pagato agli agricoltori del 70%. Il libero commercio, nel rincorrere il profitto immediato, sta fagocitando Paesi, risorse e culture, sta portando alla rottura del patto sotteso al Welfare State. Le grandi città dell’Occidente cominciano a somigliare a quelle dell’America latina, la miseria crescente arriva persino a due isolati dalla White House. Anche l’Europa ha le sue baraccopoli, si trovano a Lisbona, a Napoli, ad Atene, etc. L’Italia, come altre nazioni occidentali, non è più industrialmente competitiva e la globalizzazione sta creando un tipo di disoccupazione strutturale. Al fenomeno si aggiungono poi gli effetti della scelte politiche che ci stanno trascinando nel circolo vizioso della povertà e dell’ignoranza. Basta guardare al generale sottodimensionamento degli organici aziendali, all’Isola dei Cassintegrati, alla cura subita dal settore dell’Istruzione e al bando di concorso per fare didattica universitaria a titolo gratuito o a rimborso simbolico di un euro. C’è da aggiungere che, nonostante la propaganda dei telegenici, i loro mandanti, per evitare che si arrivi al “prosciutto”, spalmano continuamente di grasso l’albero della cuccagna. Non sarà mai possibile ripianare un debito pubblico auto-rigenerante. Il signoraggio bancario implica il depauperamento degli Stati e l’arricchimento imperituro di quelle élites internazionali che indirizzano le dinamiche economiche e politiche su scala mondiale. Qualunque manovra finanziaria, e segnatamente in Italia, dove la democrazia parlamentare è commissariata dalle mafie, per quanto stringa il cappio intorno al collo dei cittadini, non sarà mai sufficiente per liberarsi dal debito. Mario Draghi preme per la sua riduzione e si dice preoccupato per le problematiche occupazionali. Il Governatore sa bene che, nonostante le massicce alienazioni delle aziende e dei beni pubblici ceduti in cambio di carta stampata dalle oligarchie tipografiche, la perdita della sovranità monetaria è servita e serve a perpetuare la vecchia ma sempre più avida bancocrazia anglo-americana, di cui la Bce è una degna emanazione. Sa che questo genere di mercato libero, anche nel caso di una ripresa economica, continuerà a produrre disoccupazione nei Paesi sviluppati e sfruttamento in tanti altri. Negli Usa le tutele dei lavoratori sono quasi nulle e l’indebitamento, sia quello statale che quello familiare, raggiunge livelli astronomici. Grazie a zelanti e ben remunerati maggiordomi il sistema economico-finanziario americano è stato trasposto in Europa, ma come non constatare che la crisi dell’euro sia oggi particolarmente utile alla rivalutazione del dollaro? Non è forse un problema che i cinesi stiano riducendo l’acquisto dei Treasury bonds? Come mai le agenzie di rating americane si attivano nel fare annunci tanto ingiustificati quanto tempestivi? Chi sta scommettendo contro Eurolandia? Come mai il gatto e la volpe, che si affannavano a rassicurarci sulle condizioni dell’Italia, in questi giorni si sono affrettati a varare una manovra finanziaria correttiva? Il nostro disgraziato Paese, già immolato sull’altare della globalizzazione, deprivato della sovranità monetaria, è anche affetto dal parassitismo dei soliti noti per i quali ogni mezzo è buono al fine di fare affari a detrimento dell’interesse generale. Mentre negli States, pur gravati da un debito che tra pubblico e privato raggiunge il 300% del Pil, esiste un codice penale in grado di colpire velocemente e duramente i reati finanziari, qui da noi è stata emanata una pleiade di norme per assicurare l’impunità ai colletti bianchi, per non disturbare gli intrecci esistenti tra crimine organizzato e crimine economico. Finanche gli ex compagni ci hanno raccontato che bisognava liberarsi dello Stato oppressivo ed inefficiente, così sono stati svenduti tutti i settori strategici dell’economia. Oggi ci raccontano che bisogna mettere un freno alla Procure che si ostinano ad indagare e a perseguitare gli Italiani onesti abusando della legge, così il Parlamento si accinge a “riformare” la normativa sulle intercettazioni. Anche il web, gli editori e la stampa suscitano l’anomalo interesse del legislatore, peraltro in contrasto con le direttive europee. Nel mondo anglofono esiste una consuetudine di etica pubblica che si ispira ai principi dell’honesty is the best policy e dell’accountability. In altri paesi europei è considerato disonorevole violare le regole. In Italia il sigillo del potere proviene sempre dalla solita oscura matrice, quella delle stragi, degli omicidi eccellenti, dei depistaggi, dei servizi segreti deviati (?), delle confraternite, delle cupole mafiose, ed oggi chi governa mira pure ad eliminare qualunque forma e qualunque possibilità di controllo democratico.

 

Antonio Bertinelli 5/6/2010

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