eta name="robots" content="all" /> eta name="robots" content="all" /> culex | antonio bertinelli | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

Mysterium iniquitatis
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2010


Alle elezioni di metà mandato presidenziale si sono presentati solo il 9% degli statunitensi con età compresa tra i 18 e i 29 anni. Alle ultime elezioni europee la media dei votanti è stata pari al 43% degli aventi diritto. Il crescente astensionismo elettorale che sta caratterizzando le “democrazie mature”, dal nostro punto di vista, è il principale segnale di frattura tra governi e cittadini. In molti Paesi gran parte dei potenziali votanti rifiuta di partecipare attivamente alla competizione elettorale tra fazioni politiche artatamente contrapposte. C’è numero crescente di Italiani che, malgrado le acrobazie mediatiche finalizzate a “decerebrarli”, è nauseata dai pagliacci asserviti alle oligarchie economico-finanziarie o ai desiderata dell'incontinente maharaja. Attori, comprimari e comparse di questo circo recitano una serie di sintagmi imparati a memoria, brillano di luce riflessa e compensano il disonore (se mai ne avvertissero il peso) con sostanziose remunerazioni e molteplici benefit. I cittadini, combattuti tra rassegnazione e ripulsa, esterrefatti dalla ridondanza dei vari Waylon Smithers Jr, sembrerebbero condannati indefinitamente all’autismo. Prima gli Usa e poi tutti gli altri Paesi dell’Ue hanno capitolato di fronte all’impero centralbancario, hanno consegnato le loro ricchezze e il controllo delle loro economie alle multinazionali, senza la pur minima consultazione popolare. Se stiamo parlando di Stati celebrati come vibranti democrazie e rappresentanti politici regolarmente eletti va da se chiedersi, come accade in alcuni territori del Sudamerica, con demócratas como éstos, cómo no va a estar en crisis la democracia? Le democrazie in cui viviamo sono basate sull'autotutela di élites mascherate, che hanno tutti i privilegi delle aristocrazie storiche senza peraltro averne nemmeno gli obblighi. La storia dello Stato Italiano, dalla nascita fino ad oggi, e dei suoi poteri forti, non è una storia limpida. Il prefetto Cesare Mori riuscì a far espellere un membro del Gran Consiglio del Fascismo per collusione mafiosa, riuscì a spazzare via l’ala militare della mafia siciliana. Quando cominciò ad indagare sulle complicità del mondo politico Benito Mussolini lo ringraziò pubblicamente, lo fece nominare senatore e lo mise definitivamente a riposo. Non meno significative sono le vicende che hanno visto l’ambasciatore italiano, informato per tempo del golpe argentino, blindare le porte dell’ambasciata per impedire ai braccati e ai richiedenti asilo di accedervi. La dittatura di Jorge Rafael Videla non turbò né il Ministero degli Esteri, né gli affari delle imprese italiane come Ansaldo, Eni-Iri, Falk, Fiat, Impregilo, Impresit, Magneti Marelli, Pirelli, etc. Secondo i testimoni sopravvissuti alle persecuzioni e che hanno deposto in tribunale, alcune volte, sono state le stesse aziende a fornire ai militari gli elenchi dei sindacalisti più combattivi. Correvano i tempi della P2. “Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, incasellato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù”. Pierre-Joseph Proudhon visse quando esistevano le monarchie assolute, ma questa sua considerazione si attaglia conclamatamente all’Italia odierna, dove coloro che non vogliono assoggettarsi ad umilianti infeudamenti finiscono tra le vittime designate del sistema. Quanto è sottile la linea che separa la sopportazione dalla rivolta? La Lega, che una volta contestava gli sprechi, usufruisce del finanziamento pubblico per arrivare alla secessione della “Padania”. Il Governo di cui fa parte odia il welfare state, ciò che consente anche a chi non ha i mezzi economici l’accesso a quei servizi-diritti che sono ritenuti inalienabili, come il lavoro, l’istruzione e la salute. La nostra “democrazia” è tutta sbilanciata in funzione di quelli che hanno già, con una tale carenza di equilibratori sociali da ricordare le peggiori immobilità di quell’ancien régime in cui si muoveva a suo agio le Roi Soleil. Sono tanti i volti del misterium iniquitatis ed uno è quello di una Repubblica parlamentare, su base costituzionale, avvitata intorno al saccheggio dei beni pubblici e alle paure giudiziarie di chi non mette limiti alla propria voglia d’impunità über alles. Se il modello di sviluppo occidentale mostra ovunque la corda, in alcuni Paesi la politica cerca almeno dei percorsi alternativi. In Italia spicca invece la violenza delle Istituzioni attraverso la mortificazione intellettuale, la devastazione del territorio, la caccia al “diverso”, la museruola al “nemico”, le schedature e l’impiego di reparti antisommossa. Il Belpaese è pieno di cadaveri, ci sono quelli resi tali dallo Stato, dalle mafie e dalla massoneria, ci sono quelli delle privatizzazioni, dell’economia in affanno, della finanza creativa, del debito pubblico e del neoliberismo. In aggiunta ai miasmi ed ai veleni di certe discariche, si respira l’aria pesante di divieti, di arresti e di denunce pretestuose, di una violenza sottile che sta considerando troppi cittadini come criminali da spiare, che favorisce prima lo sfruttamento della forza-lavoro migrante e poi l’internamento nei Cie, che sta accreditando i lavoratori come fannulloni irresponsabili, che ha trasformato i precari ed i parasubordinati in soggetti senza tutele previdenziali. L’allegra brigata, contrariamente a quello che lascia intendere attraverso i comunicati televisivi dei suoi corifei, oltre a legiferare per se e per gli amici, rappresenta anche la summa di politiche predatorie, antisociali, xenofobe e liberticide. Oltre a perpetrare tante sottili coazioni, ha lasciato spazio ad un omertoso apparato “securitario” che ormai esita fisiologicamente in violenza aperta. Il rapporto tra “normalità” e “devianza” sta assumendo nuovi paradigmi ed il conflitto sociale, con i suoi numerosi poli di contestazione, secondo l’esecutivo, va neutralizzato in ogni modo. Se le popolazioni americane ed europee debbono fare i conti con situazioni oggettivamente difficili, gli Italiani debbono vedersela altresì con quel datato coagulo dove si saldano le pulsioni di Gianfranco Fini, le libidini di Umberto Bossi e gli interessi personali, nonché giuridicofobici, di Silvio Berlusconi, inestricabilmente connessi a dispetto dell’osannato legalismo del primo. I loro ascari stigmatizzano la violenza di chi lancia uova, sottolineano lo scarso senso civico di chi blocca le strade che conducono a discariche realizzate in violazione delle direttive comunitarie, condividono le giustificazioni globaliste di Sergio Marchionne, ma consentono che determinate sentenze della Magistratura finiscano nelle more dell’attività giurisdizionale, privando di dignità e reddito i lavoratori più “scomodi”. L’allarme lanciato da Mario Draghi ad Ancona, per quanto possa in parte ritenersi frutto delle sue ambizioni di governo, è pienamente giustificato. La protervia e la repressione non possono essere le uniche risposte fornite dallo Stato. Pupi e pupari sanno bene che il loro potere non deriva dalla percentuale degli elettori che si recano alle urne. Se prossimamente andasse a votare anche un numero esiguo di Italiani, come avviene consuetudinariamente negli Stati Uniti, tutto potrebbe rimanere pressoché invariato. Ma la storia insegna che la schiavitù dei Popoli non è una condizione che si può protrarre all’infinito.

Antonio Bertinelli 7/11/2010 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi fini usa ue lega bossi

permalink | inviato da culex il 7/11/2010 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
Après le Royaume de Silvio
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


Se Silvio abdicasse per godere altrove, e senza rischi di “persecuzioni giudiziarie”, i frutti del suo lavoro, quali prospettive si potrebbero aprire per l'Italia? L'ipotesi può aiutarci a fotografare gli orizzonti del dopo. Vogliamo addirittura indulgere all'ottimismo pensando che l'apparato normativo, modificato nel corso di un ventennio dall'intera casta, possa essere velocemente riscritto a misura di cittadino. Rimarrebbero le difficoltà connesse alla ricostruzione del tessuto socio-culturale e al destino del Paese, ormai sottomesso in gran parte ai governi ombra posti fuori e dentro i confini nazionali. Per quanto molti ritengano, da diversi punti di vista, che l’attuale esecutivo sia il più funesto dell’intera storia repubblicana, il suo divenire non lo si può certamente attribuire al fato. Il virus del berlusconismo ha potuto diffondersi perché ha trovato l’habitat favorevole. E’ fuori di dubbio che l’Italia abbia una sua disgraziata specificità per il radicamento delle mafie e per essere il Paese dei tanti misteri irrisolti, ma parte delle sue afflizioni sono comuni ad altre realtà geografiche, anch’esse finite sotto la frusta della globalizzazione, che ha visto persino l’impero sovietico post-comunista diventare preda di un capitalismo anarco-feudale, con annesse devastazioni del welfare. La maggioranza degli Italiani aspira ad una rivoluzione politica fuori dei soliti rituali di facciata, ma la questione si pone in tutta la sua problematicità anche quando si volge lo sguardo all’estero. Assodato che i cavalieri della tavola di Arcore non hanno fatto nulla di utile per i cittadini, c’è da chiedersi come ci si potrebbe liberare da quel giogo che travalica ormai tutti i governi occidentali. Se è prioritario restituire al Paese il rispetto per la Costituzione, e con esso il primato della legalità, non ci si può esimere dal volare un po’ più in alto. Dopo il disastro aereo di Smolensk, da quale cilindro è uscito il Presidente polacco Bronislaw Komorowski? Come mai Rafal Gawronski, il giornalista che stava indagando sull’incidente, a cui i Polacchi non credono, è stato imprigionato? Chi ha scelto Herman Van Ronpuy come primo Presidente del Consiglio Europeo? Accantoniamo l’ampollosità di certe domande, a cui nessun lobbista di Bruxelles vorrebbe rispondere, per passare ai fatti e quindi volgere lo sguardo a chi segna le sorti dei Popoli, senza che questi possano interferire nel processo decisionale. Il Presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, è già stato Governatore Supplente del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Mondiale. La Commissione Europea, motore legislativo principale dell’Unione, è composta da membri nominati dai vari governi nazionali secondo logiche “ad castam”. Su questo organo pressano attività di lobbying, svolte prevalentemente in zona grigia, che oggi annoverano oltre duemilacinquecento addetti. Va da se che l'uperari Brambilla lavori per pochi denari, che la Fiat e la Omsa decidano di spostare la produzione in Serbia, che il piccolo imprenditore venga strangolato dalle finanziarie e che i Paesi dell’Ue si trasformino in Stati di Polizia. Succede nelle banlieues francesi, qui da noi, come hanno sperimentato anche i terremotati abruzzesi, in Germania, dove qualche giorno fa la polizia, con l’impiego di canoni ad acqua, spray al pepe e manganelli, ha fermato migliaia di pacifisti, che cercavano di proteggere un parco pubblico dalle ruspe chiamate alla realizzazione del più grande progetto di infrastruttura europea, Stoccarda21. Sono stati feriti, alcuni gravemente, più di trecento dimostranti. Anche la Lega e G. Tremonti si sono dovuti convertire ob torto collo al verbo di Eurolandia. Non è semplice sottrarsi a quella sorta di New Deal imposto dal Fmi, dal Wto e dalla Bce. L’uomo nuovo della Provvidenza ha un feeling particolare con noti dittatori, antepone ai doveri di governo gli affari garantiti da questi rapporti preferenziali ed ovviamente non è avvezzo a mettersi nei panni della gente che si ritrova schiacciata da un’economia distorta prevalentemente dai poteri finanziari. Ma chi potrebbe “salvare” l’Italia? Chi potrebbe avere il coraggio e la forza per sganciarsi dalla locomotiva impazzita del mondialismo? Non certo i social-liberisti alla D’Alema & Co, che sono i principali complici delle privatizzazioni a basso realizzo, delle politiche di austerity e del golpe monetario. Il Presidente ecuadoregno, Rafael Correa, già nel 2008, aveva manifestato l’intenzione di non pagare gli oltre trenta milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Si giustificò dichiarando che il debito estero dell’Ecuador è di natura illegittima e quindi immorale. Nei giorni scorsi Correa ha rischiato di essere rovesciato da un colpo di Stato delle Forze di Polizia. La realtà supera la fiction ed il sogno infranto di Barak Obama sta lì a dimostrarlo. Probabilmente se la nonna materna non fosse stata un alto funzionario della Bank of Hawaii, un istituto utilizzato da varie società di copertura della CIA, e se lo stesso Obama non avesse lavorato a lungo per la Business International Corporation, l’uomo apparentemente più potente della Terra non avrebbe sperimentato la propria “minuzia” scontrandosi con la durezza di un governo che deve rendere conto a gruppi di potere come quello ispirato da Zbigniew Brezinsky. Obama è stato l’artefice di una piccola e discussa riforma sanitaria ed è riuscito a modificare alcune regole del sistema finanziario a vantaggio dei consumatori. Il fronte dei suoi insuccessi è molto più ampio. Accusato dal Wall Street Journal di “resuscitare le lotte di classe”, il suo pragmatismo lo ha portato a più miti consigli. Gli Usa, costretti in un polmone d'acciaio finanziario, continuano ad avere il tasso di povertà più alto del mondo con oltre cinquanta milioni di indigenti. Negli States più di cinque milioni di famiglie hanno perduto le loro case, tra disoccupati e sottoccupati, si contano trenta milioni di cittadini, esistono circa due milioni e trecentomila reclusi, ogni settimana apre una nuova prigione ed il Presidente, ostaggio del vecchio establishement (quello della finanza, di alcuni settori dell'industria energetica e delle nuove tecnologie, di un pezzo della Cia, di chi orbita intorno all'Fbi) ha dismesso il drappo del messia. Obama sta subendo l'assalto dei petrolieri contro le avanzate leggi ambientali della California, è stato indotto a predisporre gli strumenti per schedare e riconoscere gli immigrati attraverso il controllo dell'iride, su input delle strutture d’intelligence, la sua amministrazione sta lavorando per imporre a tutti i servizi di comunicazione online, compresi Blackberry, Skype e Facebook, di collaborare con le autorità, creando un software in grado di intercettare l'utente e leggerne tutti i messaggi, anche quelli criptati. Il recente esodo dei consiglieri filoisraeliani dalla Casa Bianca non è poi un presagio da sottovalutare. Non ci è dato di conoscere se l’elezione di Obama sia stato un esperimento di laboratorio stile Bilderberg, insieme al dubbio, ottimo diserbante per estirpare la gramigna di qualunque pseudo-democrazia, resta il fatto che le sue capacità d’incidere realmente a favore di una popolazione da anni sotto il tacco delle banche e dei loro eserciti sono veramente modeste. Se l’Italia si liberasse oggi delle mafie e del berlusconismo chi potrebbe aggiustare i danni economici di un dollaro così svalutato da sbarrare il passo indefinitamente alle nostre industrie e alle nostre esportazioni? Chi potrebbe liberarci dagli usurai dell’enorme debito pubblico? All'inizio del Rinascimento le banche genovesi iniziarono a finanziare la Castilla, e così s'impadronirono a poco a poco di tutti gli affari più remunerativi, radicandosi poi solidamente in tutta la Spagna, con l’appoggio dei regnanti.

Antonio Bertinelli 10/10/2010
Vite a perdere
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2010


I suicidi per motivi di lavoro occupano sempre più frequentemente le cronache locali. C’è chi si impicca, chi si da fuoco e chi si lancia da un terrazzo. Anche se i giornali ed i tg osservano il silenzio strutturale instaurato dal berlusconismo, c’è in atto un fenomeno indotto dalla crisi economica che vede soccombere un dark number di uomini, prevalentemente giovani. Si tolgono la vita operai, artigiani, piccoli imprenditori e persino brillanti laureati alla vana ricerca di una collocazione dignitosa. Ogni vicenda lascia un grande senso di smarrimento ed induce a riflettere sui dilanianti percorsi interiori che spingono alcuni a questo gesto estremo. Qualche giorno fa, a Palermo, Norman si è lanciato dal settimo piano della facoltà di lettere. Se fosse stato il rampollo di un “potente”, senza che qualcuno ne valutasse i meriti, si sarebbe certamente sistemato nell’Ateneo dove stava svolgendo il suo dottorato di ricerca e comunque non avrebbe avuto sorte peggiore di una qualunque trota padana. A lui è stato accordato l’“onore” di finire sulla prima pagina di un quotidiano, le altre vittime dell’epidemia silente passano per lo più inosservate. La sua morte raggela come tutte le altre, ma ad essa, a meno che non si tratti di un refuso tipografico, si aggiunge un particolare degno di nota. Il papà di Norman, giornalista, che aveva tentato invano di trovargli un’occupazione, versava circa un quarto dei suoi emolumenti mensili ai politici per i quali lavorava. C’è già chi asserisce che i suoi bonifici erano effettuati su base volontaria. Banditismo e potere si intrecciano mentre la prassi politica imperante ci sta persuadendo nell’accettare che i governanti possano prevaricare finanche con il crisma della legalità. L’assetto mediatico del regime ha lentamente cambiato la forma mentis e l’immaginario collettivo tanto che, per dirla con Giovenale, in cambio del suoi misfatti, c’è chi ha avuto la corona anziché la forca. Coloro che non vogliono essere complici subiscono le estorsioni della “casta”, pagano pegno al turpe lucrum di chi non governa ma comanda ed assistono impotenti al collasso complessivo dell’Italia. La doppiezza, l'insolenza, la grettezza e l’egoismo sono le peculiarità della nuova classe dirigente. Quando esisteva sia la sanzione sociale che la certezza della pena, la collaborazione fra criminalità organizzata e politica era episodica e dissimulata, oggi è regola generale ed è esplicita. Mentre c’è chi vede traballare le sicurezze minime e finisce magari per ammazzarsi, gli alfieri delle libertà soffocano quotidianamente quelle dei cittadini, esercitano le loro fino all’arbitrio, reclamando per di più il diritto di non rendere conto a nessuno. Il loro primo nemico sono le leggi, ora “manettare”, ora “ingiuste”, ora “antiquate”. Gradiscono quelle che offrono impunità per il white collar crime, che consentono di precarizzare il lavoro, di schiavizzarlo o di farlo scomparire dal già ristretto orizzonte dei giovani. Va riconosciuta maggiore onestà intellettuale ad alcuni farabutti dichiarati che a certi sociopatici con incarichi istituzionali. Al Capone affermò che prima di entrare nel racket non immaginava quanti imbroglioni vestivano elegantemente e si atteggiavano a galantuomini pur arricchendosi con affari sporchi. Va da se che denaro e potere siano tra loro in perfetta osmosi, a volte fino a modificare il corso della storia. Il Duca di Wellington non avrebbe potuto pagare l’esercito impiegato nella battaglia di Waterloo senza l’aiuto dei Rothschild, la cui banca, dopo la disfatta napoleonica, ottenne il contratto per il pagamento dei tributi agli alleati della settima coalizione antibonapartista. Le rivolte e le rivoluzioni hanno sempre fatto da catalizzatori di ideali, poi magari, come quella francese, hanno contribuito più all’arricchimento di qualche decina di famiglie che al riscatto dei sans culottes. La “rivoluzione” italiana, iniziata con Tangentopoli, grazie anche al “Mattarellum” e al “Porcellum”, ha visto invece una masnada di tagliaborse immergersi in un’orgia di potere spingendo il Paese alla deriva economica e sociale. In tale contesto il lavoro è diventato uno dei fattori d’impresa, subordinato anche alla logica della globalizzazione per cui i disoccupati sono solo un fastidioso danno collaterale. Le citate leggi elettorali e la diffusa vocazione dinastica hanno assicurato l’impermeabilità e la separatezza delle classi dominanti. C’è insomma spazio e possibilità di adeguate sistemazioni per chi ha le aderenze giuste, per i “figli di” e per quelli di puttana. Gli altri, quelli che non vogliono entrare nella filibusta o soggiacere alle sue regole, restano al palo, retrocedono, emigrano o tolgono il disturbo suicidandosi. Il disagio e la solitudine, anche se hanno il pudore di nascondersi, sono in vertiginosa ascesa. Il circuito perverso della cooptazione, in antitesi ai principi di equità e giustizia, ha lavorato in profondità ed è ormaii potenzialmente dirompente. Fino ad oggi il darwinismo sociale made in Usa, con la conseguente mercificazione dei mondi vitali e dell'habitat culturale, è stato garantito con la contraffazione televisiva e con il sovvertimento delle funzioni istituzionali. Quanto potrà allargarsi ancora la forbice tra dominanti e dominati senza portare conseguenze esiziali anche per i primi? Il diritto inalienabile di poter vivere decorosamente e la possibilità di provvedere con il lavoro a se stessi e alla propria famiglia sono aspetti importanti sia per il benessere psico-fisico della persona che per una convivenza civile degna di essere definita tale. In Veneto, là dove furoreggiano il nepotismo e le truffe sotto le insegne del Carroccio, la Cig sta per finire e ottantunomila lavoratori rischiano di finire sul lastrico. Nel profondo Nord “Roma ladrona” opera da anni in franchising. L’odioso sfruttamento ed ancor più la disoccupazione portano alla sindrome d’invisibilità, da cui prendono origine la diaspora dei talenti, la spinta al suicidio, l’apatia o le insurrezioni. Norman, come tanti altri che lo hanno preceduto, è soprattutto vittima di un sistema di potere che uccide, già nella culla, ogni speranza.

Antonio Bertinelli 17/9/2010
Gianfranco Fini: un ossimoro da sciogliere
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2010


Nel 1983 Gianfranco Fini era the prodigy boy dei parlamentari del Msi-Dn. Giorgio Almirante gli cedette il posto nella circoscrizione dove risultò primo dei non eletti e l’attuale terza carica dello Stato fece il suo ingresso alla Camera dei Deputati ad appena 31 anni. Probabilmente Almirante non arrivò mai ad intuire che il suo giovane delfino avrebbe imparato a nuotare così bene tanto da condurre il partito, ritenuto per anni “fuori dell’arco costituzionale”, al governo del Paese. Il trasformismo ha premiato Fini, ma è difficile far convivere il diavolo e l’acquasanta. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi inseguono cinicamente i loro disegni senza remore di sorta. Fini, quanto meno per i suoi trascorsi politici, ha sicuramente acquisito una diversa sensibilità istituzionale. Da parecchi mesi cerca di distinguersi dal Cavaliere che, proprio ieri, ha ribadito la sua determinazione nel portare avanti la “guerra santa” contro le intercettazioni della Magistratura. Si può ipotizzare che il sostegno alle attività legislative imposte dalle esigenze del premier sia stato fornito obtorto collo dall’ex enfant prodige, illo tempore apprezzato anche da Teodoro Buontempo. E’ comunque difficile prevedere l’epilogo del dissidio maturato in questi giorni, ma di certo Fini è ben conscio delle conseguenze derivanti dalla separazione, non ultimo il possibile danno da shopping in cui è maestro Silvio da Arcore. Siamo d’altronde persuasi che nello sgangherato teatrino, in cui recitano da tempo immemorabile vecchi e nuovi esponenti del Pd, debba calare il sipario. La situazione generale dell’Italia non è rosea sia a causa della sovranità nazionale sacrificata infine ai diktats della globalizzazione e sia a causa di un’inarrestabile deriva autoritaria. Il sistema così come è stato congegnato non ammette l’insediamento di un “salvatore” che ci aiuti a risollevarsi dal decadimento sociale, morale e materiale in cui siamo stati trascinati, ma un atto di coraggio di Fini potrebbe almeno porre un freno al miope secessionismo leghista e alla cupidigia di un qualunque futuro caudillo. La recente vittoria elettorale della Lega indica la predominanza di un pensiero geopolitico circoscritto e pertanto inadeguato per cogliere l’importanza di una comunità più ampia e della necessaria solidarietà nazionale. Stigmatizza il rifiuto dello Stato come soggetto economico, ne disconosce il ruolo che gli dovrebbe essere proprio come compensatore di squilibri e supremo garante della convivenza civile. L’edificazione del federalismo, i cui costi complessivi non sono attualmente calcolabili, renderà ancor più facile la marcia delle oligarchie transnazionali. Le falangi del Pd, privatizzando e conseguentemente impoverendo l’Italia, hanno smantellato settori trainanti dell'economia: l’Iri, l’Eni, l’Imi, l’Italtel, la Telecom, la Siderurgia, etc. Ancor prima che Giulio Tremonti potesse affermare come la destatalizzazione realizzi in sé “un patrimonio di valori privatistici in termini di etica, struttura di bilancio e di efficienza” (sic), Romano Prodi poteva rivendicare il record europeo delle privatizzazioni effettuate tra il 1992 ed il 2000. Non minori responsabilità possono essere imputati al Pd per la progressiva opera di affossamento del settore Giustizia, per l’insolenza di cui è stata più volte bersaglio conseguenziale l’intera Magistratura, per le ombre che si sono estese sul Quirinale e per la vertiginosa ascesa del Berlusconismo. Il Presidente del Consiglio auspica ancora oggi un’opposizione “responsabile”, ma è proprio grazie alla consueta “responsabilità” che si è assunto il Pd fin dai giorni successivi a Tangentopoli che il Paese è in profonda sofferenza ed è nel contempo assoggettato alla pressione di un unico tacco mediatico. Il totalitarismo, uso a fronteggiare eventuali ribellioni dovute alla maggiore divaricazione tra gli stili di vita delle élites stegocratiche, della middle class e degli spiantati di ogni età sembra essere ovunque in risalita. Barak Obama, ovvero l’illusione di un cambiamento dopo il saccheggio prodottosi con la bancarotta di diverse società legate al credito e al mercato immobiliare, è solo un prodotto confezionato nell’empireo finanziario e bancario statunitense, che ha ritenuto opportuno allentare la pressione interna sulle masse impoverite e precarizzate. Lo scacchiere internazionale, l’occupazione mortifera dell’Afghanistan, le stesse accuse infamanti rivolte ai tre operatori di Emergency indicano come la voracità predatoria sia il solo astro che guida il capitalismo senza confini. L’Italia, con i suoi governi, non fa eccezione, anzi si accinge a fare da corriere per diffondere nel resto dell’eurozona, una specie di tirannide democratica. Il Trattato di Lisbona, per la cui firma hanno nicchiato pochi politici europei, e tra questi la dirigenza polacca recentemente eliminata (per qualcuno forse provvidenzialmente?) da un incidente aereo, è già pregiudizievole per la sopravvivenza delle Costituzioni nazionali. I desideri berlusconiani, da sempre sostanzialmente esauditi dalle eminenze grigie del Pd, sono un surplus di cui gli Italiani farebbero volentieri a meno. Il potere, per non essere messo a fuoco nella sua orripilante nudità, ha bisogno di canalizzare il dissenso nell’alveo di una dialettica controllabile e dunque lascia spazio solo a chi lo esterna nei limiti stabiliti, che siano politici, opinionisti o altro. Non possiamo perciò concedere un’apertura di credito illimitato a Fini, che non avrebbe mai dovuto lasciarsi “sdoganare” dall’attuale capo supremo ed è quindi parimenti responsabile per tutto ciò che stato realizzato fino ad oggi a spese della collettività. La sua ferma, sia pur tardiva, indisponibilità nel partecipare all’ultimo assalto contro le Istituzioni repubblicane lo consegnerebbe con minori ombre alla Storia di questo ormai lercio Stivale. Le usuali proposte “indecenti” di Massimo D’alema e dei suoi emuli, le note del piffero poco adamantino di Luciano Violante, i titoli paragiuridici di cui si avvale Andrea Orlando, le purghe somministrate nelle stanze del supremo Colle per mandare in diarrea la terzietà presidenziale e gli inconfessabili accordi trasversali edificati sulle spalle dei cittadini continuano ad incombere sulle nostre teste. Pur guardando con simpatia ai movimenti che si fanno promotori e latori di speranze attraverso l’impegno civile di molti giovani, in barba alle incomprensioni che affliggono i rapporti dei loro maturi mentori, qualche volta affetti dalla “sindrome della prima donna”, non possiamo prescindere da una visione realistica dell’insieme. Se Fini, senza più ondeggiare, troverà l’audacia di lanciarsi dal trampolino lo strisciante dispotismo che sta minando un sistema basato costituzionalmente su pesi e contrappesi non avrà probabilmente modo di dispiegarsi compiutamente.

 

Antonio Bertinelli 18/4/2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi fini d'alema emergency lega scissione pdl

permalink | inviato da culex il 18/4/2010 alle 18:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
Sfoglia gennaio        marzo
il mio profilo
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv