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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Non è tempo di giubilei
post pubblicato in diario, il 15 novembre 2011


In questi giorni il governo Berlusconi è stato sciolto per consentire l’insediamento di un governatore “straniero”. Molti di quelli che nutrivano disistima per questo esecutivo gioiscono ignari della spericolata manovra condotta dal Capo dello Stato in omaggio ai mercati, che sarebbe meglio definire tout court banche d’affari. Al di fuori di queste non esistono investitori capaci d’imporre tassi d'interesse insostenibili al finanziamento degli Stati privi di sovranità monetaria. Le colpe del “licenziato” sono molteplici ed è notorio che i principi costituzionali non fossero tenuti in grande considerazione dal governo delle cricche. Qualche organo d’informazione e molti blogger hanno condotto in tal senso una battaglia senza quartiere. A dire il vero la Costituzione, nella sua rigida stesura, va stretta un po’ a tutti i professionisti della politica nazionale ed è stata bypassata più volte anche da chi avrebbe dovuto garantirne il rispetto. La legge n. 270/2005 (meglio conosciuta con il nome di Porcellum) è in contrasto con la Carta che prevede l’elezione diretta dei parlamentari. La legge n. 85/2006 ha modificato il concetto e ridotto le pene per gli attentati contro l’indipendenza, l’unità e l'integrità dello Stato, contro gli organi costituzionali e la Costituzione. Il Trattato di Lisbona (approvato all’unanimità nel 2008) sovrasta e mette in subordine il dettato costituzionale. L’art. 11 della Carta viene aggirato chiamando le guerre missioni di pace o attribuendo loro aggettivi e scopi rassicuranti. Il Presidente della Repubblica, nel conferire a Mario Monti l’incarico di formare un nuovo governo, ha assunto quel ruolo politico che il suo mandato non prevede. Sarà un caso che in questi ultimi giorni Giorgio Napolitano abbia parlato di riforme costituzionali? Quasi tutti quelli che hanno da sempre denunciato o mal digerito i difetti, e a volte le oscenità, del governo Berlusconi, non fanno di certo gli schizzinosi davanti alla procedura irrituale che ha tolto di mezzo il fardello. Peccato che l’euforia non riguardi l’esito di una partita di calcio ma il futuro dell’Italia. Già perché l’accantonamento del primo ministro non è avvenuto per via ordinaria, ma su input di poteri sovranazionali interessati, oltre che all’ampliamento dei loro spazi geopolitici, alla ristrutturazione degli assetti economici dell’Italia e non certo alle sorti del popolo italiano. Non vogliamo avventurarci in paragoni improponibili tra il premier dimissionato e quello incaricato, ma il cursus honorum del secondo, se è ineccepibile come potenziale a.d. di una grande corporation, non è tale come capo di un governo desideroso di affrancarsi dal gioco al massacro condotto dai globalisti euro-anglo-americani. L’insediamento di Monti non conviene a tutti. Può convenire alla “casta” nell'indicarlo come unico responsabile di scelte impopolari, può far comodo agli incantatori di serpenti per annunciare gravemente che “la festa è finita” (ovviamente non la loro), può servire all’Ue dei banchieri che hanno in pancia parecchi miliardi di titoli finanziari tossici, può contribuire all’illimitato arricchimento della banca d’affari Goldman Sachs. Monti non prometterà ai cittadini un milione di nuovi posti di lavoro, non si trastullerà facendo l’illusionista, non ci scandalizzerà con i suoi costumi. E’ persona di tutt’altro stile, ma realizzerà esattamente tutto quello che lo ha spinto a sostituire l’”impresentabile”:  reperire quattrocento miliardi di euro, impoverendo ulteriormente il ceto medio, svendere quello che è rimasto del patrimonio comune, mettere un’altra volta le mani sui contratti dei dipendenti pubblici e sul sistema pensionistico. Nessuno oserà mai rilevare che un’infinità di giovani precari e disoccupati vive grazie al lavoro dei genitori o alle pensioni maturate dagli stessi. Non bastava la crociata di Renato Brunetta conclusasi con la sospensione delle assunzioni, le decurtazioni retributive, i blocchi contrattuali, l’interruzione delle progressioni economiche, la liquidazione della “buonuscita” posticipata fino a due anni. Adesso, per chi ha iniziato a lavorare da ragazzo, si profila il rischio di dover andare in pensione dopo quarantanove anni di contributi, in attesa di superare i sessantasette anni di età. Dopo la somministrazione della terapia voluta dalla mano invisibile della global class staremo peggio dei nord-americani, sulla cui miseria trovano modo di fare business anche le banche. Per evitare che le indennità di disoccupazione impigriscano troppo i lavoratori, negli Usa i dipendenti licenziati non ricevono più l'assegno di sostegno direttamente dagli enti locali, ma viene consegnata loro una "card" della JP Morgan. Nessuna indulgenza per il governo mignottocratico, per i Cicchitto, le Gelmini ed i Sacconi, ma non rallegriamoci per l’insediamento di un tecnico allevato, cresciuto ed incensato nel culto del mito neoliberista. Le turpitudini del ceto politico disgustano, ma le occupazioni finanziarie dei paesi e le guerre umanitarie hanno bisogno di governi fantocci, di parlamenti corrotti, di apparati statali inefficienti. L’Agenda della global class è serrata, come dimostrano i ridondanti bombardamenti della Libia, i sanguinosi disordini coltivati in Siria e le aggressioni mediatiche contro l’Iran. Non è da ieri che le élites dominanti puntano a riorganizzare l’Italia secondo i dogmi di Milton Friedman. Il monarca deposto, per più di un motivo, e non certo per le sue conclamate “dissolutezze”, è diventato semplicemente disfunzionale. Le opposizioni parlamentari non offrono tutte le garanzie richieste ed eccoci dunque prossimi ad essere governati da un autorevole membro del club Bilderberg. Anche attraverso il ferreo commissariamento dei governi nazionali, di sicuro non peggiori di chi li manovra, sta calando sull’Europa il buio di una notte senza sogni.

Antonio Bertinelli 15/11/2011   
Dall'Alpi alle Piramidi
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2011


A conclusione dei cortei pro-Costituzione prendiamone pure atto, non c’è rimasto partito politico in grado di bloccare l’ultimo assalto alla principale fonte del Diritto. Appare fatale il diffuso servilismo nei confronti del boss, a sua volta servile nei confronti dell’Europa e delle intimazioni anglo-americane per nulla mitigate da un Presidente insignito del Nobel per la pace. Le genuflettessioni al gendarme d’oltreoceano garantiscono al governo carta bianca sul piano interno consentendogli, senza inciampi, se non quelli rappresentati dalle critiche della stampa estera, di mettersi fuori dalle regole democratiche vigenti in tutti gli altri paesi occidentali. Di tanto in tanto qualche dissidente sembra voler gorgheggiare, ma poi finisce come tutti gli altri per attenersi agli spartiti obbligati dalla spinta egoica, dalle consuetudini paganti del berlusconismo, dalle direttive economiche comunitarie e dalle prescrizioni del verbo globalizzante. L’Europa è stata ormai travolta ed assoggettata dai discendenti di quei colonizzatori partiti nei secoli scorsi alla conquista delle Americhe. L’italia non ha un ceto politico degno di farsi valere né sul vecchio Continente, né altrove. E’ diventata il naturale Far West del Cavaliere, dei suoi amici, delle mafie, di cordate fameliche e di cricche senza scrupoli, è la terra elettiva di buffoni piroettanti prima convertiti al cannibalismo internazionale imposto dalla “civiltà superiore” e poi fattisi zerbini per gli stivali del nuovo duce. Sinistra e destra, categorie ormai sfumate nell’uniformismo partitico, fanno a gara per sedersi al tavolo da gioco dell’incomparabile baro. Ieri la Magistratura costituiva una garanzia di terzietà e Gheddafi era un amico, oggi la prima è un malcelato ingombro sulla via degli affari e il secondo costituisce un vulnus per gli ineffabili paladini della democrazia. La riforma epocale della Giustizia, a prescindere dalle dichiarazioni ad usum populi, vedrà i parlamentari fare a gara per accontentare il padrone e, nel contempo, aumentare le probabilità di non finire in galera, cosi come dimostrano i ritocchi normativi del ventennio trascorso. L’eventuale spezzettamento tribale della Libia, a danno dell’Europa e della stessa Italia, causerà meno indignazione di quanto ne abbia causata da sempre la comoda dittatura del colonnello verso il quale la cedevolezza dei nostri governi è stata sempre rigorosamente bipartisan. Dal “fratello” Prodi agli xenofobi in camicia verde, con buona pace dei diritti umani violati nelle carceri e nei deserti del rais. Se Gheddafi riuscirà a sottrarsi al disegno egemonico che sta cambiando gli assetti di potere nel Maghreb il nostro Paese, richiamato all’ordine da Obama, pagherà più amaramente di altri le inspiegabili defaillances dei Servizi segreti, l’incapacità politica dell’utile clown e dei suoi irresponsabili vessilliferi. I teatrini televisivi sono un capolavoro insuperabile di spudoratezza e di fariseismo. Al malessere continuo delle piazze, stanche di un’architettura sociale precaria e logora, nauseate dalla corruzione della classe dirigente, sfiancate dall’avvicendamento di innumerevoli magliari e con difficili prospettive di aggregazione, fa da contrappunto l’insussistenza del Pd, il doppiopesismo dell’Udc e le rampogne parolaie di Fli, ovvero le opposizioni in maschera. Di riforma in riforma, di legge in legge, di trattato in trattato, nel rivoluzionare qualunque condivisibile ordine di priorità valoriale, gli Italiani stanno subendo, parafrasando Hegel, le dure repliche della storia. Se un tempo i militanti di destra e di sinistra miravano alla conquista del potere per rincorrere la loro visione del mondo, oggi, senza alcuna idea, compiacenti e garbati come il tizio del famoso pizzino televisivo, si accontentano finanche di un piccolo podere. Che glielo garantisca un satrapo o un qualunque altro componente della razza padrona non fa alcuna differenza. Isonomia, isotipia ed isegoria sono astrusi concetti filosofici misconosciuti ai fautori del piano di rinascita democratica. E’ così che “progressisti” e “conservatori” sono giunti a perorare la causa di una giurisdizione a geometria variabile, a denigrare pretestuosamente il dettato costituzionale, a far passare di contrabbando il Trattato di Lisbona, a dissolvere l’identità nazionale, ad asservire i cittadini ai loro interessi di bottega ed ai programmi illuminati dell’agape globalista. I “sinistri”, pur contestando il berlusconismo, hanno accettato l’ineluttabilità delle sue fruscianti ragioni. Insieme ai “destri”, pur contestando la globalizzazione, hanno abbracciato i suoi assiomi fino a tollerare che quel modello di sviluppo venisse imposto anche con la forza delle armi. Per i pupari e per i pupi funzionali al sistema la riservatezza e la menzogna sono gli strumenti principali con i quali si assicurano il dominio sulle folle. La meticolosa ed efficace cassa di risonanza mediatica afferma apoditticamente che la Giustizia necessita dei cambiamenti ideati dagli azzeccagarbugli del premier, ma ciò e tanto vero quanto lo è l’asserita ineluttabilità oggettiva ed amorfa del processo di globalizzazione in atto. L’invocata riforma epocale sulla giurisdizione serve a piegare quel poco che resta dell’indipendenza dei magistrati. La presunta fatalità del “libero” mercato consente ad un piccolo gruppo di grandi investitori di governare intere nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa, i debiti pubblici e la regolazione dei tassi d’interesse. Subordinare pubblici ministeri e giudici al potere esecutivo significa garantire l’impunità totale al white collar crime. Inneggiare alle rivoluzioni pilotate comporta il rischio di rimanerne inconsapevoli vittime. Continuando a sostenere il pavido monarca, tra un balbettio ed un distinguo, o peggio sbavando come i celebri cani di Pavlov, gli attori della scena politica ci faranno finire peggio di come siamo finiti con Casa Savoia. Accettando supinamente le decisioni di clan familiari quali Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor ci troveremo presto ad essere le mere comparse di una vita grama, appiattita dall’Artico all’Antartico e mercificata dalla culla alla bara. Al dissenso da tubo catodico, alla disapprovazione paludata del più grande, suo malgrado, partito d’opposizione, verrebbe quasi da preferire l’agire radicale e apertamente distruttivo dei casseurs, degli anarchici e dei nichilisti d’ogni risma.

Antonio Bertinelli 12/3/2011 
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

In articulo mortis
post pubblicato in diario, il 14 novembre 2010


“A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta”. Semiramide, regina assira, in virtù delle sue prerogative reali, dichiarò infatti lecito quanto più le risultava gradito. La “casta” ha dato vita a strutture di potere tanto lontane dalle necessità dei cittadini quanto idonee a realizzare i propri disegni, a dare contorni reali alle proprie smanie, a fare bottino portando il debito pubblico a punte da record internazionale. L’irresistibile ascesa dei furbi, che hanno diffuso il mito dell’individuo vincente, ha portato al ridimensionamento della solidarietà e della cooperazione. La democrazia si è così tramutata in una lotta senza quartiere tra fazioni contrapposte per il possesso della cassaforte comune. Sia i destini personali dei cesaristi che di numerosi loro avversari politici hanno poggiato sulla rovina pubblica, per cui l’allegra vita del maestro o dei suoi epigoni è solo l’aspetto più appariscente ma sicuramente meno esiziale per lo stato presente e futuro della Democrazia. Al conflitto d’interessi per eccellenza, quello dell’Asso Pigliatutto, si sono aggiunti tanti altri conflitti, che vedono il moltiplicarsi di rapporti incestuosi tra controllori e controllati, sia negli organismi pubblici che in quelli privati. Ci sono dissonanze in Parlamento, nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni. I duemilaquattrocentotrentaquattro consiglieri delle aziende quotate in borsa ricoprono mediamente tre poltrone ciascuno, centottantaquattro di loro hanno dieci incarichi ed uno ne ha ben sessantasette. E’ inoltre ragguardevole il conflitto delle banche, socie della Banca d’Italia istituzionalmente preposta a controllarle. La legislazione degli ultimi venti anni, quando non palesemente “estorsiva”, ha imbalsamato l’apparato giudiziario, ha rafforzato imperi finanziari, in primis quello di Cesare, ha impoverito le masse ed ha riportato gli Italiani nelle condizioni tipiche dei sudditi. L’attuale governo, in articulo mortis, prima di congedarsi, vuole smantellare i residui normativi ancora rimasti a tutela dei lavoratori. Come se non bastassero i danni prodotti ed una generazione di giovani, a cui è rimasto solo il web per dare sfogo alla propria impotenza, il capo dell’esecutivo, prossimo ad essere sfiduciato dai suoi vecchi sodali, intende resistere. Dopo aver dato vita ad una dinastia e dopo aver sottoscritto l’andazzo di sempre, in base al quale fanno affari o trovano collocazioni ad hoc esclusivamente parenti, amici, amici degli amici, delfini e finanche trote, è comprensibile che l'autocrate voglia trasferire il “diritto” al premierato nelle mani degli eredi. A prescindere dai desideri dell’uomo di Arcore, il suo astro è visibilmente in discesa. Per quanto lo scioglimento di questo governo rattristi solo i berlusconiani duri e puri, sarebbe bene che gli Italiani cominciassero a guardare oltre l’orizzonte accantonando ogni forma di fideismo. Il Paese è in affanno come non mai e non si possono attribuire tutte le colpe ad un solo responsabile. Ci sono stati infiniti complici ed insospettabili correi. Se i comunisti europei hanno pagato pegno alla celebrata “conversione” di Michail Gorbacëv, anche il pensiero liberale gode ovunque di pessima salute. John Stuart Mill lanciò un attacco frontale alla scienza economica del suo tempo quando la stessa cominciò ad identificare il benessere economico e sociale con la crescita senza limiti dei profitti. Ogni sincero liberale assegna allo Stato le politiche di redistribuzione della ricchezza, la giustizia sociale e tutte quelle funzioni che possano essere scritte lecitamente nel patto democratico tra governanti e governati. Il berlusconismo ha rafforzato l’oscena ragnatela poggiata sull’indissolubile connubio tra mafie, politica, massoneria, banche, grande imprenditoria e servizi segreti. Il neoliberismo, fuori e dentro i confini nazionali, ha rifinito l’opera per far maturare una regressione sociale permanente. Dunque non è più questione di nomi o di giubbe, né è più tempo di correre dietro alle false promesse di un qualche demagogo a mezzo servizio. La pur assillante questione morale interna non deve distogliere da quello che succede altrove. In Portogallo due giovani su dieci sono precari (li chiamano “ricevute verdi”), in Spagna i Paesi Baschi sono diventati il laboratorio continentale della repressione, in Francia c’è un contesto nazionale esplosivo, nel Regno Unito gli studenti sono stati colpiti con tasse universitarie insostenibili. Le performances poliziesche italiane sono più o meno in linea con quello che accade in altri Paesi, dove gli emissari di Eurolandia, per garantirsi qualunque sfruttamento del territorio, l’impiego di manodopera a basso costo e la permanenza di lucrosi squilibri sociali, ricorrono ai manganelli, ai lacrimogeni, ai provocatori, agli infiltrati, alle spie e alle manette. La classe dirigente italiana grufola nel fango, ma non bisogna dimenticare che la servitù euroatlantica è divenuta del tutto incompatibile con le conquiste civili del passato. L’informazione “libera” si occupa troppo spesso di scandali circoscritti a questo o a quel personaggio mentre ignora che la costruzione europea, al di là della retorica, si è tradotta in un generale e sistematico peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. I governi europei fanno da esattori delle imposte per conto del Fmi e l’intero ceto politico italiano, più di altri, ha la briglia lunga quel tanto da far passare per ineluttabile la soggezione alla Bce. Nell’indignazione generale per i costumi del monarca non una sola voce si è mai levata in tutti questi anni per superare il contingente e dire anche: meno Mercato, meno Borse, più Welfare, più Sovranità politica ed economica, più Sindacato, più Giustizia, più regole. L’Italia non può sopportare ancora a lungo gli insulti del malaffare endemico così come l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della finanza. A conclusione del G20 di Seul tutti i partecipanti hanno manifestato l’intenzione di procedere d’amore e d’accordo. Mario Draghi è stato incaricato di redigere e completare la lista delle banche a rischio sistemico. Il dopo Berlusconi sembra ormai avviato ed è ristretta la rosa dei papabili. E’ probabile che un esecutivo transitorio diretto da qualche economista fidelizzato overseas possa aggiungere nuove spine al martirio. Durante la stesura provvisoria della Carta in commissione ristretta alcuni inserirono la frase: "Quando i pubblici poteri violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino". Il plenum della Commissione dei Settantacinque non ritenne opportuno aggiungerlo all’art. 50. Con buona pace di qualche ministro e degli stessi estensori del Trattato di Lisbona, riteniamo che il diritto di resistere alle prevaricazioni sia comunque legittimato dal principio della Sovranità Popolare stabilito dall’art. 1 del dettato costituzionale.

Antonio Bertinelli 14/11/2010         

Dritto e rovescio
post pubblicato in diario, il 27 giugno 2010


Si rimane un po’ perplessi se un giudice ci telefona per verificare gli eventuali legami con un nostro omonimo, del cui caso si sta occupando. Anche apprezzando il gesto, viene spontaneo riflettere sul fatto che certe apprensioni possono radicarsi solo nel nostro hinterland culturale. Chi indossa la toga, e lo fa in scienza e coscienza, sperimenta giornalmente i mali dell’apparato giudiziario. Sa che i “clienti” dei tribunali si trovano, spesso loro malgrado, inseriti in una sorta di gioco dell’oca disseminato di trabocchetti così da rendere incerti i tempi e gli esiti della causa. Sa che per gli imputati e per gli attori eccellenti sono state costruite delle corsie preferenziali per giungere alla definizione di un giudizio conforme ai loro desiderata. Quanto deve sorprendere se un magistrato, dopo aver preso atto che l’intero sistema è disfunzionale ad un’equa amministrazione della Giustizia, ritiene consono aiutare un amico? Le battaglie contro il Diritto sono ormai datate ma, in questi ultimi anni, le catapulte degli assedianti vengono usate soprattutto per lanciare pietre contro la Costituzione. Proprio in questi giorni si è accesa la polemica relativa alla creazione di un Dicastero la cui finalità precipua è quella di garantire al neo ministro la possibilità di avvalersi del “legittimo impedimento” per non presentarsi alle udienze come imputato di ricettazione ed appropriazione indebita. All’estero si chiedono come possiamo sopportare tutto ciò. La domanda è ancor più giustificata dal distacco che la politica esprime nei confronti delle emergenze economiche e finanziarie del Paese. A fronte di una legislazione divenuta ipertrofica al solo fine di garantire l’impunità alla classe dirigenziale, assistiamo ai delitti quotidiani consumati contro le piccole imprese e i lavoratori dipendenti. Si è da poco conclusa la manifestazione della Cgil, che ha visto scendere nelle strade cittadine un milione di persone. Prossimamente, dalla Federazione della Stampa, sarà coordinata una piazza dei diritti e delle libertà, che cercherà di superare gli steccati dell’”appartenenza”, contro i tagli iniqui e i bavagli di varia natura elargiti dai governanti. Forse i rituali di un tempo che fu non sono più adeguati alla gravità delle circostanze. Sulle nostre teste si è addensato un immenso strato di nuvole minacciose, dovuto sia alla crisi dell’intera Ue che alle ossessioni legislative della “casta”, incurante dei problemi reali dell’Italia. La cruciale situazione europea vede la stessa Svizzera in guerra contro i quarantamila frontalieri italiani che accettano paghe troppo basse tanto che, in Ticino, persino i socialisti e il sindacato stanno infrangendo il fronte della solidarietà tra lavoratori. Il turbocapitalismo della globalizzazione sta producendo danni ovunque e, in Eurolandia, sta vedendo l’affermazione di una destra inconsuetamente propensa alla politica delle tasse da far pagare prevalentemente ai più poveri Sembra che l’imperativo dei governanti, tralasciando gli stimoli alle economie e abbandonando i sostegni al Welfare State, sia solo quello di riportare i conti pubblici sotto controllo. Viene spontaneo dedurre che se i disagi sociali crescono i consumi calano. In presenza di tale fenomeno come si potrà evitare una recessione lunga e profonda? Mentre il premier discetta sulle “assolute necessità” degli Italiani, di cui egli stesso è propugnatore ante litteram, il ministro del tesoro stringe i cordoni della borsa e spreme le meningi per non intaccare rendite e privilegi. Quando ci regaleranno la prossima manovra finanziaria a spese di chi sta sempre peggio? Non è lecito supporre che G. Tremonti, pur di non mettere le mani nelle tasche dei suoi amici, potrebbe deprimere ulteriormente il potere d’acquisto degli Italiani incrementando le aliquote Iva?. La marcia congiunta dell’inossidabile duo, per usare la frase di un ex maestro venerabile, ci ha portato oltre i margini della rivolta e alle soglie della Bastiglia. Non tutto è da prendere per oro colato, ma quando aumenta il livello di sofferenza di un Popolo è probabile che si inneschino dinamiche complesse dagli epiloghi imprevedibili. Gli ultrà del liberismo alla Friedman hanno rafforzato lo Stato delle mafie, dei privilegi e degli abusi, hanno aumentato i patrimoni dei ricchi ed hanno portato tutti gli altri al regresso socio-economico. Le scelte del Governo hanno rafforzato un blocco di potere con interessi del tutto antitetici a quelli dei cittadini. Lo stupro delle leggi ad uso e consumo dei lestofanti procede all’unisono con le loro prepotenze e favorisce unicamente le loro razzie. Il livello di abiezione istituzionale si misura anche dal modo con cui ci si pone di fronte alle direttive e alle regole internazionali, che si accettano e si applicano solo se gradite a corte. E’ particolarmente significativo come il Governo abbia ultimamente rifiutato di introdurre nel codice penale un’esplicita definizione di “tortura” così come raccomandato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu. Di male in peggio, a fronte di una disoccupazione in aumento e di un attacco inopinato al mondo del lavoro, lascia davvero esterrefatti la baldanza della Confindustria il cui centro studi assicura che siamo fuori della crisi. Continuando di questo passo il convoglio Paese finirà per intero fuori dei binari e i nostri incubi peggiori diventeranno quanto mai tangibili. La storia della politica italiana, “porcellum” compreso, e gli effetti devastanti dovuti all’accentramento dell’informazione televisiva, non permettono di coltivare speranze su una soluzione di tipo elettorale. Abbiamo visto cosa hanno partorito il “consociativismo” legislativo dell’opposizione “sinistra” e il radicamento capillare del sistema cooptativo. Abbiamo assistito al cambio di rotta della Lega che, da partito di lotta, si è trasformata in bizantino partito di Governo ed oggi riesce a tenere insieme, più che altro, ignoranti, individualisti e xenofobi. D’altronde il passato insegna che le rivoluzioni nascono dalle minoranze. La Società Civile annovera tante forze antagoniste e queste dovrebbero trovare il modo per coagularsi intorno ad un programma comune, finalizzato a correggere tutti quegli squilibri che appaiono sempre di più insostenibili. Quello che stiamo subendo non dipende da un imprevisto cataclisma naturale, ma è frutto di azioni criminose preparate a tavolino, che vanno contrastate con assiduità e risolutezza.

Antonio Bertinelli 27/6/2010

Il gioco dei quattro cantoni
post pubblicato in diario, il 21 giugno 2010


Gli ultimi anni del XIX secolo segnarono il fallimento dei tentativi riformistici per risanare il bilancio dello Stato, particolarmente caldeggiati dal ministro delle finanze Sidney Sonnino. Il Parlamento, rifiutando una maggiore equità fiscale da realizzare attraverso alcune imposte sulle rendite, decise di ricorrere alla tassazione indiretta gravando così sui consumi di massa, quali sale, alcool, zucchero, fiammiferi, gas, elettricità, etc. Tali scelte, dopo un insostenibile rincaro del pane, portarono alla nascita di proteste popolari in Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Puglia e in Lombardia. Nel 1898, in occasione dei tumulti di Milano, il generale Fiorenzo Bava Beccaris fece prendere a cannonate la folla provocando una strage. Come segno di riconoscimento per la brillante operazione il prode ufficiale fu decorato con la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia ed ottenne un seggio al Senato. Nel 1900 Gaetano Bresci, per vendicare i morti milanesi e per lavare l’offesa della decorazione assegnata a Bava Beccaris, sparò ed uccise il re Umberto I. Per celebrare Bresci, a Carrara è stato eretto un monumento; a Prato, suo luogo natale, l’anarchico è stato fatto salire agli onori della toponomastica cittadina. A volte gli eroi erano “creati” dagli storici, a volte era lo storiografo che correggeva le versioni ufficiali, a volte era il Popolo che sceglieva i propri campioni. I tempi che corrono sono avari di eroi e la modificata percezione collettiva scambia per tali quelli che salgono alla ribalta della Tv. L’orda furiosa che sta travolgendo il mondo del lavoro predilige i coatti e tende ad illuderli con il miraggio di un miglioramento che, alla luce dei fatti, non sembra realizzabile. L’Italia sgangherata, corrotta e graveolente non è più in grado di esprimere figure carismatiche capaci di opporsi alla vittoria di Thanatos. Il cuore di ferro e le visceri di bronzo del potere politico-economico-finanziario sostengono la ragnatela dell’inganno, ovvero le teorie del profitto infinito sia personale che aziendale. Per la nostra classe dirigente, solidarietà e cooperazione sono parole vuote di cui empirsi la bocca solo davanti ai microfoni. I media allineati e coperti del monarca ignorano il darwinismo sociale in atto, con la demonizzazione di tutte le idee che non rientrano nei suoi canoni, tacciono sulla sua pretesa di stabilire chi deve vivere e chi deve morire, non spiegano come esso si intrecci indissolubilmente con il modus operandi delle iene calate sul terremoto dell’Aquila, con le vicende dell’Omsa, della Vinyls, della Merloni, dell’Eutelia, di tante altre crude realtà aziendali, inclusa la stessa Fiat. Le continue mortificazioni dell’impianto normativo, della stessa Costituzione sono parti integranti di un piano organico che ha sostenuto degli attacchi senza precedenti contro lo Stato sociale, contro i dipendenti pubblici, contro la scuola, la quale ha subito un taglio occupazionale di centotrentamila unità, ed ora sostiene l’amministratore delegato del gruppo Fiat che impone i suoi dictat a Pomigliano d’Arco. E’ rivelatore quello che scrivono oggi gli operai polacchi prossimi ad essere abbandonati come inutili bestie da soma: “(…) Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi (italiani nda) di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso (...)”. In quel di Pomigliano non c’è in gioco solo il futuro occupazionale di quindicimila persone, indotto compreso, ma si sta ipotecando il domani di tutti i lavoratori. Lì, prendendo la gente per fame, si sta creando il precedente storico per poi avere gioco facile ovunque. Se è comprensibile che nessuno voglia prendersi la responsabilità di spingere gli operai della Fiat a rifiutare la minestra è altrettanto comprensibile che l’esito del prossimo referendum condizionerà inevitabilmente il destino lavorativo di tutti gli italiani. Lasciamo volentieri ai tribuni della Confindustria la possibilità di suggerire che è meglio un qualunque lavoro che la disoccupazione o che è meglio lavorare alla catena di montaggio invece di rimanere precario a vita. Vorremmo invece ricordare, in particolar modo ai “compagni” del Pd, che Frederick Winslow Taylor mise a punto la sua organizzazione scientifica del lavoro nella seconda metà del XIX secolo e che questa, pur avendo ritrovato lustro, nelle sue peggiori espressioni, in Cina, non merita di essere ancora esaltata. Ridurre i movimenti inutili, fare solo quelli necessari e in un tempo esiguo, vivere in uno spazio geograficamente determinato e dimensionalmente predefinito per tante ore è, oltre che pericoloso, semplicemente alienante. D’altra parte bisogna riconoscere che il modello di sviluppo subito in forza di leggi e trattati internazionali porta a svendere la propria forza lavoro e chi non lo fa è considerato un fallito destinato all’apartheid sociale. Il gioco dei quattro cantoni è stato già sperimentato con successo nei paesi anglofoni e l’Italia, tramite i suoi governanti, sta cercando di guadagnare in fretta le posizioni perdute per collocarsi adeguatamente nel sistema. Così la mano invisibile del mercato rifinirà l’opera già intrapresa dalle mani sporche che si sono appropriate totalmente della Res Publica. Non è accidentale che si parli oggi di modifiche all’art. 41 della Costituzione. Il dettato non è affatto obsoleto e se lo si vuole modificare è solo perché si vorrebbe erigere a valore indiscusso non la libertà, del resto già prevista, ma la tracotanza d’impresa. Per rendere più difficile la possibilità di accedere alla Giustizia, con la finanziaria 2010, è stato abolito l’esonero dal contributo unificato per le cause relative a controversie di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, nonché per le liti di previdenza e assistenza obbligatorie. Come è noto, oltre ai magistrati senza aggettivi ci sono, tra gli altri, anche i soliti “prudenti” e accade sempre più spesso che qualcuno di questi si appelli ad un cavillo espositivo per ignorare la palese violazione di un diritto, dichiarare l’attore soccombente e condannarlo pure alle spese processuali. In tal modo l’ardito che ha osato chiedere semplicemente il dovuto, così come stabilito inequivocabilmente dalla legge, impara a non disturbare più il padrone. Parlavamo di eroi e della loro attuale scarsità ma forse, senza evocare gesta impavide, per contenere gli effetti di questo capitalismo si potrebbe iniziare a fuggire dal culto dei suoi feticci e dai ronzii delle sue mosche cocchiere.

 

Antonio Bertinelli 21/6/2010


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permalink | inviato da culex il 21/6/2010 alle 0:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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