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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
En attendant Godot
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2011


L’investimento speculativo sostenuto dai banchieri a discapito dell’economia reale ed il neoliberismo applicato nelle fabbriche si sono trasformati in un incubo. Le grandi banche, dopo aver sanato le perdite dovute alle avventure finanziarie da loro stesse alimentate, con l’intervento dei governi che hanno scaricato il peso del money manager capitalism sulle spalle dei cittadini, hanno chiuso i cordoni della borsa. Adesso pretendono che gli Stati rientrino velocemente nei parametri stabiliti riducendo i propri debiti, impedendo così ai Paesi già privati di sovranità monetaria di spendere a deficit per produrre ricchezza. Di qui la serie infinita di tagli alla spesa pubblica, welfare incluso, e conseguente aumento della povertà. Le piccole imprese con problemi di liquidità finiscono per soccombere. Quelle più grandi, dovendo essere competitive sui mercati internazionali, comprimono i costi del lavoro e mirano ad ottenere la massima produttività delle maestranze. La corsa globale comanda norme di concorrenza prevalentemente nell'area dei fattori produttivi più fragili, ad iniziare dalla forza-lavoro L’Italia è ingabbiata dall’euro e dai connessi patti di stabilità. Come se non bastasse, ha pochi grandi imprenditori, soprattutto avvezzi a spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici e a contare sugli aiuti di Stato per produrre ed innovare. I dobermann dell’Ue non ci perdono di vista. Proprio ieri il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha chiesto riforme strutturali molto decise e continuative per rilanciare la nostra bassa produttività lavorativa. Avrà solo voluto spezzare una lancia in favore di Sergio Marchionne? Del resto anche il solito inossidabile gag-man ritiene giusto che Mirafiori venga abbandonata al suo destino in caso di un esito “negativo” del referendum imposto dall’a.d. della Fiat. Siamo finiti sotto la tutela di organismi finanziari privati, come il Gbm, la Fed, il Fmi, il Wto, la Bce e numerosi Think Tanks, che dirigono le economie mentre i governi ed i parlamenti, beetle-brains funzionali ai poteri forti, producono indebitamenti, svendono patrimoni comuni, riscuotono tasse, ma non si occupano di emergenze sociali. I governi “progressisti” hanno osteggiato la nazionalizzazione della Banca d’Italia ed hanno consegnato il Paese nelle mani della finanza anglo-americana. Ma chi è rimasto a credere che Berlusconi abbia trattato la vicenda della dismessa Alitalia per tenere alta la bandiera tricolore o che commerci con Gheddafi e Putin per affrancarci dalle servitù energetiche consolidate illo tempore? Le decisioni economico-politiche sono proprie di poche superpotenze, assoggettate ad oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Le grandi corporations controllano sia i cicli del mercato che la borsa mondiale. Il diritto internazionale è ormai subordinato alle volontà incontrastabili di banche e finanza. Il General Agreement on Trade in Services, un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio entrato in vigore nel 1995, parallelamente all’accordo per l'abbattimento dei dazi nazionali, è sottoscritto anche dall'Italia. In questo quadro i partiti politici si sono posti al servizio di intoccabili e giganteschi interessi privati. Il turbocapitalismo domina i processi di globalizzazione dall'alto dei “palazzi” di Londra, Francoforte, New York, Washington, Shanghai, etc. La stessa Europa non fa che generare organi di controllo economico sottratti a ogni valutazione popolare ed investiti di poteri assoluti. Le aspirazioni dei “progressisti” sono andate deluse e l’attuale governo conservatore ha dato il colpo di grazia a ogni pur minima speranza di una più equa redistribuzione del reddito. Con la crisi che ha travolto l’Occidente sono aumentate le fusioni tra colossi ed i grandi hanno divorato i piccoli. Il Popolo, ingannato dai media più potenti e dall’omertà che lega quasi tutti i soggetti politici, continua a vivere prigioniero del più grande reality mai realizzato nel corso della storia. Romano Prodi si gode un “pensionamento” dorato; Silvio Berlusconi, quando e se deciderà di mollare la presa, potrà ritirarsi ad Antigua; Gianfranco Fini suggerisce ulteriori spoliazioni pubbliche per sanare il deficit statale; gli avvoltoi fanno giri sempre più stretti sulle carcasse rimaste da spolpare. Il Pd, dopo una serie infinita di inconfessabili inciuci, senza neanche aspettare l’aiuto dei nuovi rottamatori abbagliati dalle luci di Arcore, continua a liquefarsi. Il “canadese”, che tiene a cuore le sorti degli operai, preferisce mantenere la sua residenza fiscale in Svizzera, dove paga in tasse un'aliquota del 30%, anziché quella italiana del 43%. Insomma chi può si tiene ben lontano dai sentieri della virtù sempre invocati dallo zelante Trichet. Riandando col pensiero al vecchio operaio che, fuori dei cancelli dello stabilimento torinese, piange sul divide et impera lasciato cadere sui suoi colleghi, nell'attesa surreale dell’ora del giudizio, ci sovviene qualche verso di G.G. Belli: “Eh! ppanza piena nun crede ar diggiuno. Fidete, fija io parlo pe sperienza. Ricchezza e ccarità sò ddù perzone che nnun potranno mai fa cconoscenza”.

Antonio Bertinelli 14/1/2010

Mysterium iniquitatis
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2010


Alle elezioni di metà mandato presidenziale si sono presentati solo il 9% degli statunitensi con età compresa tra i 18 e i 29 anni. Alle ultime elezioni europee la media dei votanti è stata pari al 43% degli aventi diritto. Il crescente astensionismo elettorale che sta caratterizzando le “democrazie mature”, dal nostro punto di vista, è il principale segnale di frattura tra governi e cittadini. In molti Paesi gran parte dei potenziali votanti rifiuta di partecipare attivamente alla competizione elettorale tra fazioni politiche artatamente contrapposte. C’è numero crescente di Italiani che, malgrado le acrobazie mediatiche finalizzate a “decerebrarli”, è nauseata dai pagliacci asserviti alle oligarchie economico-finanziarie o ai desiderata dell'incontinente maharaja. Attori, comprimari e comparse di questo circo recitano una serie di sintagmi imparati a memoria, brillano di luce riflessa e compensano il disonore (se mai ne avvertissero il peso) con sostanziose remunerazioni e molteplici benefit. I cittadini, combattuti tra rassegnazione e ripulsa, esterrefatti dalla ridondanza dei vari Waylon Smithers Jr, sembrerebbero condannati indefinitamente all’autismo. Prima gli Usa e poi tutti gli altri Paesi dell’Ue hanno capitolato di fronte all’impero centralbancario, hanno consegnato le loro ricchezze e il controllo delle loro economie alle multinazionali, senza la pur minima consultazione popolare. Se stiamo parlando di Stati celebrati come vibranti democrazie e rappresentanti politici regolarmente eletti va da se chiedersi, come accade in alcuni territori del Sudamerica, con demócratas como éstos, cómo no va a estar en crisis la democracia? Le democrazie in cui viviamo sono basate sull'autotutela di élites mascherate, che hanno tutti i privilegi delle aristocrazie storiche senza peraltro averne nemmeno gli obblighi. La storia dello Stato Italiano, dalla nascita fino ad oggi, e dei suoi poteri forti, non è una storia limpida. Il prefetto Cesare Mori riuscì a far espellere un membro del Gran Consiglio del Fascismo per collusione mafiosa, riuscì a spazzare via l’ala militare della mafia siciliana. Quando cominciò ad indagare sulle complicità del mondo politico Benito Mussolini lo ringraziò pubblicamente, lo fece nominare senatore e lo mise definitivamente a riposo. Non meno significative sono le vicende che hanno visto l’ambasciatore italiano, informato per tempo del golpe argentino, blindare le porte dell’ambasciata per impedire ai braccati e ai richiedenti asilo di accedervi. La dittatura di Jorge Rafael Videla non turbò né il Ministero degli Esteri, né gli affari delle imprese italiane come Ansaldo, Eni-Iri, Falk, Fiat, Impregilo, Impresit, Magneti Marelli, Pirelli, etc. Secondo i testimoni sopravvissuti alle persecuzioni e che hanno deposto in tribunale, alcune volte, sono state le stesse aziende a fornire ai militari gli elenchi dei sindacalisti più combattivi. Correvano i tempi della P2. “Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, incasellato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù”. Pierre-Joseph Proudhon visse quando esistevano le monarchie assolute, ma questa sua considerazione si attaglia conclamatamente all’Italia odierna, dove coloro che non vogliono assoggettarsi ad umilianti infeudamenti finiscono tra le vittime designate del sistema. Quanto è sottile la linea che separa la sopportazione dalla rivolta? La Lega, che una volta contestava gli sprechi, usufruisce del finanziamento pubblico per arrivare alla secessione della “Padania”. Il Governo di cui fa parte odia il welfare state, ciò che consente anche a chi non ha i mezzi economici l’accesso a quei servizi-diritti che sono ritenuti inalienabili, come il lavoro, l’istruzione e la salute. La nostra “democrazia” è tutta sbilanciata in funzione di quelli che hanno già, con una tale carenza di equilibratori sociali da ricordare le peggiori immobilità di quell’ancien régime in cui si muoveva a suo agio le Roi Soleil. Sono tanti i volti del misterium iniquitatis ed uno è quello di una Repubblica parlamentare, su base costituzionale, avvitata intorno al saccheggio dei beni pubblici e alle paure giudiziarie di chi non mette limiti alla propria voglia d’impunità über alles. Se il modello di sviluppo occidentale mostra ovunque la corda, in alcuni Paesi la politica cerca almeno dei percorsi alternativi. In Italia spicca invece la violenza delle Istituzioni attraverso la mortificazione intellettuale, la devastazione del territorio, la caccia al “diverso”, la museruola al “nemico”, le schedature e l’impiego di reparti antisommossa. Il Belpaese è pieno di cadaveri, ci sono quelli resi tali dallo Stato, dalle mafie e dalla massoneria, ci sono quelli delle privatizzazioni, dell’economia in affanno, della finanza creativa, del debito pubblico e del neoliberismo. In aggiunta ai miasmi ed ai veleni di certe discariche, si respira l’aria pesante di divieti, di arresti e di denunce pretestuose, di una violenza sottile che sta considerando troppi cittadini come criminali da spiare, che favorisce prima lo sfruttamento della forza-lavoro migrante e poi l’internamento nei Cie, che sta accreditando i lavoratori come fannulloni irresponsabili, che ha trasformato i precari ed i parasubordinati in soggetti senza tutele previdenziali. L’allegra brigata, contrariamente a quello che lascia intendere attraverso i comunicati televisivi dei suoi corifei, oltre a legiferare per se e per gli amici, rappresenta anche la summa di politiche predatorie, antisociali, xenofobe e liberticide. Oltre a perpetrare tante sottili coazioni, ha lasciato spazio ad un omertoso apparato “securitario” che ormai esita fisiologicamente in violenza aperta. Il rapporto tra “normalità” e “devianza” sta assumendo nuovi paradigmi ed il conflitto sociale, con i suoi numerosi poli di contestazione, secondo l’esecutivo, va neutralizzato in ogni modo. Se le popolazioni americane ed europee debbono fare i conti con situazioni oggettivamente difficili, gli Italiani debbono vedersela altresì con quel datato coagulo dove si saldano le pulsioni di Gianfranco Fini, le libidini di Umberto Bossi e gli interessi personali, nonché giuridicofobici, di Silvio Berlusconi, inestricabilmente connessi a dispetto dell’osannato legalismo del primo. I loro ascari stigmatizzano la violenza di chi lancia uova, sottolineano lo scarso senso civico di chi blocca le strade che conducono a discariche realizzate in violazione delle direttive comunitarie, condividono le giustificazioni globaliste di Sergio Marchionne, ma consentono che determinate sentenze della Magistratura finiscano nelle more dell’attività giurisdizionale, privando di dignità e reddito i lavoratori più “scomodi”. L’allarme lanciato da Mario Draghi ad Ancona, per quanto possa in parte ritenersi frutto delle sue ambizioni di governo, è pienamente giustificato. La protervia e la repressione non possono essere le uniche risposte fornite dallo Stato. Pupi e pupari sanno bene che il loro potere non deriva dalla percentuale degli elettori che si recano alle urne. Se prossimamente andasse a votare anche un numero esiguo di Italiani, come avviene consuetudinariamente negli Stati Uniti, tutto potrebbe rimanere pressoché invariato. Ma la storia insegna che la schiavitù dei Popoli non è una condizione che si può protrarre all’infinito.

Antonio Bertinelli 7/11/2010 

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Tercer pais
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2010


Per quello che emerge dalla maggior parte giornali e dalla Tv sembra che la crisi economica mondiale non ci riguardi più di tanto. Da come se ne parla e scrive fin da luglio, a rendere insonni le notti degli Italiani, provvede la vicenda catastalmonegasca che coinvolge il Presidente della Camera dei deputati. Eppure si potrebbero raccontare e tentare di risolvere centinaia di storie preoccupanti che riguardano famiglie in difficoltà, realtà produttive che spariscono e, in generale, il declassamento dell’Italia in ambito internazionale. Con l’avallo di questo governo la linea industriale liquidazionista appare ogni giorno più marcata. Ultimamente la foia smantellatrice sta interessando anche Fincantieri, con il settore navale in procinto di rivedere i carichi di lavoro e deciso a ridurre le maestranze. In linea teorica spetterebbe ad ogni esecutivo, per quanto raffazzonato, stilare un piano d’emergenza per garantire l’occupazione in uno dei settori ancora in grado di offrire prospettive di sviluppo al Paese. Invece gli operai che manifestano a Castellamare di Stabia possono ottenere al massimo una comparsata televisiva di qualche secondo diluita nel mare magnum delle chiacchiere fumogene che irretiscono gli habitués del piccolo schermo. Oltre la siepe del berlusconismo c’è il buio con le sue ombre a cui questo Parlamento di nominati non può, né vuole guardare. La più grande forza di “opposizione” si fa specchio del Pdl finanche nel riprodurre internamente tanti sterili “distinguo” sul nulla. Le parole e le divisioni dei maggiorenti pidini sono tanto utili al Paese quanto lo sono i sofismi degli azzimati portavoce di Futuro e Libertà. I primi si industriano, da tempo immemorabile, per omologarsi al peggio, senza mai ritenersi soddisfatti delle loro performances in sintonia con i desideri del padrone. I secondi, da sedici anni corresponsabili di inenarrabili porcate legislative, provano a convincerci che, malgrado il persistente abbaiare, una loro defezione in corso di Legislatura violerebbe il “contratto” sottoscritto con gli elettori. I dirigenti dell’Idv spingono per il ripristino della legalità e si pongono come alfieri dei più deboli, ma debbono fare i conti con i numeri di cui dispone il partito e con alcuni suoi discutibili organigrammi. I grillini potranno ascendere agli alti scranni soltanto in futuro e presumibilmente in quantità omeopatica. La galassia delle formazioni politiche a sinistra del Pd, costituita da almeno otto sigle, rimarrà forse definitivamente fuori delle assemblee legislative. Con l'augurio che l’intera Società Civile riesca a coagularsi intorno ad un nuovo polo, tutto da inventare, sorge il dubbio che il pensiero di Karl Marx non sia proprio “morto” del tutto. Se l’ode funebre al filosofo ha preso le mosse dal fallimento del socialismo reale, fino a diventare una delle ossessioni del principe, la sua declamazione non ha esorcizzato l’incalzare degli eventi. Le strade della ragione, del Diritto, della giustizia e dell'equità sono diventate ogni giorno sempre di più accidentate. Di pari passo è stata profusa a piene mani la pedagogia della prevaricazione. La frase con cui si apre il primo capitolo del “Manifesto”, “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classe”, è ancora la migliore chiave di lettura per interpretare quanto accade in ambito economico. Se si tralascia l’aspetto seducente di certe promesse marxiane non è anacronistico ritenere che il pensatore di Treviri abbia messo a punto uno strumento singolarmente efficace per comprendere anche le aumentate discrepanze della società occidentale. Che si pensi alla lunga teoria di norme giuridiche prèt-à-porter o alla governance dell’economia è di un’evidenza abbagliante riscontrare come la classe egemone “proclami di non avere altro scopo che il guadagno”. Il vaniloquio di regime oscura la realtà e ci sta portando lentamente verso uno sbocco di tipo sudamericano. In base al Pil, il Messico rappresenta la tredicesima economia mondiale. La distribuzione della sua ricchezza è però così dissimile da far riscontrare sia situazioni socio-economiche da primato che altre analoghe a quelle del Burundi. Il marciume, la disuguaglianza e la violenza scombinano la vita dei cittadini, la sensazione d'insicurezza serpeggia ovunque mentre un’élite avida ed impunita si serve della televisione per opprimere o catturare il consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. La corruzione guida dall’interno la Polizia e la Magistratura. Il sistema giudiziario permette a delinquenti, narcos, mafiosi e politici di prendersi gioco delle leggi. L’Italia non ha particolari affinità culturali con il Messico ma, per entrambi, sono significativi alcuni tornanti storici. Quando, nel 1947, gli Usa impedirono ai messicani di accedere in tutti i modi ai vaccini contro l’afta epizootica le loro mandrie vennero distrutte dal contagio così tanto da squassare l’ossatura economica del Paese. L’apertura dei mercati nel 1994, con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement, causò la scomparsa dei profitti degli agricoltori messicani, i quali, di conseguenza, cominciarono a coltivare piante di cannabis e papaveri da oppio, consentendo la proliferazione esponenziale del narcotraffico. La vita politica del Messico è stata praticamente monopolizzata da un unico partito, tra i capi di governo succedutisi si può annoverare anche il Presidente della Coca Cola, Vincente Fox. L’Italia, fin dalla nascita della Repubblica sotto l’ombrello “pane e lavoro” degli Usa, non ha mai goduto di una vera sovranità nazionale. Il suo tracollo definitivo è iniziato con l’esplosione del villaggio globale, con il ritrarsi dello Stato dall’economia e con l’abbattimento delle frontiere doganali. Il premier, fornito illo tempore di sostegni adeguati all’uopo, seppure con corifei dissimulati sotto le più diverse bandiere, ha creato sostanzialmente il suo partito unico, non fa mistero di quanto sia sensibile al proprio business, a quello degli amici, come e più del management di una multinazionale. Le cure praticate dai governanti messicani hanno prodotto il cosiddetto tercer pais, ovvero una grande striscia di territorio dove non esiste il controllo statale sugli investimenti, dove tutto è lecito, dove il profitto e la corruzione non conoscono limiti. Da noi, per cogliere i risultati della terapia messa in atto dai governi, basterebbe collocare, soltanto per qualche giorno, microfoni e telecamere fuori degli acquari curati da Raiset. Per zoomare la ventennale decadenza italiana sarebbe sufficiente ascoltare i “fannulloni” del trio Brunetta-Tremonti-Gelmini, soffermarsi davanti ad una scuola “riformata” o ad un’azienda in crisi, andare sull’isola dell’Asinara, far parlare i ricercatori dell’Ispra o i nuovi esuberi dell’Alitalia, dare voce ai metalmeccanici della Fiat o ai cassintegrati della Fincantieri. Il nostro drogato tercer pais è in attesa della messa a dimora di improbabili ulivi, si distrae con la saga dei Tulliani e, mentre a Terzigno (Na), sommerso dai rifiuti, si consumano scontri tra dimostranti e poliziotti, soggiace ormai persino alle acrobazie verbali di un transfuga per caso.

Antonio Bertinelli 25/9/2010
Politically incorrect
post pubblicato in diario, il 4 settembre 2010


I promotori della libertà sono in attesa che si sciolga l’oracolo di Mirabello. Gianfranco Fini è diventato il novello omphalos della politica. Al netto degli equilibrismi finiani c’è urgenza di affrontare tutte quelle variabili che si intersecano con i metodi e le scelte di questo governo. Non va dimenticato che l’ex compagno Massimo D’Alema, illo tempore convertitosi al linguaggio e alle ricette dei cerusici del neo-liberismo, ebbe a dire: “Noi abbiamo bisogno dei capitalisti, ne abbiamo bisogno di più, e che siano aggressivi, che facciano bene il loro lavoro. Ecco perché dobbiamo fare le privatizzazioni”. I blandi effetti sul debito pubblico di quell’esortazione, peraltro largamente condivisa, sono scomparsi in un battibaleno e le implicazioni in rapporto all'assetto del Paese nella suddivisione internazionale del lavoro, dello sviluppo economico, dell’equità sociale sono ormai sotto gli occhi tutti. Tra poco arriverà un nuovo autunno caldo. Come possiamo attenderci che un qualche capitano di ventura possa mettere a punto un programma idoneo a restituire “normalità all’Italia? Le sue troppe peculiarità, berlusconismo compreso, si sono agilmente inserite in una trama dominata da forze che non conoscono confini, né controlli. Le oligarchie finanziarie transnazionali hanno messo in piedi una macchina devastante che, avvalendosi di qualunque espediente, più o meno lecito, mirando ad egemonizzare il sistema economico produttivo ed il commercio, sta travolgendo interi popoli in nome del mondialismo felice. I suoi profeti affermano che il traguardo si potrà raggiungere solo con la creazione di una Lega delle Democrazie la cui guida dovrà essere assunta dagli Usa. Per la creazione di blocchi continentali, con annessa frantumazione interna degli Stati che li compongono, siamo già a buon punto. La Ue è stato un ottimo trampolino di lancio ed è solo uno degli ingredienti di un disegno proteso a costituire un governo globale a cui si debbono aggiungere il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'Unione Asiatica, la Comunità Economica Eurasiatica, il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell'Africa, l'Unione del Nord America, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, il Sistema d'Integrazione Centroamericana, etc. Il messianismo globalista afferma di voler stabilire l'uguaglianza tra tutti gli esseri umani al di là delle barriere formatesi per le diverse appartenenze nazionali. In realtà vuole che i cicli produttivi siano spalmati in diverse zone del pianeta, desidera la libera circolazione delle merci, crea manodopera in eccesso, sostiene la politica dei bassi salari, pretende la flessibilità del mercato del lavoro, incoraggia masse di derelitti a fuggire dai Paesi più indebitati per cercare migliore destino in altri territori. Dopo la caduta del muro di Berlino, certi accadimenti hanno preso sempre maggiore velocità. Il decennio 2010 sarà cruciale per tutti, Italia in primis. I guitti della politica, con i loro doppi discorsi, si dissociano dalla società civile negando con gli atti quello che affermano con le parole. Nessuno chiede spiegazioni e solo qualche opinionista “impertinente” osa mettere a nudo la scostumatezza di questo o di quel personaggio, prescindendo naturalmente dalla sua collocazione in un contesto ben più significativo e scantonando dagli argomenti più “pericolosi”. Giorni fa il Financial Times scriveva che l’Italia ha bisogno di una rivoluzione a livello politico e non di superare soltanto il parossismo contingente. I riflessi della nostra situazione si leggono meglio che altrove nel rattrappimento dei consumi alimentari. Il tasso di disoccupazione è inferiore a quello europeo solo grazie alla Cig. Da Gennaio sono quasi settecentomila i lavoratori messi in cassa integrazione. I “precari in deroga”, se mai riavranno il loro lavoro, potranno aspirare ad un'instabilità protratta sine die. L’Italia è uno dei Paesi che più degli altri risente della crisi in atto e non riesce a diminuire i rischi con le proprie manovre economiche, facendo precipitare così le condizioni di reddito e sociali delle famiglie. C’è un collasso dell’economia reale interna e lo vediamo in numerosi casi: l’Eutelia, la Vinyls, l’Elettrolux, la Bialetti, la Tirrenia, la Fiat, etc. Ogni giorno muore un pezzo d’Italia. Le nefandezze della politica le sta pagando anche l’Istruzione. Vista l’entità dei tagli agli organici le classi saranno ancora più affollate dell’anno scorso e i disabili saranno costretti a misurarsi con una riduzione delle ore di sostegno riservate ad ogni allievo. I governanti dovrebbero sapere che attualmente non esiste alcuna locomotiva capace di trascinarci verso una ripresa forte e stabile dell’economia. E’ storicamente dimostrato che le politiche di austerità fanno crollare i consumi, deprimono i redditi ed inoltre diminuiscono le possibilità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, sia pubblici che privati. Per evitare la deflagrazione prossima ventura occorrerebbe una politica economica ben diversa da quella sottoscritta e messa in atto da Giulio Tremonti. Andrebbe rivista la progressività fiscale, si dovrebbe operare uno spostamento dei carichi impositivi, andrebbe ristretto l'accesso del piccolo risparmio, degli enti locali e dei depositi previdenziali al mercato finanziario. Tra l’altro, e più significativamente, si dovrebbe abbandonare la logica per cui solo le grandi imprese private hanno titolo nel garantire lo sviluppo ed il successo delle forze produttive. La “casta” potrebbe essere chiamata a compiere scelte “gravi” per restituire all'Italia un'autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell'occupazione. Più che che le divinazioni su quello che deciderà Fini servirebbe un vero spirito di squadra al fine di raggiungere quegli obiettivi diventati davvero improcrastinabili per tutti i cittadini e non solo per un’esigua minoranza. Chi potrebbe avere i numeri per organizzare una sana e solida formazione politica del tutto fuori degli schemi? Herbert Marcuse, e dopo di lui tanti sessantottini, voleva al potere l’immaginazione, unico strumento adatto a comprendere le cose nella loro variegata potenzialità. Noi ci accontenteremmo di tanti onesti Rossi, Russo, Ferrari, Esposito, Bianchi e così via nippando.

Antonio Bertinelli 4/9/2010
Non sempre ai tuoni segue la pioggia
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2010


Il potere è facoltà di disporre della libertà altrui, di influenzare, controllare, guidare la vita di una comunità politica attraverso una mescolanza variabile di strumenti, compresi quelli coercitivi e non ultimi quelli mediatici. Il potere, da sempre, si presenta come possibilità di dominio. L'identificazione di potere e ingiustizia permette a Trasimaco di sostenere che l'ingiusto, essendo forte, è in grado di sopraffare i giusti e quindi di trarne vantaggio anche attraverso la produzione normativa. In questa società del possesso dove i valori tradizionali, se mai chiamati in causa, sono sbandierati per ingannare il prossimo, i camaleonti hanno buon gioco. Con i governi avvicendatisi dopo Tangentopoli il vecchio padrone delle ferriere, anche se con tecniche maggiormente sofisticate rispetto a quelle del passato, è tornato più forte di prima. Imbaldanziti dalle innovazioni in materia giuslavoristica e dal clima politico di questi ultimi anni, i grandi prenditori dettano legge. La vicenda dei tre operai della Fiat licenziati e reintegrati non è unica. Ci sono stati tanti altri casi dove quanto stabilito dal giudice non ha sortito l’effetto sperato perché le aziende hanno scorporato il ramo interessato dalla sentenza o hanno cambiato ragione sociale. Nel caso di Sergio Marchionne si presenta una situazione più articolata. Alle spalle dell’a. d. della Fiat c’è  la Philip Morris, multinazionale statunitense dai poliedrici interessi commerciali, che è tra quelle più beneficiate dalle privatizzazioni serbe seguite allo smantellamento della vecchia Jugoslavia. Figuriamoci quanto possono ormai incidere i politici italiani sulle scelte tattiche di certi colossi. Visto fin dove siamo arrivati, accantonando gli ideali dietro cui non è facile nascondersi dopo tanti anni di fiancheggiamento, ci sorge spontaneo chiedersi come mai Gianfranco Fini abbia rotto con il Pdl e lo ha abbia fatto solo ultimamente. Ormai oltre che tra i governanti il marcio è nello stesso spirito delle leggi. Ci sono norme che attaccano il mondo del lavoro, che riducono la trasparenza, che mortificano il libero mercato e la capacità imprenditoriale; che vanificano la concorrenza, che promuovono la formazione di cartelli e di consorterie varie, spesso vere e proprie associazioni a delinquere. Poi ci sono quelle nate esclusivamente ad usum domini. Dopo aver subito le varie “riforme della Giustizia”, la legge non è più uguale per tutti e lo sarà sempre di meno. C’erano una volta la maggioranza che “governava” e l’opposizione che “controllava”. Ora esistono il partito del fare e poi tutti gli altri, a volte in ordine sparso ed altre volte uniti nel malaffare coltivato e promosso da lobbies nazionali ed internazionali. Parafrasando Giorgio Bocca non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile che la disonestà al potere. Ed allora perché, mentre tutti gli altri reggono il sacco ben sapendo che se cade il boss finisce il banchetto, i finiani sembrano intenzionati a rompere il sodalizio? Uno dei molti problemi dell’Italia, peraltro già indebolita come Paese della Ue, dall’euro e dalla globalizzazione, non è tanto stabilire chi si candiderà alla successione di Silvio Berlusconi ma è quello di trovare i modi per sconfiggere il disegno di sovvertire il suo assetto costituzionale e le opportunità per sganciarsi dal new world order. Tutte le operazioni del capitalismo transnazionale, che sono parte integrante del Washington Consensus, stanno dividendo il pianeta come una torta ed anche noi ne stiamo pagando gli esiti. Lo sanno sia G. Tremonti che P.L. Bersani, ma non ne parlano. Sinistra e destra, fittiziamente contrapposte, sono fuse con i programmi e con le strategie affaristiche sia di Confindustria, sia quelle d’impronta anglo-americana che hanno visto i prezzi dell’oro quadruplicare rispetto al 2001. L’Italia è diventata il far west delle “libertà” dove alle scorrerie dei berluscones si sono aggiunte persino quelle di Mu'ammar Gheddafi, che adesso vuole arrivare a detenere il 10% dell’Eni. Come sanno bene certi intraprendenti pugliesi e come sanno anche i cattolici di C.L. i soldi non puzzano, gli affari non conoscono confini o colori di partito. Nel Pd odierno si fa appena cenno alla situazione economica, all’impoverimento dei cittadini alla débàcle del sistema produttivo e alle speculazioni. Gli ex aennini hanno votato tutte le leggi che sono serviti al capo e ai suoi sodali. Parlare di legalità solo oggi è davvero un fatto curioso. Può e vuole Fini realizzare un blocco politico-sociale a presidio della Repubblica? Diversi fatti ci portano a pensare che dietro ai finiani ci siano interessi mossi da Wall Street, dalla City e dalla Commissione Europea. Niente di nuovo sotto il sole. Difficile immaginare che a questi tuoni segua la pioggia. Abbiamo visto Massimo D’Alema spianare la strada all’impero mediatico di Berlusconi, abbiamo visto conferire ad Emma Bonino  l’Open Society Prize di George Soros, abbiamo visto Fini insignito della Menorah d’Oro, abbiamo visto celebri arrampicatori nominati Gentiluomini di Sua Santità. Oggi spezziamo una lancia in favore della piazza per un’Italia che vuole rinascere dalle macerie, e non solo quelle dei terremoti, sotto cui è stata sepolta.

Antonio Bertinelli 30/8/2010

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Fatti quotidiani e poteri permanenti
post pubblicato in diario, il 18 luglio 2010


Le lordure ed i fatti giudiziari che coinvolgono l’esecutivo in un continuo crescendo quotidiano stanno alimentando un nuovo tormentone. Vedremo presto la realizzazione di un “governo di salute pubblica”? Il 21 aprile del 1993 Giuliano Amato, dopo aver visto traballare il suo Governo sotto le indagini della Magistratura, si dimise passando il testimone a Carlo Azeglio Ciampi. La politica fece un passo indietro per lasciare spazio alla governance tecnocratica voluta dagli ideatori del ridisegnamento geopolitico e geoeconomico globale. La sinistra opera di adesione ai dettami sovranazionali ha portato ai noti sconquassi nel mondo del lavoro e in quello produttivo che ancora oggi persistono. Se facciamo un raffronto dobbiamo riconoscere che lo sprezzo per la legalità dei politici odierni ha raggiunto picchi ineguagliabili rispetto ai loro predecessori. I governi di centro-destra hanno assicurato una sostanziale depenalizzazione di due reati: il falso in bilancio e l’abuso di ufficio, inoltre hanno dato impulso a nuovi possibili equilibri corruttivi attraverso la creazione di una lambiccata architettura contrattuale e finanziaria (project-financing, general-contractor, global-service, facility-management, etc.) così da evitare le regole e i controlli tipici della contabilità pubblica. Contrariamente a quello che succedeva agli inizi degli anni novanta, quando i partiti abbandonavano al loro destino corrotti e corruttori, concussi e concussori, oggi la “casta” fa quadrato intorno agli inquisiti ed ai condannati. Mentre all’epoca di “mani pulite” la corruzione costava cinque miliardi annui attualmente ne costa cinquanta/sessanta. Sicuramente la televisione condiziona la visione del mondo e per suo tramite si esclude scientemente il cittadino dalla Polis evitando che l’indignazione monti proporzionalmente allo scempio amministrativo che subisce l’Italia. La fiaba del “nemico giudiziario” che vuole delegittimare il Governo, propinata dalla Tv in tutte le salse e senza lesinare gli effetti speciali, lascia il tempo che trova. In realtà l’ingordigia e la faccia tosta di questa classe dirigente hanno pochissimi riscontri nella storia della prima Repubblica. Sugli scranni del Parlamento siedono attualmente ventiquattro pregiudicati, novanta tra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa eppure la qualità dei servizi pubblici è scadente ed il welfare si sta contraendo senza soste. I costi della politica raggiungono primati internazionali, ma si lascia credere che il dissesto dei conti pubblici dipenda dai trattamenti pensionistici riservati ai disabili. L’ultima manovra finanziaria prevede, tra l’altro, anche una stangata per le Forze dell’Ordine. Un giovane poliziotto percepisce milleduecento euro mensili, le scorte per la “casta”, incluse quelle accordate più per status symbol che per necessità, costano cento milioni all’anno. Non sono comunque questi i parametri con cui vengono valutati i governi nelle stanze dove essi vengono creati e sostenuti. Libertà, legalità e media indipendenti non sono temi che interessano particolarmente i maggiori centri di potere se non per costruire scenari in cui vi sono apparenti nemici e fittizie contrapposizioni, utili a mascherare il disegno sovversivo sempre di più proteso a negare gli strumenti della conoscenza necessari per le scelte autonome dei governati. Lo scorso aprile il Consiglio della Ue ha approvato il documento 8570/10 che consente alla polizia la facoltà di spiare qualsiasi individuo o gruppo sospettato di essere “radicalizzato”. Lo scorso giugno la Corte Suprema americana, nel procedimento “Humanitarian Law Project / Holder”, ha fissato una grave limitazione alla libertà di parola dei cittadini (garantita dal primo emendamento della Costituzione) subordinandola alle necessità della sicurezza nazionale e al dettato delle leggi federali in materia di anti-terrorismo Il tutto è passato nel silenzio mediatico senza che i giornalisti “liberi” esprimessero una sola critica e senza che si levasse una sola voce dal numeroso gruppo di politici, intellettuali e opinionisti che si abbuffano alla crapula offerta, suo malgrado, dal contribuente. Si potrebbe ricorrere a tanti altri esempi simili per sottolineare come funzionano le cose là dove la menzogna ed il raggiro sono gli unici riti dedicati alla dea Metis. Sul terreno mappato del capitalismo attuale S. Berlusconi non è poi così dissimile da tanti altri. Perché la questione morale, anche se aggravatasi nel corso degli anni, viene ripresa nelle piazzeforti delle collisioni e delle collusioni affaristiche? La politica e le leggi messe a punto da questo regime possono non piacere a molti Italiani, la corruzione ha prodotto metastasi inarginabili, l’ultima manovra finanziaria è profondamente iniqua, le norme “bavaglio” in itinere colmano la misura, ma che genere di vantaggio può portare oggi un governo tecnico alle élites dominanti? Nel 1993 esisteva un piano di sgretolamento dell’Italia predisposto in altro luogo, ma oggi cosa spinge i centri occulti di potere a voler cambiare cavallo? Berlusconi ha approfondito la polarizzazione delle ricchezze a vantaggio delle oligarchie economico-finanziarie e a danno dei lavoratori, non è stato mai un ostacolo per le banche, per la grande finanza, per le multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, per l’establishment bellico americano, per i centri affaristici e criminali che condizionano implacabilmente i destini del nostro Paese. Perché il disastro civico nazionale, lo sfascio dei diritti e delle garanzie costituzionali dovrebbero rappresentare una preoccupazione per i poteri forti che Berlusconi ha sempre tenuto nella debita considerazione? Anche per le “opposizioni”, quelle che non hanno mai disdegnato l’approvazione di leggi bipartisan a tutela della “casta”, i voleri del premier non dovrebbero costituire pregiudiziali insormontabili. Questo esecutivo ha svolto il lavoro sporco di cui hanno beneficiato in molti e, per quanto emerga una qualche forma di ostilità tra la borghesia padronale italiana, ci sembra più verosimile ipotizzare che il cambiamento dello scenario politico sia voluto oltreoceano. Sollevare la questione morale, peraltro sempre più assillante, è un modo semplice e sicuro per favorire in qualunque Paese satellite la transizione da una leadership sgradita ad una gradita. La mordacchia prossima ventura riservata al web, alla stampa e alla Magistratura, oggi massimamente desiderata da Berlusconi,  precluderebbe ai pupari sovranazionali di tenere sotto pressione i governi attraverso quell’informazione capace, quando serve, di suscitare il disgusto dei cittadini. E’ quindi lecito pensare che buona parte dei giochi si terranno intorno ai citati provvedimenti liberticidi. A prescindere dall’esito del loro iter parlamentare, va da se che il fido M. Draghi, di cui spesso la stampa estera tesse le lodi, offra maggiori garanzie all'apparato bancario anglo-americano di quanto ne possa fornire l’attuale primo ministro, ormai troppo scomodo ed ingombrante. Le recenti dichiarazioni di L. Gelli, sommate alle esternazioni di alcuni mafiosi e di altre associazioni occulte, non sembrano essere casuali o superfetatorie, ma sembrano prefigurare l’idea di una “terza” Repubblica post-berlusconiana. Se per certi versi sarebbe augurabile che Berlusconi si ritirasse alle Isole Cayman o, se lo predilige, in qualche dacia posta sulle rive del Lago Valdai, nei dintorni di San Pietroburgo, per altri si può considerare una vera iattura, così come la recente storia insegna, la nascita di un governo tecnico consacrato per lo più fuori dei confini nazionali. Che si ricorra nuovamente al “porcellum” per concedere la libertà di votare gli altrove prescelti o che si ricorra a convergenze trasversali per uscire dall’attuale fase di instabilità politico-economica, derivata sia da fattori endogeni che esogeni, il prezzo sarà sempre e comunque pagato dai soggetti sociali più deboli. Per adesso, e chissà per quanto tempo ancora, il sistema cooptativo totalizzante inibisce il sostanziale ricambio dell’intera classe dirigente, l’accesso dei giovani di valore in tutti i posti nevralgici della vita nazionale e il riordino integrale delle Istituzioni. Le profferte di M. D’Alema, i funambolismi di G. Fini e le capriole di P.F. Casini rientrano perfettamente nelle logiche del berlusconismo a cui hanno precedentemente spianato la strada. Lo status quo non è incoraggiante, ma non vorremmo cadere dalla padella per finire sulla brace.

 

Antonio Bertinelli 18/7/2010

Gianfranco Fini: sinapsi politica o estremo sussulto?
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2010


Numerosi Italiani sono ancora in attesa che i proclami lanciati con il “Discorso della Calza” del 26 gennaio 1994 si tramutino in fatti con ricadute positive sull’intero Paese. Gli industriali abbandonano la produzione in loco e vanno in cerca di siti stranieri dove poter aumentare gli utili. Imprenditori in crisi e lavoratori senza reddito si suicidano, mafie e politica continuano ad andare a braccetto, le uniche liberalizzazioni realizzate sono state quelle finte e quelle a danno del cittadino, il patrimonio statale è stato dissipato. Se la situazione socio-economica della Grecia è altamente suscettibile di un prossimo default, le nostre prospettive di un’adeguata crescita del Pil, contrariamente ad altri Stati europei, restano un miraggio e, nella patria del lotto, non esiste jackpot che metta in palio una qualche certezza per l’avvenire. Mentre l’avvento del messia non ha evitato che si concretizzassero i peggiori pronostici, la categoria degli “eletti” ha continuato ad operare in maniera autopoietica, sempre più spinta da auri sacra fames. Da oltre un quindicennio è scomparsa dalla politica attiva la destra storica e il Pd si è proposto come il migliore alleato del Berlusconismo, cresciuto in latitanza di apparati istituzionali capaci di “dar senso” all'azione sociale. In questi giorni Pierluigi Bersani ha stigmatizzato la mancanza di serenità che affligge il Pdl e che, a suo dire, preclude ogni possibilità di dialogo. Gli esponenti del suo partito, in preda ad una malcelata foia da astinenza partecipativa, continuano a dichiararsi pronti per contribuire alle “riforme”, quelle che secondo i vari gaspacapebonazzoni “vogliono gli Italiani”. In antitesi alla calma piatta che regna nel Pd, foriera di inciuci alla D’Alema & Co, ci sembra che l’unico evento degno di nota sia la breccia aperta da Gianfranco Fini. Pur sottolineando che l’attuale Presidente di Montecitorio, appiattendosi per anni sui desiderata di Silvio Berlusconi, ha lasciato senza riferimenti l’elettorato che si identificava in An, non si può disconoscere che il suo ultimo “distinguo” pubblico è stato simile ad una folata di vento inaspettata, una riflessione per guardare alla politica non più come mera amministrazione dell'esistente e strumento principe per raggiungere ambiti traguardi personali. E’ vero che per anni Fini ha lasciato incolti persino quei campi che avrebbe potuto irrigare approfittando della cecità e della grettezza pragmatica dei suoi consociati; è lecito sospettare che a scuotere Fini sia stata anche la possibilità di collaborare ad un futuro “pateracchio” con forze diverse da quelle che attualmente dominano tutti i centri di potere in linea con il Governo, ma è altrettanto vero che la politica non riesce più ad armonizzare il contingente con la speranza e la memoria storica delle nuove generazioni. Al netto delle colpe fin qui accumulate e delle scelte che farà domani Fini, magari ascoltando l’invito di donna Assunta Almirante ("Si riprenda An, il suo partito è a via della Scrofa, torni alla casa del padre, dove il padrone è lui, può disporre del suo popolo, che tornerebbe tra le sue braccia"), la cosa più rilevante constatata a margine dello “strappo” è il danno da shopping che An ha pagato subendo la smobilitazione di tutte quelle rappresentanze parlamentari convertitesi al verbo di Arcore. Nel romanzo “I fratelli Karamàzov", F.M. Dostoevskij fa dire al grande inquisitore che parla con Gesù: “Io so che tu hai ragione, che sei tu la verità, ma io devo di nuovo condannarti, non ho altra strada". La frase ben rappresenta una sorta di pulsione filogenetica che caratterizza il gregarismo, ovvero la predisposizione a conformarsi, a rinunciare a se stessi per affidarsi ad altri, al capo dalle capacità indiscusse ed indiscutibili. Il carisma di Berlusconi abbaglia i mediocri, ad esso si aggiungono poi le motivazioni all’obbedienza derivanti dalle strategie di marketing, ineguagliabili per la quantità di dossiers da impiegare all’uopo e per la nota munificenza con cui gratifica i suoi migliori dipendenti. Dunque Fini sta pagando un conto maggiore di quello che avrebbe dovuto pagare per la sua lunga desistenza sul fronte della destra non plebiscitaria e per aver diluito l’originalità di An nella minestra di cui si ciba l’ipnotizzatore mediatico. Il suo seguito parlamentare è di gran lunga inferiore a quello che si potrebbe riscontrare oggi nelle urne elettorali. Il disegno personale di Fini è sempre apparso sostenuto da una strategia di lungo termine e non è facile fare presagi su quanto accadrà nell’imminente futuro. C’è da sperare che, essendoci in ballo temi cruciali per la sopravvivenza dello stato di diritto, per la salvaguardia di quel poco di solidarietà nazionale sopravvissuta, per restituire dignità internazionale all’Italia, per progettare ex novo l’economia e la finanza, Fini non continui a dissentire solo a parole. L’ambiguità non sempre paga ed ulteriori indugi nel far mancare fatti concreti rischierebbero anche la definitiva erosione della base elettorale aennina.

 

Antonio Bertinelli 24/4/2010


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Gianfranco Fini: un ossimoro da sciogliere
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2010


Nel 1983 Gianfranco Fini era the prodigy boy dei parlamentari del Msi-Dn. Giorgio Almirante gli cedette il posto nella circoscrizione dove risultò primo dei non eletti e l’attuale terza carica dello Stato fece il suo ingresso alla Camera dei Deputati ad appena 31 anni. Probabilmente Almirante non arrivò mai ad intuire che il suo giovane delfino avrebbe imparato a nuotare così bene tanto da condurre il partito, ritenuto per anni “fuori dell’arco costituzionale”, al governo del Paese. Il trasformismo ha premiato Fini, ma è difficile far convivere il diavolo e l’acquasanta. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi inseguono cinicamente i loro disegni senza remore di sorta. Fini, quanto meno per i suoi trascorsi politici, ha sicuramente acquisito una diversa sensibilità istituzionale. Da parecchi mesi cerca di distinguersi dal Cavaliere che, proprio ieri, ha ribadito la sua determinazione nel portare avanti la “guerra santa” contro le intercettazioni della Magistratura. Si può ipotizzare che il sostegno alle attività legislative imposte dalle esigenze del premier sia stato fornito obtorto collo dall’ex enfant prodige, illo tempore apprezzato anche da Teodoro Buontempo. E’ comunque difficile prevedere l’epilogo del dissidio maturato in questi giorni, ma di certo Fini è ben conscio delle conseguenze derivanti dalla separazione, non ultimo il possibile danno da shopping in cui è maestro Silvio da Arcore. Siamo d’altronde persuasi che nello sgangherato teatrino, in cui recitano da tempo immemorabile vecchi e nuovi esponenti del Pd, debba calare il sipario. La situazione generale dell’Italia non è rosea sia a causa della sovranità nazionale sacrificata infine ai diktats della globalizzazione e sia a causa di un’inarrestabile deriva autoritaria. Il sistema così come è stato congegnato non ammette l’insediamento di un “salvatore” che ci aiuti a risollevarsi dal decadimento sociale, morale e materiale in cui siamo stati trascinati, ma un atto di coraggio di Fini potrebbe almeno porre un freno al miope secessionismo leghista e alla cupidigia di un qualunque futuro caudillo. La recente vittoria elettorale della Lega indica la predominanza di un pensiero geopolitico circoscritto e pertanto inadeguato per cogliere l’importanza di una comunità più ampia e della necessaria solidarietà nazionale. Stigmatizza il rifiuto dello Stato come soggetto economico, ne disconosce il ruolo che gli dovrebbe essere proprio come compensatore di squilibri e supremo garante della convivenza civile. L’edificazione del federalismo, i cui costi complessivi non sono attualmente calcolabili, renderà ancor più facile la marcia delle oligarchie transnazionali. Le falangi del Pd, privatizzando e conseguentemente impoverendo l’Italia, hanno smantellato settori trainanti dell'economia: l’Iri, l’Eni, l’Imi, l’Italtel, la Telecom, la Siderurgia, etc. Ancor prima che Giulio Tremonti potesse affermare come la destatalizzazione realizzi in sé “un patrimonio di valori privatistici in termini di etica, struttura di bilancio e di efficienza” (sic), Romano Prodi poteva rivendicare il record europeo delle privatizzazioni effettuate tra il 1992 ed il 2000. Non minori responsabilità possono essere imputati al Pd per la progressiva opera di affossamento del settore Giustizia, per l’insolenza di cui è stata più volte bersaglio conseguenziale l’intera Magistratura, per le ombre che si sono estese sul Quirinale e per la vertiginosa ascesa del Berlusconismo. Il Presidente del Consiglio auspica ancora oggi un’opposizione “responsabile”, ma è proprio grazie alla consueta “responsabilità” che si è assunto il Pd fin dai giorni successivi a Tangentopoli che il Paese è in profonda sofferenza ed è nel contempo assoggettato alla pressione di un unico tacco mediatico. Il totalitarismo, uso a fronteggiare eventuali ribellioni dovute alla maggiore divaricazione tra gli stili di vita delle élites stegocratiche, della middle class e degli spiantati di ogni età sembra essere ovunque in risalita. Barak Obama, ovvero l’illusione di un cambiamento dopo il saccheggio prodottosi con la bancarotta di diverse società legate al credito e al mercato immobiliare, è solo un prodotto confezionato nell’empireo finanziario e bancario statunitense, che ha ritenuto opportuno allentare la pressione interna sulle masse impoverite e precarizzate. Lo scacchiere internazionale, l’occupazione mortifera dell’Afghanistan, le stesse accuse infamanti rivolte ai tre operatori di Emergency indicano come la voracità predatoria sia il solo astro che guida il capitalismo senza confini. L’Italia, con i suoi governi, non fa eccezione, anzi si accinge a fare da corriere per diffondere nel resto dell’eurozona, una specie di tirannide democratica. Il Trattato di Lisbona, per la cui firma hanno nicchiato pochi politici europei, e tra questi la dirigenza polacca recentemente eliminata (per qualcuno forse provvidenzialmente?) da un incidente aereo, è già pregiudizievole per la sopravvivenza delle Costituzioni nazionali. I desideri berlusconiani, da sempre sostanzialmente esauditi dalle eminenze grigie del Pd, sono un surplus di cui gli Italiani farebbero volentieri a meno. Il potere, per non essere messo a fuoco nella sua orripilante nudità, ha bisogno di canalizzare il dissenso nell’alveo di una dialettica controllabile e dunque lascia spazio solo a chi lo esterna nei limiti stabiliti, che siano politici, opinionisti o altro. Non possiamo perciò concedere un’apertura di credito illimitato a Fini, che non avrebbe mai dovuto lasciarsi “sdoganare” dall’attuale capo supremo ed è quindi parimenti responsabile per tutto ciò che stato realizzato fino ad oggi a spese della collettività. La sua ferma, sia pur tardiva, indisponibilità nel partecipare all’ultimo assalto contro le Istituzioni repubblicane lo consegnerebbe con minori ombre alla Storia di questo ormai lercio Stivale. Le usuali proposte “indecenti” di Massimo D’alema e dei suoi emuli, le note del piffero poco adamantino di Luciano Violante, i titoli paragiuridici di cui si avvale Andrea Orlando, le purghe somministrate nelle stanze del supremo Colle per mandare in diarrea la terzietà presidenziale e gli inconfessabili accordi trasversali edificati sulle spalle dei cittadini continuano ad incombere sulle nostre teste. Pur guardando con simpatia ai movimenti che si fanno promotori e latori di speranze attraverso l’impegno civile di molti giovani, in barba alle incomprensioni che affliggono i rapporti dei loro maturi mentori, qualche volta affetti dalla “sindrome della prima donna”, non possiamo prescindere da una visione realistica dell’insieme. Se Fini, senza più ondeggiare, troverà l’audacia di lanciarsi dal trampolino lo strisciante dispotismo che sta minando un sistema basato costituzionalmente su pesi e contrappesi non avrà probabilmente modo di dispiegarsi compiutamente.

 

Antonio Bertinelli 18/4/2010


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Bollettino dal fronte: nessuna resistenza
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2010


Ci sono luoghi dove le calamità naturali si verificano con cadenza quasi regolare, dove l’emergenza è sinonimo di quotidianità, dove le popolazioni convivono con le sciagure ambientali e le devastazioni che da esse conseguono. Il nostro Paese, che è al riparo da particolari avversità della natura, subisce invece sconvolgimenti di altro genere ed una congrua parte di Italiani sembra accettarli come se fossero inevitabili al pari di un’alluvione, di un’eruzione vulcanica, di un uragano o di un maremoto. Anche se un buon 45% di cittadini non ha ultimamente ritenuto conveniente votare questo o quel partito, resta il fatto che programmi Tv come l’isola dei famosi si attestano intorno al 20% di share ed il piccolo schermo gioca un ruolo preminente nel divulgare quanto risulta proficuo per chi governa. Qualcuno si conforta nel ravvisare che, malgrado la potenza di fuoco mediatica a disposizione del primo ministro, allo stesso accordano credito solo il 15% dei cittadini. Si dimentica però l’insussistenza oppositiva del Pd, già al nastro di partenza per correre al tavolo delle “riforme” in pectore domini. Non si tiene conto che il massimo garante istituzionale non garantisce affatto, anzi, al pari dell’indomito skipper con i baffi, è diventato un solerte apripista di un inciucio esiziale soprattutto per la Costituzione e che, malgrado lo scalpitio di maniera finiano, la golden share di tutti i seggi e di tutte le poltrone targate Pdl sta nella cassaforte del premier. Il resto del panorama politico va dalle forze ancora in cerca di ingaggio in quel di Arcore a quelle parlamentarmente “ininfluenti”. L’informazione “distonica”, se non diventa addirittura Gatekeeping come quando consente al Ministro del Tesoro di autocelebrarsi persino davanti ai cassintegrati della Vynils, per quanti sforzi faccia, non ha il potere di tramutare l’attuale Parlamento di nominati in un altro idoneo a rappresentare gli interessi della collettività. E’ velleitario pensare che, pur ignorando la parte “inquinata” della Magistratura, quella rimasta deontologicamente inattaccabile possa “salvare” l’Italia con gli strumenti normativi e logistici di cui può attualmente disporre. E poi non è sintomo di una situazione degenerata oltre ogni immaginazione attribuire o lasciare che gli stessi magistrati si assegnino una funzione palingenetica? Dunque, a meno che non si trovino rimedi insoliti, siamo prossimi alla soluzione finale ideata tra banche e materazzi, condivisa da numerosi arrivisti della politica ed accelerata dall’avvento di Forza Italia. L’entità del debito pubblico (con alto rischio di bancarotta), le liberalizzazioni fasulle, le privatizzazioni di comodo, l’attacco selvaggio al mondo del lavoro e la deindustrializazione strategica sono segnali inquietanti. Mentre pochi continuano ad arricchirsi in maniera parassitaria sulle spalle della comunità agitando lo spauracchio del Comunismo e raccontando panzane, diventa sempre più concreta la possibilità di arrivare alla cannibalizzazione reciproca. L’Holodomor, ovvero la carestia pianificata dell’Ucraina messa in atto dal 1932 al 1933, fu la conseguenza delle ossessioni staliniste. E’ innegabile che il feroce dittatore dell’Urss portò al collasso sociale e allo sterminio di intere popolazioni, ma perché la politica, e non ultima quella economica, che si sta radicando nel nostro Paese coltiva forse la coesione nazionale ed è foriera di benessere diffuso? Al termine della sua vita Stalin, precipitato nel vortice della paranoia, si sentiva assediato da tutti, tanto che fece uccidere i suoi stessi medici e si rinchiuse nella dacia personale, dove lasciava entrare solo una governante. Le macerie prodotte dalla sua tirannia hanno segnato in maniera indelebile uomini e luoghi. Sensibilmente indebolita dall’allargamento ad Est dell’Europa, toccata dagli effetti del mercato globale, asservita alla stegocrazia di stampo anglofono, l’Italia, dove si opera attraverso cordate, dove vigono le regole del demerito, dove ci si colloca in ragione dell’appartenenza familiare o amicale, dove la collusione politica ha visto crescere lo strapotere delle mafie, non aveva bisogno di assistere pure al dilagare del berlusconismo. Non sarà l’indignazione di qualche editorialista o l’impegno personale di pochi altri soggetti che si stagliano nel panorama politico odierno a farci uscire dalla palude di cui siamo prigionieri, né si può attendere fideisticamente che gli interventi della Corte Costituzionale possano salvaguardare indefinitamente i principi giuridici fondanti individuati dalla Commissione dei 75. Mai nessun Popolo ha potuto guadagnare e poi mantenere la propria libertà senza battaglie. Anche a causa delle forche caudine partitiche sotto le quali deve passare chiunque osi proporsi come amministratore pubblico, dello stesso sistema elettorale vigente nato dal connubio dei due poli fittiziamente contrapposti, la lotta da intraprendere per affrancarsi è forse tutta da inventare. Di certo il mero sdegno non è sufficiente a contrastare un governo liberticida impegnato ad abbattere gli ultimi “fortilizi” capaci di garantire un sistema istituzionale basato su checks and balances e a voler “costituzionalizzare” gli attributi degni di un’anomala ascesa imprenditoriale e politica.

 

Antonio Bertinelli 11/4/2010  


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