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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Museruole nella storia
post pubblicato in diario, il 24 luglio 2010


Nel tourbillon delle dichiarazioni relative al Ddl sulle intercettazioni spiccano le posizioni di chi si attribuisce il merito di agire per contenere i danni dell'ennesima legge pro "casta". Contrariamente ai teorici dei compromessi, quasi sempre sfociati in inciuci realizzatisi fuori delle sedi istituzionali, così come dimostrano decine di leggi precedentemente varate e mai corrette o abolite dai governi subentrati, continuiamo a ribadire che determinate norme, e tra di esse quella in cantiere, sono semplicemente inemendabili. L'investitura elettorale, i meccanismi procedurali ed il patto che lega i nominati al loro signore garantiscono l'assolutismo della maggioranza, che non ha quindi alcuna necessità del soccorso degli "oppositori". C'è chi gongola, chi si sente "vincitore", chi si finge "sconfitto" e chi invece molto realisticamente ritiene che gli emendamenti approvati non abbiano privato il Ddl della sua carica venefica. Il numero delle leggi sibi et suis ha causato un'usura istituzionale fuori del tollerabile e riteniamo che il Governo debba continuare a segare da solo il ramo su cui è seduto. A quelli che si accreditano come trionfatori del braccio di ferro, in parte interno alla stessa maggioranza, va quanto meno rammentato che, nonostante le "migliorie" introdotte, il provvedimento spunta le armi investigative, abolisce l'articolo 13 della legge Falcone del 1991 ed uccide la vocazione libertaria del web imponendo l'obbligo delle rettifiche in 48 ore a tutti i gestori di siti informatici. Ab assuetis non fit passio. Al di là delle giustificazioni formali di qualche "vincitore" bisogna invece prendere atto che per la casta quod consuetum est, velut innatum est. Siamo talmente abituati al peggio della politica che solo l'imprevisto potrebbe suscitare la nostra meraviglia. Nel Regno Unito David Cameron e Nick Clegg coltivano l'idea di ridare voce al Popolo attraverso un sito internet a cui gli inglesi potranno scrivere per chiedere l'abolizione di norme ingiuste o che ritengono vessatorie. Mentre questo potrebbe essere solo un ballon d'essai della coalizione Lib-Con è invece certo che, con l'approvazione delle ultime leggi, in Italia sperimenteremo compiutamente il dispotismo democratico voluto dal nuovo uomo della Provvidenza e dai suoi sodali. Nel 1926 vennero istituiti i tribunali speciali con il potere di ammonire o condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza del regime. Oggi, in aggiunta ad un apparato normativo scritto a misura di white collar crime, esistono magistrati collusi con vari centri di potere che operano in nomine domini, eppure, malgrado ciò, si sta lavorando per tarpare definitivamente le ali a quelli immuni da contiguità politiche. Nel 1926 la stampa venne "fascistizzata" e i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive mussoliniane. In pratica venne abolita qualunque libertà di critica al regime. Oggi dopo aver pressoché conquistato il monopolio mediatico, specialmente in campo televisivo, si vuole boicottare la libertà di espressione garantita dal citizen journalism. La situazione generale italiana è pesantemente condizionata da una fitta rete di ricatti che lega piccoli e grandi ras, amministratori pubblici e privati, affaristi, politici, mafie e massoneria. Se non interverranno nuove forze il destino del Paese si compirà velocemente nella maniera peggiore. I tentennamenti sindacali, il disfattismo socialista ed il settarismo comunista resero impossibile un'opposizione organizzata alle mire di B. Mussolini ed i diversi episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia adeguata al grave momento storico. Le sottovalutazioni dirigenziali di alcuni partiti tra il 1919 e il 1922 causarono circa cinquecento morti dovute alle spedizioni punitive squadriste. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, fu ucciso nel 1923. L'anno successivo venne rapito e assassinato Giacomo Matteotti. Piero Gobetti, aggredito nel settembre 1924, minato dal pestaggio, morì due anni dopo. Giovanni Amendola fu ucciso nel 1925. Nel 1931 Michele Schirru fu fucilato solo per avere espresso l’intenzione di uccidere il Duce. Le "opposizioni" di oggi, tatticamente funzionali ai disegni del Governo, veleggiano su mari meno pericolosi e, risalendo di bolina il vento del cambiamento movimentista, pontificano sul protagonismo di N. Vendola. Il Fascismo, dopo aver sbaragliato eterogenee resistenze, e segnatamente quella di stampo anarchico, applicò con generosità il confino di polizia in zone disagiate della Penisola. Gli oppositori relegati furono oltre quindicimila, di cui centosettantasette morirono durante il soggiorno coatto. Dopo la soppressione delle libertà fondamentali e lo scioglimento di tutte le forze politiche ai dissidenti non restò che la via dell'abbandono del territorio nazionale, non soltanto per motivi di sopravvivenza fisica, ma anche per poter continuare una battaglia che in Italia era divenuta praticabile solo per vie sotterranee. Piccoli e grandi esuli, liberali, repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici, democratici senza referenti organizzativi e senza affiliazioni operarono in vari contesti territoriali (Francia, Argentina, Brasile, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Tunisia, Egitto, etc), assegnando centralità alla parola scritta. Libri, opuscoli, riviste, fogli ciclostilati e giornali antifascisti esprimevano un desiderio di progettualità per il futuro, riflettendo i bisogni di salvaguardia della memoria storica e dell’identità politica. La lotta dei transfughi, spesso perseguitati e uccisi anche all'estero, si avvalse di centinaia di pubblicazioni e di manifesti. Il primo quotidiano antifascista in lingua italiana pubblicato in Europa, la cui diffusione venne proibita in Italia fin dal 1923, fu "Libera Stampa". Il 1° maggio del 1923 uscì a Parigi “La voce del profugo” e il 3 giugno il quindicinale “Il profugo”. Il 1° maggio del 1924 nacque “L’Iconoclasta”; inoltre sempre in quell’anno alcuni anarchici diedero vita ad un giornale clandestino intitolato “Compagno, ascolta!”. Durante il 1925 proseguì la pubblicazione di giornali e riviste come  “La tempra” e “Il monito”, vide inoltre la luce il giornale "Falce e Martello", organo dei comunisti ticinesi. Dopo il varo delle leggi fascistissime, l’Unità, stampato su carta sottile, di riso, con caratteri piccoli e quasi impercettibili, diventò sinonimo di giornale clandestino. Manca poco tempo all'epilogo parlamentare del Ddl sulle intercettazioni. Qualora l'esito fosse infausto, il blogger che non vorrà soggiacere ai rischi della legislazione liberticida dovrà ricorrere ad amici stranieri per acquistare un dominio all'estero. Nella probabile ipotesi che il sito venga oscurato dalle autorità italiane i suoi lettori potranno munirsi di un programma (proxy) per la navigazione "triangolata" ed accedere comunque ai contenuti del blog. Se alcuni possono impunemente legiferare nel proprio interesse perchè altri non dovrebbero aggirare la museruola imposta al web nazionale?

Antonio Bertinelli 24/7/2010    
Fatti quotidiani e poteri permanenti
post pubblicato in diario, il 18 luglio 2010


Le lordure ed i fatti giudiziari che coinvolgono l’esecutivo in un continuo crescendo quotidiano stanno alimentando un nuovo tormentone. Vedremo presto la realizzazione di un “governo di salute pubblica”? Il 21 aprile del 1993 Giuliano Amato, dopo aver visto traballare il suo Governo sotto le indagini della Magistratura, si dimise passando il testimone a Carlo Azeglio Ciampi. La politica fece un passo indietro per lasciare spazio alla governance tecnocratica voluta dagli ideatori del ridisegnamento geopolitico e geoeconomico globale. La sinistra opera di adesione ai dettami sovranazionali ha portato ai noti sconquassi nel mondo del lavoro e in quello produttivo che ancora oggi persistono. Se facciamo un raffronto dobbiamo riconoscere che lo sprezzo per la legalità dei politici odierni ha raggiunto picchi ineguagliabili rispetto ai loro predecessori. I governi di centro-destra hanno assicurato una sostanziale depenalizzazione di due reati: il falso in bilancio e l’abuso di ufficio, inoltre hanno dato impulso a nuovi possibili equilibri corruttivi attraverso la creazione di una lambiccata architettura contrattuale e finanziaria (project-financing, general-contractor, global-service, facility-management, etc.) così da evitare le regole e i controlli tipici della contabilità pubblica. Contrariamente a quello che succedeva agli inizi degli anni novanta, quando i partiti abbandonavano al loro destino corrotti e corruttori, concussi e concussori, oggi la “casta” fa quadrato intorno agli inquisiti ed ai condannati. Mentre all’epoca di “mani pulite” la corruzione costava cinque miliardi annui attualmente ne costa cinquanta/sessanta. Sicuramente la televisione condiziona la visione del mondo e per suo tramite si esclude scientemente il cittadino dalla Polis evitando che l’indignazione monti proporzionalmente allo scempio amministrativo che subisce l’Italia. La fiaba del “nemico giudiziario” che vuole delegittimare il Governo, propinata dalla Tv in tutte le salse e senza lesinare gli effetti speciali, lascia il tempo che trova. In realtà l’ingordigia e la faccia tosta di questa classe dirigente hanno pochissimi riscontri nella storia della prima Repubblica. Sugli scranni del Parlamento siedono attualmente ventiquattro pregiudicati, novanta tra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa eppure la qualità dei servizi pubblici è scadente ed il welfare si sta contraendo senza soste. I costi della politica raggiungono primati internazionali, ma si lascia credere che il dissesto dei conti pubblici dipenda dai trattamenti pensionistici riservati ai disabili. L’ultima manovra finanziaria prevede, tra l’altro, anche una stangata per le Forze dell’Ordine. Un giovane poliziotto percepisce milleduecento euro mensili, le scorte per la “casta”, incluse quelle accordate più per status symbol che per necessità, costano cento milioni all’anno. Non sono comunque questi i parametri con cui vengono valutati i governi nelle stanze dove essi vengono creati e sostenuti. Libertà, legalità e media indipendenti non sono temi che interessano particolarmente i maggiori centri di potere se non per costruire scenari in cui vi sono apparenti nemici e fittizie contrapposizioni, utili a mascherare il disegno sovversivo sempre di più proteso a negare gli strumenti della conoscenza necessari per le scelte autonome dei governati. Lo scorso aprile il Consiglio della Ue ha approvato il documento 8570/10 che consente alla polizia la facoltà di spiare qualsiasi individuo o gruppo sospettato di essere “radicalizzato”. Lo scorso giugno la Corte Suprema americana, nel procedimento “Humanitarian Law Project / Holder”, ha fissato una grave limitazione alla libertà di parola dei cittadini (garantita dal primo emendamento della Costituzione) subordinandola alle necessità della sicurezza nazionale e al dettato delle leggi federali in materia di anti-terrorismo Il tutto è passato nel silenzio mediatico senza che i giornalisti “liberi” esprimessero una sola critica e senza che si levasse una sola voce dal numeroso gruppo di politici, intellettuali e opinionisti che si abbuffano alla crapula offerta, suo malgrado, dal contribuente. Si potrebbe ricorrere a tanti altri esempi simili per sottolineare come funzionano le cose là dove la menzogna ed il raggiro sono gli unici riti dedicati alla dea Metis. Sul terreno mappato del capitalismo attuale S. Berlusconi non è poi così dissimile da tanti altri. Perché la questione morale, anche se aggravatasi nel corso degli anni, viene ripresa nelle piazzeforti delle collisioni e delle collusioni affaristiche? La politica e le leggi messe a punto da questo regime possono non piacere a molti Italiani, la corruzione ha prodotto metastasi inarginabili, l’ultima manovra finanziaria è profondamente iniqua, le norme “bavaglio” in itinere colmano la misura, ma che genere di vantaggio può portare oggi un governo tecnico alle élites dominanti? Nel 1993 esisteva un piano di sgretolamento dell’Italia predisposto in altro luogo, ma oggi cosa spinge i centri occulti di potere a voler cambiare cavallo? Berlusconi ha approfondito la polarizzazione delle ricchezze a vantaggio delle oligarchie economico-finanziarie e a danno dei lavoratori, non è stato mai un ostacolo per le banche, per la grande finanza, per le multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, per l’establishment bellico americano, per i centri affaristici e criminali che condizionano implacabilmente i destini del nostro Paese. Perché il disastro civico nazionale, lo sfascio dei diritti e delle garanzie costituzionali dovrebbero rappresentare una preoccupazione per i poteri forti che Berlusconi ha sempre tenuto nella debita considerazione? Anche per le “opposizioni”, quelle che non hanno mai disdegnato l’approvazione di leggi bipartisan a tutela della “casta”, i voleri del premier non dovrebbero costituire pregiudiziali insormontabili. Questo esecutivo ha svolto il lavoro sporco di cui hanno beneficiato in molti e, per quanto emerga una qualche forma di ostilità tra la borghesia padronale italiana, ci sembra più verosimile ipotizzare che il cambiamento dello scenario politico sia voluto oltreoceano. Sollevare la questione morale, peraltro sempre più assillante, è un modo semplice e sicuro per favorire in qualunque Paese satellite la transizione da una leadership sgradita ad una gradita. La mordacchia prossima ventura riservata al web, alla stampa e alla Magistratura, oggi massimamente desiderata da Berlusconi,  precluderebbe ai pupari sovranazionali di tenere sotto pressione i governi attraverso quell’informazione capace, quando serve, di suscitare il disgusto dei cittadini. E’ quindi lecito pensare che buona parte dei giochi si terranno intorno ai citati provvedimenti liberticidi. A prescindere dall’esito del loro iter parlamentare, va da se che il fido M. Draghi, di cui spesso la stampa estera tesse le lodi, offra maggiori garanzie all'apparato bancario anglo-americano di quanto ne possa fornire l’attuale primo ministro, ormai troppo scomodo ed ingombrante. Le recenti dichiarazioni di L. Gelli, sommate alle esternazioni di alcuni mafiosi e di altre associazioni occulte, non sembrano essere casuali o superfetatorie, ma sembrano prefigurare l’idea di una “terza” Repubblica post-berlusconiana. Se per certi versi sarebbe augurabile che Berlusconi si ritirasse alle Isole Cayman o, se lo predilige, in qualche dacia posta sulle rive del Lago Valdai, nei dintorni di San Pietroburgo, per altri si può considerare una vera iattura, così come la recente storia insegna, la nascita di un governo tecnico consacrato per lo più fuori dei confini nazionali. Che si ricorra nuovamente al “porcellum” per concedere la libertà di votare gli altrove prescelti o che si ricorra a convergenze trasversali per uscire dall’attuale fase di instabilità politico-economica, derivata sia da fattori endogeni che esogeni, il prezzo sarà sempre e comunque pagato dai soggetti sociali più deboli. Per adesso, e chissà per quanto tempo ancora, il sistema cooptativo totalizzante inibisce il sostanziale ricambio dell’intera classe dirigente, l’accesso dei giovani di valore in tutti i posti nevralgici della vita nazionale e il riordino integrale delle Istituzioni. Le profferte di M. D’Alema, i funambolismi di G. Fini e le capriole di P.F. Casini rientrano perfettamente nelle logiche del berlusconismo a cui hanno precedentemente spianato la strada. Lo status quo non è incoraggiante, ma non vorremmo cadere dalla padella per finire sulla brace.

 

Antonio Bertinelli 18/7/2010

Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
Dios Balanos
post pubblicato in diario, il 16 giugno 2010


Circa tre anni fa Giulio Tremonti scriveva:”Va a stare ancora peggio chi stava già peggio. Sta meglio solo chi stava già meglio. E non è solo questione di soldi. Perché la garantita sicurezza nel benessere che sarebbe stato portato dalla mondializzazione si sta trasformando in insicurezza personale, sociale, generale, ambientale”. Oggi, a proposito della vicenda relativa allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, con annesso stravolgimento delle norme sul lavoro, Tremonti plaude all’accordo sindacale quale positivo cambiamento per il Paese. In questi ultimi anni il custode del “tesoro italiano”, già fautore di inusitate critiche contro lo strapotere delle banche, ha detto di tutto ed il suo esatto contrario. Se per certi versi sembra che anche le aziende, volenti o nolenti, debbano accettare la logica imposta dai mercati globali, non si può escludere che il modello di sviluppo abbracciato dall’Europa possa essere foriero di prossime guerre tra poveri. Quanti accetteranno di produrre in cambio di salari insufficienti per vivere e di continuare ad indebitarsi per consumare? E fino a quando? Siamo ormai abituati ai dondolii verbali di Tremonti, come lo siamo ai proclami di chi vuole mettere il bavaglio all’editoria, alla stampa, al web, vuole inoltre modificare la Costituzione e “riformare” la Giustizia. L’Italia è notoriamente terra di magliari e il “ravvedimento” finale di un qualche Antonio La Trippa può trovare collocazione solo in un film. Le dichiarazioni degli “eletti” vanno sempre prese con riserva, chi vuole limitare le intercettazioni della Magistratura è consapevole che altri continueranno a spiare, ad intercettare, ad introdursi nei computers altrui, al solo fine di soddisfare interessi specifici e senza alcuna garanzia per il cittadino indebitamente controllato. Dunque, più che alle dichiarazioni dei politici, bisogna attenersi ai fatti, sia a quelli attuali che a quelli trascorsi. La scuola è stata sventrata, i dipendenti statali sono stati criminalizzati, i trattamenti ed i limiti pensionistici sono stati riveduti, i rapporti di lavoro sono stati oltremodo precarizzati, i licenziamenti sono all’ordine del giorno, i giovani lavoratori sono stati trasformati in tante “partite iva”, la libera concorrenza è rimasta un sogno, il welfare è stato privato di idonei finanziamenti, i disabili sono stati abbandonati a loro stessi, l’assistenza sanitaria si è deteriorata, la Rai, un tempo lottizzata secondo le regole del manuale Cencelli, è diventata la voce più possente del regime. Le promesse sui benefici dell’Europa allargata ad Est e sulle proprietà miracolistiche del mercato globale si sono rivelate false, l’Italia vede per di più giungere a compimento i propositi di un potere mafio-massonico penetrato nei gangli dello Stato, omogeneo come non mai. L’autocrate allergico alla Costituzione sta superando le aspettative del maestro e sta riuscendo dove, per il noto epilogo di un’oscura guerra intestina, aveva fallito nel 1981 il club guidato da Licio Gelli. Per il fallimento di quel golpe, il quarto in ordine di tempo dopo quelli del 1964, del 1970 e del 1973/74, si possono fare solo delle congetture. Vale la pena di rinverdire quanto documentato in proposito. Dei duemila iscritti alla famosa fratellanza ne sono stati identificati meno della metà, tra gli affiliati risultavano un segretario di partito, parlamentari, ministri, generali dei Carabinieri, generali della Guardia di Finanza, generali dell'Esercito, generali dell'Aeronautica Militare, ammiragli, magistrati, grand commis, direttori e funzionari dei servizi segreti, prefetti, questori, ambasciatori, giornalisti ed imprenditori. La Commissione d’Inchiesta Parlamentare, presieduta da Tina Anselmi, scrisse che la Propaganda 2  fu impiegata per i peggiori crimini di questo Paese, che fu usata come camera di compensazione tra interessi diversi, come punto d’incontro per una mediazione politica, per influenzarla, per condizionarla tramite ricatti, soldi ed altre peggiori azioni. Non sono mai emersi elementi per individuare quella che l’Anselmi definì una "doppia piramide rovesciata". Alla direzione della prima c'era Gelli, ma lo stesso, secondo la Presidente della Commissione, era anche il punto d'inizio della seconda, ai cui vertici si trovavano dei burattinai internazionali. Comunque più che le metafore sono gli eventi e le morti che aiutano a comprendere. L’unico a subire una condanna definitiva, e solo per il crac del Banco Ambrosiano, fu il maestro venerabile della citata loggia massonica che, contrariamente alle conclusioni ufficiali, non era certamente avulsa dalle formazioni partitiche, ma anzi era perfettamente organica alla classe dirigente di ieri, così come potrebbe essere un tutt’uno con quella di oggi. Si allibisce frequentemente per le politiche adottate da Muammar Gheddafi o per quelle messe in atto da Vladimir Putin. Al primo si rimprovera di non aderire ad alcun trattato per la tutela internazionale dei migranti, al secondo si imputa la sbrigativa efficienza nel disfarsi dei giornalisti che lo infastidiscono. Non merita forse altrettanta attenzione la storia non scritta della P2?. Di indagini “pericolose” destinate a finire in un nulla di fatto ce ne saranno ancora, ma non bisogna sottovalutare che, nello spazio di un quinquennio, all’interno della trama in cui ha operato quella loggia massonica si sono verificate almeno venticinque morti “misteriose”. Non è particolarmente rilevante stabilire sotto quale etichetta associativa si mettono in atto dei rapporti affaristici illeciti o si compiono azioni eversive. La loggia di Gelli fu sciolta con la legge n. 17 del 25 gennaio 1982, il Grande Oriente d’Italia ne prese le distanze, eppure alcuni magistrati continuano ancora oggi ad imbattersi nell’intreccio di poteri oscuri che controllano lo Stato nella sua interezza. Mentre il gotha economico-finanziario, pur in presenza di un enorme debito pubblico, macina profitti e guadagni stellari, il ceto medio viene sempre più schiacciato verso il basso e le masse popolari sono condotte progressivamente alla schiavitù. I nominativi di molti iscritti alla P2 ritornano con martellante puntualità in tutte le inchieste sugli arcani d’Italia. Alcuni di loro hanno fatto carriera ed il piano di rinascita democratica stilato da Gelli fa da base programmatica all’attuale Governo. La crisi economica e le fragilità europee si fanno sentire in tutta la loro pesantezza, marciano inoltre di pari passo con la svolta liberticida dell’establishment politico. Abbiamo scampato altri disegni eversivi e c’è da augurarsi che anche questa volta fuoriesca dal consueto buio, in cui s’incontrano e si scontrano i rappresentanti di interessi colossali, la soluzione per sfuggire ai progetti dell’irriducibile caudillo.

 

Antonio Bertinelli 16/6/2010       


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Pensieri a vanvera
post pubblicato in diario, il 11 giugno 2010


Da anni si fronteggiano due mondi, la narrazione epica di Silvio Berlusconi ed il linguaggio privo di fronzoli di Antonio Di Pietro. Il primo sta scrivendo la sua saga finanziaria, il secondo si propone come ultimo baluardo a difesa della Costituzione. Il Pd è appiattito da tempo immemorabile sull’inevitabilità del berlusconismo, mentre il suo massimo pianificatore continua a dispensare ricette per tattiche politiche perdenti. Gianfranco Fini ha raggiunto l'apice della sua parabola evolutiva di statista con le esternazioni fatte all’ultimo congresso pubblico del suo partito. Solo il segretario dell’Idv è rimasto ad urlare e ieri ha manifestato ancora una volta la sua indignazione contro il nuovo disposto sulle intercettazioni della Magistratura, auspicando persino una ribellione popolare. La mandria, se opportunamente indirizzata, potrebbe anche scendere in piazza con maggiore determinazione di quanta ne abbia dimostrata in altri frangenti, ma ci corre l’obbligo di fare alcune precisazioni. In primis va detto che lo scontro frontale è un’ipotesi già presa in considerazione, se non addirittura desiderata, dagli illusionisti che occupano il proscenio politico. E’ del resto verosimile pensare che questo Governo goda di un beneplacito sovranazionale. Senza avere la pretesa di fare un elenco esaustivo di fatti, vale la pena di riflettere su alcuni eventi che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio guardando anche fuori dei nostri confini. Nel 1989 viene fatto saltare in aria Alfred Herrhausen, Presidente della Deutsche Bank e stratega di un’Eurolandia indipendente dagli Usa. Nel 1990 l’antieuropeista Margaret Thatcher viene sostituita alla guida del Regno Unito da John Mayor. Nel 1991 Mario Draghi, ex dirigente della Banca Mondiale, assume la carica di Direttore Generale del Tesoro Italiano. Nello stesso anno viene assassinato Detlev Rohwedder, Presidente della Treuhandanstalt, la società incaricata delle privatizzazioni dell' industria tedesco-orientale. Anche lui, come Herrhausen, aspirava ad un’Europa libera da condizionamenti esterni. Nel 1992 scoppiano gli scandali di Tangentopoli; la lira subisce un attacco speculativo tale da causarne la svalutazione del 30%; Giuliano Amato inizia la trasformazione in società per azioni dei grandi enti pubblici, Enel, Eni ed Ina; il procuratore Agostino Cordova apre una mastodontica inchiesta (finita nel nulla) sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta e politica; nello stesso anno muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel 1993 Mario Draghi presiede il Comitato per le Privatizzazioni che segna l’addio alla prima grande banca pubblica, il Credito Italiano. La finanza, inclusa quella anglo-americana inizia a gongolare per il ricco bottino offerto dall’Italia convertitasi al verbo del laissez-faire. Mentre l’happening delle privatizzazioni si protrae negli anni, di pari passo, si modificano le leggi che investono l’ordinamento giudiziario e assicurano la preminenza degli interessi dei singoli su quelli di carattere collettivo. Tralasciando la riforma processuale del 1989, su cui comunque ci sarebbero da muovere non poche obiezioni, dal 1992 si comincia ad intaccare sensibimente il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Chi delinque in giacca e cravatta, quelli che comandano, contrattano, acquistano ed investono diventano sempre di più giuridicamente imperseguibili. Da quel periodo inizia un processo di perfezionamento legislativo che riguarda la classe dirigente al fine di garantirne l’impunità e/o la sua supremazia sulle norme e sui codici. E’ sintomatico rilevare come grazie a Massimo D’Alema e a Romano Prodi il decreto presidenziale n. 361/1957 (non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica) sia stato “interpretato” per favorire la carriera politica di Silvio Berlusconi. E’ significativo che nel 1997, con il tripudio di quasi tutto il Parlamento, venga varata una riforma per abolire il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e per punire solo virtualmente quello patrimoniale. Mentre i beni pubblici passavano di mano e la corruzione saliva ai fasti della II Repubblica, la lista delle leggi fatte su commissione di tutta la “casta”, o solo per favorire qualcuno dei suoi esponenti, si allungava nel corso del tempo. Ci limitiamo a ricordare il “porcellum” elettorale del 2005 e la norma sul “legittimo impedimento” del 2010. Dunque, per colpa di chi ci ha governato, non solo abbiamo pagato pegno ai potentati nazionali, a quelli internazionali e all’Europa delle oligarchie economico-finanziarie ma, di pari passo, abbiamo pagato e paghiamo pegno alle “riforme” che hanno costruito una Giustizia debole per i forti e forte con i deboli. La maggior parte dei media è ormai asservita. Ad esempio non ha riferito che la Giunta per le Autorizzazioni del Senato ha rigettato la richiesta d’arresto per il senatore Vincenzo Nespoli, indagato per bancarotta fraudolenta, voto di scambio e riciclaggio. Ieri, come da disposizioni di corte, è passata al Senato la nuova legge sulle intercettazioni. E’ molto probabile che, continuando di questo passo, tra scudi fiscali e scudi legali, l’Italia potrà diventare un’ottima “lavanderia” per capitali esteri di provenienza illecita, potrà diventare il paradiso di tutte quelle attività che altrove sono ancora considerate fuori legge. Possiamo capire lo sdegno, includendo anche chi si indigna a compartimenti stagni, e comprendiamo l’indomabile Di Pietro che arriva a chiamare a raccolta le folle. Il nostro breve excursus vuole solo sottolineare la diffidenza e l’abulia di un Popolo che, là dove non sono giunti gli effetti dell’anestesia mediatica, può solo prendere atto di essere stato più volte raggirato. I signori della Lega, quelli che inneggiavano alla “distruzione” di Roma ladrona, sono ormai entrati nel Pantheon dei falsi profeti, gli odierni grilli parlanti censurano e si autocensurano, gli arbitri previsti dall’Ordinamento non garantiscono alcuna obiettività. La strada per risalire la china liberticida, per affrancarsi dal nuovo Medioevo è irta di spine e non passa neanche da Bruxelles. E’ difficile prevedere se, come e quando si strapperà la corda, ma è realistico pensare che a dirigere la ribellione di piazza o ad orientarla non ci saranno personaggi sensibili alle sorti di chi è stato fino ad oggi vessato. Riuscirà l’ex magistrato a compattare il dissenso che accomuna tutti nel desiderio di un domani a misura d’uomo? Riuscirà a superare i limiti posti dai vessilli colorati forniti di volta in volta alle “rivoluzioni” popolari?

 

Antonio Bertinelli 11/6/2010


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L'albero della cuccagna
post pubblicato in diario, il 5 giugno 2010


E’ un elenco infinito quello degli amministratori (dal ministro al consigliere comunale) che utilizzano la carica dissipando ricchezze comuni e per fare i propri interessi. Quando era Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi il debito pubblico era pari a circa il 13% del Pil, oggi si aggira verosimilmente intorno al 117%. Viene detto che la dilatazione della spesa si è verificata per sostenere le politiche sociali e per pagare le pensioni ai falsi invalidi. In realtà il debito è cresciuto insieme alla piovra del malaffare alimentata dai tenutari delle Istituzioni centrali e periferiche, con l’eccessiva remunerazione del capitale finanziario a discapito di qualunque sostegno alla crescita economica, con l’incoraggiamento dell’evasione fiscale e, in ultimo, con la rinuncia al governo della moneta, La Francia e la Germania hanno avuto sempre un eccellente Stato sociale eppure hanno un rapporto debito Pil del 78% e del 77%, dunque ben distante da quello italiano. Proprio quelli che per dissolutezza ci hanno portato in questa situazione si ergono a tutori dell’austerità, fanno finta di ignorare che anche la totale autonomia delle banche centrali configge con gli interessi della collettività e scaricano sulle spalle dei più deboli tutti i sacrifici derivanti dalle loro scelte. Gli Stati soccombono di fronte all’imperialismo economico-finanziario e i Popoli finiscono per pagarne il prezzo più alto. Si parla tanto di terrorismo internazionale, eppure in questa galassia diversamente cresciuta e spesso strumentalmente alimentata ci sono realtà nate solo dall’imposizione di un modello di sviluppo antropofago. Ci sono i pirati somali, ex pescatori malnutriti che hanno visto morire le barriere coralline, scomparire i tonni e le aragoste a causa dello scarico di rifiuti tossici da parte delle nazioni industrializzate. I “terroristi” che si aggirano nei villaggi e nelle grotte andine sono stati cacciati dalle società petrolifere, dalla costruzione di dighe e di centrali elettriche. Molti guerriglieri e narcotrafficanti messicani possedevano fattorie, coltivavano mais prima che il North American Free Trade Agreement facesse scendere il prezzo pagato agli agricoltori del 70%. Il libero commercio, nel rincorrere il profitto immediato, sta fagocitando Paesi, risorse e culture, sta portando alla rottura del patto sotteso al Welfare State. Le grandi città dell’Occidente cominciano a somigliare a quelle dell’America latina, la miseria crescente arriva persino a due isolati dalla White House. Anche l’Europa ha le sue baraccopoli, si trovano a Lisbona, a Napoli, ad Atene, etc. L’Italia, come altre nazioni occidentali, non è più industrialmente competitiva e la globalizzazione sta creando un tipo di disoccupazione strutturale. Al fenomeno si aggiungono poi gli effetti della scelte politiche che ci stanno trascinando nel circolo vizioso della povertà e dell’ignoranza. Basta guardare al generale sottodimensionamento degli organici aziendali, all’Isola dei Cassintegrati, alla cura subita dal settore dell’Istruzione e al bando di concorso per fare didattica universitaria a titolo gratuito o a rimborso simbolico di un euro. C’è da aggiungere che, nonostante la propaganda dei telegenici, i loro mandanti, per evitare che si arrivi al “prosciutto”, spalmano continuamente di grasso l’albero della cuccagna. Non sarà mai possibile ripianare un debito pubblico auto-rigenerante. Il signoraggio bancario implica il depauperamento degli Stati e l’arricchimento imperituro di quelle élites internazionali che indirizzano le dinamiche economiche e politiche su scala mondiale. Qualunque manovra finanziaria, e segnatamente in Italia, dove la democrazia parlamentare è commissariata dalle mafie, per quanto stringa il cappio intorno al collo dei cittadini, non sarà mai sufficiente per liberarsi dal debito. Mario Draghi preme per la sua riduzione e si dice preoccupato per le problematiche occupazionali. Il Governatore sa bene che, nonostante le massicce alienazioni delle aziende e dei beni pubblici ceduti in cambio di carta stampata dalle oligarchie tipografiche, la perdita della sovranità monetaria è servita e serve a perpetuare la vecchia ma sempre più avida bancocrazia anglo-americana, di cui la Bce è una degna emanazione. Sa che questo genere di mercato libero, anche nel caso di una ripresa economica, continuerà a produrre disoccupazione nei Paesi sviluppati e sfruttamento in tanti altri. Negli Usa le tutele dei lavoratori sono quasi nulle e l’indebitamento, sia quello statale che quello familiare, raggiunge livelli astronomici. Grazie a zelanti e ben remunerati maggiordomi il sistema economico-finanziario americano è stato trasposto in Europa, ma come non constatare che la crisi dell’euro sia oggi particolarmente utile alla rivalutazione del dollaro? Non è forse un problema che i cinesi stiano riducendo l’acquisto dei Treasury bonds? Come mai le agenzie di rating americane si attivano nel fare annunci tanto ingiustificati quanto tempestivi? Chi sta scommettendo contro Eurolandia? Come mai il gatto e la volpe, che si affannavano a rassicurarci sulle condizioni dell’Italia, in questi giorni si sono affrettati a varare una manovra finanziaria correttiva? Il nostro disgraziato Paese, già immolato sull’altare della globalizzazione, deprivato della sovranità monetaria, è anche affetto dal parassitismo dei soliti noti per i quali ogni mezzo è buono al fine di fare affari a detrimento dell’interesse generale. Mentre negli States, pur gravati da un debito che tra pubblico e privato raggiunge il 300% del Pil, esiste un codice penale in grado di colpire velocemente e duramente i reati finanziari, qui da noi è stata emanata una pleiade di norme per assicurare l’impunità ai colletti bianchi, per non disturbare gli intrecci esistenti tra crimine organizzato e crimine economico. Finanche gli ex compagni ci hanno raccontato che bisognava liberarsi dello Stato oppressivo ed inefficiente, così sono stati svenduti tutti i settori strategici dell’economia. Oggi ci raccontano che bisogna mettere un freno alla Procure che si ostinano ad indagare e a perseguitare gli Italiani onesti abusando della legge, così il Parlamento si accinge a “riformare” la normativa sulle intercettazioni. Anche il web, gli editori e la stampa suscitano l’anomalo interesse del legislatore, peraltro in contrasto con le direttive europee. Nel mondo anglofono esiste una consuetudine di etica pubblica che si ispira ai principi dell’honesty is the best policy e dell’accountability. In altri paesi europei è considerato disonorevole violare le regole. In Italia il sigillo del potere proviene sempre dalla solita oscura matrice, quella delle stragi, degli omicidi eccellenti, dei depistaggi, dei servizi segreti deviati (?), delle confraternite, delle cupole mafiose, ed oggi chi governa mira pure ad eliminare qualunque forma e qualunque possibilità di controllo democratico.

 

Antonio Bertinelli 5/6/2010

Soperchierie di Stato
post pubblicato in diario, il 28 maggio 2010


Fa clamore la notizia che un falso invalido, specialmente se riconosciuto cieco, è stato trovato a leggere il giornale. Per associazione di idee si spingono i telespettatori a credere che i mali del Paese siano imputabili a questo genere di imbrogli, poi si aggiunge opportunamente che il welfare dalla culla alla tomba non è più sostenibile. Noi riteniamo invece che non sia più sostenibile uno Stato malavitoso perché specialmente là dove i diritti fondamentali non sono garantiti arriva il camorrista per far concedere una falsa invalidità o un salario di sopravvivenza, un buono casa o un buono spesa, arriva l’”uomo d’onore” per garantire l’assunzione di un figlio, un pacchetto di voti o l’aggiudicazione di un appalto. Presso i Servizi Sociali, che dovrebbero farsi parzialmente carico di certi handicaps, esistono liste di attesa lunghe tre anni. Abbiamo avuto modo d’incontrare veri invalidi (anche se non tetraplegici come dovrebbero essere i “veri” disabili secondo la visione di un politico geniale) senza pensione. Ci sono soggetti che, pur avendone titolo, non percepiscono alcuna indennità di accompagnamento. Abbiamo assistito alla promulgazione di norme che insidiano il dettato costituzionale. Abbiamo visto varare una legge per confiscare il denaro depositato sui “conti dormienti” (non movimentati da dieci anni) e sembra che se ne siano accorti solo trentamila Italiani, ora costretti a percorrere la strada giudiziale nell’arduo tentativo di riavere i propri soldi. Conosciamo dipendenti pubblici che fanno i salti mortali prima di vedersi accreditare gli stipendi maturati. Conosciamo pensionati che non ricevono il trattamento giuridicamente previsto. In questo caso il marchingegno è di una semplicità estrema. Si comunica all’ente adibito che il soggetto ha un’anzianità di servizio ed un reddito inferiori a quelli reali. In tal modo tutti i calcoli del TFS e del trattamento pensionistico mensile risultano alterati per difetto e i malcapitati iniziano a fare per anni le palline da ping pong tra uffici preposti e tribunali. Chi gestisce la P.A. eroga servizi inadeguati, dilapida e intasca denaro pubblico, non paga i fornitori, paralizza l’economia, punisce con sanzioni pesanti chi non rispetta qualche cavillo, ma coltiva l’inefficienza della Giustizia. Ultimamente vengono recapitati notifiche di udienze da tenere alla fine dell’anno corrente per ricorsi fatti alle Commissioni Tributarie nel 1986. Inutile rilevare che gran parte degli interessati sono deceduti da tempo. C’è un'ordinaria contravvenzione di Stato spaziante dalla piccola angheria burocratica alla dissolutezza del governante che usa qualunque mezzo per rimanere in sella. Come si fa ad infierire catonescamente sul finto cieco? La sua pur censurabile “furbizia” è ben poca cosa rispetto a quella di chi si fa pagare le case di famiglia, a quella dei corrotti che impongono tasse occulte per cinquanta/sessanta miliardi annui, a quella di chi ha depotenziato l’istruzione pubblica, a quella di chi abbandona i testimoni scomodi, a quella di chi isola i magistrati in prima linea e, più ampiamente, a quella di chi allestisce spettacoli compensativi per giustificare l’esistente a proprio beneficio. Il crimine non è più un bubbone che compare a margine dell’attività economica generale, ma sembra essere diventato l’essenza principale dell’economia e dei governi. Disfunzioni, insicurezza, abusi pervadono ogni nicchia della vita nazionale tanto che, ancor prima di mettere la museruola all’editoria e alla Magistratura, si è più volte invocata la “giusta causa” per licenziare chi critica le deficienze delle aziende da cui dipende. Una delle ultime vicende ha riguardato un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, messo alla porta perché ha denunciato le pecche del sistema fiscale. Siamo giunti alla sovversione di tutte le categorie fin qui conosciute e condivise. Il lecito è diventato illecito e l’illecito è diventato lecito. Chi non condivide l’epifania del lenocinio viene mobbizzato, viene trasferito, viene sottoposto a procedimento disciplinare, viene licenziato o è costretto a dimettersi. A pensare che negli Usa, terra elettiva dell’individualismo, si rispetta il “qui tam pro domino rege quam pro se ipso in hac parte sequitur” e chi denuncia i danni prodotti allo Stato riceve una ricompensa. L’infingimento è ormai elevato a sistema e le prevaricazioni sono diventate la regola. In questi giorni anche chi aveva perduto la memoria ricorre a mezze parole per rivangare i fatti e le stragi del biennio 1992/93, lasciando intravedere quell’intreccio di forze oscure che si sono alleate per la sottomissione definitiva delle Istituzioni. Dopo tante bugie sulle condizioni di salute delle finanza pubblica è arrivata la stangata sugli statali e sui disabili senza organizzare un pur minimo programma atto a rilanciare la crescita dell’economia e dell’occupazione. Presto arriverà l’ultimo oltraggio alla dignità del Paese con le leggi bavaglio. Non ci ripareranno dagli eventi che incalzano “Telesogno”, i “compagni” di via della Scrofa, gli ineffabili “oppositori” del Pd, l’Europa delle oligarchie, qualche vecchio pappagallo europeista della prima ora ed ancor meno le considerazioni machiavelliche di un Presidente Emerito. Il principe è la legge e la sua “morale” è diversa da quella degli altri uomini. Se lo Stato coltiva e rafforza la sua iniquità, se nessuna forza legittima appare in grado di contrastarne la pericolosa deriva, su quale strada potrà incamminarsi il cittadino per liberarsi dal gioco?

 

Antonio Bertinelli 28/5/2010          

Onde distorte
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2010


Se vivessimo in una condizione naturale la leadership scaturirebbe dalle competenze e dalle attitudini proprie di determinati individui capaci di affrontare e risolvere i problemi della collettività. In simili condizioni il leader, riconosciuto unanimemente come tale, viene ascoltato e seguito perché grazie alle sue caratteristiche garantisce la sopravvivenza del gruppo di cui interpreta le necessità. Questo genere di direzione serve anche per la difesa comune, per superare pericoli e tenere lontane le minacce. Indro Montanelli diceva che la realtà è cinica e chi pretende di plasmarla secondo parametri nobili ed astratti fa solo del facile moralismo. Certo in una società complessa e costruita in gran parte su bisogni indotti non si può esigere che un capo sia audace, saggio, ispirato, generoso, animato da spirito di servizio, ma un leader politico dovrebbe almeno capire cosa vogliono i cittadini, credere in quello che dice, intuire i cambiamenti e stabilire un rapporto empatico con i suoi elettori. Quanti e quali segni distintivi presenta la classe dirigente italiana? Non ci sembra ozioso rilevare che, a prescindere dalle competenze tecniche necessarie ai diversi compiti che sono chiamati a svolgere, quello che accomuna molti leaders è la determinazione ad autoconservarsi traendo dalla posizione occupata ogni vantaggio personale, lasciando poi pagare ad altri le conseguenze delle loro razzie. L'individualismo della società odierna ci rende monadi e recide i legami di interazione che sono alla base delle dinamiche “naturali” di un insieme umano, favorisce la persistenza endemica di capi tanto inutili quanto organici agli interessi di potentati economico-finanziari. Lo stile cambia da soggetto a soggetto e, prendendo per buona la teoria di Max Weber, la leadership vincente è quella condotta da persone che si sentono a proprio agio. Non ci vuole molta immaginazione per capire chi si sente a proprio agio nel pantano italiano, dove i governati debbono soggiacere agli epigoni delle teorie economiche di Milton Friedman mentre i governanti legiferano per assicurarsi di giorno in giorno un’impunità sempre più ampia. Tra i contendenti in lizza per la conquista delle poltrone c’è alternativamente chi vince e chi perde. Invece il Popolo, chiamato ad obbedire senza che i “capi” mostrino mai alcun requisito di autorevolezza, è sempre soccombente. In queste ore ci prepariamo a pagare gli esiti di una sorta di tabula rasa causata dal modello di sviluppo economico abbracciato. Secondo l’assunto di Friedman qualunque disastro (il terremoto dell’Aquila docet) può rivelarsi un colpo di fortuna per dare vita a nuovi affari. Insieme alla manovra economica correttiva del debito, si sta mettendo a punto una serie di norme per silenziare definitivamente l’informazione, ostacolare ulteriormente il lavoro della Magistratura ed implicitamente favorire chi delinque alla grande. Il “risanamento” dei conti pubblici vedrà chiamare in causa le fasce economicamente più deboli e forse anche le famiglie con persone invalide a carico. L’editoria e il giornalismo, già in sofferenza per altri motivi, verranno colpiti con sanzioni pecuniarie insostenibili. Per i disobbedienti è prevista anche la galera. Con la nuova legge in tema di intercettazioni le indagini sul malaffare diventeranno estremamente difficili. Se si guarda alla leadership come strumento per raggiungere l’obiettivo non vi è dubbio che le rappresentanze parlamentari siano adeguatamente stimolate, motivate e coordinate per arrivare a mèta. Peccato che le mire delle compagini di partito non siano per niente in linea con gli interessi ritenuti prioritari dai cittadini. C’è un abuso di comunicazione che sfrutta il predominio mediatico per accreditare il legislatore come soggetto al servizio del bene comune. Se così fosse non ci sarebbe necessità di istruire i celerini ed altre forze dell’ordine così come vengono istruite e mandate in piazza, non ci sarebbe la necessità di imporsi con le menzogne e con la disinformazione sistematica. Se non primeggiasse l’interesse particolare di chi tiene le mani sulla cosa pubblica ci sarebbe un riconoscimento spontaneo di qualunque capo impegnato a realizzare un progetto condiviso dalla collettività. In Italia, travolta prima dalla crisi valoriale ed oggi anche da una grave crisi economica, sia Cesare che i suoi legionari ritengono impudica la libertà, ritengono che gli opinion leaders, i giornalisti e i magistrati siano d’intralcio all’azione di governo. Nelle democrazie moderne l’informazione è per lo più sotto la guida della classe “eletta”. Ciò consente che le risorse comuni possano essere gestite senza eccessivi intralci e con l’acquiescenza delle masse inconsapevoli. L’apparato normativo deve garantire certi privilegi e, nel contempo, l’equilibrio necessario a tenere in piedi il sistema. La politica serve prevalentemente per sorvegliare la mandria. Ma la situazione italiana si differenzia da altre realtà occidentali per più di una ragione. Qui non solo il ceto politico ha consentito che famelici sciami di cavallette spogliassero tutti i campi, ma esso stesso ha gozzovigliato per un ventennio contribuendo a saccheggiare persino i granai. In altri Paesi è ancora possibile additare qualcuno che rappresenti degnamente l’autorità e la dignità delle principali figure istituzionali. In altri Paesi la Giustizia funziona diversamente e chi froda paga davvero pena. In altri Paesi non esistono governi in grado di controllare interamente l’informazione televisiva. In altri Paesi l’editoria “pura”, per quanto possa essere “funzionale a”, fa da argine alle tracimazioni del potere. In altri Paesi non si stanno avviando al suicidio demografico. Si sa che le grandi menti hanno uno scopo e gli altri hanno solo desideri. Dato il contesto c’è da stupirsi se gli Italiani hanno smesso da tempo di desiderare figli?

 

Antonio Bertinelli 24/5/2010

Target pedofilia
post pubblicato in diario, il 5 aprile 2010




Ci viene spesso assicurato che il controllo dei maggiori media, e segnatamente della televisione, è un fatto politicamente irrilevante. Dunque le ben connotate proprietà editoriali, l’incredibile storia di Europa 7, la guerra senza quartiere ai “pollai” televisivi e le epurazioni in atto alla Rai sono frutto d’intenti filantropici la cui portata sfugge unicamente ai soliti “comunisti”? Non è forse lecito ribattere che, se anche il conteggio dei visitatori di questo modesto blog, ove c’è chi si diletta a scrivere solo di tanto in tanto, è stato manomesso ed è rimasto bloccato sull’1 per circa un mese, esiste invece un vera e propria ossessione censoria che si palesa in ogni frangente, persino negli angolini più remoti del web? Esistono magistrati “imprudenti” come Antonio Ingroia ed altri “assennati” come Achille Toro, abbiamo visto all’opera Vittorio Metta e Raimondo Mesiano, anni orsono abbiamo seguito il lavoro del g.i.p. Guido Salvini, del p.m. Tiziana Siciliano e del p.m. Pietro Forno. Ad ognuno di essi va riconosciuto il "valore" che gli compete. Il potere giudiziario non è sicuramente avulso dall’eccezionalità del Sistema Paese, ma solo attraverso i mezzi necessari all’impatto massmediatico è stato possibile gettare discredito sull’intera Magistratura. Siamo certi che il nostro premier nulla abbia da imparare dalla stegocrazia americana, ma vale la pena di ricordare che là dove, in genere, alle primarie vota il 20% degli aventi diritto, e solo sulla base di considerazioni secondarie, in quanto nessun candidato si sogna di affrontare temi di politica economica, le campagne mediatiche funzionali alle più grandi banche e alle più potenti corporations vengono messe in atto serrando i ranghi tra gli addetti all’informazione, sovvenzionando finanche la stampa estera, come ad esempio per catturare il consenso sulla guerra in Iraq, per sostenere l’occupazione dell’Afghanistan, per propagandare la necessità del Patriot Act, per vendere vaccini antinfluenzali inutili o, come accade ultimamente, per rendere appetibile l’uso degli OGM. Le tattiche sono note a chiunque possegga i rudimenti delle tecniche di comunicazione. Primeggiano gli “omissis” e seguono poi il “ribaltamento dell’onere della prova”, gli “annunci”, il “fatto compiuto”, il “disdoro”, la “minimizzazione”, il “doppio peso sommato alla doppia misura”, il “senso di colpa” ed altre strategie appropriate al target da raggiungere. Lo smantellamento del sistema di Bretton Woods è stato uno strumento fondamentale per imbrigliare quell’”eccesso” di democrazia che aveva preso piede nel corso degli anni sessanta dello scorso secolo. Le “minoranze intelligenti” servono ed amministrano il potere ovunque esso risieda, agli altri deve bastare scegliere tra le merci e concentrarsi sulla conquista di gadgets alla moda. Se la visuale dei governanti italiani si restringe alla risoluzione di problemi personali e al concludere affari nel più breve tempo possibile, i disegni delle élites bancarie ed economiche anglofone sono ben più ambiziosi. Gli States rappresentano un agglomerato militare gigantesco che comprende le imprese petrolifere e quelle delle risorse energetiche, sono dei mastodonti in perenne fibrillazione predatoria. Ci viene spontaneo diffidare ancor di più delle notizie che da lì si diffondono per il resto del pianeta. Non ci risulta che Barak Obama debba difendersi in qualche tribunale e che il Congresso degli Stati Uniti d’America annoveri tra i suoi rappresentanti dei “pregiudicati” o degli “indagati”, in breve i temi connessi all’amministrazione della Giustizia non appaiono oggetto delle attenzioni di Washington, ma non è un mistero che le mire egemoniche statunitensi prendano in considerazione ogni area ed ogni popolazione della terra. Le esigenze dei mercati e della finanza si scontrano con le identità nazionali, con le specificità culturali e con i dettami dell’Islam. Il business non vuole lacci di sorta, aborre la solidarietà ed ogni istituto che sia in grado di fornirla. Il suo modello di individuo è quello monade, passivo ed acquiescente, senza sicurezze e senza figure di riferimento, senza famiglia e senza valori, possibilmente androgino. Il femminismo, lo svilimento della maschilità e la delegittimazione della figura paterna, una mistura culturale particolarmente efficace nel contribuire ad edificare l’uomo “nuovo”, sono prodotti made in Usa. Ma la Chiesa di Roma a cosa serve? Le encicliche sociali che si sono susseguite negli anni e quel vecchio Papa dalle abitudini monastiche che ha l’ardire di prestare voce ai paria di ogni società non sono forse un ingombro per la marcia del consumismo globale? Non è forse meglio attivarsi in tempo per ridimensionare le velleità di certe Istituzioni? Chiamare in causa la pedofilia significa entrare nella sfera d’influenza degli strizzacervelli e dei servizi sociali, obbliga a giocare su un terreno sdrucciolevole dove anche il vero “esperto”, se è affidabile e preparato, non si avventura con leggerezza. Quando si affronta l’evento denunciato i confini tra fatti e allucinazioni, tra percezioni della “vittima” e condizionamenti dell’”investigatore”, tra garanzia e arbitrio, tra interessi privati dei consulenti incaricati e diritti dei presunti colpevoli si fanno talmente labili da portare frequentemente a conclusioni devastanti per tutte le persone coinvolte nell’indagine giudiziaria. Se si riconosce l’esistenza di individui che abusano di minori, è altrettanto opportuno sottolineare che troppe volte il fenomeno si è prestato ad usi strumentali. La pedofilia è un tema sensibile, tocca le corde giuste delle masse ed allora perché non farvi ricorso mediaticamente per proporre un’immagine della Chiesa più calzante con il programma dei semidei che aspirano ad un governo planetario? L’eco fornita dai più influenzabili, che siano politici, pennivendoli, bloggers o giornalisti, amplificherà e rifinirà il lavoro di diffamazione lasciandola apparire come un consesso di pedofili in netta antitesi con la sfaccettata realtà ecclesiastica. Francesco d’Assisi, Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta sono stati espressioni di quel consesso, lo è stato il vescovo Oscar Arnulfo Romero. Don Pino Puglisi è stato ammazzato per il suo impegno contro le mafie. Monsignor Domenico Mogavero è una voce scomoda che si leva dall’interno della comunità sacerdotale. Rifuggiamo dal prendere la lavagna per dividere i buoni dai cattivi, ma è ambiguo, e quanto meno incauto, far scivolare tra le righe di un post o di una cronaca giornalistica che la Chiesa, nella sua interezza, possa ridursi a quella dei Marcinkus e a quella dei messaggi elettorali più o meno espliciti. Se si prova giustamente sgomento per decine di pedofili in tonaca bisogna anche fare attenzione a non credere che oratori e parrocchie siano covi di maniaci o che nei seminari e nei conventi ci si perfezioni per coltivare e poi trasfondere le peggiori caratteristiche dell’uomo nel mondo secolarizzato. Genera perplessità il fatto che mentre non si muove foglia che il padrone non voglia, la supposta vocazione pedofila del clero buchi il piccolo schermo ed occupi le pagine di tutti i giornali. La tipologia dei mangiapreti nostrani comprende il pappagallo ed il militante politico, spazia da sinistra a destra. L’anticlericalismo è un sentimento trasversale che accomuna l’illetterato e l’intellettuale con la puzza al naso; con minore o maggiore consapevolezza il mangiapreti italico a volte assume le sembianze del Peppone di Guareschi, a volte si identifica nell’écrasez l'infâme di voltairiana memoria e a volte si palesa attraverso il sarcasmo del direttore de “Il Giornale”. Tutti più o meno prevedibili, non sono mai riusciti ad intaccare veramente, pur con tutti i “distinguo” che si addicono all’istituzione, la diffusa autorevolezza ecclesiastica. Sia nel bene che nel male la Chiesa, senza eserciti, vaso di coccio tra vasi di ferro, ha continuato ad esistere. Soggiacere acriticamente a quella che potrebbe essere solo una trappola mediatica allestita dove brilla il faro della massima pseudo-democrazia occidentale è un esercizio pericoloso. Grazie ad un capillare martellamento dell’informazione molti Italiani credono che il legislatore, da ultimo, voglia tutelare la privacy dei cittadini emanando una norma per ostacolare le intercettazioni telefoniche della Magistratura. Se facessimo parte delle solite compagnie di giro, simili a quelle che gravitavano intorno agli appalti sporchi della Protezione Civile, se dovessimo controllare un palinsesto televisivo per renderlo organico agli affari di famiglia, nell’evenienza di non poter ricorrere ai soliti strumenti quali la corruzione ed il ricatto ci piacerebbe addirittura nominare oltre che i parlamentari, come già accade, tutti i possibili arbitri istituzionalmente previsti e l’intero organico in forza all’apparato giudiziaro. Dobbiamo riconoscere che se appartenessimo alla dinastia dei Rockefeller o comunque se fossimo parte integrante di un impero economico-finanziario non vedremmo di buon occhio un prelato più monaco che pontefice ed un magistero cristiano sensibile alle tematiche ambientali, che si propone come paladino dei poveri, ultimo possibile catalizzatore per il dissenso degli scontenti. Dopo aver ignorato le esigenze degli altri popoli e riportato buona parte di quelli occidentali a ridosso di un incubo kafkiano non è accettabile che la Chiesa, in antitesi  con gli insaziabili appetiti di un capitalismo globalizzato, rispolveri le sue origini, che appaia come una via di fuga per aggregare disoccupati, senza tetto, precari e sfruttati di ogni genere, insomma tutti i delusi e tutti gli oppressi di un mondo ormai senza anima. Come per alcuni è preferibile lasciar credere che i magistrati costituiscano un nucleo di sovversivi, ad altri potrebbe fa comodo assegnare ai sacerdoti lo stigma della pedofilia. L’indegnità di uno, dieci o cento magistrati non può essere estesa all’intera categoria. Lo scandalo di uno, dieci o cento preti non può insozzare la totalità della Chiesa.   

 

Antonio Bertinelli 5/4/2010     

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