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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Chiamalo se vuoi ... qualunquismo
post pubblicato in diario, il 31 ottobre 2011


“Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca. La malattia non è l'euro, ma l'Europa che non c'è”, parole di Pierluigi Bersani. "Licenziamenti facili è un termine assolutamente falso. Noi discutiamo di come incoraggiare l'impresa a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l'idea che se poi le cose non andassero bene, se si rivelassero difficili, l'impresa come ha fatto il passo in avanti potrebbe fare magari anche un mezzo passo indietro, ma con protezioni per i lavoratori perché nella nostra cultura c'è una solida consuetudine a dare protezione per i lavoratori più che in altri Paesi”, parole di Maurizio Sacconi. “Se il governo dovesse procedere rispetto agli annunci ci sarà lo sciopero generale”, parole di Susanna Camusso. Bersani dovrebbe sapere che “l’Europa che non c’è” è proprio quella che non ci sarà mai proprio a motivo di una moneta unica stampata e gestita dalla Bce in ossequio al dogma del signoraggio privato. Sacconi dovrebbe sapere meglio di altri che Fabbrica Italia non esiste più. Alla Camusso vorremmo chiedere se spera di far decantare rabbia e disperazione con una folcloristica passeggiata romana e comizio conclusivo in piazza San Giovanni mentre tutta l’Europa è stretta nella morsa economico-finanziaria della globalizzazione. Il Meccanismo di Stabilità (Mes) esautora i governi dell’eurozona, l’organismo preposto all’uopo, con l’assunzione di ampi poteri sulla possibilità dei singoli Stati di stabilire i propri bilanci e di gestire i propri debiti pubblici, è coperto da tutte le immunità giuridicamente concepibili, il suo operato è del tutto insindacabile. La brutale austerità imposta dall’Ue alla Grecia ha riportato i redditi e la libertà delle masse popolari ai livelli degli anni vissuti sotto la giunta militare dei colonnelli. Il governo Papandreou è sostanzialmente sostituito dalla troika presieduta dall’eurocrate Horst Reichenbach. Politici e sindacalisti italiani, forse più di altri, recitano a soggetto, ma tutti indistintamente servono diligentemente gli interessi della global class. Lo fanno con la stessa discrezione con cui a Bruxelles si è sempre lavorato, dietro la facciata della democrazia, a danno dei popoli europei e della loro sovranità. Ci sembra un po’ troppo riduttivo imputare tutte le colpe del declino economico italiano all’attuale governo. Anche se la maggior parte dei cittadini lo ritiene il peggiore dell’era repubblicana, il circo truffaldino globalista che sbeffeggia Berlusconi si è avvalso di clowns, marionette e stragisti al di qua e al di là dell’oceano Atlantico. I signori dell’Impero mirano ad una salda governance mondiale e non lesinano i mezzi per raggiungerla. Dove non arrivano con le campagne mediatiche, la persuasione e la corruzione inviano agenti della Cia, del Mossad, dell’MI6, della Dgse, etc. a sobillare rivolte armate contro i “dittatori” messi all’indice e poi fanno partire i bombardieri della Nato. Donald Rumsfeld  ha scritto su Twitter: "Al-Assad e Ahmadinejad riflettano bene sulla fine di Gheddafi. I loro popoli potrebbero decidere che i prossimi saranno loro due". Dove l’Impero ha fatto breccia con elezioni “democratiche”, per gestire il forte calo dei livelli di vita, sta prendendo piede lo stato di polizia über alles così come è già accaduto negli Usa. Qui vige il Patriot Act che, tra l’altro, consente il tecnocontrollo di tutti i cittadini; è possibile trattenere persone in prigione ab libitum senza presentare imputazioni e prove ad un tribunale; per ammissione dello stesso Barak Obama esistono liste di statunitensi che potrebbero venire assassinati senza un giusto processo; chiunque resiste o critica gli Stati Uniti è considerato un criminale. In questi ultimi giorni le forze dell’ordine si sono scatenate brutalmente sui manifestanti a Chicago, Denver, Oakland, Cincinnati, Atlanta, Seattle, Dallas, San Francisco e Los Angeles, smantellando le aree occupate ed eseguendo in ogni città centinaia di arresti. Analoghe scene si sono verificate in altre parti del mondo occidentalizzato, ad Atene, Sydney e Melbourne. In Germania le manifestazioni pubbliche di dissenso sono seguite da droni attraverso i quali la polizia sorveglia, controlla e accumula dati sui dimostranti. L’Unmanned Aerial Vehicle verrà esteso presto in tutta Europa. In questo quadro non possiamo far finta di credere che la caduta dell’indegno governo delle P progressivamente numerate e delle consorterie affaristiche possa essere la condizione imprescindibile per riguadagnare credibilità all’estero, per liberarsi dallo strozzinaggio sovranazionale e dal capestro guerrafondaio degli atlantisti. Berlusconi è solo una variante tragicomica delle politiche antipopolari e coloniali euro-anglo-americane abbracciate senza distinzione alcuna da “destri” e “sinistri”, sia in Italia che altrove. Un premier che flirta platealmente con dei dittatori e poi volta loro le spalle nei momenti cruciali non è certo uno spettacolo edificante, ma non è che possiamo trovare facilmente dei modelli di riferimento da invidiare. Senza dilungarsi nel fare le pulci a  Viktor Orban, George Papandreou, Nicolas Sarkozy, David Cameron e a tanti altri ancora, possiamo magari riflettere sull’esultanza manifestata da Illary Clinton dopo l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi. Il genero della Clinton è un alto dirigente della Goldman Sachs. Il Dipartimento di Stato Americano ha coinvolto la grande banca d’affari in un progetto internazionale, sotto l’egida della Nato, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e in Pakistan. E’ facile intuire che Goldman Sachs prenderà parte alla spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia. Non tutti i problemi dell’Italia si possono condurre allo sgoverno del “pagliaccio” e dei suoi sodali. I danni prodotti dal berlusconismo non possono far dimenticare che il Paese deve fare i conti con una classe imprenditoriale parassitaria e priva di sensibilità sociale, inoltre da un ventennio vede in contrapposizione bande di soldati di ventura che, occupando le istituzioni, si mettono al servizio dello straniero.

Antonio Bertinelli 31/10/2011

 
Hic sunt piratae
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2011


Agostino d’Ippona ci racconta di un razziatore dei mari catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno che gli chiese perché conducesse quel genere di vita. L’interrogato rispose: “Faccio esattamente le stesse cose che fai tu. Solo che io possiedo una piccola nave e sono chiamato pirata, tu possiedi una grande flotta e sei chiamato imperatore”. La nascita del Diritto moderno si fa risalire al Corpus Juris Iustiniani (529-534), parecchi secoli dopo la morte del re macedone. Ma nonostante la scomparsa delle monarchie assolute, malgrado una produzione alluvionale di leggi “democratiche”, l’evoluzione del diritto positivo, fatte poche eccezioni circoscritte territorialmente e nel tempo, non impedisce che oggi Abdelhakim Belhaj possa accomunarsi a Nicolas Sarkozy, che Andy Coulson faccia il paio con David Cameron, che David Petreaus possa essere messo a capo della Cia da Barak Obama, che Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola siano foraggiati da Silvio Berlusconi. L’esercizio del potere bypassa le categorie giuridiche tradizionali e questo rende labili i confini tra lecito ed illecito. C’è un contratto sociale da ridefinire, ci sono delle sovranità da ripristinare e manca un’autorità democratica super partes in grado di riscrivere i diritti dei governati nell’era della globalizzazione. Grazie ai media mainstream, controllati da banche, multinazionali, da una pletora di grandi imprese, la gente conosce le gesta dei pirati somali o l’esistenza dei cosiddetti “Paesi Canaglia”, può conoscere le malefatte di questo o di quel politico, ma il grande crimine organizzato, quello che agisce dietro e dentro gli Stati, resta nell’ombra. L’informazione è così strutturata che gli argomenti di oggi sono sostanzialmente analoghi a quelli di ieri, così come lo saranno a quelli di domani. Una volta il potere era manifesto e dichiarato. Con l’avvento delle democrazie si è reso invisibile, si nasconde dietro prestanomi, politici, amministratori pubblici, organizzazioni, enti, fondazioni, elezioni democratiche, volontà popolare, comunità internazionale, etc. Opera come uno stuolo di zecche durante l’estate artica. I parassiti ammassati sull’erba alta attendono il passaggio delle alci per attaccarvisi stabilmente e poi succhiarne il sangue. Molti esemplari finiscono per vagare come fantasmi pallidi e malfermi fino a stramazzare a terra letteralmente dissanguati. Il neocapitalismo finanziario, uscito vincitore dal confronto con il modello socialista sovietico, ha portato scientemente al caos globale: dai disastri ambientali alle enclavi di manodopera schiavizzata, dal disordine monetario all’esplosione dei debiti pubblici, dalla crescita esponenziale della disoccupazione a sempre nuove povertà, dall’incertezza economica all’insicurezza sociale e politica, dalla corruzione dilagante alla perpetuazione strategica dell’instabilità, dal crollo delle sovranità nazionali ai colpi di Stato e alle invasioni coloniali, dalla libera circolazione dei capitali alla guerra permanente come unico elemento di governance mondiale. I bombardamenti umanitari si moltiplicano. I nord-americani sono schiacciati dalle ossessioni securitarie e, mentre aspettano di essere chippati, stringono sempre di più la cinghia. L’Europa è in pieno subbuglio, le banche, le borse valori, le società di rating e gli operatori finanziari stanno strangolando l’economia reale. Ci sono attualmente ventitre milioni di europei senza lavoro e, secondo diverse stime, la disoccupazione continuerà ad aumentare. L’8% della popolazione continentale ha un lavoro che non gli permette di uscire dalla soglia di povertà e ottanta milioni di persone vivono al margine della sussistenza. Da quello che appare ultimamente su certa stampa estera, sembra che Wall Street e la City londinese puntino all’indebolimento dell’euro e sul crollo dell’Italia. Il cavallo di Troia inglese all’interno dell’Ue è per l’Italia meno salutare di quanto lo sia stato il suo ingresso nell’euro. La disinvoltura del premier nel condurre affari all’estero ha sicuramente infastidito gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna. Esiste un problema Berlusconi che ha sfruttato qualunque debolezza e qualunque punto di forza nazionale, è grande e multiforme, e non siamo noi a disconoscerlo, ma di qui a pensare che esista per il Paese un’alternativa salvifica ce ne corre. E’ possibile ipotizzare che un avvicendamento al governo possa ripartire con maggiore equità i sacrifici necessari a pagare almeno una parte del debito pubblico e riesca ad allungare l’agonia degli Italiani privatizzando tutto quello che è rimasto da privatizzare, magari con i buoni uffici di Mario Draghi. Per sottrarsi ai tentacoli dell’Impero ci vuole altro, ed il trattamento riservato ai Libici, democratizzati da un esercito di mercenari e dalle bombe della Nato, sta lì a dimostrarlo. Per i futuribili governanti potrebbero essere costruiti ponti d’oro, ma per il Popolo il problema rimarrebbe sempre quello di dover subire un disegno superiore ed intoccabile che va in direzione opposta a quello di un comune interesse nazionale. Agli atlantisti è bastato inneggiare al mancato rispetto dei diritti umani per normalizzare la Libia, mettere le mani sulle sue risorse e, con la sua occupazione, porre fine alle velleità di un’Unione Africana svincolata dal Fmi e dal dollaro. Chi parte dalle coste del Maghreb e arriva in Italia commette il reato di clandestinità e viene incarcerato nei Cie. Secondo la narrazione dei media occidentali Mu’ammar Gheddafi è un criminale. Invece i liberatori della Libia, gli stessi che hanno una mole di stock options sul Bel Paese, hanno batterie di missili tomahawk, flotte di aerei, di elicotteri e di droni. Chi governa oggi, o lo farà domani, sa perfettamente come dovrebbe muoversi nell’interesse dell’Italia. Persino i Sacconi ed i Brunetta, con tutto il loro mai sopito spirito di rivalsa, sanno che l’economia interna peggiorerà anche grazie alle ricette fornite loro da Sergio Marchionne e da Confindustria. Non c’è da scomodare accademici e premi Nobel per capire che con un debito pubblico al 120% del Pil, ad un passo dalla recessione, senza sovranità monetaria, subendo le tappe forzate della marcia imperiale e con questo modello d’Europa, arrivare al crack è solo questione di tempo.

Antonio Bertinelli 17/9/2011 
Bombe ed oclocrazia
post pubblicato in diario, il 6 settembre 2011


Dalla disgregazione dell'Urss ad oggi i poveri occidentali sono diventati più poveri, le classi medie sono scese di qualche gradino ed i ricchi sono diventati ancora più ricchi. La rimodulazione dell'Impero anglo-americano e le mascherate umanitarie di diversi paesi europei, Italia inclusa, hanno visto il susseguirsi di così tanti avvenimenti bellici da far rimpiangere l'epoca della guerra fredda. Il capitalismo apolide ha evidenziato come il suo girovagare non possa prescindere dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei popoli, ha evidenziato come, là dove non esistono le condizioni politiche per impadronirsi di territori, risorse, banche e mercati, siano da prescrivere missioni simili a “Odyssey Dawn”. Gli interventi ammantati di democrazia o giustificati dalla lotta al terrorismo hanno portato tutti i paesi finiti sotto il tiro di Usa, Ue ed Israele in condizioni infinitamente peggiori rispetto a quelle di cui godevano nel periodo antecedente alle operazioni militari. In Serbia, dopo l'insediamento del governo collaborazionista voluto dai filantropi al seguito della Nato, venne immediatamente costituita un’agenzia per le privatizzazioni al fine di alienare a prezzi di saldo le più appetibili imprese statali. La democrazia e le libertà promesse dall’Occidente, arrivate poi sulle ali dei bombardieri, seminarono morte e portarono decine di migliaia di disoccupati. Agli Iracheni è andata anche peggio in quanto tutte le strutture economiche preesistenti sono state soppresse per crearne altre ad hoc come preteso dai "liberatori" e si sono perdute le tracce di oltre diciotto miliardi di dollari appartenenti al fondo sovrano nazionale. Il Paese continua a vivere il dramma della guerra; tutto è razionato, manca l'acqua e la costante erogazione dell'energia elettrica, soffre il freddo, il caldo e la fame. Vede un mosaico di tribù incapaci di coesistere pacificamente. E’ immerso nell’odio, nelle razzie, nelle violenze gratuite e nelle vendette. In Iraq è stata alimentata la più sanguinosa guerra civile di questo secolo, il numero dei morti causati dall'invasione fortemente voluta da Washington e Londra non è stato mai ufficializzato. Del resto i vertici della spedizione, potendo contare sul rivendicato "destino speciale donato da Dio ai nord-americani", avevano dichiarato che non avrebbero fatto la conta degli uccisi e degli storpiati. Lo stesso aveva ripetuto Donald Rumsfeld: "Non faremo il conteggio dei morti altrui". Secondo un accurato studio svolto dalla Scuola medica Bloomberg della Johns Hopkins University, una delle più prestigiose degli Stati Uniti, la guerra del Golfo, nel periodo che va da marzo 2003 a luglio 2006, ha provocato la morte di 601.027 civili iracheni. Altri studi condotti per estrapolazione, come quello dell'istituto inglese Orb, asseriscono che il numero delle vittime civili supera il milione. Secondo Peace Reporter, dal 2003 fino ad oggi, sono morti oltre dodicimila civili in attacchi kamikaze. In Libia, dopo il passaggio di Jihadisti, Sas inglesi, Navy Seals americani, legionari francesi, tutti i tagliagole disponibili sul mercato e migliaia di bombardamenti dei "paesi amici", con un cumulo di rovine, sarà altrettanto difficile ottenere le stime dei caduti e valutare i danni nel deserto postbellico realizzato in nome della difesa dei diritti umani. Andrà tutto secondo copione. Stridono i nostri "bravi ragazzi", in giro per il mondo, in deroga al dettato costituzionale, negli ultimi mesi anche sui cieli della Libia, in deroga al trattato d'amicizia votato dal Parlamento italiano, che sparano e lanciano bombe credendosi alfieri o sentinelle della democrazia, imbevuti di retorica patriottica contro il terrorismo (quale?) e contro le dittature. Potenziale carne da macello raggirata con richiami a nobili capisaldi, spesso arruolata perché priva di serie alternative occupazionali, vittima di quel modello di sviluppo che schiaccia e sfrutta il genere umano senza più porsi alcun limite. Ovunque si riscontri un processo di deteriore americanizzazione domina l'idea nefasta che alle crisi congiunturali si debba rispondere con i conflitti, la soppressione di identità nazionali, la privatizzazione delle strutture economiche e dei servizi pubblici, il drastico ridimensionamento dei salari e dei diritti del lavoro, la compressione del welfare e l'ulteriore emarginazione dei più deboli. Le crisi vedono dimagrire lo Stato Sociale e vedono ingigantire lo Stato al servizio del Capitale. Mentre i cantori del sistema plaudono alle missioni umanitarie per affrancare i popoli dai tiranni sgraditi all'Impero, nel contempo, dichiarano che la globalizzazione non può essere ostacolata dalle lotte di piazza, dagli scioperi, dagli Stati e dai governi. Quando un politico deve assumersi una responsabilità nei confronti dei cittadini c'è sempre un quid disincarnato che lo sovrasta, che decide e sceglie per lui e che dunque lo assolve da ogni colpa. Quasi mai le giustificazioni addotte sono attendibili, tanto che non tutti i paesi europei sono entrati nel club degli "amici" della Libia. Per quanto riguarda la politica economica nazionale non è del tutto vero che il dominio del sistema finanziario Usa ed i diktat dell'Ue precludano ogni possibilità di manovra. Nessun ente sovranazionale ha imposto all’Italia una torsione autoritaria della società, leggi ad personam, ad castam, ad aziendam, norme inique e criminogene, scelte finanziarie gravanti esclusivamente sui ceti meno abbienti o ha rivestito d'odio compulsivo i colpi di mano contro la Scuola Pubblica, l’Università, i dipendenti statali, i pensionati, i salariati, i disabili e contro chi ha sempre pagato regolarmente le tasse. Certo è l'alta finanza che, con le sue folte schiere di burattini, opportunamente collocati in ombra o alla luce del sole, muove il mondo. Sono le famiglie dei Rothschild, dei Rockefeller, dei Morgan, dei Warburg, dei Lehman Brothers, dei Goldman e di pochissimi altri che hanno soffocato l’american dream, che spadroneggiano in una miriade di esecutivi fuori e dentro l’America. Ma ciò non giustifica il calarsi della politica in qualsiasi forma d’espressione criminale, né la sua aderenza attiva a cosche di ogni tipo. La Fed o la Bce non hanno mai chiesto alla classe dirigente italiana i processi artatamente lunghi e le prescrizioni brevi, l'impenetrabilità dell'illecito finanziario, la comoda legislazione off-shore, la "repressione zero" contro il white collar crime e la razzia pro domo sua dei beni comuni. Per gli orrori della campagna di Libia, per le immani sofferenze inferte ai suoi abitanti, codardi, furbi e bucanieri si possono nascondere dietro il giornalismo omertoso e capillarmente regolato, che deforma o sottace i fatti ed amplifica le istanze umanitarie da cui si vuole che abbiano preso le mosse i "liberatori". Manca invece una copertura mediatica tale da nascondere le fandonie perennemente raccontate dalla politica. Non è appellandosi alla presunta ineluttabilità globalista o al "Ce lo impone l'Ue" che i governanti, di ieri ed ancor di più quelli di oggi, possono declinare le proprie responsabilità nell’aver messo in ginocchio il Paese. Prima di suggerire implicitamente a Gheddafi di riscattare il suo passato lanciandosi, in groppa ad un cammello, a petto scoperto e con la scimitarra in pugno, contro i missili dei droni, sarebbe meglio guardare la montagna d’immondizia che abbiamo in casa.

Antonio Bertinelli 6/9/2011


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Ed infine hanno cucinato l’Africa
post pubblicato in diario, il 31 agosto 2011


Esistono diversi organismi di vigilanza e controllo nazionali particolarmente plastici. I meccanismi di nomina, il sistema dei finanziamenti e le molteplici incompatibilità dei vari commissari non riescono neanche a salvare le apparenze. Le sanzioni, quando comminate dalle authority, difficilmente arrivano a colpire grandi gruppi, sono del tutto irrisorie rispetto al volume d’affari o alla gravità dei comportamenti censurati e quindi non servono a scoraggiare abusi e truffe di ogni tipo. La loro utilità finisce nell’illusoria idea che esistano enti per la salvaguardia di interessi comuni contrapposti alla tracotanza operativa di partiti politici e lobbies. Pur con tutti i distinguo da fare sull’inarrestabile declino del Bel Paese, divorato e lasciato divorare da una classe dirigente inetta, anche alcune istituzioni internazionali sembrano non godere di buona salute in termini di garanzie e terzietà a tutela degli interessi collettivi. C’è ad esempio un insanabile conflitto d’interessi tra l‘Oms e l’Aiea. La prima non può agire liberamente nel settore nucleare in quanto necessita dell’imprescindibile consenso della seconda. Guardando all’Onu il quadro si fa ancora più fosco. Venuto alla luce democraticamente zoppo per il diritto di veto accordato a Cina, Francia, Gran Bretagna, Urss ed Usa nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza, con il passare del tempo è diventato sempre di più subalterno agli interessi dei potenti. Quelle stesse Nazioni Unite, che appaiono deboli di fronte alle innumerevoli risoluzioni mai rispettate da Israele, diventano improvvisamente forti quando corre l’obbligo di “liberare” quei popoli che stanno a cuore dell’Impero. Nel Palazzo di Vetro di New York a nessuno appare grottesco che tra i quarantasette paesi facenti parte del Consiglio dei Diritti Umani alcuni, come il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita ed altri ancora, non brillino quali luoghi di libertà democratiche. Come si può far finta di ignorare che lo statuto dell’Onu è diventato una variabile dipendente dai desiderata anglo-americani, che l’intera assemblea serve da foglia di fico o svolge semplicemente un compito notarile per ratificare decisioni prese altrove, là dove spesso le intenzioni umanitarie si avvolgono intorno a bombe e missili in procinto di essere lanciati. E’ accaduto nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq e poi in Libia. Per dirla alla Louis Dalmas, en nous prenant pour des cons. La Nato, impegnata nei trionfi delle democrazie sulle tirannidi, è sempre più calata nel ruolo di agenzia militare delle Nazioni Unite, così la nota favola di Fedro “Lupus et agnus” è tornata d’attualità. Il “cane pazzo” di reaganiana memoria, con i suoi limiti e con i suoi chiaroscuri, non è peggio di tanti altri che ci ammanniscono le loro litanie sui diritti dei popoli; il suo passato, sotto alcuni aspetti, non è del tutto disprezzabile. La maggior parte degli Africani lo considera un uomo generoso che con il suo impegno e con i soldi libici ha contribuito a cancellare l’umiliazione dell’Apartheid in Sud-Africa. E’ altrettanto degno di nota che l’intero continente si è potuto affrancare dall’oneroso affitto annuo dei satelliti occidentali per le telecomunicazioni grazie a Gheddafi. L’odiato tiranno ha partecipato per ¾ dell’intero importo alla costruzione e al lancio di Rascom1, il primo satellite africano. Se la Libia è stata trasformata in una zona di guerra spaventosamente asimmetrica è perché l’Onu, nella sua essenzialità, non può opporsi alla legge del più forte. A questo va aggiunta la menzogna dei manichei a contratto come quelli che, attraverso la narrazione del “massacro di Srebrenica”, avvenuto nel 1995, hanno accreditato la particolare crudeltà dei Serbi ed il necessario smantellamento della Jugoslavia. Pochi sanno e, a giochi fatti, è del tutto ininfluente che i corpi degli ottomila mussulmani bosniaci uccisi a freddo non siano mai stati trovati. Dalle centinaia di cadaveri recuperati nelle fosse comuni come sarebbe stato possibile separare il numero dei morti negli scontri da quello dei giustiziati o, meglio ancora, stabilire se un corpo era di un serbo o di un bosniaco? La storia raccontata dagli invasori della Nato non fa menzione delle crudeltà commesse dai mussulmani e dai Croati, dei massacri subiti dai Serbi e delle loro legittime risposte alle aggressioni. Per quanto accaduto ed accadrà in Libia stiamo assistendo alla consueta promozione ingannevole. Non ci sono nefandezze e non ci sono stragi che non siano imputabili esclusivamente ai “mercenari” di Gheddafi. Va da se che i liberatori al seguito dei servizi d’intelligence e delle truppe occidentali impegnate in loco siano fior di galantuomini amorosamente cresciuti nei giardini delle democrazie, che le bombe Nato siano talmente intelligenti e garbate da chiedere il permesso prima di colpire chiunque vi si trovi sotto. La comoda plasticità di un organismo di garanzia nazionale può scaricare tutto il suo zelo contro le foto “rubate” di un Zappadu o, al massimo, può recitare il de profundis per il servizio pubblico televisivo. L’eccessiva plasticità dell’Onu favorisce in giro per il mondo la nascita di mattatoi e quello libico non sarà l’ultimo. Per tutti i paesi dell’Africa, che con la cacciata violenta di Gheddafi e l’occupazione della Libia perdono i loro migliori riferimenti sociali, politici ed economici, sarebbe più dignitoso abbandonare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Catturato il Nord-Africa nella sfera d’influenza euro-statunitense non sarà mai messo all’ordine del giorno un seggio nevralgico per l’intera Federazione Africana.

Antonio Bertinelli 31/8/2011


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Ultimi scampoli di guerra
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2011


E così anche Tripoli si appresta a vivere il suo day after. Dopo aver forzato oltre ogni limite la risoluzione n. 1973 dell’Onu, dopo aver scatenato invincibili armate e tutta la più avanzata tecnologia mortifera contro un governo legittimo, presto il setaccio in possesso dei ladroni coalizzati tratterrà i semi e lascerà la crusca ai libici. Nel crescendo delle manipolazioni mediatiche persino Google Maps, il 21 agosto, ha accettato il cambiamento della toponomastica: Green Square è stata ribattezzata Martyr’s Square, cosi come richiesto da qualche glorioso combattente per la libertà. La storia della Libia di martiri ne conta parecchi, caduti in guerre coloniali come quella ancora in corso, che sta preparando il terreno per le scorrerie di pochi grandi raider e dei soliti sicari dell’economia. Mu'ammar Gheddafi è stato corteggiato per anni da tutte le più grandi banche occidentali, con cui ha condotto affari non sempre vantaggiosi, sia per lui, che per il suo Paese. Il fondo sovrano libico, così come riporta The Wall Street Journal del 31 maggio 2011, affidò a Goldman Sachs 1,3 miliardi di dollari e gli investimenti curati da detto gruppo persero il 98% del loro valore. Le perdite non furono mai più ripianate dalla celebre banca d’affari. La narrazione dei media più potenti e diffusi, che spesso ricorrono a studios tali da far invidia a Cinecittà, calza sempre a pennello con gli obiettivi economico-finanziari anglo-americani. Pochissimi giorni prima che Barak Obama annunciasse la sua dichiarazione di guerra umanitaria l’Unione Africana si era riunita per discutere la proposta del leader libico di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa. Il fatto, di rilevante interesse, non venne mai reso noto, da giornali e Tv, né al popolo nord-americano, né a quelli europei. Inclusa quella portata in Libia, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Usa ed i loro alleati hanno scatenato cinque guerre. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, grazie all’impiego di una potenza militare e poliziesca senza eguali, si sta assistendo all’espansione ininterrotta di un ordine oligarchico, che fagocita ogni sovranità nazionale, per tutto il pianeta. Ebbe a dire Thomas Friedman, consigliere del segretario di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton: "Perchè la globalizzazione funzioni, l'America non deve temere di agire come l'invincibile superpotenza che in realtà è (...). La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald's non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F-15. Il pugno visibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti". Le cronache di qualunque giornalista garantito dal marchio di qualità euro-yankee, che sia al seguito delle salmerie o comodamente seduto nella propria redazione, non ci parlano dei morti e dei feriti causati dalle tonnellate di bombe Nato sganciate sulla Jamahiriya, non ci parlano dei cecchini umanitari appostati sui tetti di Tripoli, tacciono sui jet che hanno colpito tutto quello che sono riusciti ad inquadrare nel mirino, non ci dicono che i check-points governativi sono stati tra i bersagli preferiti dall’aviazione alleata. Sono cronache che rispondono a parole d’ordine, frutto di veline uguali per tutti, a volte gentilmente fornite dai servizi segreti dei “liberatori”. Il sabba mediatico, nella sua complice subalternità, ci offre la descrizione caricaturale del despota attenzionato dai difensori delle democrazie, qualche improbabile reality show montato in fretta e furia, l’omertà per gli eccidi dei “patrioti” ribelli, molte notizie totalmente false, l’enfasi per le gesta di qualche centinaio di giovani rivoltosi, che, trascinati dall’opportunismo del sedicente Consiglio Nazionale Transitorio, scorrazzano trionfanti su pick up e tirano il grilletto di qualche arma automatica su richiesta del fotoreporter incaricato del servizio. Il silenzio imposto dal consesso dei “volenterosi”, in combutta e in competizione per mangiarsi la torta libica, il vezzo sesquipedale con il quale si affabula intorno alla “rivoluzione" partita da Bengasi per venderla ai telespettatori come un grande movimento popolare desideroso di libertà non riescono a nascondere del tutto una guerra condotta in spregio della nostra Costituzione e del diritto internazionale, alimentata da un’ipocrisia oscena, sfociata nel cinismo sanguinario. Giorni orsono nel villaggio di Majar c’erano ottantacinque cadaveri di donne, bambini ed anziani. Tra le tante menzogne che nessuno dei maggiori media si è mai preoccupato di smentire, i Libici sono rimasti vittime di una manovra d’intelligence, propedeutica all’intervento militare. Presto saranno depredati delle loro immense ricchezze, cominceranno a conoscere tasse mai pagate, vedranno all’opera i banksters occidentali, subiranno la costruzione di basi strategiche Usa. Non c’è necessità di leggere le “farneticazioni complottiste” di teste poco allineate o di presunti paranoici. Anche un ingenuo è in grado di sospettare che i burattini al servizio dell’Impero, dopo aver rivoluzionato Tunisia ed Egitto, dopo aver destabilizzato la Libia, nella stessa maniera potrebbero correre in soccorso di altri popoli “oppressi”. I loro discorsi imbevuti di richiami alla democrazia hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero di migranti. Le loro promesse ed i loro aiuti puzzano di morte. Un editoriale odierno disquisisce su “I veleni di una dittatura”, a quando un editoriale sui peggiori veleni della più aberrante tra le democrazie? I titoli di coda di un film che non avremmo mai voluto vedere scorrono su Shimon Peres che afferma:” Fossi libico, mi sarei sollevato anche io contro il tiranno”, su Barak Obama che, da sempre sensibile alle “sofferenze” dei popoli, intima a Bashar al-Asad di dimettersi, sullo zelante Nicolas Sarkozy che, dopo aver inviato i suoi legionari ad occupare la Costa D’Avorio, consentendo alla Francia di diventare la prima potenza mondiale per il cacao, si appresta ad ospitare la conferenza di tutti i paesi aggressori a Parigi per spartirsi il bottino libico, su Mu'ammar Gheddafi che si dice intenzionato a vincere o a morire.

Antonio Bertinelli 24/8/2011

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Fuochi fatui
post pubblicato in diario, il 2 maggio 2011


Nel 2008 Gheddafi, durante un vertice della Lega Araba, stigmatizzò l’abitudine degli Usa a tradire nazioni precedentemente definite amiche. Parlando dell’Iraq disse: ”(…) Gli USA hanno combattuto al fianco di Saddam Hussein (…) Rumsfeld, segretario alla difesa durante il bombardamento dell’Iraq, era un amico di Saddam Hussein. Alla fine lo hanno eliminato. Lo hanno impiccato. (…) Un giorno l’America potrà approvare la nostra impiccagione (…)”. Alcuni degli intervenuti risero. Oggi, malgrado l’ipocrisia continui a farla da padrona su quasi tutti gli organi d’informazione, tra le dichiarazioni dei politici, nelle esternazioni dei ministri e attraverso i messaggi dei garanti istituzionali, è noto che i "civili inermi", sui quali avrebbe sparato l’esercito lealista, erano in realtà delle forze militari. Lo stesso ammiraglio James Stavridis ha ammesso che i “ribelli” libici sono manovrati dalla CIA e da Al Qaeda. In Italia pochi si sono rammentati dell'art. 11 della Costituzione che a proposito di guerre è inequivocabile. Le esimenti che autorizzerebbero l'uso della forza nell'ambito delle decisioni di una organizzazione internazionale di cui l’Italia fa parte non si possono di certo applicare al casus belli artatamente montato in Libia dai servizi d’intelligence inglesi, francesi e statunitensi. Ciò che più colpisce nella situazione attuale è il fatto che il “patologico” venga accreditato come paradigma del “normale”. La guerra viene conculcata con immodificabile determinismo e ricondotta all'impudico cicaleccio di una classe dirigente avvitata su se stessa, pronta a dichiarare che estromesso il “cattivo” dalla Libia regnerà in quei luoghi la felicità promessa. Per formalizzare giuridicamente l’ennesima partecipazione dell’Italia ad una guerra, ancora una volta spacciata per missione umanitaria, bisogna sistemare una serie di tasselli. La risoluzione del Parlamento è prevista per domani, ma non esistono i presupposti per credere che il poco augusto consesso possa cambiare la rotta avventurosa imposta dagli Usa e dai suoi gazzettieri. Non mancano validi motivi per chiedere una moratoria, magari sostenere il tentativo di riconciliazione portato avanti dall’Unione Africana, che vede attualmente seduti allo stesso tavolo i rappresentanti del Consiglio degli insorti e quelli del governo di Gheddafi. Il gruppo “Civili Britannici per la Pace” e altri pacifisti provenienti da Francia, Germania, Tunisia, Italia, anche avendo indagato per diversi giorni, non hanno trovato alcuna prova o testimonianza dei bombardamenti sui civili, da parte dell’esercito di Gheddafi, in tre regioni di Tripoli o in altre città della Libia occidentale, come riferito dai media internazionali e così come affermato nella risoluzione Onu n. 1973/2011. Non è mai stata creata una commissione internazionale indipendente per accertare la veridicità dei fatti. Secondo quanto riferito da Bloomberg, a pochi giorni dall’inizio della rivolta in Cirenaica si è trovato il modo per fondare una nuova Banca Centrale e per costituire una nuova Compagnia Nazionale Petrolifera. I colossi francesi Eads, Vinci e Total hanno già firmato ricchi contratti con gli insorti, tagliando fuori le imprese italiane. Gli Inglesi stanno spremendo altri soldi dai rappresentanti del Consiglio ribelle costretto a firmare di tutto per avere il riconoscimento diplomatico ed ottenere l’accesso ai fondi statali libici congelati nelle banche europee ed americane. Tutti gli interessi italiani confliggono con quelli di altri paesi dell’Ue e degli Usa. Senza invocare degli ingombranti (?) principi etici e senza sposare alcun tipo di opportunismo partitico, va anche sottolineato che la guerra alla Libia, secondo prudenti stime tecniche, costerà all’Italia, già strozzata dal debito pubblico, settecento milioni di euro. Di fatto tutte valutazioni non in linea con le ragioni dell’Impero, che in tal senso ha impartito ordini precisi ai media di riferimento (dipendenti ed indipendenti), fa ballare il premio Nobel per la Pace, che a sua volta fa ballare l'estabilishiment politico italiano. Davvero umilianti le piroette imposte al primo ministro e poco lusinghiere le peformances spontaneamente fornite da quasi tutti gli altri parlamentari. Se non fosse per l’aspetto tragico verrebbe da pensare ai numeri offerti, agli inizi del Novecento, dal teatro americano “vaudeville”: escapologisti, lettori del pensiero, rigurgitatori di rane, cani e pulci ammaestrati, stranezze della natura, donne barbute, maiali sapienti, calcolatori umani, prestigiatori, ballerini, comici, saltimbanchi, persino accoppiamenti arrischiati, come quello di Sarah Bernhardt con il clown Grock. La grande attrice ebbe anche il merito di ispirare Marcel Proust, la nostra intera fauna politica potrebbe ispirare al massimo un cabarettista. Fuochi fatui di cimiteri e paludi, deboli fiammelle nella notte di una Repubblica e di una Democrazia ormai presenti solo nella solerte retorica presidenziale dei giorni comandati.

Antonio Bertinelli 2/5/2011

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Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
Contaminazioni democratiche
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2011


Tra i motivi del crollo dell’Urss si possono annoverare la rincorsa agli armamenti di Ronald Reagan, il flop del sistema economico comunista, il risveglio delle nazionalità sottomesse favorito dai processi di riforma  legati alla glasnost ed alla perestrojka, di cui fu propugnatore Mikhail Gorbaciov. Non è rilevante stabilire se l’ultimo segretario del Pcus, tanto celebrato dagli occidentali quanto guardato con sospetto in patria, fu un ingenuo o altro, ma bisogna riconoscere che con lo scioglimento dell’Unione Sovietica si ruppe quell’equilibrio mondiale basato sulla contrapposizione tra sistema capitalista e sistema comunista. Fra le prime vittime del crollo, perfezionatosi successivamente con Boris Eltsin, ci fu la Jugoslavia dove, nel 1989, con l’accordo di Reagan, fu attuato un piano serrato di privatizzazioni. Nel 1991, sotto l’amministrazione di Gorge H.W. Bush, il Congresso Statunitense impose alla Jugoslavia il taglio di tutti gli aiuti e dei prestiti, con la suddivisione del debito pubblico fra i componenti della federazione e con l’obbligo di tenere elezioni separate. Nelle banche americane vennero congelati i depositi jugoslavi. Le parti federate che facevano riferimento a Belgrado nicchiarono per il consolidamento dei piani di riforma economica, per le privatizzazioni delle aziende pubbliche, per la riduzione della spesa sociale stabiliti dal Fmi e dalla Bm. I diktat di Bush ed il soffiare europeo sui rispettivi nazionalismi accelerarono la secessione di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. In sintesi, appellandosi pretestuosamente all’autodeterminazione dei popoli, vennero piantati i semi della discordia e dello smembramento balcanico. Negli anni a venire i conflitti interetnici, alimentati dall’Occidente, diventano sempre più accesi e, dopo il tanto tuonare dell’apparato mediatico mainstreeam, finalmente arriva l’intervento umanitario in Kosovo sotto forma di bombardamenti, missili cruise, tomahawk, B 52, F117, distruzione e morte. Un'oscena operazione di banditismo internazionale con l'avallo del governo italiano. È noto che fino al 1999 l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) era considerato unanimemente, e dallo stesso Dipartimento di Stato Usa, un’organizzazione terroristica. Dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, nel febbraio 2008, su alcuni siti russi apparve una frase ironica “Il produttore dell’eroina ha riconosciuto l’indipendenza del distributore”. Ci si riferiva all’Afghanistan, primo paese a riconoscere il nuovo Stato, già invaso dagli Usa e tra i leaders mondiali nella produzione di droga. Oggi a Camp Bondsteel, nelle vicinanze di oleodotti e corridoi energetici di vitale importanza, c’è una delle più grandi  basi militari statunitensi costruite all’estero. La gloriosa “Zastava automobili”, con i suoi trentaseimila dipendenti non esiste più, è stata sostituita dalla Fiat che impiega meno di mille persone. Il Kosovo, munifico di patologie tumorali per la grande quantità di proiettili all’uranio impoverito impiegati dalla coalizione dei liberatori, immiserito e devastato, è uno snodo importante di traffici illeciti, dagli stupefacenti al traffico di organi, dalle armi alla prostituzione, dall’immigrazione clandestina alle sigarette. Oggi Washington, Londra, Parigi ed altri alleati, dopo essersi occupati della Jugoslavia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, intendono sbarazzarsi del dittatore libico. Successivamente, con altre interventi umanitari, provvederanno ad esportare la democrazia disgregando culturalmente e depredando altri paesi. Il caos e la suddivisione del mondo arabo in piccoli Stati deboli ed ininfluenti si prestano alla neo-colonizzazione meglio di quanto si prestino quelli forti, indipendenti e sovrani. Gli stages, per formare attivisti “amanti della libertà” e provocatori di ogni risma, condotti dai servizi d’intelligence interessati servono all’uopo. Muammar Gheddafi è stato messo nelle condizioni di dover fronteggiare una rivolta armata che ha potuto poggiare sui dissapori mai sopiti con le tribù della Cirenaica. Che sia un tiranno è questione marginale, buona per salottieri e giornalisti con redditi opulenti, a prescindere dalla loro asserita indipendenza o dalla maglia che indossano per abbindolare l’una o l’altra fascia di elettorato potenziale. “Ammazzare” Slobodan Milosevic per mezzo del tribunale dell’Aia, impiccare Saddam Hussein, sostenere Hamid Karzai, poco più che sindaco di Kabul, non è servito al riscatto dei popoli bombardati con il beneplacito dell’Onu o della Nato. Solo per limitarci a Milosevic possiamo citare quanto sottoscritto da Ramsey Clark , ex  Procuratore Generale degli Stati Uniti: “(…) Una colpa sicuramente l'ha avuta, ed è quella di non essersi piegato alla Nato, di non aver svenduto il proprio popolo agli affamatori del liberismo selvaggio, di non aver assecondato la colonizzazione del proprio paese tramite Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, i vari Soros e la loro marea globalizzatrice (…)” Asserire che l’incriminazione di Gheddafi e degli esponenti del suo regime per crimini contro l'umanità è "sicura al cento per cento", così come ha fatto Louis Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale, fa parte della solita liturgia. Gli aggressori mettono sotto processo gli aggrediti. Ora che non esiste più l’Urss basta non pestare troppo i piedi alla Cina e, quando conviene, come nel caso della ricca e tribale Libia, i paesi senza un loro deterrente nucleare si possono invadere come meglio piace. E’ facilissimo creare un casus belli degno delle attenzioni “democratiche” di un Bush o di un Obama. L’Italia ha il suo despota, le sue “tribù” secessioniste e xenofobe, l’enorme corruzione di una classe dirigente messa alla berlina senza le cortine fumogene abitualmente riservate ai poteri forti nazionali ed internazionali che di essa si avvalgono, è attenzionata dalla Banca Mondiale anche tramite Transparency International. Insomma ha alcune delle caratteristiche su cui far leva per giustificare un intervento di “correzione” guidato dall’esterno. Ridotta alla stregua di un califfato, deve rallegrarsi di non avere ricchi giacimenti di petrolio o gas, di essere stata governata da personaggi che hanno alienato la sua sovranità e di essere la più grande portaerei Usa nel Mediterraneo?

Antonio Bertinelli 25/3/2011         


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Maschere
post pubblicato in diario, il 19 marzo 2011


Il 20 maggio 1882, a Vienna, Austria-Ungheria, Germania e Italia firmano la Triplice Alleanza, accordo che prevede il reciproco aiuto in caso di invasione da parte di nazioni nemiche. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’Italia decide di non intervenire. Il 26 Aprile 1915 firma il Patto di Londra, il 3 maggio del 1915 ripudia i precedenti alleati e il 24 maggio dello stesso anno scende in guerra a fianco dell’Intesa. Il cambio di campo garantisce che, in caso di vittoria, l’Italia ottenga l’assegnazione di Trento, di Trieste, dell’Alto Adige, dell’Istria, della Dalmazia e di alcune colonie tedesche in Africa. Il primo novembre 1936 Germania e l'Italia annunciano la creazione dell'Asse Roma-Berlino. Il 25 novembre 1936 Germania e Giappone firmano il Patto Anti-Comintern. L'Italia si unisce a loro il 6 novembre 1937. Il 22 maggio 1939 Germania e Italia, per rafforzare l'alleanza dell'Asse, firmano il Patto di Ferro. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Gemania. L’8 settembre 1943 l’Italia si arrende agli Alleati e, dopo tale data, comincia la cosiddetta guerra di liberazione contro i tedeschi. Il cambio di campo, dopo una sanguinosa guerra civile, ci fa assurgere al rango di protettorato statunitense per tutti gli anni a venire. Il 30 agosto 2008 Libia e Italia firmano un Trattato di Amicizia di cui sicuramente né il Popolo italiano, né quello libico sentivano il bisogno. Il 3 febbraio 2009 il Senato ratifica definitivamente il patto di cooperazione tra i due paesi e la maggioranza esulta. In seguito ai sommovimenti libici, il 19 febbraio 2011 Silvio Berlusconi dichiara che non intende disturbare il suo amico Mu'ammar Gheddafi. Ieri Franco Frattini ed Ignazio La Russa, ottenuto il via libera del Parlamento, dichiarano che l’Italia è pronta per concedere le basi militari, e non solo, ai volenterosi che agiranno sotto l’egida delle Nazioni Unite. “L’intera comunità internazionale è assolutamente coesa sul principio che Gheddafi deve lasciare”, argomenta giulivo il titolare della Farnesina neanche sfiorato dall’idea che il voltafaccia del governo italiano sarà considerato insopportabile dal rais, prima avventatamente osannato e poi scaricato in nome della consueta democrazia da esportazione autorizzata dall’Onu. In Italia pochi eccepiscono, e ce ne sarebbero di motivi. Tralasciando il disdoro di un Paese dissennatamente governato, tra l’altro, avvezzo da sempre a cambiare alleanze e patti con estrema nonchalance, tacendo per carità di patria lo scarso credito internazionale di chi comincia una guerra da una parte per poi finirla dall’altra, si potrebbero fare almeno un paio di considerazioni. L’art. 11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La Nato è stata costituita per “tutelare” i paesi che, in rapporto alla spartizione del mondo decisa a Yalta, tra Usa, Urss e Inghilterra, furono posti sotto l’ombrello anglo-americano. L’Unione Sovietica non c’è più, ma la Nato, sotto la direzione degli Usa, è diventata lo strumento principe per promuovere gli affari, ammantati di principi democratici, delle multinational corporations. La tragica messa in scena dei problemi interni alla Libia, velocemente trasformatasi in rivolta armata contro il dittatore, serve esclusivamente per mettere le mani sulle sue ricche fonti energetiche. Tutto il resto è fuffa mediatica, ottima per far trangugiare ai gonzi un’altra missione staticida ordinata dalla quella criminalità organizzata definita  “comunità internazionale”. E’ il solito copione che serve all’esercito yankee ed ai suoi alleati per occupare il quadrante geopolitico resistente all’espansione imperiale. L’Iraq e l’Afghanistan sono solo due dei paesi persi nella nebbia della rapine realizzate massacrando civili, bombardando depositi di viveri, acquedotti, vie di comunicazione, distruggendo villaggi, colture e armenti. Mentre si addita al ludibrio dell’opinione pubblica il despota libico, del tutto incurante della legalità internazionale, Israele occupa territori altrui, bombarda chi si oppone alla sua invasione, imprigiona arabi e palestinesi. Nello Yemen, nel Bahrein, nell’Oman monarchi assoluti sparano su folle inermi senza suscitare lo sdegno dello zio Sam che, tanto preoccupato per il destino degli insorti libici, non si fa scrupoli nel tenere in piedi narco-Stati o utili satrapi là dove e fino a quando lo ritiene conveniente. La realpolitik deve offrire un’immagine accattivante alle carognate, ma siamo certi che il vecchio beduino trangugi il calice amaro della detronizzazione senza trascinare qualche altro nella sua caduta? Per adesso le rivoluzioni abortite del Maghreb registrano un esodo quotidiano, per alcuni un vero business, che la situazione economica dell’Italia non è in grado di fronteggiare a lungo. L’entusiastica inversione di marcia degli indefettibili pupazzi, di cui il Paese migliore farebbe volentieri a meno, ci appare carica di rischi. Se Gheddafi regolasse i conti direttamente col guascone d’oltralpe, dimentico che la sua campagna elettorale è stata in parte finanziata dalla famiglia del rais, con il prode guerriero che alloggia al n.10 di Down Street, con l’istrione brianzolo e con i suoi quaquaraquà, con i banchieri internazionali che hanno congelato i suoi beni e quelli dello Stato libico o con personaggi della sua stessa razza non ce ne faremmo un cruccio. Tutti i maggiori media hanno taciuto che, dal 2003, in Iraq, il governo fantoccio, gli squadroni della morte e gli invasori hanno ammazzato trecentocinquanta giornalisti, ultimamente ne hanno veementemente presi di mira centosessanta e l’11 marzo ne hanno picchiati alcuni che seguivano a Baghdad un grande corteo organizzato contro l’occupazione straniera. Gheddafi sarà pure un tiranno che signoreggia da un quarantennio e che ha creato un sistema di potere dinastico, ma i promotori della libertà, il loro giannizzeri, i buffoni travestiti da governanti, in carica o in nuce, accompagnati dai trombettieri dell’informazione, dagli ascari al traino dell’espansionismo anglo-americano, ormai tutti compressi nel ruolo di salvatori della Libia, non si preoccupano delle devastazioni che produrranno gli eserciti invasori o che le vittime di una probabile vendetta gheddafiana potrebbero essere degli italiani o degli europei innocenti. In fin dei conti per la strage di Ustica i responsabili sono rimasti nell’ombra, nell’attentato di Lockerbie non è morta la dama di ferro, il crollo delle torri gemelle del World Trade Center non ha travolto l’etablissement economico-politico americano.  

Antonio Bertinelli 19/3/2011

Dall'Alpi alle Piramidi
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2011


A conclusione dei cortei pro-Costituzione prendiamone pure atto, non c’è rimasto partito politico in grado di bloccare l’ultimo assalto alla principale fonte del Diritto. Appare fatale il diffuso servilismo nei confronti del boss, a sua volta servile nei confronti dell’Europa e delle intimazioni anglo-americane per nulla mitigate da un Presidente insignito del Nobel per la pace. Le genuflettessioni al gendarme d’oltreoceano garantiscono al governo carta bianca sul piano interno consentendogli, senza inciampi, se non quelli rappresentati dalle critiche della stampa estera, di mettersi fuori dalle regole democratiche vigenti in tutti gli altri paesi occidentali. Di tanto in tanto qualche dissidente sembra voler gorgheggiare, ma poi finisce come tutti gli altri per attenersi agli spartiti obbligati dalla spinta egoica, dalle consuetudini paganti del berlusconismo, dalle direttive economiche comunitarie e dalle prescrizioni del verbo globalizzante. L’Europa è stata ormai travolta ed assoggettata dai discendenti di quei colonizzatori partiti nei secoli scorsi alla conquista delle Americhe. L’italia non ha un ceto politico degno di farsi valere né sul vecchio Continente, né altrove. E’ diventata il naturale Far West del Cavaliere, dei suoi amici, delle mafie, di cordate fameliche e di cricche senza scrupoli, è la terra elettiva di buffoni piroettanti prima convertiti al cannibalismo internazionale imposto dalla “civiltà superiore” e poi fattisi zerbini per gli stivali del nuovo duce. Sinistra e destra, categorie ormai sfumate nell’uniformismo partitico, fanno a gara per sedersi al tavolo da gioco dell’incomparabile baro. Ieri la Magistratura costituiva una garanzia di terzietà e Gheddafi era un amico, oggi la prima è un malcelato ingombro sulla via degli affari e il secondo costituisce un vulnus per gli ineffabili paladini della democrazia. La riforma epocale della Giustizia, a prescindere dalle dichiarazioni ad usum populi, vedrà i parlamentari fare a gara per accontentare il padrone e, nel contempo, aumentare le probabilità di non finire in galera, cosi come dimostrano i ritocchi normativi del ventennio trascorso. L’eventuale spezzettamento tribale della Libia, a danno dell’Europa e della stessa Italia, causerà meno indignazione di quanto ne abbia causata da sempre la comoda dittatura del colonnello verso il quale la cedevolezza dei nostri governi è stata sempre rigorosamente bipartisan. Dal “fratello” Prodi agli xenofobi in camicia verde, con buona pace dei diritti umani violati nelle carceri e nei deserti del rais. Se Gheddafi riuscirà a sottrarsi al disegno egemonico che sta cambiando gli assetti di potere nel Maghreb il nostro Paese, richiamato all’ordine da Obama, pagherà più amaramente di altri le inspiegabili defaillances dei Servizi segreti, l’incapacità politica dell’utile clown e dei suoi irresponsabili vessilliferi. I teatrini televisivi sono un capolavoro insuperabile di spudoratezza e di fariseismo. Al malessere continuo delle piazze, stanche di un’architettura sociale precaria e logora, nauseate dalla corruzione della classe dirigente, sfiancate dall’avvicendamento di innumerevoli magliari e con difficili prospettive di aggregazione, fa da contrappunto l’insussistenza del Pd, il doppiopesismo dell’Udc e le rampogne parolaie di Fli, ovvero le opposizioni in maschera. Di riforma in riforma, di legge in legge, di trattato in trattato, nel rivoluzionare qualunque condivisibile ordine di priorità valoriale, gli Italiani stanno subendo, parafrasando Hegel, le dure repliche della storia. Se un tempo i militanti di destra e di sinistra miravano alla conquista del potere per rincorrere la loro visione del mondo, oggi, senza alcuna idea, compiacenti e garbati come il tizio del famoso pizzino televisivo, si accontentano finanche di un piccolo podere. Che glielo garantisca un satrapo o un qualunque altro componente della razza padrona non fa alcuna differenza. Isonomia, isotipia ed isegoria sono astrusi concetti filosofici misconosciuti ai fautori del piano di rinascita democratica. E’ così che “progressisti” e “conservatori” sono giunti a perorare la causa di una giurisdizione a geometria variabile, a denigrare pretestuosamente il dettato costituzionale, a far passare di contrabbando il Trattato di Lisbona, a dissolvere l’identità nazionale, ad asservire i cittadini ai loro interessi di bottega ed ai programmi illuminati dell’agape globalista. I “sinistri”, pur contestando il berlusconismo, hanno accettato l’ineluttabilità delle sue fruscianti ragioni. Insieme ai “destri”, pur contestando la globalizzazione, hanno abbracciato i suoi assiomi fino a tollerare che quel modello di sviluppo venisse imposto anche con la forza delle armi. Per i pupari e per i pupi funzionali al sistema la riservatezza e la menzogna sono gli strumenti principali con i quali si assicurano il dominio sulle folle. La meticolosa ed efficace cassa di risonanza mediatica afferma apoditticamente che la Giustizia necessita dei cambiamenti ideati dagli azzeccagarbugli del premier, ma ciò e tanto vero quanto lo è l’asserita ineluttabilità oggettiva ed amorfa del processo di globalizzazione in atto. L’invocata riforma epocale sulla giurisdizione serve a piegare quel poco che resta dell’indipendenza dei magistrati. La presunta fatalità del “libero” mercato consente ad un piccolo gruppo di grandi investitori di governare intere nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa, i debiti pubblici e la regolazione dei tassi d’interesse. Subordinare pubblici ministeri e giudici al potere esecutivo significa garantire l’impunità totale al white collar crime. Inneggiare alle rivoluzioni pilotate comporta il rischio di rimanerne inconsapevoli vittime. Continuando a sostenere il pavido monarca, tra un balbettio ed un distinguo, o peggio sbavando come i celebri cani di Pavlov, gli attori della scena politica ci faranno finire peggio di come siamo finiti con Casa Savoia. Accettando supinamente le decisioni di clan familiari quali Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor ci troveremo presto ad essere le mere comparse di una vita grama, appiattita dall’Artico all’Antartico e mercificata dalla culla alla bara. Al dissenso da tubo catodico, alla disapprovazione paludata del più grande, suo malgrado, partito d’opposizione, verrebbe quasi da preferire l’agire radicale e apertamente distruttivo dei casseurs, degli anarchici e dei nichilisti d’ogni risma.

Antonio Bertinelli 12/3/2011 
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