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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Il karaoke
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2011


C’è un vecchio retore la cui precettistica oratoria fa leva sull’unità nazionale ed invoca sempre l’unanime concordia, non importa con chi e a che prezzo. E’ da tempo il massimo garante del partito anglo-americano. C’è un monarca in declino che, dovendo lasciare il trono, cerca di salvare con ogni mezzo se stesso ed il patrimonio avventurosamente accumulato. Si è inchinato alla politica dei bombardamenti umanitari in Libia ed ha aperto la porta agli ispettori del Fmi, ma non basta. C’è la dotta corte dei miracoli che si accinge a governare secondo i dettami del verbo globalista. Michele Santoro ha potuto riprendere il suo lavoro televisivo ed ancora una volta ha permesso ai suoi ospiti di stigmatizzare l’abiezione della casta. Club esclusivi come la Skull and Bones, il Council on Foregn Relations, il Bilderberg, la Trilaterale non hanno uffici stampa che informano esaurientemente le redazioni giornalistiche. Così i deraimediasettizzati tg di Enrico Mentana non possono fare altro che parlare degli eventi quotidiani ed alzare il sipario sul ripetitivo teatrino della politica. Fiumi d’inchiostro e di chiacchiere televisive seguono percorsi tangenziali senza mai intersecare il nocciolo della questione topica. Imperversa un ceto politico indecente e siamo in una situazione economica critica, ma lo sanno anche i sassi. Per tutto il resto ci si deve affidare all’intuizione. Il “governo Lagarde” ha invaso un’area senza alcuna legittimazione se non quella fornitagli dallo stesso Silvio Berlusconi. Altri avrebbero saputo fare di meglio? Gli anni 90 dello scorso secolo videro attacchi speculativi contro la lira ed altre valute europee. Data l’entità del debito statale i patrioti dell’epoca, ottimamente istruiti all’estero, pensarono bene d’incamerare soldi svendendo buona parte del patrimonio pubblico per poi ottenere il privilegio di far entrare l’Italia nell’euro. Tra i benefici ottenuti da quelle operazioni anche gli smemorati ricorderanno di aver perso più o meno il 50% del potere d’acquisto dei loro salari. Il bilancio per aver ceduto dopo la sovranità politica e territoriale anche quella monetaria è proprio dei nostri giorni ed è pessimo. Le lezioncine sussiegose di quelli che mettono in amministrazione controllata le nazioni, quando avrebbero dovuto finirci le banche, tecnici falsamente accreditati come potenziali amministratori pubblici al di sopra delle parti non possono incantare. Lo sdegno popolare nei confronti dei partiti della Prima Repubblica, del quale i media si fecero interpreti, ha depauperato l’Italia e partorito Silvio Berlusconi. Lo sdegno odierno nei confronti dell’indomito cavaliere impoverirà ulteriormente il Paese e vedrà all’opera lo stesso genere di patrioti degli anni 90. Né loro, né i loro mandanti, né i loro datori di lavoro fanno parte di ordini monastici. Non ci vengano a raccontare che l’attacco speculativo contro l’Italia dei primi anni 90 dipese dall’ingordigia di Craxi e quello attuale dall’indecenza del governo in carica. L’ignavia politica, l’avidità, la corruzione e la ricattabilità della casta sono tutti requisiti indispensabili per renderla intercambiabile lasciando inalterati il sistema finanziario globalizzato e gli affari delle multinazionali. Chi è disfunzionale ai disegni dell’Impero, se non ha abbastanza pelo sullo stomaco, si dimette, se tenta di emanciparsi cade in disgrazia, se fa il pesce in barile vede il proprio Paese finire sotto l'attacco della finanza speculativa e, in certe occasioni, lo vede sepolto sotto migliaia di tonnellate di bombe. Romano Prodi ha bacchettato Pierluigi Bersani perché il Pd non cresce, ma il segretario pidino, come gli altri notabili del partito, proprio in ragione degli interessi che rappresentano, vanno bene così come sono e, tra un mantra e l’altro, giocano di rimessa. Quando il Pd arriverà al governo per demeriti altrui non serviranno teste originali. E’ già tutto scritto, basterà applicare le tavole della legge imposte dai banchieri, dalla Fed, dalla Bce e dal Fmi. La presunta superiorità intellettuale dei ministri a venire non garantisce agli Italiani migliore destino di quanto ne possa garantire la grossolanità e l’approssimazione di quelli attuali. I tanti fuochi nelle piazze dell’Impero stanno a dimostrare la subordinazione di tutti gli esecutivi nazionali ai diktat della grande finanza. Il debito aggregato dell’Italia è il più basso d’Europa, uguale a quello della Germania, inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia. La cosa è appetibile e ci sembra che i banksters internazionali non si curino dei pagliacci da loro stessi posti o tollerati alla guida dei governi se non quando debbono derubare i loro popoli. Barak Obama, presidente del paese più indebitato del mondo, ha lodato l’Ue per la decisione di mettere l’Italia sotto monitoraggio del Fmi. Il suo plauso merita gesti scaramantici. I banchieri che lo sostengono si sono stuzzicati l’appetito con Irlandesi, Portoghesi e Greci, prossimi alla fame come milioni di nord-americani triturati dal neoliberismo. Ora vogliono ingozzarsi a spese degli Italiani. Assodato che Berlusconi, lasciando intuire persino il rimpianto per lo ius primae noctis, ha lavorato alacremente per riportare l’Italia nel Medioevo, sarebbe illusorio credere di poter uscire da questa situazione affidandosi ad un governo tecnico magari guidato da un international advisor di Goldman Sachs, ex commissario europeo, presidente continentale della Commissione Trilaterale e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg.

Antonio Bertinelli 7/11/2011
La luna nel pozzo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2011


Non saranno certo folle oceaniche d’indignati nelle piazze o le rimostranze d’industriali tardivamente “pentiti” a far cadere il governo in carica. In un contesto globale turbolento i poteri forti sovranazionali hanno tutto l’interesse a sostenere esecutivi che non riservino imprevisti e che non siano in grado di scegliere autonomamente politiche in contrasto con gli interessi dell’Impero. Una classe dirigente spregevole e un governo travolto dalle inchieste giudiziarie non possono che inchinarsi a qualsiasi diktat. Il potere contrattuale di Silvio Berlusconi, ammesso che da domani voglia esercitarlo nell’interesse generale del Paese, è nullo. Quando verrà staccata la spina al suo governo il “nuovo” non potrà discostarsi troppo dal vecchio. Le finte e docili opposizioni sono lì a confermarlo più o meno da un ventennio. Fatte le debite proporzioni basta guardare al fuoco di paglia di Barak Obama, per molti aspetti peggiore di Bush junior. I bavagli inseguiti da Berlusconi non sono poi così diversi da quelli desiderati da Nicolas Sarkozy, David Cameron, Gordon Brown e dallo stesso presidente statunitense che, nei primi diciassette mesi di carica, ha surclassato tutti i suoi predecessori nel perseguire penalmente gli informatori “illegali”. Esigenze di casta ed esigenze di cosca, tipiche della realtà italiana giustificano a maggior ragione il controllo di ogni rivolo d’informazione indipendente, ma anche il faro delle democrazie si accinge ad applicare nuove censure sul Web, in aggiunta a quelle che già effettua l’Homeland Security. Attualmente è ferma al Senato degli Usa la legge Protect IP, che consentirebbe al governo di chiudere senza appello domini Internet ritenuti imbarazzanti. In un’ottica diametralmente opposta a quella adottata da noti prenditori a modo loro comunisti e da figure di un passato che ritorna in perenne conflitto d’interessi, riteniamo prioritario un avvicendamento in tutta l’amministrazione dello Stato. Restano naturalmente mille riserve sul come e sul chi prenderà il posto di Berlusconi. Come si è visto in Grecia, ed in forma più violenta in Libia, la globalizzazione dell’economia e della cultura pone in un angolo persone, popoli e sovranità nazionali fino a seppellirle sotto migliaia di bombe. Il passaggio forzoso dal Welfare State al Profit State allinea i governi sul dispotismo e le società su canoni orwelliani. La stampa che si professa libera, narrando le infinite miserie del re, della sua corte e di questo Parlamento, dimostra un marcato angloamericanismo, sottolineando quello che ci distingue e dimenticando tutto quello che ci accomuna ad altri paesi occidentali. Le democrazie si sposano ormai con tratti quali la paura, il monadismo, la sensazione d’impotenza, la repressione, lo scadimento della scuola pubblica, l’indirizzamento dell’informazione, il controllo telematico, le schedature di massa, la colpevolizzazione del dissenso, lo spionaggio capillare e la digestione dell’indigeribile. Le bugie sono utili per garantire la sicurezza dello Stato. La guerra è utile per scopi umanitari. Il genocidio viene praticato con discrezione. La tortura diventa metodo per ottenere informazioni. La brutalità della polizia viene accreditata come reazione alle intemperanze dei contestatori/delinquenti. Le carcerazioni vengono eseguite con la nonchalance tipica delle tirannie additate dal Pentagono, dalla Cnn, dalla Bbc, dal New York Times, dal Guardian e da altri media mainstream. Gli “indignados” europei, se infiltrati da organizzazioni politicamente o sindacalmente gerarchizzate, e quelli di Wall Street, che, malgrado gli abusi dei “cops”, sono appoggiati da George Soros, rischiano di assecondare inconsapevolmente ricambi gattopardeschi delle marionette politiche al servizio dello strozzinaggio bancario internazionale e del capitale apolide. La crisi indotta dal modello di sviluppo economico è in parte ancora circoscritta alle bolle finanziarie, ai debiti pubblici e alle privatizzazioni/svendite dei beni statali, ma, continuando di questo passo, rischia di sfociare in milioni di licenziamenti simultanei in tutto il pianeta. Con i governi espressione del Fmi, della Fed, della Bce, del Wto e di altri organismi sovranazionali, non c’è contenimento democratico, non c’è contenimento politico, non c’è contenimento sociale e c’è il rischio che la disperazione possa portare a rivolte endemiche. Superare il berlusconismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la “rinascita” dell’Italia. Dalla tipologia dei vari pretendenti al trono e visti i pulpiti dai quali partono lezioni di etica, è lecito supporre che la svolta post-berlusconiana sarà un’operazione d’immagine. Anche se indulgessimo all’ottimismo il panorama nazionale ed i vincoli del vassallaggio non ci consentono di sperare che la somma vettoriale delle decisioni politiche future darà come forza risultante un ridimensionamento delle élites finanziarie. Se è vero che la vita dei regimi dipende anche dall’apatia e dal relativismo dei cittadini, è altrettanto vero che le rivoluzioni non nascono tutti i giorni e che le insurrezioni hanno il fiato terribilmente corto. Ipotizzando che il nuovo possa essere analogo al vecchio, per combattere gli incubi di un continuum politico e quelli alimentati dalla globalizzazione potrebbe essere esplorata la strada dell’autarchia. Con la diffusa interdipendenza degli Stati e la conseguente subordinazione ad istituzioni globali, nate per perpetuare e lucrare su qualunque problema, è oggi impossibile sognare l’autosufficienza di una nazione. Per uscire dall’equazione mondialista basterebbe convertirsi ad un diverso stile di vita. La costituzione di piccole comunità autonome nel procacciarsi il cibo e magari in grado di raggiungere un surplus di produzione potrebbe essere un modo per sottrarsi, almeno temporaneamente, al destino programmato dai globalisti e dai loro mercenari.

Antonio Bertinelli 6/10/2011

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permalink | inviato da culex il 6/10/2011 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
Hic sunt piratae
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2011


Agostino d’Ippona ci racconta di un razziatore dei mari catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno che gli chiese perché conducesse quel genere di vita. L’interrogato rispose: “Faccio esattamente le stesse cose che fai tu. Solo che io possiedo una piccola nave e sono chiamato pirata, tu possiedi una grande flotta e sei chiamato imperatore”. La nascita del Diritto moderno si fa risalire al Corpus Juris Iustiniani (529-534), parecchi secoli dopo la morte del re macedone. Ma nonostante la scomparsa delle monarchie assolute, malgrado una produzione alluvionale di leggi “democratiche”, l’evoluzione del diritto positivo, fatte poche eccezioni circoscritte territorialmente e nel tempo, non impedisce che oggi Abdelhakim Belhaj possa accomunarsi a Nicolas Sarkozy, che Andy Coulson faccia il paio con David Cameron, che David Petreaus possa essere messo a capo della Cia da Barak Obama, che Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola siano foraggiati da Silvio Berlusconi. L’esercizio del potere bypassa le categorie giuridiche tradizionali e questo rende labili i confini tra lecito ed illecito. C’è un contratto sociale da ridefinire, ci sono delle sovranità da ripristinare e manca un’autorità democratica super partes in grado di riscrivere i diritti dei governati nell’era della globalizzazione. Grazie ai media mainstream, controllati da banche, multinazionali, da una pletora di grandi imprese, la gente conosce le gesta dei pirati somali o l’esistenza dei cosiddetti “Paesi Canaglia”, può conoscere le malefatte di questo o di quel politico, ma il grande crimine organizzato, quello che agisce dietro e dentro gli Stati, resta nell’ombra. L’informazione è così strutturata che gli argomenti di oggi sono sostanzialmente analoghi a quelli di ieri, così come lo saranno a quelli di domani. Una volta il potere era manifesto e dichiarato. Con l’avvento delle democrazie si è reso invisibile, si nasconde dietro prestanomi, politici, amministratori pubblici, organizzazioni, enti, fondazioni, elezioni democratiche, volontà popolare, comunità internazionale, etc. Opera come uno stuolo di zecche durante l’estate artica. I parassiti ammassati sull’erba alta attendono il passaggio delle alci per attaccarvisi stabilmente e poi succhiarne il sangue. Molti esemplari finiscono per vagare come fantasmi pallidi e malfermi fino a stramazzare a terra letteralmente dissanguati. Il neocapitalismo finanziario, uscito vincitore dal confronto con il modello socialista sovietico, ha portato scientemente al caos globale: dai disastri ambientali alle enclavi di manodopera schiavizzata, dal disordine monetario all’esplosione dei debiti pubblici, dalla crescita esponenziale della disoccupazione a sempre nuove povertà, dall’incertezza economica all’insicurezza sociale e politica, dalla corruzione dilagante alla perpetuazione strategica dell’instabilità, dal crollo delle sovranità nazionali ai colpi di Stato e alle invasioni coloniali, dalla libera circolazione dei capitali alla guerra permanente come unico elemento di governance mondiale. I bombardamenti umanitari si moltiplicano. I nord-americani sono schiacciati dalle ossessioni securitarie e, mentre aspettano di essere chippati, stringono sempre di più la cinghia. L’Europa è in pieno subbuglio, le banche, le borse valori, le società di rating e gli operatori finanziari stanno strangolando l’economia reale. Ci sono attualmente ventitre milioni di europei senza lavoro e, secondo diverse stime, la disoccupazione continuerà ad aumentare. L’8% della popolazione continentale ha un lavoro che non gli permette di uscire dalla soglia di povertà e ottanta milioni di persone vivono al margine della sussistenza. Da quello che appare ultimamente su certa stampa estera, sembra che Wall Street e la City londinese puntino all’indebolimento dell’euro e sul crollo dell’Italia. Il cavallo di Troia inglese all’interno dell’Ue è per l’Italia meno salutare di quanto lo sia stato il suo ingresso nell’euro. La disinvoltura del premier nel condurre affari all’estero ha sicuramente infastidito gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna. Esiste un problema Berlusconi che ha sfruttato qualunque debolezza e qualunque punto di forza nazionale, è grande e multiforme, e non siamo noi a disconoscerlo, ma di qui a pensare che esista per il Paese un’alternativa salvifica ce ne corre. E’ possibile ipotizzare che un avvicendamento al governo possa ripartire con maggiore equità i sacrifici necessari a pagare almeno una parte del debito pubblico e riesca ad allungare l’agonia degli Italiani privatizzando tutto quello che è rimasto da privatizzare, magari con i buoni uffici di Mario Draghi. Per sottrarsi ai tentacoli dell’Impero ci vuole altro, ed il trattamento riservato ai Libici, democratizzati da un esercito di mercenari e dalle bombe della Nato, sta lì a dimostrarlo. Per i futuribili governanti potrebbero essere costruiti ponti d’oro, ma per il Popolo il problema rimarrebbe sempre quello di dover subire un disegno superiore ed intoccabile che va in direzione opposta a quello di un comune interesse nazionale. Agli atlantisti è bastato inneggiare al mancato rispetto dei diritti umani per normalizzare la Libia, mettere le mani sulle sue risorse e, con la sua occupazione, porre fine alle velleità di un’Unione Africana svincolata dal Fmi e dal dollaro. Chi parte dalle coste del Maghreb e arriva in Italia commette il reato di clandestinità e viene incarcerato nei Cie. Secondo la narrazione dei media occidentali Mu’ammar Gheddafi è un criminale. Invece i liberatori della Libia, gli stessi che hanno una mole di stock options sul Bel Paese, hanno batterie di missili tomahawk, flotte di aerei, di elicotteri e di droni. Chi governa oggi, o lo farà domani, sa perfettamente come dovrebbe muoversi nell’interesse dell’Italia. Persino i Sacconi ed i Brunetta, con tutto il loro mai sopito spirito di rivalsa, sanno che l’economia interna peggiorerà anche grazie alle ricette fornite loro da Sergio Marchionne e da Confindustria. Non c’è da scomodare accademici e premi Nobel per capire che con un debito pubblico al 120% del Pil, ad un passo dalla recessione, senza sovranità monetaria, subendo le tappe forzate della marcia imperiale e con questo modello d’Europa, arrivare al crack è solo questione di tempo.

Antonio Bertinelli 17/9/2011 
Effetto Doppler
post pubblicato in diario, il 23 maggio 2011


Dominique Strauss-Kahn era un assiduo frequentatore delle riunioni di “Le Siècle”. Il think tank parigino, bazzicato da esponenti di spicco della sinistra e della destra, da direttori, editori e presentatori di successo, è solito ricevere mensilmente i giornalisti per dare loro le dritte necessarie a “massaggiare i messaggi”. Come testimone di nozze DSK ha avuto Elisabeth Badinter, ex spin doctor di alcune teorie femministe. Il direttore generale del Fmi sapeva come funziona l’informazione, sapeva che una vasta editoria “minore” ha affrontato il radicalismo ideologico del femminismo mettendone in risalto aberrazioni, luci ed ombre, sapeva che la Cia erogò fondi a Ms. Magazine per erodere il modello familiare tradizionale, sapeva che esiste una filiera “educativa” senza confini territoriali, sempre più potente, ramificata e coesa per promuovere una pianificazione sociale mondiale. Già nel 1993, presso l’Antioch College di Yellow Springs, in Ohio, baci e sesso tra studenti erano burocratizzati secondo precise disposizioni. La norma in tema recitava testualmente: “(…) il consenso verbale occorre per ciascun nuovo livello di contatto fisico o sessuale in ogni tipo di interazione, indipendentemente da chi è l'iniziatore del passo successivo. Chiedere: vuoi far l' amore con me, e ricevere un si iniziale non è sufficiente. La richiesta e il consenso debbono essere specifici per ogni atto (…)". Tra le “conquiste” del femminismo c’è lo scardinamento dei principi giudiziari per cui quando si parla di abuso sessuale cade la presunzione di non colpevolezza, s’inverte l’onere della prova e sono gli accusati che debbono dimostrare la loro innocenza. La denuncia di violenza, vera o falsa che sia, è un capo d’imputazione degradante capace di sterilizzare ogni replica, in grado d’inficiare ogni forma di difesa tanto che l'ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, ha provato ad accusare di sistematici stupri, senza fornire alcuna prova, le truppe lealiste di Gheddafi. Negli Usa, là dove manca il consenso esplicito e ripetuto in “corso d’opera”, c’è un’alta probabilità di ritrovarsi in manette. Nel 1975, in Sud Dakota, venne definito il reato di stupro maritale e nel 1993 questo crimine venne riconosciuto in tutti gli altri Stati. Un uomo brillante, un campione entusiasta del capitalismo globale, che come Ministro dell'Economia, delle Finanze e dell'Industria ha affidato le telecomunicazioni francesi, l'acciaio, l'aerospazio ed altre industrie strategiche ai capricci del turbocapitalismo internazionale, può essere così sprovveduto da violentare un’inserviente d’albergo mettendo a repentaglio la propria carriera e proprio là dove rischia fino a settanta anni di carcere? Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale, fu costretto a dimettersi dopo avere accordato un aumento di stipendio alla sua amante, dipendente dello stesso istituto. Per quanto si legge sulla vicenda di Strauss-Kahn, e soprattutto per il linciaggio mediatico abilmente orchestrato, ci sembra più credibile l’ipotesi di una trappola per espellerlo dal Fmi che quella di un raptus di libidine senile. Ci sono da gestire gli enormi debiti pubblici di alcuni Stati europei che per allontanare nel tempo l’inevitabile default dovrebbero svendere tante altre risorse e beni pubblici. C’è la gigantesca massa di dollari stampati senza freni dalla Fed il cui valore non è più garantito da un corrispettivo in oro. Strauss-Kahn stava rivedendo le sue idee sul liberismo selvaggio, stava cercando di moderare gli ingressi nei vari paesi di capitale straniero, di evitare le bolle speculative, di regolare il settore finanziario, di limitare le privatizzazioni, di ripotenziare il ruolo dello Stato nell’economia, di contrastare recessioni e disoccupazione. Negli ultimi tempi auspicava una più equa redistribuzione della ricchezza ricusando implicitamente i diritti di predazione delle maggiori imprese private, sottolineava la necessità di abbandonare il dollaro quale unica moneta impiegata per gli scambi internazionali, pezzi di carta dati in pagamento di beni tangibili e che riempiono i caveau di tutto il Pianeta, segnatamente quelli cinesi. In sintesi stava diventando disfunzionale ai sistemi consuetudinariamente adottati dal Fmi e all’attuale politica della Fed. Che sia o meno colpevole di stupro, è solo un dettaglio irrilevante. E’ stato messo da parte e silenziato, nel prossimo futuro dovrà vedersela con i tribunali. La storia del personaggio, finito nella polvere come tanti altri che prima di lui hanno tentato di affrancarsi dalle direttive contingenti dell’Impero anglo-americano fornisce la misura delle difficoltà con cui si stanno confrontando vari popoli travolti dal saccheggio della mondializzazione in atto e per cui le possibilità d’intervento delle politiche nazionali di fronte ad organismi come Bis, Bce, Fed, Bm, Fmi, Wto, etc. risultano pressoché nulle. In Europa la precarietà, la crisi economica, la corruzione, la collusione tra politica e banche stanno facendo espandere la protesta delle masse. In Spagna come altrove i cittadini non sono distolti dal desiderio di liberarsi da un autocrate e dai suoi sodali. Dal 15 maggio gli Spagnoli sono scesi nelle piazze di 27 città consapevoli che gli Stati sono stati privati della sovranità monetaria ed economica, che parlamenti e governi sono costituiti da uomini di paglia al servizio del neoliberismo. Democrazia vera, uguaglianza, rispetto, diritti del lavoro e banche statalizzate sone le richieste più pressanti dei giovani disoccupati ormai in subbuglio. Sono consapevoli che la sconfitta elettorale odierna del Psoe non sarà sufficiente ad arginare il declino della Spagna, come altrove le solite e preventivate alternanze politiche non saranno in grado di salvare l’Europa dalla ferocia del futuro disegnato oltreoceano.

Antonio Bertinelli 23/5/2011

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Venghino signori venghino
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2011


A prescindere dalle giustificazioni formali connesse all’entità del debito pubblico, sono sempre i banchieri a decidere quando uno Stato si troverà sotto l'attacco dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, della Fed, della Bce e del Fmi. Ieri è toccato a Grecia ed Irlanda, oggi tocca al Portogallo, o meglio ai cittadini dei paesi attenzionati, scoprire di essere finiti in un abbraccio letale. Il Fmi omologa il deficit degli Stati e li obbliga alle politiche tipiche dell’economia globalizzata: riduzione dei dipendenti pubblici e dei loro salari, precarietà lavorativa, sfruttamento della manodopera, diminuzione dei servizi, svendita di patrimoni pubblici, divieto di finanziamenti alle imprese, privatizzazioni, massima apertura ai commerci delle multinazionali, creazione di paradisi fiscali e conseguenti benefici per le grandi corporations. Le risoluzioni dell’Onu e l’impiego del suo braccio armato rappresentano l’extrema ratio per quei governi che intendono cambiare la direzione del carro o non vogliono salirvi. In genere per piegare le economie nazionali agli interessi dell’Impero bastano organismi come il Wto, magister della mondializzazione, ed altri gruppi di pressione simili al club Bildeberg, al forum di Davos, etc. La crisi generata dalla finanza creativa a danno dell’economia reale ha fatto scivolare molte amministrazioni statunitensi in una condizione desolante. L'Illinois è sull'orlo del fallimento, ma molti altri Stati non hanno motivi per consolarsi. Dopo aver evitato la paralisi dei servizi federali, Obama ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare che domani (10/4 n.d.a) i monumenti e i musei di Washington così come quelli nel resto d'America saranno aperti. Abbiamo il dovere di vivere in base ai nostri mezzi per proteggere il futuro dei nostri figli”. Al di là delle dichiarazioni di circostanza va sottolineato che gli Usa sono prossimi allo smantellamento di tutte quelle conquiste sociali risalenti al New Deal del presidente Roosevelt. Basta esaminare la legge finanziaria del Wisconsin, approvata lo scorso mese, che prevede la privatizzazione di impianti d’energia ed un nuovo sistema di appalti pubblici senza gara. Gli articoli in essa contenuti si avviano inoltre a distruggere il sistema pensionistico pubblico Wrs, ottimamente gestito e con settantacinque milioni di dollari in riserve, privilegiando i sistemi assicurativi privati. La scala dei redditi continua a manifestare differenze abissali tanto che, malgrado il tentativo obamiano di contenerle, le remunerazioni dei manager bancari e delle società quotate in borsa hanno ripreso a crescere verso l’alto. Ovunque gli Stati, coinvolti dalla crisi, sono stati costretti a soccorrere il sistema bancario, a tagliare i bilanci e a chiedere sacrifici ai cittadini, ma il sistema strutturale dei mercati finanziari, quello che ha visto gli stessi Stati diventare bersagli della speculazione, è rimasto intatto. La crisi è stata fatta pagare ai disoccupati vecchi e nuovi, alle aziende che hanno chiuso i battenti, a chi non ha trovato lavoro e a quelli che lavorano in cambio di un reddito da fame. La forbice sociale si è divaricata, la ricchezza è sempre di più concentrata nelle mani di quelle oligarchie che hanno impoverito nazioni e popoli. La cosa più inquietante è che l’economia reale retrocede in continuazione di fronte a quella fittizia, facendo rilevare un numero di addetti in discesa costante. La finanza speculativa e la terziarizzazione economica ha costi che il profitto generato dall’economia materialmente produttiva non è in grado di sostenere. Sembra che nel 2008 gli Hedge Funds abbiano creato pseudo-valore per un importo pari a venti volte il Pil mondiale, ovvero un’immensa montagna di soldi priva di riscontri nell’economia reale. Da parecchi anni l'economista Lyndon La Rouche rivolge appelli per mettere fine alla speculazione sul cibo. Recentemente, tra gli altri, anche il Ministro dell’Agricoltura francese ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame”. In ultima istanza appelli e parole contano poco, governi e parlamenti sono le propaggini di un potere economico che, rimanendo nell’ombra, detta l’agenda mondiale. I politici sono le “bronzine” destinate a bruciarsi e ad essere sostituite, quando giunge il momento, per salvaguardare il potente motore delle élites finanziarie che restano abitualmente defilate. Per salvare la “corona” gli esecutivi si prendono le responsabilità, si espongono al confronto con la realtà, con i fallimenti politici, con le tensioni e con i malumori popolari. Persino se sono stati fedeli alle direttive della grande finanza possono venire sfiduciati con biasimo. L’alternanza “democratica” di maggioranze politiche attraverso l’esercizio del voto popolare garantisce sempre la continuità del vero potere sovrano, quello che risiede nelle maggiori banche internazionali o comunque è espressione di poderose dinastie familiari. Il socialista Zapatero è spendibile nell’interesse della Banca Europea come e quanto il conservatore Cameron lo è per la Banca d’Inghilterra. I desideri personali del democratico Obama non impediscono i pesantissimi tagli di bilancio nel Wisconsin voluti dal governatore repubblicano Walker. Le leggi si piegano ai voleri del più forte, dunque è naturale che le grandi corporations del Pianeta non paghino tasse o ne paghino in percentuale modesta, è probabile che chi organizza un colpo di stato non finisca mai davanti ad un tribunale, è possibile che Bank of International Settlements sia esente da ogni controllo politico, democratico e giudiziario. I governi si avvicendano e passano senza sconvolgere più di tanto gli assetti di potere dei mandanti. Chiunque può fare fagotto senza troppi crucci per godersi magari una pensione di lusso grazie ai servigi resi ad una società finanziaria, ad un gruppo assicurativo, ad un consorzio petrolifero o ad un qualsiasi network di stampo criminale. In Italia le mafie esistono da centocinquanta anni e neanche Mussolini ha osato attaccare a fondo gli alti livelli. Appena il prefetto Cesare Mori si spinse a coinvolgere il viceministro degli Interni Michele Bianco ricevette il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno 1929. F.to Il Capo del Governo”. Berlusconi non è solo il fiduciario di una cupola di potere, ma lui stesso è titolare di rilevanti interessi, dunque, specialmente, certe “anime belle” delle opposizioni non dovrebbero continuare a sorprendersi se non vuole lasciare il trono e se buona parte della suo impegno legislativo ha mirato e mira ad affrancarsi dai pericoli dell’azione giudiziaria. A differenza di molti altri politici che hanno invaso le istituzioni per conto terzi, lui le ha prese in ostaggio anche in forza e per i vincoli del suo denaro.

Antonio Bertinelli 11/4/2011

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Aria di casa nostra
post pubblicato in diario, il 5 marzo 2011


Ad eccezione di Karl Marx, i maggiori filosofi occidentali concordano sul fatto che l'unica sfera di convivenza razionale per gli uomini sia rappresentata dallo Stato. Quello sociale chiama in causa tutti i soggetti che lo costituiscono per sollecitarne la partecipazione ed opera al fine di una più equa distribuzione dei redditi. Per qualche tempo una verniciatina di socialismo ha consentito di credere ad un organismo dispensatore di equità in uno spirito di rettitudine, di collettivismo e di sensibilità al bisogno. Quando la concezione proprietaria delle istituzioni ha ripreso il sopravvento, rinunciando persino a salvare la forma, i cittadini hanno potuto constatare come tutti i loro diritti fossero diligentemente contingentati, incluse quelle libertà democratiche di cui sono intrise le moderne Costituzioni, a partire da quella americana. Balza agli occhi la concezione proprietaria del primo ministro, ma non è irrilevante quella che vede esponenti del Pd, come Franca Chiaromonte, Silvio Sircana, Enrico Morando, riproporre l’immunità parlamentare per bloccare i processi di tutti gli “onorevoli”, a prescindere dal tipo di reato commesso. Piaccia o non piaccia, è sempre più difficile incontrare soggetti che, inseriti a qualunque titolo nell'amministrazione della cosa pubblica, dal deputato al consigliere comunale, dal direttore generale al funzionario, non trasformino le loro stanze in centri di potere personale abusando della carica ricoperta. C’è la possibilità di appaltare lavori pubblici in gran segreto, la possibilità di vendere ed acquistare patrimoni pubblici al 15/20% del loro valore di mercato, svincolare beni pregevoli dal controllo di comitati scientifici per poi farli alienare, impedire all’Agenzia delle Entrate di costituirsi parte civile contro i grandi evasori fiscali, la possibilità di avvalersi di scatole cinesi societarie per vampirizzare le maestranze e poi fuggire con la cassa. L’impunità per chi sottoscrive qualunque patto scellerato a danno della comunità ha il marchio di garanzia del sistema Paese. Quando non incoraggia l’apparato normativo aiutano a delinquere i tempi lunghi della Giustizia e le molteplici disfunzioni dell’attività giurisdizionale prodotte dal legislatore. L’omertà e la quasi certezza di non essere perseguiti incoraggiano chi blocca il pagamento delle fatture dei fornitori, chi ostacola per anni l’erogazione del trattamento pensionistico dovuto, chi impedisce il pagamento regolare di stipendi e salari, il primario ospedaliero che dimette un paziente prima della guarigione, il magistrato embedded, il commissario d’esame corrotto, i protagonisti di parentopoli e affittopoli, insomma tutta la masnada di piccoli furfanti che nascondendosi dietro il paravento della P.A. si sentono autorizzati a disporne come se fosse cosa propria. Secondo la chiave di lettura marxiana lo Stato non è in grado di mediare le contraddizioni sociali ma ne è il prodotto. Le idee di Marx, date per sepolte sotto il crollo del socialismo reale, appaiono oggi più attuali di quanto lo fossero nel XIX secolo. Mentre le uova del drago andavano schiudendosi sotto il mandarinato della politica “progressista” e il Direttore Generale del Tesoro procedeva alacremente alla vendita dei gioielli di Stato, il berlusconismo, trovando terreno fertile, metteva solide radici fino a distruggere ogni possibilità di perseguire futuri diversi da quelli imposti in nome dei grandi affari e del mercato globale. Lo Stato ha perduto il controllo sul settore bancario e assicurativo, su quelli dell’energia, delle telecomunicazioni, della siderurgia, dell’editoria e dei prodotti alimentari. Tra un “baciamo le mani a vossia” ed una compera di “responsabili” il premier continua a prendere a calci la Carta. La commistione tra diritto pubblico e diritto privato ci sta riportando al feudalesimo, l'accentramento dei poteri senza controllo sta virando nell’assolutismo, la ferocia del capitale sta soppiantando i fini generali degli apparati statali e sta riportando indietro l’orologio della storia. La specificità italiana rende anche più difficile la ricerca di una soluzione per contenere tutti quei danni che derivano dal programma di saccheggio dell’orbe terracqueo messo in atto dai maggiori banchieri e dalle multinazionali. Le trasformazioni in Spa, le esternalizzazioni e le privatizzazioni di enti statali hanno portato inefficienza, truffe, sperpero di soldi pubblici, minore occupazione, sfruttamento del lavoro e licenziamenti. Il neoliberismo ha portato acqua ai mulini dei padroni italiani, del capitale monopolistico e della grande finanza. La stampa entusiasta ci partecipa che il 2011 sarà l’anno d’oro delle privatizzazioni in Turchia. Ma vorremmo sapere per chi. In qualunque paese finito nell’orbita della cultura economica occidentale, dall’Ucraina alla Slovacchia, dalla Russia al Rwanda, dal Wisconsin ai villaggi africani, dove si scippano “brevetti” per le produzioni agricole, le parole d’ordine sono sempre le stesse: demolire gli Stati, privatizzare, indebolire la forza contrattuale degli operai e smantellare il welfare. Il potere politico, più o meno subordinato alla visione di quel glorioso e disinteressato progetto di dare al Pianeta il controllo unico degli istituti del capitalismo globale e finanziarizzato come la Bm, il Fmi ed il Wto, è sempre meno credibile. Il decreto istitutivo della Difesa Servizi Spa consente di gestire riservatamente le commesse militari, secretare le spese e la natura degli acquisti, ma non prevede di nascondere i nominativi dei componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale. Va da se che il verbo delle privatizzazioni sia risuonato di pari passo con le dinamiche imperiali del drago anglo-americano, ma i saltimbanchi della politica italiana, il governo del fare, la P2, la P3, la P4 e così via fraternizzando, quando si tratta di business, non hanno bisogno di suggeritori. Non può essere una coincidenza che dalla caduta del Muro di Berlino si oda quotidianamente il canto funebre a Marx. Non è per passione aneddotica che, da quando calca il proscenio parlamentare, Silvio Berlusconi ammorba il Paese con il suo Maccartismo da operetta.

Antonio Bertinelli 5/3/2011
Down the drain
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2011


Le storie romantiche mal si conciliano con gli interessi della piovra economica-finanziaria che persegue l’omologazione dei Popoli nello sfruttamento di qualsiasi risorsa. L’impiego del Web ha sicuramente contribuito ad alimentare le rivolte dei giovani nel Maghreb, ma è lecito ritenere che l’organizzazione sia stata curata altrove e per fini egemonici su quel pezzo d'Africa in cui la Libia rappresenta il principale crocevia geostrategico. L’enfasi posta dai media sull’eroismo dei Tunisini e degli Egiziani spinti dall’anelito di libertà si scontra con il mancato riconoscimento dei giovani rivoltosi come attori politici centrali delle democrazie che si dicono in allestimento. Tutte le ribellioni verificatesi negli ultimi anni hanno visto muovere dietro le quinte i mallevadori del turbocapitalismo con in mano il vangelo del crescere, produrre, consumare e morire. Probabilmente, passata la tempesta, i fantocci asserviti al dirigismo anglo-americano saranno rimpiazzati con altri di nuovo conio. Non è accidentale che, ritenendo inevitabile l’esplosione del malcontento popolare, gli Usa abbiano cementato per tempo il rapporto con gli eserciti di Ben Alì e di Mubarak. Per quanto riguarda la Libia, a cominciare da Obama, non sono pochi quelli che si sono attivati per accreditare lo spontaneismo della rivolta di piazza e dell’effetto domino su tutta la dorsale mediterranea. Segnatamente in questo frangente possiamo ricorrere all’avveduta locuzione “excusatio non petita accusatio manifesta”. Gheddafi è un dittatore, come tale unanimemente riconosciuto, ma la situazione della Libia è notoriamente diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto. La loro vicinanza geografica non implica che ci sia comunanza di situazioni economiche, sociali e politiche. La Libia è tra i paesi africani col reddito pro-capite più elevato, possiede infrastrutture avanzate e le condizioni dei Libici sono migliori di tanti altri. Se qui si stesse dispiegando il furore delle masse contro il tiranno non sarebbe stata alzata una cortina fumogena pressoché impenetrabile. Si parla di carneficine di regime eppure, grazie alla potenza e alla copertura del cartello mediatico d’oltreoceano, ben rappresentato da General Electric, CBS/Viacom, Time Warner e News Corp, filtrano solo notizie palesemente preconfezionate. Il cartello del “Ministero della Verità Americano”, usualmente impiegato per la creazione ed il controllo della realtà, non può impedirci di ritenere che in Libia sia in corso un colpo di stato meticolosamente organizzato. All’opinione pubblica si nascondono le nefandezze dell’etablissement a stelle e strisce, ma quando serve si inventano persino dei genocidi, poi si incitano i governi alleati sia agli embarghi che alle guerre “umanitarie”. Vale la pena di rammentare come sia avanzata la libertà in Kosovo, in Iraq ed in Afghanistan. Al contrario di altri, Gheddafi, pur nella sua misera eterogenesi e con tutte le sue ossessioni, non è una marionetta messa lì dal capitalismo apolide per sfruttare le popolazioni e le ricchezze del continente africano. Le narrazioni mediatiche non si occupano mai delle dittature quando sono esercitate dai fedeli serventi delle multinational corporations, ma il vecchio beduino non lo è. Pur senza indulgere nei confronti dell’uomo e delle sue velleità dinastiche ci sembra che la sequenzialità delle sollevazioni sull’altra sponda del Mediterraneo dovrebbe far riflettere almeno qualche attento osservatore. Spesso le insurrezioni dei Popoli servono nella misura in cui aiutano la creazione di nuovi assetti di potere e quello che sta accadendo nel Maghreb puzza di normalizzazione mondialista. Sarebbe incauto ritenere un frutto della casualità l’articolo comparso circa venti giorni fa sul Washington Post, in cui l’ultimo dei Senussi, discendente di re Idris, si proponeva come candidato per il dopo-Gheddafi. Così come accade fin dai tempi della guerra di Corea, potrebbe far comodo che la Libia, realtà statuale da sempre autonoma, si spezzetti in due o tre entità tribali disposte a cogestire il business del petrolio con le Sette Sorelle. Se la perdita o la scorporazione delle sovranità nazionali appaiono distopiche per le relazioni paritarie tra Stati il “divide et impera” è funzionale ai disegni di un globalismo ecumenico e giacobino in costante riposizionamento, la cui forza sta nel rappresentare un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il pianeta. Ben Alì ha fatto solo rispettare la micidiale ricetta economica del Fmi, che in un ventennio ha destabilizzato l’economia nazionale e depauperato la popolazione tunisina. Anche la politica economica e sociale di Mubarak è stata dettata dal Washington Consensus. Se questi due figuri sono stati buttati nel canale di scarico, c’è una ragione in più per farvi finire anche Gheddafi. La situazione finanziaria mondiale, la recessione degli Usa, il vacillare della loro supremazia internazionale e la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche devono aver suggerito l’idea di aprire una falla nei già precari equilibri del mondo arabo. La storia del despota sanguinario che massacra il suo Popolo con una repressione belluina, fatta anche di bombardamenti aerei sui cittadini, sembra simile a quella delle famose armi di distruzione di massa presenti in Iraq. Non esiste rivolta spontanea pacifica e disarmata in grado di occupare un’intera città come Bengasi, specialmente sotto le bombe dell’aviazione. L'Occidente in gramaglie per il presunto genocidio del rais libico, illo tempore, non versò lacrime per i bombardamenti del Kosovo che distrussero le imprese di proprietà statale anziché le caserme. A fronte di solo quattordici centri militari jugoslavi furono rasi al suolo trecentosettantadue stabilimenti industriali lasciando in giro migliaia di disoccupati. Nessuna fabbrica straniera o di proprietà privata fu mai toccata. I campioni della libertà non mettono in discussione l’invasione dell’Iraq, quella dell’Afghanistan, il lager di Gaza; non piangono per quei Popoli sparsi nella vasta area nordafricana e mediorientale che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia. La fine di Gheddafi si rifletterà di certo sui paesi europei che dovranno fare i conti con una situazione diversa sia per gli approvvigionamenti energetici che per tanti altri commerci. Per liberarsi di qualche autocrate che sbarra la strada ai nuovi programmi degli Usa non scomodiamo l’amore per la democrazia. Sia quelli utili alla grigia Russia di Putin che quelli utili alla radiosa America di Obama possono fare strame dei suoi più elementari principi. In Europa l’Italia docet.


Antonio Bertinelli 27/2/2011

Quando suona la campana
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2011


Caroline Atkinson, direttore delle pubbliche relazioni, ha dichiarato che il Fmi è pronto a sostenere l'economia dell'Egitto non appena la situazione politica si stabilizzerà. Sia il governo statunitense che quello britannico hanno dunque scaricato Hosni Mubarak. Devono esistere dei motivi corposi che spingono Barak Obama a solidarizzare con i rivoltosi del Maghreb e, tra questi, non è da escludere la preparazione di una nuova “crociata democratica” per lasciare mani libere a nuovi e pressanti equilibri di potere geo-economico. I Popoli arabi non tollerano più di vivere sotto il tallone di regimi brutali, Stati di polizia che praticano la tortura, negano le libertà fondamentali ed affamano le masse, ma è pur vero che tutte le rivoluzioni annoverano attori con scopi e programmi fortemente differenziati. Il cacicco egiziano, prendendo a pretesto l’amore per il suo Popolo, non vuole proprio andarsene ed è deciso a morire da Presidente. Se questo dovesse accadere non ce ne rammaricheremmo. Nella disputa tra i vari soggetti predisposti o predestinati ad occupare i vertici della piramide con cui si può rappresentare una comunità il più ambito trofeo è il potere. Nella contesa, a volte sanguinaria, per salire o per mantenere la posizione raggiunta il rischio di soccombere fa parte del gioco. In Egitto la miseria è dilagante, l’ex pilota militare Mubarak ha accumulato un patrimonio di quaranta miliardi di dollari, è stato per trenta anni un autocrate liberticida ed infine ha fatto scorrere il sangue dei suoi oppositori. Sarebbe nell’ordine delle cose se perisse di spada. I sommovimenti popolari egiziani, se già non lo sono stati, saranno presto pilotati. Il premio Nobel Muhammad al- Barade’i è uno di quei personaggi che l’Occidente ha posto tra i propri beniamini e non tutto depone a favore della sua personale trasparenza. Il generale Omar Suleiman, essendo stato capo dei servizi segreti, proprio per la tipicità di chi ricopre certi incarichi, è ancor meno idoneo a garantire quel desiderio di democrazia manifestato sulle piazze. Sugli intrighi di un sistema di potere interconnesso, sulla presenza di invisibili direttori d’orchestra, specialmente nel corso di fibrillazioni popolari, è molto difficile fare luce. E’ invece certo che, come dimostra anche la pervicacia di Mubarak, per mettere fine all’epopea di un egocrate non ci si può sempre avvalere di metodi ordinari. Gli egiziani che hanno perduto il fervido slancio nei confronti del vecchio rais stanno versando il loro sangue per le strade a causa dei Baltagueyya organici al regime. Cosa dovrebbe fare quel 60% di Italiani che non apre più ex abundantia cordis nei confronti del Cavaliere di Arcore che, per pur di salvare lo scranno, ha offerto ai pidini la svendita delle partecipazioni statali in Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Stm, Poste, Poligrafico, Fincantieri e Anas? La proposta non ha avuto successo, ma le sue risorse per continuare a galleggiare politicamente, mentre l’Italia affonda, sono notoriamente illimitate. Checchè ne dicano i suoi flautati laudatores, il premier sta costringendo l’intero Paese a giocare con le carte che lui stesso distribuisce prendendole da un mazzo truccato e, come se non bastasse, è ben determinato a far saltare il tavolo. Può comprarsi quotidianamente la maggioranza parlamentare, continuare a legiferare per se e per gli amici abusando dell’istituto della decretazione e ad insultare la Magistratura, cosa che sembra solleticarlo in maniera particolare specialmente quando si trova all’estero. E’ palese che viviamo ormai in una Repubblica denegata e con una Giustizia sempre più intimidita. In sovrappiù dobbiamo prendere in considerazione anche l'insussistenza rappresentativa di chi teoricamente potrebbe subentrare a dirigere un esecutivo di “liberazione nazionale” ed è invece già pronto ad eseguire istruzioni in contrasto con essa. Per ristabilire la solvibilità dell’Italia, cosa che affligge, tra gli altri, i vari papabili alla successione, bisognerebbe ridurre drasticamente il debito “sovrano”. Questo richiede una crescita del Pil tale da superare i tassi d’interesse pagati dallo Stato, un avanzo di bilancio (ulteriori accettate alla spesa pubblica) o una miscela di entrambi i fattori. Data la combinazione perversa degli alti costi pagati al finanziamento, della bassa crescita economica e degli alti livelli del debito, sarà socialmente insostenibile uscire da circolo vizioso in cui siamo stati spinti dai politici al servizio di banchieri e finanzieri. La ricetta preparata dalla Germania e dalla Francia prevede di abolire i sistemi di indicizzazione dei salari, favorire la mobilità del lavoro, armonizzare i sistemi di tassazione sulle società e sulle persone fisiche, collegare le prestazioni previdenziali al mutante quadro demografico (innalzando dove serve l'età pensionabile) e introdurre nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit per arginare l'indebitamento. Bruxelles si sta preparando all’ennesimo attacco contro i ceti più deboli, e lo farà su scala continentale. Il nostro primo ministro, recatosi oggi nella capitale belga solo per inchinarsi e sposare delle pesanti direttive oligarchiche, anziché tacere come imponevano le circostanze, si è avvalso del pulpito per dichiarare che l’Italia è commissariata dalle Procure. Passi che prenda a schiaffi un Parlamento di nominati, prevalentemente costituito da soggetti provenienti dallo stesso milieu, con notevoli comunanze attitudinali, con un’alta percentuale di indagati e di già condannati, ma non può continuare a pretendere che anche i tribunali si mettano a sua disposizione. Persino Giulio Andreotti si è lasciato giudicare ed è lecito ritenere che la verità giudizialmente accertata si sia discostata molto dalle verità connesse al suo ineguagliabile cursus honorum. Non condividiamo le ragioni per cui altri esigono di poter fuggire dai processi. Devono essere simili a quelle che spingono Mubarak a non volersi allontanare dal Cairo. Il loro decantato amore per il Paese.

Antonio Bertinelli 4/2/2011

En attendant Godot
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2011


L’investimento speculativo sostenuto dai banchieri a discapito dell’economia reale ed il neoliberismo applicato nelle fabbriche si sono trasformati in un incubo. Le grandi banche, dopo aver sanato le perdite dovute alle avventure finanziarie da loro stesse alimentate, con l’intervento dei governi che hanno scaricato il peso del money manager capitalism sulle spalle dei cittadini, hanno chiuso i cordoni della borsa. Adesso pretendono che gli Stati rientrino velocemente nei parametri stabiliti riducendo i propri debiti, impedendo così ai Paesi già privati di sovranità monetaria di spendere a deficit per produrre ricchezza. Di qui la serie infinita di tagli alla spesa pubblica, welfare incluso, e conseguente aumento della povertà. Le piccole imprese con problemi di liquidità finiscono per soccombere. Quelle più grandi, dovendo essere competitive sui mercati internazionali, comprimono i costi del lavoro e mirano ad ottenere la massima produttività delle maestranze. La corsa globale comanda norme di concorrenza prevalentemente nell'area dei fattori produttivi più fragili, ad iniziare dalla forza-lavoro L’Italia è ingabbiata dall’euro e dai connessi patti di stabilità. Come se non bastasse, ha pochi grandi imprenditori, soprattutto avvezzi a spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici e a contare sugli aiuti di Stato per produrre ed innovare. I dobermann dell’Ue non ci perdono di vista. Proprio ieri il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha chiesto riforme strutturali molto decise e continuative per rilanciare la nostra bassa produttività lavorativa. Avrà solo voluto spezzare una lancia in favore di Sergio Marchionne? Del resto anche il solito inossidabile gag-man ritiene giusto che Mirafiori venga abbandonata al suo destino in caso di un esito “negativo” del referendum imposto dall’a.d. della Fiat. Siamo finiti sotto la tutela di organismi finanziari privati, come il Gbm, la Fed, il Fmi, il Wto, la Bce e numerosi Think Tanks, che dirigono le economie mentre i governi ed i parlamenti, beetle-brains funzionali ai poteri forti, producono indebitamenti, svendono patrimoni comuni, riscuotono tasse, ma non si occupano di emergenze sociali. I governi “progressisti” hanno osteggiato la nazionalizzazione della Banca d’Italia ed hanno consegnato il Paese nelle mani della finanza anglo-americana. Ma chi è rimasto a credere che Berlusconi abbia trattato la vicenda della dismessa Alitalia per tenere alta la bandiera tricolore o che commerci con Gheddafi e Putin per affrancarci dalle servitù energetiche consolidate illo tempore? Le decisioni economico-politiche sono proprie di poche superpotenze, assoggettate ad oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Le grandi corporations controllano sia i cicli del mercato che la borsa mondiale. Il diritto internazionale è ormai subordinato alle volontà incontrastabili di banche e finanza. Il General Agreement on Trade in Services, un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio entrato in vigore nel 1995, parallelamente all’accordo per l'abbattimento dei dazi nazionali, è sottoscritto anche dall'Italia. In questo quadro i partiti politici si sono posti al servizio di intoccabili e giganteschi interessi privati. Il turbocapitalismo domina i processi di globalizzazione dall'alto dei “palazzi” di Londra, Francoforte, New York, Washington, Shanghai, etc. La stessa Europa non fa che generare organi di controllo economico sottratti a ogni valutazione popolare ed investiti di poteri assoluti. Le aspirazioni dei “progressisti” sono andate deluse e l’attuale governo conservatore ha dato il colpo di grazia a ogni pur minima speranza di una più equa redistribuzione del reddito. Con la crisi che ha travolto l’Occidente sono aumentate le fusioni tra colossi ed i grandi hanno divorato i piccoli. Il Popolo, ingannato dai media più potenti e dall’omertà che lega quasi tutti i soggetti politici, continua a vivere prigioniero del più grande reality mai realizzato nel corso della storia. Romano Prodi si gode un “pensionamento” dorato; Silvio Berlusconi, quando e se deciderà di mollare la presa, potrà ritirarsi ad Antigua; Gianfranco Fini suggerisce ulteriori spoliazioni pubbliche per sanare il deficit statale; gli avvoltoi fanno giri sempre più stretti sulle carcasse rimaste da spolpare. Il Pd, dopo una serie infinita di inconfessabili inciuci, senza neanche aspettare l’aiuto dei nuovi rottamatori abbagliati dalle luci di Arcore, continua a liquefarsi. Il “canadese”, che tiene a cuore le sorti degli operai, preferisce mantenere la sua residenza fiscale in Svizzera, dove paga in tasse un'aliquota del 30%, anziché quella italiana del 43%. Insomma chi può si tiene ben lontano dai sentieri della virtù sempre invocati dallo zelante Trichet. Riandando col pensiero al vecchio operaio che, fuori dei cancelli dello stabilimento torinese, piange sul divide et impera lasciato cadere sui suoi colleghi, nell'attesa surreale dell’ora del giudizio, ci sovviene qualche verso di G.G. Belli: “Eh! ppanza piena nun crede ar diggiuno. Fidete, fija io parlo pe sperienza. Ricchezza e ccarità sò ddù perzone che nnun potranno mai fa cconoscenza”.

Antonio Bertinelli 14/1/2010

Piovono uccelli
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2011


In diverse parti del pianeta si stanno verificando improvvise morie di pesci e di volatili. Nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti. Alcuni ritengono che questi fenomeni siano addebitabili ad esperimenti effettuati con armi ad energia diretta. La selettività e la velocità con cui i decessi si verificano fanno escludere avvelenamenti di massa, fenomeni meteorologici, epidemie ed altre cause più o meno naturali. E' noto che molti feriti causati dagli attacchi israeliani nei villaggi palestinesi hanno riportato danni non compatibili con le armi convenzionali e molte vittime dei loro bombardamenti presentavano l’aspetto di corpi assoggettati a dosi massicce di microonde. L’epoca delle guerre “simmetriche”, come dimostrano Baghdad, Gaza, Beirut, la stessa invasione dell’Afghanistan ed il regolare impiego di aerei droni, si è ormai conclusa. Se alcune popolazioni vengono trattate come carne per arrosti è forse azzardato ipotizzare che anche le stragi di merli rossi in Arkansas o di tortore a Faenza possano dipendere da sperimentazioni coperte dal segreto militare? Va da se che non si potranno ottenere esaurienti risposte dai governi ma possiamo ricordare che nel 1997 il Segretario alla Difesa Usa William Cohen dichiarò che “Altri … sono impegnati in una sorta di eco-terrorismo in grado di alterare il clima, provocare terremoti ed eruzioni vulcaniche attraverso l’uso di onde elettromagnetiche. Quindi c'è un numero notevole di menti che sono all’opera per trovare il modo di riversare il terrore su altre nazioni. È tutto vero, ecco perché dobbiamo intensificare i nostri sforzi …”. Se il corsaro Francis Drake, incoraggiato nelle sue scorrerie dalla Corona inglese, divenne prima sindaco di Plymouth e poi parlamentare non c’è motivo di ritenere che gli assetti di potere odierni escludano i filibustieri o ne scoraggino le gesta. Anzi, le tecnologie di cui possono disporre le élites dominanti consentono l’aumento esponenziale della bramosia di denaro e di controllo sulle masse. La scienza è spesso marcia ed è accompagnata dalle menzogne, così come la politica inficiata dai conflitti d’interessi che sta divorando il Paese, annientando simultaneamente pensiero, cultura, informazione, principi costituzionali e diritti acquisiti. La logica degli arcana imperii, tanto cara al partito del fare, al suo padrone e ai suoi sodali, sta marciando di pari passo con il totalitarismo finanziario. Le rivalità politiche, quando non sono palesate ad usum populi, dissimulano solo ambizioni personali e, peggio ancora, nascondono la marcia di quella macchina implacabile dietro la quale si mimetizzano gli interessi privati di variegate consorterie. E’ talmente sbilanciato il rapporto tra media mainstream ed informazione alternativa che un cospicuo numero di Italiani non riesce ancora ad accorgersi del grande inganno. Il premier ritiene un’indecenza che la Consulta possa bocciare l'ultimo scudo giudiziario che lo difende dai processi. Marchionne, il cui progetto “Fabbrica Italia” si basa sul nulla, sta minacciando di far saltare il banco. Mentre il Paese è legittimamente in fermento, Maroni si serve di poliziotti che manganellano, bloccano ed arrestano in via preventiva i cittadini che protestano. Il tutto è esasperato da un deteriore processo di americanizzazione, dalla clava delle multinazionali, da un’arrogante ristrutturazione capitalistica, dalla servitù al pallottoliere del debito pubblico e dagli usuali ricatti dei grandi banchieri. Dove va uno Stato senza sovranità e dove va un Popolo senza Stato se non dove decide il proprietario della zecca? I magistrati di lungo corso sanno che il trionfo della legalità a certi livelli è un miraggio, gli economisti hanno la consapevolezza che il libero mercato è ormai una finzione, i politici sono consci che la democrazia è diventata una chimera, il governo sa di dover rispondere al Fmi, alla Bce, al Wto e ad altre entità sovranazionali. Girare intorno a tutto questo decontestualizzando gli eventi, come fa la corte dei miracoli mediatica costituita da improbabili cronisti, pennivendoli, ruffiani e peripatetiche, e come fanno persino i giornalisti che si professano “liberi”, non serve nemmeno ad affrancarsi dal berlusconismo. Se il premier ha trasformato il Parlamento in un supermercato, va anche detto che i parlamentari si assoggettano volentieri a proficue limitazioni di mandato e che i meccanismi elettorali sono stati alterati in modo tale da impedire il formarsi di opposizioni avverse alla filosofia che sottende l’occupazione di qualunque carica pubblica, piccola o grande che sia. L’intero sistema della rappresentanza politica si è perfezionato al fine d'impedire ai cittadini d'influire su scelte determinanti per la loro stessa vita. La cellula autoritaria per eccellenza è diventata la catena di montaggio ed in genere il posto di lavoro, dove padroni e boiardi non vogliono ostacoli di sorta. Che si guadagni di meno, che ci si doti di catetere, di sacchetto per l’intestino e si lavori fino al deliquio. Nell’Italia dei precari, dei disoccupati, dei cassintegrati, delle segretarie a mono-committenza ma con partita Iva, dove si è verificato un enorme spostamento di reddito dalle fasce sociali medio-basse a favore di quelle più alte, nel Paese con le scuole e le università tremogelminizzate, si sta giocando la partita letale tra un gigante finanziario e la classe operaia. Il coro che viene dall’altare maggiore non è di buon auspicio. E’ probabile che la Corte Costituzionale, durante la seduta del 13 gennaio, tenterà di salvare capra e cavoli. E’ facile intuire che le forze dell’ordine saranno ulteriormente putinizzate e che Marchionne riesca a concludere il suo disegno politico-finanziario con il referendum farsa di Mirafiori. Presumibilmente non sapremo mai se la recente moria dei pesci tamburo è imputabile all’impiego di armi sperimentali, ma è certo che tra le guerre "asimmetriche" del passato e del presente si può annoverare anche quella che i sacerdoti della finanza globale e dell’Ue stanno conducendo per arrivare ad un collasso sociale di proporzioni storiche. Il maggiore limite dei Popoli, incalzati dal nuovo ordine, è rappresentato dall’atomizzazione delle relazioni, dalle paure e dal monadismo culturalmente indotto. Non è più tempo di pensare esclusivamente agli spazi ristretti del proprio orticello. Va ricostruita dal basso una comunità d’intenti capace di rispondere colpo su colpo. Quando i governi, già superiori in forza e potere, smarriscono il senso della giustizia e sguazzano nell’amoralità, asservendo finanche gli apparati normativi e le attività giurisdizionali, vanno adeguatamente osteggiati. Henry David Thoreau non ebbe mai dubbi in proposito: "Dovremmo essere prima di tutto uomini e poi sudditi. Non c’è da augurarsi che un uomo nutra rispetto per la legge ma che sia devoto a ciò che è giusto". Per il filosofo e per i suoi tempi la via maestra fu quella della disobbedienza civile. Per il contesto italiano, per quello europeo e per i tempi che corrono, i percorsi della coscienza potrebbero presentarsi come sentieri impervi, ma è giunta l'ora di affrontarli.

Antonio Bertinelli 10/1/2011


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