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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

I giorni della merla
post pubblicato in diario, il 29 gennaio 2011


Secondo Aristotele la Giustizia è la virtù per eccellenza in quanto implica il concetto di ordine e di equilibrio, assetto e misura sia in sé che nel rapporto con gli altri. Un gran numero di giuristi contemporanei, al fine di coniugare l’ideale di Giustizia con quella prevista dalle leggi, fa riferimento ai “Principi Generali del Diritto". Tutti concordano sulla sua natura di potere necessario a tutelare gli interessi legittimi di tutti. Un effluvio di parole e di bei discorsi hanno accompagnato, nel corso di un ventennio, mattone dopo mattone, lo smantellamento dell’intero edificio giudiziario. I cittadini vorrebbero Giustizia in tempi rapidi e certezza della pena, la Magistratura vorrebbe codici snelli, personale in organico e strumenti adeguati al compito che è chiamata a svolgere. Chi non vuole che l’apparato giurisdizionale si muova nell’interesse generale invoca riforme soltanto funzionali ad interessi di parte. La lobby che butta sabbia negli ingranaggi della Giustizia è potente, agguerrita, trasversale e a volte “incappucciata”. Con la riforma del 2005 è stata modificata la cerimonia d’inaugurazione dell'anno giudiziario. La Corte di Cassazione e le Corti d’Appello si riuniscono in forma pubblica e solenne. La liturgia si apre alla presenza del Presidente della Repubblica, supremo garante della separazione dei poteri sancita dalla Costituzione. Toghe di velluto rosso, ermellini, fregi aurei, catene e pompon dorati, insomma tutti i paramenti dell’occasione non possono che rappresentare l’eco di una tradizione tanto coreografica quanto travolta dai costumi del berlusconismo. La cerimonia, che una volta forniva opportunità di meditazione su uno dei pilastri dello Stato, si è trasformata in un contenitore di lagnanze per sordi e di giaculatorie sulle inadempienze dei governi. La cittadella della giurisdizione, peraltro già attaccata dall’interno come spesso riportato dalle cronache, è prossima ad essere espugnata nonostante le dichiarazioni del primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo: “I magistrati proseguiranno ad essere fedeli al modello di giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione". L’attacco concentrico della politica e la pervasività di alcune congreghe hanno parzialmente leso il fragile status di autonomia dei magistrati e continuano a delegittimare quelli maggiormente esposti in indagini sgradite ai potenti. Veti incrociati, disinteresse, rappresaglie, approssimazione amministrativa ed esigenze della “casta” fanno il resto. Il Ministro della Giustizia sembra ignorare che a Milano i casi di corruzione, peculato e truffe alla Pubblica Amministrazione sono aumentati del 44%. Questo è il segno inequivocabile del degrado che affligge una società le cui rappresentanze istituzionali annoverano malfattori, predicano l’edonismo e pretendono impunità. Non ci si può avvitare su se stessi ignorando quali sono le riforme davvero necessarie per il buon funzionamento della Giustizia ed affermare che la mancata “riforma” dipende dall'incapacità di fare squadra e dalle resistenze corporative dei magistrati. Vero è che, malgrado tutte le carenze, reali o presunte, il sistema giudiziario è veloce ed implacabile nei confronti di soggetti non assistiti, dei più deboli e dei marginali, frequentemente accusati di reati bagatellari. Gli altri, se non trovano qualche toro pronto a scendere nell’arena a loro difesa, dispongono comunque di qualche altro atout, possono contare su mille pastoie procedurali, su stuoli di legulei e su conflitti di attribuzione da sollevare davanti alla Corte Costituzionale. Lo spettacolo di un Paese sommerso dalla lussuria conclamata delle classi dirigenti, immerse nella melma pur di difendere il loro particolare, è grottesco e ci ridicolizza agli occhi del mondo. I media stranieri si chiedono come sia possibile che gli Italiani continuino a sopportare i raggiri e le messe cantate di un uomo dedito alla menzogna, come anche giudizialmente acclarato fin dal 1990. Per quanto attiene allo scandalo della loggia P2, scoppiato nel 1981, i giudici della Corte d'Appello di Venezia scrivono: "Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verità (…), smentite dalle risultanze della commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di Milano, e mai contestate (…). Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso, rilasciato dichiarazioni menzognere e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza. Ma il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia". Le domande che ci pone la stampa estera, specialmente se anglofona, sono ovvie nella loro semplicità. Altrove il politico che mente, anche se lo fa a riguardo della vita privata, viene sanzionato, la sua carriera pubblica è bruciata. Perché in Italia non si percepisce alla stessa maniera il decoro dovuto al ruolo istituzionale? Si possono offrire diverse risposte, ma ad ognuna si possono associare almeno altre due spiegazioni: è in atto un avanzato esperimento sociale di controllo e di consenso basato sul quasi monopolio televisivo che addormenta le coscienze, quelli che contano maggiormente non vogliono togliere altro ossigeno al governo Berlusconi. L’esecutivo in carica ha piegato il lavoro ai desiderata del grande capitale ed ha prevalentemente legiferato a tutela delle classi economicamente più forti. Toglie ai poveri per dare i ricchi. Lo fa quasi sempre in maniera subdola, ma è un’opera condotta con stile metodico. Basti pensare che se verrà applicata la cedolare secca sulle locazioni i grandi proprietari immobiliari risparmieranno circa un miliardo di euro l’anno, mentre i cittadini debbono fare i conti con un’inflazione reale che erode pesantemente i redditi più bassi. Da questo mese le corrispondenze con l’estero hanno subito aumenti che oscillano dal 15% al 138%. E’ questo e non la pruderie, è l’illegittimità dei comportamenti, è l’attacco scomposto a chi dissente, è l’accerchiamento al ridotto di quei magistrati che non intendono piegarsi, è la salvaguardia di un sistema di checks and balances che dovrebbe spingere la società civile ad un maggiore impegno di quanto abbia fatto fino ad ora. Le provviste di principi e di regole democratiche sono state intaccate oltre misura, è ora di abbandonare il caldo dei comignoli e prepararsi ad una nuova primavera. Dato il contesto è lecito supporre che ci siano molti cacciatori in agguato e bisognerà fare attenzione a non tramutarsi in fantaccini di una qualsiasi possibile intifada guidata dall’alto. Alla parodia della vittima sacrificale va opposta in ogni sede la forza dei fatti.

Antonio Bertinelli 29/1/2011

Piovono uccelli
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2011


In diverse parti del pianeta si stanno verificando improvvise morie di pesci e di volatili. Nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti. Alcuni ritengono che questi fenomeni siano addebitabili ad esperimenti effettuati con armi ad energia diretta. La selettività e la velocità con cui i decessi si verificano fanno escludere avvelenamenti di massa, fenomeni meteorologici, epidemie ed altre cause più o meno naturali. E' noto che molti feriti causati dagli attacchi israeliani nei villaggi palestinesi hanno riportato danni non compatibili con le armi convenzionali e molte vittime dei loro bombardamenti presentavano l’aspetto di corpi assoggettati a dosi massicce di microonde. L’epoca delle guerre “simmetriche”, come dimostrano Baghdad, Gaza, Beirut, la stessa invasione dell’Afghanistan ed il regolare impiego di aerei droni, si è ormai conclusa. Se alcune popolazioni vengono trattate come carne per arrosti è forse azzardato ipotizzare che anche le stragi di merli rossi in Arkansas o di tortore a Faenza possano dipendere da sperimentazioni coperte dal segreto militare? Va da se che non si potranno ottenere esaurienti risposte dai governi ma possiamo ricordare che nel 1997 il Segretario alla Difesa Usa William Cohen dichiarò che “Altri … sono impegnati in una sorta di eco-terrorismo in grado di alterare il clima, provocare terremoti ed eruzioni vulcaniche attraverso l’uso di onde elettromagnetiche. Quindi c'è un numero notevole di menti che sono all’opera per trovare il modo di riversare il terrore su altre nazioni. È tutto vero, ecco perché dobbiamo intensificare i nostri sforzi …”. Se il corsaro Francis Drake, incoraggiato nelle sue scorrerie dalla Corona inglese, divenne prima sindaco di Plymouth e poi parlamentare non c’è motivo di ritenere che gli assetti di potere odierni escludano i filibustieri o ne scoraggino le gesta. Anzi, le tecnologie di cui possono disporre le élites dominanti consentono l’aumento esponenziale della bramosia di denaro e di controllo sulle masse. La scienza è spesso marcia ed è accompagnata dalle menzogne, così come la politica inficiata dai conflitti d’interessi che sta divorando il Paese, annientando simultaneamente pensiero, cultura, informazione, principi costituzionali e diritti acquisiti. La logica degli arcana imperii, tanto cara al partito del fare, al suo padrone e ai suoi sodali, sta marciando di pari passo con il totalitarismo finanziario. Le rivalità politiche, quando non sono palesate ad usum populi, dissimulano solo ambizioni personali e, peggio ancora, nascondono la marcia di quella macchina implacabile dietro la quale si mimetizzano gli interessi privati di variegate consorterie. E’ talmente sbilanciato il rapporto tra media mainstream ed informazione alternativa che un cospicuo numero di Italiani non riesce ancora ad accorgersi del grande inganno. Il premier ritiene un’indecenza che la Consulta possa bocciare l'ultimo scudo giudiziario che lo difende dai processi. Marchionne, il cui progetto “Fabbrica Italia” si basa sul nulla, sta minacciando di far saltare il banco. Mentre il Paese è legittimamente in fermento, Maroni si serve di poliziotti che manganellano, bloccano ed arrestano in via preventiva i cittadini che protestano. Il tutto è esasperato da un deteriore processo di americanizzazione, dalla clava delle multinazionali, da un’arrogante ristrutturazione capitalistica, dalla servitù al pallottoliere del debito pubblico e dagli usuali ricatti dei grandi banchieri. Dove va uno Stato senza sovranità e dove va un Popolo senza Stato se non dove decide il proprietario della zecca? I magistrati di lungo corso sanno che il trionfo della legalità a certi livelli è un miraggio, gli economisti hanno la consapevolezza che il libero mercato è ormai una finzione, i politici sono consci che la democrazia è diventata una chimera, il governo sa di dover rispondere al Fmi, alla Bce, al Wto e ad altre entità sovranazionali. Girare intorno a tutto questo decontestualizzando gli eventi, come fa la corte dei miracoli mediatica costituita da improbabili cronisti, pennivendoli, ruffiani e peripatetiche, e come fanno persino i giornalisti che si professano “liberi”, non serve nemmeno ad affrancarsi dal berlusconismo. Se il premier ha trasformato il Parlamento in un supermercato, va anche detto che i parlamentari si assoggettano volentieri a proficue limitazioni di mandato e che i meccanismi elettorali sono stati alterati in modo tale da impedire il formarsi di opposizioni avverse alla filosofia che sottende l’occupazione di qualunque carica pubblica, piccola o grande che sia. L’intero sistema della rappresentanza politica si è perfezionato al fine d'impedire ai cittadini d'influire su scelte determinanti per la loro stessa vita. La cellula autoritaria per eccellenza è diventata la catena di montaggio ed in genere il posto di lavoro, dove padroni e boiardi non vogliono ostacoli di sorta. Che si guadagni di meno, che ci si doti di catetere, di sacchetto per l’intestino e si lavori fino al deliquio. Nell’Italia dei precari, dei disoccupati, dei cassintegrati, delle segretarie a mono-committenza ma con partita Iva, dove si è verificato un enorme spostamento di reddito dalle fasce sociali medio-basse a favore di quelle più alte, nel Paese con le scuole e le università tremogelminizzate, si sta giocando la partita letale tra un gigante finanziario e la classe operaia. Il coro che viene dall’altare maggiore non è di buon auspicio. E’ probabile che la Corte Costituzionale, durante la seduta del 13 gennaio, tenterà di salvare capra e cavoli. E’ facile intuire che le forze dell’ordine saranno ulteriormente putinizzate e che Marchionne riesca a concludere il suo disegno politico-finanziario con il referendum farsa di Mirafiori. Presumibilmente non sapremo mai se la recente moria dei pesci tamburo è imputabile all’impiego di armi sperimentali, ma è certo che tra le guerre "asimmetriche" del passato e del presente si può annoverare anche quella che i sacerdoti della finanza globale e dell’Ue stanno conducendo per arrivare ad un collasso sociale di proporzioni storiche. Il maggiore limite dei Popoli, incalzati dal nuovo ordine, è rappresentato dall’atomizzazione delle relazioni, dalle paure e dal monadismo culturalmente indotto. Non è più tempo di pensare esclusivamente agli spazi ristretti del proprio orticello. Va ricostruita dal basso una comunità d’intenti capace di rispondere colpo su colpo. Quando i governi, già superiori in forza e potere, smarriscono il senso della giustizia e sguazzano nell’amoralità, asservendo finanche gli apparati normativi e le attività giurisdizionali, vanno adeguatamente osteggiati. Henry David Thoreau non ebbe mai dubbi in proposito: "Dovremmo essere prima di tutto uomini e poi sudditi. Non c’è da augurarsi che un uomo nutra rispetto per la legge ma che sia devoto a ciò che è giusto". Per il filosofo e per i suoi tempi la via maestra fu quella della disobbedienza civile. Per il contesto italiano, per quello europeo e per i tempi che corrono, i percorsi della coscienza potrebbero presentarsi come sentieri impervi, ma è giunta l'ora di affrontarli.

Antonio Bertinelli 10/1/2011


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permalink | inviato da culex il 10/1/2011 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
In articulo mortis
post pubblicato in diario, il 14 novembre 2010


“A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta”. Semiramide, regina assira, in virtù delle sue prerogative reali, dichiarò infatti lecito quanto più le risultava gradito. La “casta” ha dato vita a strutture di potere tanto lontane dalle necessità dei cittadini quanto idonee a realizzare i propri disegni, a dare contorni reali alle proprie smanie, a fare bottino portando il debito pubblico a punte da record internazionale. L’irresistibile ascesa dei furbi, che hanno diffuso il mito dell’individuo vincente, ha portato al ridimensionamento della solidarietà e della cooperazione. La democrazia si è così tramutata in una lotta senza quartiere tra fazioni contrapposte per il possesso della cassaforte comune. Sia i destini personali dei cesaristi che di numerosi loro avversari politici hanno poggiato sulla rovina pubblica, per cui l’allegra vita del maestro o dei suoi epigoni è solo l’aspetto più appariscente ma sicuramente meno esiziale per lo stato presente e futuro della Democrazia. Al conflitto d’interessi per eccellenza, quello dell’Asso Pigliatutto, si sono aggiunti tanti altri conflitti, che vedono il moltiplicarsi di rapporti incestuosi tra controllori e controllati, sia negli organismi pubblici che in quelli privati. Ci sono dissonanze in Parlamento, nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni. I duemilaquattrocentotrentaquattro consiglieri delle aziende quotate in borsa ricoprono mediamente tre poltrone ciascuno, centottantaquattro di loro hanno dieci incarichi ed uno ne ha ben sessantasette. E’ inoltre ragguardevole il conflitto delle banche, socie della Banca d’Italia istituzionalmente preposta a controllarle. La legislazione degli ultimi venti anni, quando non palesemente “estorsiva”, ha imbalsamato l’apparato giudiziario, ha rafforzato imperi finanziari, in primis quello di Cesare, ha impoverito le masse ed ha riportato gli Italiani nelle condizioni tipiche dei sudditi. L’attuale governo, in articulo mortis, prima di congedarsi, vuole smantellare i residui normativi ancora rimasti a tutela dei lavoratori. Come se non bastassero i danni prodotti ed una generazione di giovani, a cui è rimasto solo il web per dare sfogo alla propria impotenza, il capo dell’esecutivo, prossimo ad essere sfiduciato dai suoi vecchi sodali, intende resistere. Dopo aver dato vita ad una dinastia e dopo aver sottoscritto l’andazzo di sempre, in base al quale fanno affari o trovano collocazioni ad hoc esclusivamente parenti, amici, amici degli amici, delfini e finanche trote, è comprensibile che l'autocrate voglia trasferire il “diritto” al premierato nelle mani degli eredi. A prescindere dai desideri dell’uomo di Arcore, il suo astro è visibilmente in discesa. Per quanto lo scioglimento di questo governo rattristi solo i berlusconiani duri e puri, sarebbe bene che gli Italiani cominciassero a guardare oltre l’orizzonte accantonando ogni forma di fideismo. Il Paese è in affanno come non mai e non si possono attribuire tutte le colpe ad un solo responsabile. Ci sono stati infiniti complici ed insospettabili correi. Se i comunisti europei hanno pagato pegno alla celebrata “conversione” di Michail Gorbacëv, anche il pensiero liberale gode ovunque di pessima salute. John Stuart Mill lanciò un attacco frontale alla scienza economica del suo tempo quando la stessa cominciò ad identificare il benessere economico e sociale con la crescita senza limiti dei profitti. Ogni sincero liberale assegna allo Stato le politiche di redistribuzione della ricchezza, la giustizia sociale e tutte quelle funzioni che possano essere scritte lecitamente nel patto democratico tra governanti e governati. Il berlusconismo ha rafforzato l’oscena ragnatela poggiata sull’indissolubile connubio tra mafie, politica, massoneria, banche, grande imprenditoria e servizi segreti. Il neoliberismo, fuori e dentro i confini nazionali, ha rifinito l’opera per far maturare una regressione sociale permanente. Dunque non è più questione di nomi o di giubbe, né è più tempo di correre dietro alle false promesse di un qualche demagogo a mezzo servizio. La pur assillante questione morale interna non deve distogliere da quello che succede altrove. In Portogallo due giovani su dieci sono precari (li chiamano “ricevute verdi”), in Spagna i Paesi Baschi sono diventati il laboratorio continentale della repressione, in Francia c’è un contesto nazionale esplosivo, nel Regno Unito gli studenti sono stati colpiti con tasse universitarie insostenibili. Le performances poliziesche italiane sono più o meno in linea con quello che accade in altri Paesi, dove gli emissari di Eurolandia, per garantirsi qualunque sfruttamento del territorio, l’impiego di manodopera a basso costo e la permanenza di lucrosi squilibri sociali, ricorrono ai manganelli, ai lacrimogeni, ai provocatori, agli infiltrati, alle spie e alle manette. La classe dirigente italiana grufola nel fango, ma non bisogna dimenticare che la servitù euroatlantica è divenuta del tutto incompatibile con le conquiste civili del passato. L’informazione “libera” si occupa troppo spesso di scandali circoscritti a questo o a quel personaggio mentre ignora che la costruzione europea, al di là della retorica, si è tradotta in un generale e sistematico peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. I governi europei fanno da esattori delle imposte per conto del Fmi e l’intero ceto politico italiano, più di altri, ha la briglia lunga quel tanto da far passare per ineluttabile la soggezione alla Bce. Nell’indignazione generale per i costumi del monarca non una sola voce si è mai levata in tutti questi anni per superare il contingente e dire anche: meno Mercato, meno Borse, più Welfare, più Sovranità politica ed economica, più Sindacato, più Giustizia, più regole. L’Italia non può sopportare ancora a lungo gli insulti del malaffare endemico così come l’Europa non può sopravvivere al collasso se non si libera dalla dittatura della finanza. A conclusione del G20 di Seul tutti i partecipanti hanno manifestato l’intenzione di procedere d’amore e d’accordo. Mario Draghi è stato incaricato di redigere e completare la lista delle banche a rischio sistemico. Il dopo Berlusconi sembra ormai avviato ed è ristretta la rosa dei papabili. E’ probabile che un esecutivo transitorio diretto da qualche economista fidelizzato overseas possa aggiungere nuove spine al martirio. Durante la stesura provvisoria della Carta in commissione ristretta alcuni inserirono la frase: "Quando i pubblici poteri violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino". Il plenum della Commissione dei Settantacinque non ritenne opportuno aggiungerlo all’art. 50. Con buona pace di qualche ministro e degli stessi estensori del Trattato di Lisbona, riteniamo che il diritto di resistere alle prevaricazioni sia comunque legittimato dal principio della Sovranità Popolare stabilito dall’art. 1 del dettato costituzionale.

Antonio Bertinelli 14/11/2010         

A buono cavallo nun le manca sella
post pubblicato in diario, il 16 ottobre 2010


“L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto”. Lo diceva Maurice Allais. Il fisico, chiamato a tenere delle conferenze negli Usa durante gli anni trenta del secolo scorso, si trovò nel mezzo della grande depressione. L’esperienza lo toccò a tal punto che decise di dedicarsi allo studio dell’economia per poter capire come un Paese dotato di enormi risorse fosse riuscito a condurre la maggioranza dei suoi abitanti nella miseria più nera. Insignito del premio Nobel, nel corso degli anni, si era più volte espresso contro la globalizzazione voluta dai grandi banchieri. L’insigne studioso aveva previsto con largo anticipo il crollo economico europeo a causa dell’assalto portato da tutti quei Paesi che impiegano manodopera schiavizzata, senza tutele e con salari miseri. Allais, per tutta la vita ignorato dalla grande editoria e dagli economisti organici al sistema, se ne è andato in sordina la settimana scorsa. I problemi da lui previsti sono ormai esplosi in tutta lo loro gravità. La globalizzazione, imbastita sul concetto di competitività, intesa come strategia di sopravvivenza e predominio in un contesto aggressivo ed anomico, ha ridotto al lumicino le possibilità di autodeterminazione dei Popoli, ha reso difficile la loro partecipazione alle decisioni pubbliche ed ostacola pesantemente le facoltà di manovra dei governi. Quella che è stata accreditata dai potenti bankers come la grande chance, fonte di benessere per tutti, ha prodotto insicurezze finanziarie, reddituali, lavorative, assistenziali, culturali, personali, politiche e sociali. La mutazione in atto si sta rivelando devastante. Nel mondo occidentale il protagonista della scena è il capitale anonimo. Il grande imbroglio della libertà è tanto più visibile quanto più ci si allontana dai principi fondanti della Democrazia. Chi ha smisurati mezzi finanziari si camuffa avvalendosi di un potere incorporeo destinato a tagliare fuori i cittadini da qualunque processo decisionale. Nel mondo odierno ci sono un miliardo e trecento milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, seguiti da un miliardo e settecento milioni di poveri. Alle banche, al capitale internazionale e alle multinazionali questi numeri non interessano. Ai mercati globalizzati bastano tutti gli altri sia come forza lavoro a costi irrisori che come consumatori. Se Poi in Cina si verranno a trovare altri duecentocinquanta milioni di individui in grado di consumare saranno meglio assicurate le magnifiche sorti di chi ha deciso per tutti. Fatte le debite proporzioni, l’Italia, con i suoi otto e passa milioni di poveri e con il rischio di veder crescere ulteriormente il numero dei suoi “vagabondi”, non può rallegrarsi. Con la trasvalutazione dell’etica, l’uomo, svenduto al neo-liberismo, si è dissolto nel mercato. Come è pensabile, si chiede Joseph Stiglitz, costruire fabbriche, creare lavoro con capitali che entrano ed escono da un Paese nel volgere di poche ore? I cosiddetti “complottisti” ritengono che questo tipo di globalizzazione risponda al comando centralizzato di un governo ombra sovranazionale. Si voglia o meno sottoscrivere la teoria della “colonizzazione” voluta e diretta dal Fmi, restano emergenze che la politica italiana non può né vuole affrontare. Nonostante diversi movimenti auto-organizzati, persino in technicolor, calpestino inesausti le piazze del dissenso da un decennio, le “opposizioni” non riescono ad offrire loro un unico centro di aggregazione e di lotta. Nel connubio tra politica, mafie, massoneria, toghe sporche e servizi segreti “deviati” si perde del tutto l’orientamento. E’ come il gioco delle tre carte, non si indovina mai la posizione di quella vincente. Diceva Winston Churchil che a volte l'uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi, si rialza e continua per la sua strada come se non fosse accaduto nulla. Fausto Bertinotti è stato alla fine indotto a fare il Cincinnato. C’è ancora qualcuno che ricordi il suo presenzialismo televisivo, anche nel salotto di Bruno Vespa? C’è ancora qualcuno che ricordi il suo “stupore” per l’ardire investigativo di Clementina Forleo? Nella migliore delle ipotesi si può concludere che Bertinotti, tra un alchimia e l’altra, tra una critica massimalista ed una strizzatina d’occhio ai no-global, ha cambiato ragione sociale alla vecchia impresa ed è transitato nell’area del “politicamente corretto” o, quanto meno, del politicamente consentito. Nell’attuale panorama parlamentare non vediamo quale attore potrebbe immergersi fattivamente nella realtà del Paese e contrastarne la deriva. Ovunque si guardi, fatta eccezione per la società civile, non ci sono segnali confortanti. Sono sicuramente in mala fede tutti quelli che, prendendo a pretesto le vicissitudini di Annozero, invocano l’ennesima privatizzazione di un servizio pubblico. Possibilmente a favore di soggetti adusi a servirsi di lontane società off shore e di utili prestanomi. I partiti dovrebbero stare fuori della Rai, ma ci assilla maggiormente lo stato della Giustizia, quello della Scuola e quello del Lavoro. Per questi settori, quando si è legiferato lo si è fatto “contro” e, grazie, in ultimo, anche a chi si autodesigna portatore di "Futuro e Libertà", il viaggio al buio continua. Oggi, alla manifestazione indetta dalla Fiom, non sarà presente il più grande partito di “opposizione”. Un’altra Italia è possibile? A Napoli dicono che se “chillo chiagne e fotte”, è pur vero che “a buono cavallo nun le manca sella”.

Antonio Bertinelli 16/10/2010
Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
E venne la notte
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2010


C’era un’Italia che non c’è più. C’era un tempo in cui la politica scopriva nuove forme di partecipazione e le rivendicazioni del movimento operaio trovavano accoglienza attraverso le Istituzioni. C’era un tempo in cui vecchi mestieri cedevano il passo ai nuovi senza che il lavoro, nelle sue varie espressioni, perdesse di significato. La politica cercava il contatto con i cittadini, individuava nuovi percorsi per risolvere problemi di interesse generale e prestava orecchio alla critica. L’economia del Paese era legata alla produzione reale e gran parte delle attività avevano un senso compiuto sia sotto il profilo personale che sotto il profilo della crescita comune. Anche chi aveva lasciato la campagna per lavorare alla catena di montaggio si sentiva in qualche maniera realizzato. La politica non era avvertita come mero controllo e strumento privilegiato per massimizzare i propri vantaggi personali, badava anche alla costruzione di opportunità per tutti e teneva nella giusta considerazione l’opinione pubblica. Esisteva un filo di coerenza che legava governanti e governati. Tutti si sentivano artefici della propria vita e questo a prescindere dalla collocazione di classe. Sia l’intellettuale che l’operaio, sia il professionista che il dipendente, sia il funzionario che il metalmeccanico si sentivano parte integrante di un disegno che accomunava identitariamente. Anche coloro che passavano la giornata lavorativa ad assemblare prodotti sulle linee di montaggio si sentivano inseriti in un progetto nazionale audace ed erano orgogliosi di lavorare in fabbrica. Poi la politica è diventata quella della “casta”, l’economia si è trasformata in capitalismo belluino e la finanza ha esteso il dominio su tutti i mercati. Oggi il punto dolente riguarda proprio il lavoro, la recessione occupazionale, la precarietà coltivata e diffusa oltre il tollerabile. La crisi economica sta accentuando le disuguaglianze ed approfondendo le fratture. In maniera sempre più accelerata abbiamo subito gli scompigli prodotti da un’idea di lavoro tutta tesa a massimizzare il profitto nel breve termine. Nella bufera finanziaria globale sarebbe più urgente parlare di questo, ma il Governo ha pensato bene di mettere a punto addirittura una norma per consentire il “licenziamento a voce” dei precari. Quando ancora c’erano bottai, calzolai, carpentieri, contadini, ebanisti, fabbri, falegnami, maniscalchi, quando il sapere era nelle mani di coloro che lavoravano con l’esperienza trasmessa da padre in figlio, a garanzia di un futuro dove il senso della vita risiedeva nella semplice quotidianità, il tempo era scandito dal suono delle campane. Prima il lavoro, nella Repubblica Italiana, veniva considerato un prerequisito di libertà e di dignità sia individuale che sociale. Oggi il tempo è scandito dai pressanti bisogni dei governanti, la libertà viene intesa come gestione arbitraria delle risorse comuni e la dignità delle persone viene calpestata attraverso una rappresentazione mitica della realtà. Soprusi, furti ed espropriazioni si compiono all’ombra della democrazia, quella democrazia che oggi, attraverso i suoi nuovi alfieri, va all’attacco degli editori, della stampa e del web per mettere il tappo definitivo sull’informazione. D’altronde, se il precariato è la nuova dimensione, è bene che anche i giornalisti possano sperimentare le opportunità flessibili offerte a tutti quei soggetti intraprendenti, creativi e adattabili. Esistono tante possibilità di riciclarsi come pubblicitario, promotore finanziario, analista, broker, toilet doctor, dog sitter, personal shopper, etc. Perché il Manovratore dovrebbe sopportare ancora la presenza di qualche fastidioso back seat driver? Magari per omaggiare il peggiore americanismo di certi politici nostrani alcuni giornalisti potrebbero dedicarsi alla carriera del divorce planner o a quella del divorce party. La strada di chi non intende fare marchette è ormai lastricata di chiodi. Non essendo avvezzi ai paradigmi dell’ipocrisia dobbiamo riconoscere che, in alcuni casi, l’attività giornalistica è scaduta nel sensazionalismo pruriginoso o è stata asservita al protagonismo mediatico di chi ha le spalle coperte. Comunque le norme scritte dal ceto regnante non servono a tutelare la riservatezza degli Italiani, al cui mandato “plebiscitario” si rimanda ogni azione di governo, ma molto più semplicemente servono solo ad oscurare i misfatti del Palazzo. La macchina della Giustizia è stata messa a punto per anni con complicità politiche trasversali e dunque già garantisce che i processi dei colletti bianchi non arrivino a sentenza o a giusta condanna. Sed non satiatus il Duce, con il varo delle leggi pidiellissime preparate e votate dalle sue milizie, otterrà che nessun suddito potrà più accedere alle “segrete cose” di cui si occupa chi ha le chiavi della dispensa. Nessuno potrà più sapere se si sta rivolgendo ad un medico o a un macellaio, se sta acquistando una casa costruita in cemento o in sabbia, se si serve di una compagnia aerea affidabile o di una che non lo è, se la banca di cui è cliente segue un qualche criterio di eticità o ricicla soldi della ndrangheta. Il putridume materiale e morale in cui siamo immersi sarà nascosto dietro la cortina di silenzio imposta a chiunque voglia scriverne e, segnatamente, a quel giornalismo d’inchiesta perigliosamente sopravvissuto fino ad oggi. Mentre qualche istrione si è riservato il diritto di latrare senza allontanarsi dalla ciotola, altri hanno operato al fine di erodere tutti i diritti collettivi minimi. Solo fuggendo da questo Paese le nuove generazioni potranno intravedere frammenti di futuro.

 

Antonio Bertinelli 21/5/2010


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L'insostenibile leggerezza del governismo
post pubblicato in diario, il 14 febbraio 2010


Per la crisi dell’editoria, si stima che entro la fine dell’anno, tra prepensionamenti, cassa integrazione straordinaria e contratti di solidarietà, lasceranno le redazioni almeno settecento giornalisti. La Padania, al termine dei due anni di cassa integrazione, ha scelto la strada dei licenziamenti collettivi. Il quotidiano della Lega Nord, ormai molto simile al bollettino di una qualche Onlus, scarica sui dipendenti in eccedenza il peso di una cinica scelta politica. Era prevedibile che il modo con cui l’editoria italiana, inclusa quella d’impronta leghista, ha guardato con strumentalità all’informazione, prima o poi avrebbe fatto pagare il conto ai giornalisti. Se la ristrutturazione della Mondadori rientra nell’ordine delle cose, è invece emblematica la scelta della Lega le cui fortune sono nate appellandosi agli interessi delle genti padane, dove il purismo, le denunce e le indignazioni dei capipopolo, nel passaggio da movimento d’opinione a partito di governo, sono evaporate come neve al sole. Anche in questo caso si tratta del solito tributo che il cittadino paga alla deteriore omologazione di chi si propone, e poi si impone con mille alchimie, nell’affermare di esserne il legittimo rappresentante politico. Gli scandali quotidiani e la completa trasformazione della cosa pubblica in affare privato strangolano persino le speranze dei più ottimisti. Passando attraverso veloci mutamenti culturali, spacciati per decorsi positivi, siamo giunti alla totale destrutturazione del Paese. Molti media, ispirandosi ad un laido laicismo (cosa ben diversa da una rispettabile laicità) fanno il tiro a segno sui vescovi, discettano sull’invadenza del Crocefisso, assimilano la Chiesa ad un’associazione di pedofili, esaltano le qualità di qualunque masnadiero, ci ragguagliano sugli sviluppi dei reality shows, promuovono le mignotte al rango di escorts, trasformano i ricattatori in uomini di successo, parlano con nonchalance di famiglie liquefatte, insomma portano argomenti a iosa per indurre al nichilismo e al monadismo. Mentre esprime ipocritamente solidarietà verbale in tutte le circostanze che lo richiedono, il  legislatore continua a rifinire l’opera sotterrando qualunque caposaldo morale residuo, rivendicando l’impunità assoluta per la casta politica, ostacolando il funzionamento della Giustizia, insultando la Magistratura, accelerando il definitivo sfaldamento sociale nello spogliare il lavoro altrui, nel precarizzarlo, nel facilitare una marea di licenziamenti più o meno leciti. Finalmente ci siamo americanizzati del tutto o quasi. Già perché negli Usa, malgrado le radicate ed incolmabili sperequazioni di classe, anche se la cultura dell’american dream mostra da tempo la corda, i politici disonesti ed i truffatori almeno finiscono in carcere per i loro misfatti. In gran parte del mondo le oligarchie del capitalismo globalizzato, con la loro sconfinata avidità, stanno ridisegnando gli stili di vita delle masse ed appare difficile fermare la ruota della storia. Forse, prendendone coscienza fino in fondo, si può solo dare una svolta alla propria. La tracotanza con cui i sacerdoti del dio profitto e i loro ministranti calpestano quotidianamente i diritti della collettività ci pone un interrogativo in più. Nell’Italia dalle tante mafie e dagli inestirpabili comitati d’affari, nell’Italia dove i confini tra canaglie e garanti delle Istituzioni sono estremamente labili, nell’Italia dove tra le stesse forze dell’ordine operano soggetti di cui non si capisce se e a chi sono devoti, nell’Italia dei dissenzienti da avanspettacolo o da operetta, dei leghisti, dei comunisti e degli aennini resisi funzionali alla governance del “sistema paese” vale sempre la pena di accordare fiducia al demagogo del momento o andare ancora a votare? Di sicuro l’ineluttabilità di una corruzione endemica che ci costa parecchie decine di miliardi annui, la crescente deindustrializzazione, la grave crisi economica, la mancata erogazione dei salari, l’affossamento del made in Italy, l’impennata dei messi in mobilità ed il rischio di default per l’entità del debito pubblico non si modificano mettendo la scheda nell’urna, né buttando la tessera elettorale nella pattumiera. Un branco di insaziabili sciacalli e di iene ridens, come quelle che si gettano sulle tragedie di un terremoto, dopo aver spolpato il corpo del Paese ne sta divorando anche le ossa. In attesa che si verifichino le condizioni per una tanto desiderata quanto improbabile incisività politica del cittadino, non prestandosi a seguire ciecamente l’agit-prop di turno, non facendo il gioco degli onnipresenti arrampicatori di partito e non andando a votare ci si sfila almeno dal sempre più perfezionato ingranaggio “acchiappa citrulli” di una democrazia già decomposta ed oggi finanche autocraticamente elargita. Non sarà gratificante ma, senza prestare il fianco ai magliari che, neanche tanto celatamente, sperano in una guerra civile, spargendo a piene mani i semi di un disagio sociale tipico di lontane epoche buie, da qualche parte si dovrà pure iniziare. In alcuni comuni molti giovani si accingono al cambiamento bypassando le formazioni partitiche e puntando al successo di liste civiche a “cinque stelle”. Chissà se riusciranno a non venire fagocitati dagli intraprendenti maggiordomi dei poteri forti.

Antonio Bertinelli 14/2/2010 


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Geometria di un soave inganno
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2010


Ed ecco una nuova sentenza della Corte di Cassazione che si presta, come altre palesemente stridenti con il sentire comune, ad alimentare il disorientamento dei cittadini con aderente strumentalizzazione a discapito dell’intero potere giudiziario. Un uomo è stato penalmente condannato per aver cercato notizie del proprio figlio attraverso una telefonata “molesta” fatta all’ex consorte intorno alla mezzanotte. La Corte ha respinto le argomentazioni del padre preoccupato per non aver potuto incontrare il bambino così come era previsto dal disposto della separazione coniugale. Ci appare evidente che la Suprema Corte sia stata chiamata in causa a dismisura, che la sentenza odori di condizionamento culturale e che gli sforzi legislativi, sostenuti in primis dal Ministro delle Pari Opportunità, avrebbero potuto trovare cause degne di maggiore rilievo. Non è un mistero che in alcune aule di giustizia si celebri la forcolandia dei maschi. Ha finito di stupire l’esistenza di magistrati bacati. Gli addetti ai lavori sanno che certi tribunali fallimentari sono diventati uno strumento criminogeno di cui si avvalgono organizzazioni malavitose di ogni tipo e grandezza. Ci sono magistrati che impiegano anni per depositare una sentenza. Ci sono magistrati collusi con la camorra o con strutture analoghe, altri rinviati a giudizio per associazione a delinquere ed altri già condannati in via definitiva. E’ notorio che, specialmente in certe città, ci sono toghe che frequentano gli stessi salotti frequentati da personaggi degni di attenzioni investigative. Ci sono persino giudici costituzionali che non disdegnano cene di gruppo in luoghi e con compagnie quanto meno inopportune. Ci sembra inevitabile che l’eccessiva vicinanza tra giudici e governanti possa condizionare oltre ogni misura l’indipendenza della Magistratura, a volte già degenerata per altre vie. L’apparato giudiziario, come del resto altri apparati istituzionali, fornisce uno spaccato in linea con la decadenza morale del Paese in cui viviamo. Ma se per un verso si può riscontrare questo legame sofferto tra affari e legalità, dall’altro si deve prendere atto che, mentre alcuni abbandonano la professione per sfuggire al generale degrado, tanti altri magistrati continuano a lavorare nell’interesse del bene comune. Dopo anni di vergogna, con reati aboliti, prove depotenziate, nullità processuali a pioggia, tempi di prescrizione abbreviati, indulti, norme blocca-processi, leggi incostituzionali, con una Giustizia che si mostra incapace di far pagare il conto perfino ai condannati con sentenze definitive per illeciti che hanno fatto epoca, come si può parlare di riforme senza ingenerare sospetti nei cittadini? Come ebbe a dire Gherardo Colombo, la Giustizia non può funzionare senza che esista prima una condivisione del fatto che debba funzionare. La Politica, sia quella del PDL che quella del PD, ha fatto e fa di tutto affinché questo non si realizzi. Le martellanti elegie di questi ultimi giorni, dedicate a Bettino Craxi per rivedere la toponomastica milanese, e così dedicargli una via o magari una piazza, inquadrano perfettamente il clima da paese di Alì Babà. Nessuno intende negare che al presunto “statista” è andata peggio di quanto sia andata ad altri, ma questa è un’altra storia. E’ prevalente responsabilità del legislatore se l’Amministrazione Giudiziaria versa in una crisi senza precedenti storici. A prescindere dalle indegnità personali di certi magistrati che andrebbero prontamente e definitivamente estromessi dal servizio attivo, il problema gravissimo è che viene fatta mancare la legittimazione politica all’intera Magistratura o ancor peggio che la sua stessa organizzazione viene minata alle fondamenta da una serie di attacchi violenti da parte di chi mal sopporta le sue attività istituzionali, peraltro doverose. Leggiadri portavoci, frasi ad effetto, aggettivi accattivanti e soavi definizioni sono la regola per catturare quel consenso popolare che altrimenti sarebbe impossibile da ottenere ad uso e consumo di chi perpetra reati corrompendo il tessuto dei nostri rapporti sociali, dell'economia e del lavoro. Bisogna intaccare ulteriormente l’ordinamento giudiziario, ultimo paletto da abbattere al fine di garantire l’impunità totale del “white collar crime”. Conosciamo gli esiti degli indulti che, chiamando in causa la sovrappopolazione carceraria e la disumanità della pena, sono nati soprattutto per tutelare la casta legiferante. Il “giusto processo”, per cui a suo tempo il Pd fece da staffetta, è solo una pastoia che, nel limitare le valenze testimoniali, di fatto lega le mani dei giudici. Il processo breve è un amnistia camuffata che cancellerà le colpe di alcuni danneggiando, pure ad libertatem, le vittime di innumerevoli illeciti penali. Il legittimo impedimento afferma tacitamente come gli stakanovisti, che passano notti quasi insonni a lavorare, sono talmente impegnati ad operare per il bene del Paese da non poter presenziare ai dibattimenti che li vedono imputati. In realtà le disfunzioni giudiziarie che ledono i diritti del cittadino, alla cui volontà si attribuisce solo quello che fa comodo al padrone, sono ben altre. La Giustizia dispone di personale, spazi e strumenti da sultanato dei datteri. Da anni e da ogni singolo tribunale si leva la protesta per le croniche carenze d’organico. Si ritiene che i magistrati requirenti dovrebbero essere 2000, ma ci sono 207 posti scoperti. In ambito giudicante mancano 386 unità. Solo guardando alla situazione di Cassano d’Adda, sezione distaccata del tribunale di Milano, si rileva che l’assenza dei cancellieri sta bloccando la registrazione di 450 sentenze civili e 520 decreti ingiuntivi già definiti. Perché non viene detto agli Italiani che la “costituzionalizzazione” delle prerogative di alcune cariche politiche introduce nel merito una serie di distorsioni che avvantaggiano anche alcune grandi aziende sotto processo a Napoli e a Milano? Se mai ce ne fosse bisogno, ribadiamo ancora una volta che non siamo proclivi ai magistrati militanti e a quelli che rinnegano e/o sporcano la toga, ma la Magistratura, nel suo complesso, va rispettata per il ruolo che le assegna il dettato costituzionale. C’è chi sta parlando di un progetto finalizzato a mettere in ginocchio la Giustizia. Per quanto ci consta, allo stato dei fatti, sarebbe più appropriato parlare di vilipendio di cadavere. Come se non bastasse quanto il Paese paghi già un prezzo altissimo alle brame secessionistiche e xenofobe della Lega, ci si deve misurare anche con l’avatar di un’improbabile opposizione parlamentare. Sarà consolante sapere che le infamie di cui sono contrassegnati i nostri tempi non potranno essere prescritte ope legis?

 

Antonio Bertinelli 14/1/2010

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