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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Mortaretti, tric trac e castagnole
post pubblicato in diario, il 22 aprile 2011


Il giudice unico ha riconosciuto che lo Stato, in violazione del diritto comunitario, si è comportato in maniera illegittima, ma con la sua sentenza non ha ritenuto opportuno liquidare alcun riconoscimento del danno specifico a coloro che sono stati a lungo sfruttati con contratti di lavoro a termine. Un buffetto per chi abusa del proprio potere, poco più che una soddisfazione morale per chi tale potere subisce. La raccolta punti, come dimostrano i fatti, ha rappresentato la fortuna di un celebre “ammazzasentenze”, gratificato persino con tre leggi ad hoc. Non solo il Parlamento annovera personaggi che si sono adeguati ai tempi. Una volta i porti delle nebbie trovavano ubicazione a ridosso dei palazzi romani, attualmente non è raro trovarli anche altrove. A fronte di procure solerti se ne trovano altre in cui le indagini marciano tra legacci e affanni di ogni tipo. Ci sono vicende che fanno rimpiangere la sorte dell’ebanista Aronne dileggiato, insieme alla giustizia, dal Marchese del Grillo, che a risarcimento della beffa pagò poi al malcapitato tre volte il suo credito e gli regalò in aggiunta un terreno fuori Porta San Sebastiano. E’ notorio che il reato di aggiotaggio è disagevole da provare, così non è andata altrettanto bene ai truffati della Parmalat. Le quattro banche e i sei funzionari chiamati a processo hanno ottenuto l’assoluzione per non avere commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. Il commento del presidente del Codacons è una vera staffilata: “E una vergogna, i magistrati italiani scendono in campo contro processi brevi e prescrizioni, appellandosi proprio a cause di valenza sociale come Parmalat e crack vari, e poi, quando si trovano a decidere su tali vicende, danno torto ai cittadini e assolvono le banche che hanno venduto carta straccia”. Non sono poche le sentenze cerchiobottiste, tanto per restare in linea di galleggiamento, di giudici pronti a salire su una barca o sull’altra a seconda di come tira il vento. Ci sono cause perdute a priori, a prescindere dai fatti oggettivi portati in giudizio, e ce ne sono di quelle destinate ad essere sempre vinte come accadeva per i ricorsi inoltrati presso alcune commissioni tributarie pugliesi. E’ naturale il turbamento causato da condanne tipo quella comminata all’ex presidente della sezione civile del tribunale di Vibo Valentia per corruzione in atti giudiziari, ma non allarga il cuore la presenza di magistrati timidi di fronte al potente o veloci nell’adeguarsi quando intuiscono che un determinato indirizzo giurisprudenziale non è politicamente gradito. Per lungo tempo la declinatoria di giurisdizione ha rappresentato per gli “attori” del procedimento giuridico uno degli spettri da evitare. Attualmente la norma sancisce l'efficacia vincolante, rispetto alle parti, della decisione con la quale il giudice inizialmente adito, nel dichiararsi incompetente, indica il giudice ritenuto giurisdizionalmente tale. L’art. 59 della legge n. 69 del 2009 tutela il principio della “ragionevole durata del processo” ma non è il rimedio contro il giudice che, impugnando il cavillo e rifuggendo dal nocciolo della controversia, si libera delle proprie responsabilità. Quando il “convenuto” è un colosso, come quello che, dopo averli sfruttati per anni, ha buttato in mezzo ad una strada circa duecento “somministrati” ex “interinali", può diventare preferibile che se ne occupino altri. Roberto Lassini, autore dei manifesti "Via le Br dalle Procure", è attualmente indagato per vilipendio dell’ordine giudiziario. Come smentire Alessandro Manzoni? “Sono sono sempre gli stracci che volano all’aria”. Tutti i grandi impuniti che da anni oltraggiano la Giustizia continueranno a farlo con buona pace di quelli che, citando Piero Calamandrei, ritengono la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Senza chiamare in causa ancora una volta gli “eroi” caduti sul campo ci chiediamo quanto potranno ancora resistere quei giudici liberi che emettono sentenze con frequenza e qualità notevoli, in ossequio della terzietà e senza inchinarsi a nessuno se non alla legge. Come se non bastassero i magistrati “prudenti”, quelli “embedded” e la lunga teoria di interventi legislativi che hanno devastato l’apparato giurisdizionale si prepara l’agguato di chi vuole modificare l’art. 1 della Carta per accordare supremazia al Parlamento a discapito degli altri poteri costituzionali. Ci aspettiamo che la successiva proposta di legge sia più incisiva ed avanzi l’idea di abolire la Magistratura lasciando che ognuno si faccia finalmente giustizia da se. Volendo rifuggire da soluzioni cruente, allo stato dei fatti si potrebbe magari ricorrere al criterio processuale istituito dal Pascià Alì di Tepeleni: l’arbitro al suo servizio lanciava in aria una moneta, se veniva testa, assolveva l’imputato, se veniva croce, lo condannava. Si narra che una volta gli uscirono tre teste di seguito, per le tre volte successive coprì il lato della testa in modo da ristabilire quella parità di assoluzioni e di condanne in cui egli trovava l’optimum della giustizia. Un criterio analogo si potrebbe adottare per procedimenti civili, contabili, amministrativi, tributari e così annullare i tempi di qualunque contenzioso. Un sistema più idoneo dal punto di vista di notissimi prenditori potrebbe essere quello di ripristinare le ordalie, antiche pratiche giuridiche secondo le quali l'innocenza o la colpevolezza, la ragione o il torto venivano determinate sottoponendo l’accusato o i protagonisti della disputa ad una prova dolorosa o ad un duello. Gli eventi adeguatamente organizzati potrebbero essere trasmessi sulle pay tv.

Antonio Bertinelli 22/4/2011
Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
La banca della rabbia
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2011


L’impiego dei servizi d’intelligence, Il dossieraggio, la possibilità di arruolare chiunque facendo leva sulle zone grigie o fragili delle sua esistenza, il controllo dei media mainstream e gli incommensurabili mezzi finanziari, specialmente se convergono nelle disponibilità di un solo soggetto, sono un agglomerato difficile da combattere in qualunque frangente. Lo sono ancor di più quando messi al servizio del vecchio piano piduista mai adeguatamente contrastato nel corso degli anni. Gianfranco Fini ha avuto modo di sperimentarlo direttamente dopo la sua estromissione dal Pdl e, con la campagna acquisti ripresa di slancio, che sta indebolendo la sua stessa formazione politica, coglie l’occasione per ammetterlo pubblicamente. Chi è ricattabile o è rotto ad ogni compromesso non si pone lo scrupolo di cambiare padrone ad ogni stormire di fronde. Il problema si pone in tutta la sua gravità al Paese costretto a trangugiare il fiele del regime veicolato da un ceto politico corrotto e mai sazio, inetto e codardo. La Magistratura, volente o nolente, continua a rimanere prigioniera di un estenuante gioco tra guardie e ladri. Res sic stantibus, magari tra un paio d’anni, il primo ministro potrebbe anche finire dietro le sbarre. In punto di diritto l’ipotesi è più che sostenibile, ma è comunque improbabile che gli eventi seguano il corso giudiziale riservato ai più. Le vicende pregresse in tema di reati amnistiati, prescritti, depenalizzati non depongono a favore di una “nemesi” giudiziaria e l’alba della nazione sembra quanto mai lontana. Più di un sodalizio, in primis quello becero dei leghisti, agisce esclusivamente per ottenebrare le menti dei cittadini. Le opzioni previste dalle moderne democrazie non sono più idonee per ridare voce ai Popoli. Figuriamoci quanto lo possano essere quelle accordate dai governi autocratici. Nell’ultimo ventennio la maggioranza degli Italiani è stata raggirata e sfruttata, è stata trascinata nell’infamia e nella miseria senza poter mai intravedere una speranza. Già colonia Usa, taglieggiata senza misura dalle tante mafie, spinta nel vortice neoliberista della globalizazione, subordinata a Bruxelles e alla Bce, occupata in ultimo da Silvio Berlusconi e dai suoi amici, se l’Italia vuole tornare ad essere sufficientemente libera deve sottoporsi ad un vero e proprio shock terapeutico. Anche il panorama economico-politico internazionale rende certamente più facile la scelta del singolo e quella di gruppi che intendono uscire dal gregge indistinto soggiogato dai governi e da altre mille schiavitù radicalizzando il distacco dal sistema. La scelta rivoluzionaria non è indolore, richiede valutazioni di ampio respiro, non può ignorare che le reti di potere preesistono e sopravvivono all’uomo che lo esercita pro tempore, sia sibi et suis che su commissione. Le rituali parole “il re è morto, viva il re”, con le quali l'araldo della monarchia annunciava il decesso del sovrano e l'avvento al trono del successore, sono desuete nella forma ma sempre attuali nella sostanza. La recente destituzione di Hosni Mubarak su pressione della piazza, almeno nei suoi immediati sviluppi, non appare foriera di grandi cambiamenti, non sembra atta a garantire l’accoglimento delle legittime aspirazioni degli Egiziani. Chi subentrerà come presidente prometterà qualche posto di lavoro in più, abbasserà il prezzo di alcuni generi alimentari, offrirà qualche nuova posizione amministrativa a dei docili cooptati e sacrificherà un pò di capri espiatori della vecchia guardia. Mutatis mutandis, per l'economia globalizzata, tutti gli abitanti del Maghreb, dove la politica dominante è quella dell'infitah, ovvero della porta aperta agli investitori stranieri, continueranno ad essere solo vittime di dumping sociale. E’ questa la raison d'ètre delle democrazie elargite sotto la guida di oligarchie e think tanks sovranazionali. In Italia il disagio popolare è crescente, ma manca la “banca della rabbia”, ovvero un grande partito d’opposizione capace di attivarsi e di mobilitare le folle per abbattere quanto meno il tiranno. La storia insegna che dopo le rivoluzioni arrivano spesso le restaurazioni, ma è pur vero che la specificità italiana non consentirà mai un ricambio della classe dirigente per via parlamentare, attraverso i meccanismi elettorali o per mezzo di pacifiche manifestazioni di piazza. Per resuscitare la Costituzione ci vorrebbe ben altro. I lamenti di Gianfranco Fini, che vede Fli sbriciolarsi ed i pigolii di Pier Luigi Bersani, che invoca pedissequamente le dimissioni del premier ci partecipano, senza se e senza ma, che la commedia sta virando velocemente in tragedia. Un carro Leopard che avanza cannoneggiando, sostenuto da una compagnia di vandali allineati e coperti dietro la sua scia, non può essere fermato con riti giudiziari propiziatori, né con i mantra degli “avversari”. Non esiste altra tattica che quella di colpire per rendere definitivamente inutilizzabili i suoi cingoli. Il Parlamento è stato piegato ai voleri del boss, i menestrelli delle opposizioni “autorizzate” e compatibili con il berlusconismo non riescono a fermare neanche i lanzichenecchi in camicia verde che stanno erodendo i pilastri della Repubblica. Anzi offrono loro collaborazione, finanche provvidenziale per il duo ministeriale Bossi-Calderoli, ostile persino alla celebrazione solenne del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Il Paese è alla mercè di un governo che non governa e degli uragani della globalizzazione. Le proiezioni oniriche del ministro dell’economia nascondono, tra l’altro, che il mercato del lavoro è disastrato come in pochissimi altri paesi europei. La Magistratura deve conservare quanto più la sua indipendenza, ha l’obbligo di perseguire i reati, ma è sconsiderato e vile attribuirle una funzione palingenetica da cui è bene che la stessa rifugga. Nel Preludio al Machiavelli, Benito Mussolini scrisse: “Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale". L’inamovibilità del nuovo duce, una sorta di metempsicosi diabolica sta lì a dimostrarlo. Spetta agli Italiani smentirlo prima che sia troppo tardi.

Antonio Bertinelli 19/2/2011
2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

I giorni della merla
post pubblicato in diario, il 29 gennaio 2011


Secondo Aristotele la Giustizia è la virtù per eccellenza in quanto implica il concetto di ordine e di equilibrio, assetto e misura sia in sé che nel rapporto con gli altri. Un gran numero di giuristi contemporanei, al fine di coniugare l’ideale di Giustizia con quella prevista dalle leggi, fa riferimento ai “Principi Generali del Diritto". Tutti concordano sulla sua natura di potere necessario a tutelare gli interessi legittimi di tutti. Un effluvio di parole e di bei discorsi hanno accompagnato, nel corso di un ventennio, mattone dopo mattone, lo smantellamento dell’intero edificio giudiziario. I cittadini vorrebbero Giustizia in tempi rapidi e certezza della pena, la Magistratura vorrebbe codici snelli, personale in organico e strumenti adeguati al compito che è chiamata a svolgere. Chi non vuole che l’apparato giurisdizionale si muova nell’interesse generale invoca riforme soltanto funzionali ad interessi di parte. La lobby che butta sabbia negli ingranaggi della Giustizia è potente, agguerrita, trasversale e a volte “incappucciata”. Con la riforma del 2005 è stata modificata la cerimonia d’inaugurazione dell'anno giudiziario. La Corte di Cassazione e le Corti d’Appello si riuniscono in forma pubblica e solenne. La liturgia si apre alla presenza del Presidente della Repubblica, supremo garante della separazione dei poteri sancita dalla Costituzione. Toghe di velluto rosso, ermellini, fregi aurei, catene e pompon dorati, insomma tutti i paramenti dell’occasione non possono che rappresentare l’eco di una tradizione tanto coreografica quanto travolta dai costumi del berlusconismo. La cerimonia, che una volta forniva opportunità di meditazione su uno dei pilastri dello Stato, si è trasformata in un contenitore di lagnanze per sordi e di giaculatorie sulle inadempienze dei governi. La cittadella della giurisdizione, peraltro già attaccata dall’interno come spesso riportato dalle cronache, è prossima ad essere espugnata nonostante le dichiarazioni del primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo: “I magistrati proseguiranno ad essere fedeli al modello di giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione". L’attacco concentrico della politica e la pervasività di alcune congreghe hanno parzialmente leso il fragile status di autonomia dei magistrati e continuano a delegittimare quelli maggiormente esposti in indagini sgradite ai potenti. Veti incrociati, disinteresse, rappresaglie, approssimazione amministrativa ed esigenze della “casta” fanno il resto. Il Ministro della Giustizia sembra ignorare che a Milano i casi di corruzione, peculato e truffe alla Pubblica Amministrazione sono aumentati del 44%. Questo è il segno inequivocabile del degrado che affligge una società le cui rappresentanze istituzionali annoverano malfattori, predicano l’edonismo e pretendono impunità. Non ci si può avvitare su se stessi ignorando quali sono le riforme davvero necessarie per il buon funzionamento della Giustizia ed affermare che la mancata “riforma” dipende dall'incapacità di fare squadra e dalle resistenze corporative dei magistrati. Vero è che, malgrado tutte le carenze, reali o presunte, il sistema giudiziario è veloce ed implacabile nei confronti di soggetti non assistiti, dei più deboli e dei marginali, frequentemente accusati di reati bagatellari. Gli altri, se non trovano qualche toro pronto a scendere nell’arena a loro difesa, dispongono comunque di qualche altro atout, possono contare su mille pastoie procedurali, su stuoli di legulei e su conflitti di attribuzione da sollevare davanti alla Corte Costituzionale. Lo spettacolo di un Paese sommerso dalla lussuria conclamata delle classi dirigenti, immerse nella melma pur di difendere il loro particolare, è grottesco e ci ridicolizza agli occhi del mondo. I media stranieri si chiedono come sia possibile che gli Italiani continuino a sopportare i raggiri e le messe cantate di un uomo dedito alla menzogna, come anche giudizialmente acclarato fin dal 1990. Per quanto attiene allo scandalo della loggia P2, scoppiato nel 1981, i giudici della Corte d'Appello di Venezia scrivono: "Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verità (…), smentite dalle risultanze della commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di Milano, e mai contestate (…). Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso, rilasciato dichiarazioni menzognere e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza. Ma il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia". Le domande che ci pone la stampa estera, specialmente se anglofona, sono ovvie nella loro semplicità. Altrove il politico che mente, anche se lo fa a riguardo della vita privata, viene sanzionato, la sua carriera pubblica è bruciata. Perché in Italia non si percepisce alla stessa maniera il decoro dovuto al ruolo istituzionale? Si possono offrire diverse risposte, ma ad ognuna si possono associare almeno altre due spiegazioni: è in atto un avanzato esperimento sociale di controllo e di consenso basato sul quasi monopolio televisivo che addormenta le coscienze, quelli che contano maggiormente non vogliono togliere altro ossigeno al governo Berlusconi. L’esecutivo in carica ha piegato il lavoro ai desiderata del grande capitale ed ha prevalentemente legiferato a tutela delle classi economicamente più forti. Toglie ai poveri per dare i ricchi. Lo fa quasi sempre in maniera subdola, ma è un’opera condotta con stile metodico. Basti pensare che se verrà applicata la cedolare secca sulle locazioni i grandi proprietari immobiliari risparmieranno circa un miliardo di euro l’anno, mentre i cittadini debbono fare i conti con un’inflazione reale che erode pesantemente i redditi più bassi. Da questo mese le corrispondenze con l’estero hanno subito aumenti che oscillano dal 15% al 138%. E’ questo e non la pruderie, è l’illegittimità dei comportamenti, è l’attacco scomposto a chi dissente, è l’accerchiamento al ridotto di quei magistrati che non intendono piegarsi, è la salvaguardia di un sistema di checks and balances che dovrebbe spingere la società civile ad un maggiore impegno di quanto abbia fatto fino ad ora. Le provviste di principi e di regole democratiche sono state intaccate oltre misura, è ora di abbandonare il caldo dei comignoli e prepararsi ad una nuova primavera. Dato il contesto è lecito supporre che ci siano molti cacciatori in agguato e bisognerà fare attenzione a non tramutarsi in fantaccini di una qualsiasi possibile intifada guidata dall’alto. Alla parodia della vittima sacrificale va opposta in ogni sede la forza dei fatti.

Antonio Bertinelli 29/1/2011

Dieci milioni di firme
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2011


Lui non demorde. Nei sapienti messaggi televisivi rivolti agli Italiani ha infatti dichiarato che i magistrati di Milano non sono competenti a giudicarlo ed i Pm che hanno osato indagare vanno puniti. Il tutto è frutto di un complotto comunista sostenuto dalle toghe rosse e finalizzato a sovvertire il voto popolare, dunque, per quanto lo riguarda, la faccenda è chiusa. Gli ascari del premier denunciano una violazione costituzionale ed analogamente fanno i suoi oppositori. I cittadini finiscono nel polverone mediatico, la manipolazione del linguaggio ne induce un buon numero a perdere di vista i fatti, a confonderli con le opinioni e a mettere sullo stesso piano le argomentazioni dei diversi contendenti scesi in campo. Non è da escludere che, sollevando un conflitto di competenza davanti alla Consulta, anche questa volta le sorti politiche del Paese rimarranno legate all’”invincibilità” del sultano. Ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni e due depenalizzazioni ope legis, è ancora imputato in tre processi, di cui almeno uno sarebbe arrivato a sentenza senza l’approvazione di norme scritte ad hoc, ma la sua fedina penale è rimasta del tutto candida. Non basta “incoraggiare” i magistrati a perseguire il reo, peraltro doverosamente, ma sarebbe opportuno riflettere sulla tipologia dei tanti personaggi che occupano le istituzioni mortificandole, senza saltare a piè pari l’individuazione delle responsabilità che accomunano un pò tutti. Ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Nicola Cosentino, deputato Pdl, contro l'ordinanza di custodia in carcere. Francesco Maria Orsi, consigliere Pdl al Comune di Roma con delega al Decoro, è finito sotto indagine per riciclaggio, corruzione e cessione di sostanze stupefacenti durante alcuni incontri con prostitute. A nessuno dei due, così come alla maggior parte dei politici inquisiti, è saltato mai per la testa di dimettersi. Corruzione, concussione, ricatto, abuso d’ufficio, falsi contabili, riciclaggio, evasione fiscale e tanti altri illeciti tipici della “casta” sono semplicemente fisiologici. Fazioni criminali e istituzioni vivono da anni in perfetta simbiosi. Potrebbe sembrare pleonastico evidenziare che affari e politica si associano in reciprocità d’interessi. Il premier, grazie alla strada spianatagli dai finanziatori di Milano 2, da B. Craxi e da tutti i suoi successivi emuli, non solo ha potuto spaziare in diversi rami dell’imprenditoria, incluso quello bancario, ma incamera ingenti utili grazie alla posizione dominante che occupa in campo televisivo, pubblicitario ed editoriale. Anche in considerazione delle sue pendenze giudiziarie, passate, presenti e future, più facili da fronteggiare come capo dell’esecutivo, non è pensabile che si faccia da parte su pressione di una campagna moralizzatrice o che accetti di sottostare ad un processo. Agire per spurgare la fogna italica è doveroso. C’è da chiedersi se forse non sia già tardi e sicuramente non si può pretendere che la Magistratura, approfittando delle debolezze del boss, riesca a togliere le castagne dal fuoco ai corresponsabili di questo degrado. Probabilmente parte del fronte di liberazione antiberlusconiano vuole solo cambiare cavallo, ma lo vuole comunque funzionale al suo sistema di potere. Non essendo in grado di formare un blocco monolitico per correggere gli errori del passato e per abbattere politicamente il drago si affida all’indignazione e spera nei suoi passi falsi. L’impenitente seduttore ha sempre mentito, è testardo, recidivo e sfrontato. Il sistema paese ha favorito il berlusconismo, ha pervertito l’etica comune del cittadino medio, lo ha reso indifferente o rassegnato alle oscenità, alle angherie e al disprezzo della legge da parte dei propri rappresentanti istituzionali. In attesa che S. Berlusconi si lasci processare rinunciando ai suggerimenti dei suoi giureconsulti o che vada a casa dopo che P.L. Bersani avrà raccolto dieci milioni di firme, non si può che constatare l’assenza di un idoneo progetto politico da parte delle “opposizioni”. Nessuno sembra far caso che la saga del bunga bunga si alimenta anche con ragazze senza futuro. Giovani donne che anziché pretendere diritti si tolgono le mutande e chiedono soldi. In un Paese normale un’opposizione politica normale non avrebbe sperato di trarre vantaggio da procedimenti giudiziari il cui esito, come fino ad oggi dimostrato, lascia il tempo che trova. Il settimanale The Economist, dopo aver analizzato la vicenda di cui si sta occupando la Procura della Repubblica di Milano, ritiene che il Governo non possa più fare nulla per l'economia, che S. Berlusconi possa manovrare per andare alle elezioni e tenti di vincerle per distruggere definitivamente l'indipendenza della Magistratura. Avvedutezza e buona fede non avrebbero lasciato al gruppo Cir il quasi monopolio dell’opposizione. Grazie alla zona d’ombra frequentata da ectoplasmi politici, in primis quelli del Pd, è stato fatto scempio di libertà, democrazia, cultura, spettacolo, informazione, scuola, università, ricerca, equità e lavoro. Nella fiera della decadenza istituzionale la storia di Ruby Rubacuori meriterà pure un qualche risalto, ma al netto del "blitz militare", come è stata definita da un noto “incappucciato” l’ultima azione dei magistrati milanesi, resta il fatto che gli avversari del Pdl non hanno saputo costruire un’alternativa credibile per tentare quel riscatto collettivo del quale avremmo avuto bisogno per resettare i disastri fin qui accumulati. Fatti e misfatti di cui si sono resi protagonisti, mafiosi, politici, massoni, magistrati, maneggioni, poliziotti e carabinieri, per i quali troppo spesso i colpevoli non hanno pagato, tratteggiano al meglio la degenerazione della vita pubblica italiana. Tangentopoli, parentopoli e puttanopoli sono gli inevitabili corollari di un potere abietto oltre ogni immaginazione. Indigniamoci pure per il mercato dei corpi, per le puttane, per i lenoni, per i ruffiani e per il loro principe, ma ricordiamoci anche di tutto quello che è finito dietro i procaci glutei di una minorenne o del solito martirologio celebrato su Raiset e su qualche house horgan. Il Paese è in grave sofferenza economica, ma lunedì la Camera dei Deputati voterà il diciannovesimo finanziamento semestrale per la missione in Afghanistan, che costerà altri quattrocentodieci milioni di euro. A fronte di fantomatici investimenti, per adesso, i dipendenti della Fiat se ne vanno in cassa integrazione. Confindustria sta seguendo a ruota il metodo Marchionne. Nel quadro dei mercati aperti, i salari sono in discesa e puntano dritti a raggiungere presto il livello della sussistenza. L’Ue delle oligarchie ci strangola e nel contempo si oppone ad una riforma bancaria del tipo Glass-Steagall. Il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati. E’ penoso assistere al declino di un uomo che non accetta regole ed ancor meno quelle imposte dal trascorrere del tempo. È intollerabile il modo con cui continua a sodomizzare l’Italia, ma è altrettanto intollerabile il laido trasversalismo di quelli che, avendone l’opportunità, abusano del deretano di tutti gli Italiani.

Antonio Bertinelli 21/1/2011   
La piazza, ovvero ineluttabilità e rischio
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2010


Per la classe dirigente è iniziata l’epoca del dissenso urlato. Le contestazioni non albergano solo in Sicilia, dove ormai i politici di Roma evitano di mettere piede, ma anche in altre parti d’Italia. A L’Aquila il popolo delle carriole se la prende con tutti, dal sindaco, all’arcivescovo, fino al Governo nazionale. A Como è stato contestato Marcello Dell’Utri, a Venezia Gianni Letta, a Torino Renato Schifani e Raffaele Bonanni. A Napoli i dipendenti delle discariche hanno indirizzato una pernacchia collettiva “a tutti coloro che hanno gestito i rifiuti dal 1993 ad oggi ed hanno venduto la propria dignità per denaro o potere”. Di sicuro le proteste andrebbero calibrate ed il lancio di un lacrimogeno, anche se per difendersi dalle sediate, non ci sembra raccomandabile ma, secondo Aristotele, “non conosciamo il vero se non conosciamo la causa”. Il Tumulto dei Ciompi del 1378 segna, in Europa, una delle prime sollevazioni popolari per rivendicazioni di natura economica e politica. Nel sistema delle corporazioni i lanieri erano tra i più sfruttati ed erano inoltre esclusi da qualsiasi gestione della società. La storia è costellata di lotte di piazza, a volte violente e sanguinose. La piazza porta spesso con se lo spirito rivoluzionario, è simile ad un fiume carsico che ricompare saltuariamente in superficie, evidenziando gli umori profondi di una popolazione che, ad un certo punto, avverte l’esigenza di non affidare più ad altri il proprio destino. Le lamentele dei politici per gli “eccessi” dei dimostranti lasciano il tempo che trovano. Non è affatto improbabile che qualcuno rimesti nel torbido. Per certi aspetti il ventilato esacerbarsi dello scontro sociale sembra essere stato programmato e già messo in conto. Al nostro Paese, scientemente espropriato di una pur apparente sovranità popolare e a rischio di secessione federalista, è stata preclusa la strada verso un futuro degno di essere vissuto. Gli scandali della “casta” hanno imperversato e l’attività legislativa ha mirato a salvaguardare esclusivamente interessi di parte, ad eliminare libertà più o meno consolidate e ad eludere i controlli della Magistratura. Basti citare l’equiparazione tra blog e stampa, il ddl sulle intercettazioni o il “processo breve”. Scuola e ricerca sono state ridimensionate fino a perdere del tutto di significato, il diritto del lavoro ha subito attacchi inauditi. Assodato che su questi terreni le garanzie costituzionali rappresentano un inciampo non sono mancati ripetuti assalti alla Carta. La chiusura o la delocalizzazione di centinaia di imprese, la distruzione di un’infinità di posti di lavoro, il bassissimo livello delle retribuzioni, la destrutturazione del welfare, il gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti, l’enorme evasione fiscale hanno causato una pesante regressione del livello di vita di milioni di persone. Essendo l’opposizione storica complice e prigioniera di questa cultura, ci sembra fisiologico che il malessere diffuso cerchi sbocchi al di fuori di essa. Amministrare è diventato troppo spesso sinonimo di delinquere ed è comprensibile che un giovane rifugga dalle ipocrisie e dalle liturgie. C’è ormai un numero enorme di senza voce, è allora così biasimevole fischiare un politico o un sindacalista organico? Questo sistema di governo ha rinnegato tutti i diritti collettivi e lo ha fatto senza limitazioni di mezzi. Banchieri, finanzieri, padroni, politici, pseudo-sindacalisti e scribacchini possono sempre trovare una tribuna da cui pontificare, ma agli altri cosa rimane per far sentire la propria voce? Resta l’alea della piazza che, in assenza di un’inversione di rotta politica, può verosimilmente esitare verso il peggio. Abbiamo visto i blindati sfondare il cancelli dell'Università La Sapienza a Roma, abbiamo sentito crepitare le mitragliatrici a Bologna, siamo passati per vari tentativi di golpe, abbiamo assistito alla nascita di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, di Anno Zero, delle Brigate Rosse, dei Nap, dei Combattenti per il Comunismo e di tante altre formazioni “rivoluzionarie” con annesse scie di sangue. La nebbiosa storia politica italiana inizia a Milano il 12 dicembre del 1969 con la bomba piazzata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Non sarà una strage isolata, altre cinque insanguineranno il Paese negli anni settanta. A datare da quell’episodio le aggressioni e gli omicidi tra fazioni contrapposte raggiunsero fino ai primi anni ottanta picchi elevatissimi. In quel clima i neofascisti diventarono bersagli e molti vennero uccisi così come accadde ai militanti della sinistra. In quel periodo tante giovani vite, divise per le idee, grazie all’aberrante logica dell’occhio per occhio, furono accomunate nella morte. Non tutti ricordano i nomi delle numerose vittime frutto degli “opposti estremismi”, ma chi visse quegli anni ha sperimentato i perversi effetti delle collusioni tra eserciti clandestini, servizi segreti, organizzazioni criminali comuni e politica. Su quel palcoscenico si mossero in tanti e non certo per amor di patria. Vale la pena di ricordare che il Ministero degli Interni disponeva di un’efficiente rete informativa inserita negli ambienti di estrema sinistra. La rete di Ronga era composta per lo più da estremisti, definiti ironicamente “gli extraparlamentari del Viminale".

Antonio Bertinelli 10/9/2010

Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
Target pedofilia
post pubblicato in diario, il 5 aprile 2010




Ci viene spesso assicurato che il controllo dei maggiori media, e segnatamente della televisione, è un fatto politicamente irrilevante. Dunque le ben connotate proprietà editoriali, l’incredibile storia di Europa 7, la guerra senza quartiere ai “pollai” televisivi e le epurazioni in atto alla Rai sono frutto d’intenti filantropici la cui portata sfugge unicamente ai soliti “comunisti”? Non è forse lecito ribattere che, se anche il conteggio dei visitatori di questo modesto blog, ove c’è chi si diletta a scrivere solo di tanto in tanto, è stato manomesso ed è rimasto bloccato sull’1 per circa un mese, esiste invece un vera e propria ossessione censoria che si palesa in ogni frangente, persino negli angolini più remoti del web? Esistono magistrati “imprudenti” come Antonio Ingroia ed altri “assennati” come Achille Toro, abbiamo visto all’opera Vittorio Metta e Raimondo Mesiano, anni orsono abbiamo seguito il lavoro del g.i.p. Guido Salvini, del p.m. Tiziana Siciliano e del p.m. Pietro Forno. Ad ognuno di essi va riconosciuto il "valore" che gli compete. Il potere giudiziario non è sicuramente avulso dall’eccezionalità del Sistema Paese, ma solo attraverso i mezzi necessari all’impatto massmediatico è stato possibile gettare discredito sull’intera Magistratura. Siamo certi che il nostro premier nulla abbia da imparare dalla stegocrazia americana, ma vale la pena di ricordare che là dove, in genere, alle primarie vota il 20% degli aventi diritto, e solo sulla base di considerazioni secondarie, in quanto nessun candidato si sogna di affrontare temi di politica economica, le campagne mediatiche funzionali alle più grandi banche e alle più potenti corporations vengono messe in atto serrando i ranghi tra gli addetti all’informazione, sovvenzionando finanche la stampa estera, come ad esempio per catturare il consenso sulla guerra in Iraq, per sostenere l’occupazione dell’Afghanistan, per propagandare la necessità del Patriot Act, per vendere vaccini antinfluenzali inutili o, come accade ultimamente, per rendere appetibile l’uso degli OGM. Le tattiche sono note a chiunque possegga i rudimenti delle tecniche di comunicazione. Primeggiano gli “omissis” e seguono poi il “ribaltamento dell’onere della prova”, gli “annunci”, il “fatto compiuto”, il “disdoro”, la “minimizzazione”, il “doppio peso sommato alla doppia misura”, il “senso di colpa” ed altre strategie appropriate al target da raggiungere. Lo smantellamento del sistema di Bretton Woods è stato uno strumento fondamentale per imbrigliare quell’”eccesso” di democrazia che aveva preso piede nel corso degli anni sessanta dello scorso secolo. Le “minoranze intelligenti” servono ed amministrano il potere ovunque esso risieda, agli altri deve bastare scegliere tra le merci e concentrarsi sulla conquista di gadgets alla moda. Se la visuale dei governanti italiani si restringe alla risoluzione di problemi personali e al concludere affari nel più breve tempo possibile, i disegni delle élites bancarie ed economiche anglofone sono ben più ambiziosi. Gli States rappresentano un agglomerato militare gigantesco che comprende le imprese petrolifere e quelle delle risorse energetiche, sono dei mastodonti in perenne fibrillazione predatoria. Ci viene spontaneo diffidare ancor di più delle notizie che da lì si diffondono per il resto del pianeta. Non ci risulta che Barak Obama debba difendersi in qualche tribunale e che il Congresso degli Stati Uniti d’America annoveri tra i suoi rappresentanti dei “pregiudicati” o degli “indagati”, in breve i temi connessi all’amministrazione della Giustizia non appaiono oggetto delle attenzioni di Washington, ma non è un mistero che le mire egemoniche statunitensi prendano in considerazione ogni area ed ogni popolazione della terra. Le esigenze dei mercati e della finanza si scontrano con le identità nazionali, con le specificità culturali e con i dettami dell’Islam. Il business non vuole lacci di sorta, aborre la solidarietà ed ogni istituto che sia in grado di fornirla. Il suo modello di individuo è quello monade, passivo ed acquiescente, senza sicurezze e senza figure di riferimento, senza famiglia e senza valori, possibilmente androgino. Il femminismo, lo svilimento della maschilità e la delegittimazione della figura paterna, una mistura culturale particolarmente efficace nel contribuire ad edificare l’uomo “nuovo”, sono prodotti made in Usa. Ma la Chiesa di Roma a cosa serve? Le encicliche sociali che si sono susseguite negli anni e quel vecchio Papa dalle abitudini monastiche che ha l’ardire di prestare voce ai paria di ogni società non sono forse un ingombro per la marcia del consumismo globale? Non è forse meglio attivarsi in tempo per ridimensionare le velleità di certe Istituzioni? Chiamare in causa la pedofilia significa entrare nella sfera d’influenza degli strizzacervelli e dei servizi sociali, obbliga a giocare su un terreno sdrucciolevole dove anche il vero “esperto”, se è affidabile e preparato, non si avventura con leggerezza. Quando si affronta l’evento denunciato i confini tra fatti e allucinazioni, tra percezioni della “vittima” e condizionamenti dell’”investigatore”, tra garanzia e arbitrio, tra interessi privati dei consulenti incaricati e diritti dei presunti colpevoli si fanno talmente labili da portare frequentemente a conclusioni devastanti per tutte le persone coinvolte nell’indagine giudiziaria. Se si riconosce l’esistenza di individui che abusano di minori, è altrettanto opportuno sottolineare che troppe volte il fenomeno si è prestato ad usi strumentali. La pedofilia è un tema sensibile, tocca le corde giuste delle masse ed allora perché non farvi ricorso mediaticamente per proporre un’immagine della Chiesa più calzante con il programma dei semidei che aspirano ad un governo planetario? L’eco fornita dai più influenzabili, che siano politici, pennivendoli, bloggers o giornalisti, amplificherà e rifinirà il lavoro di diffamazione lasciandola apparire come un consesso di pedofili in netta antitesi con la sfaccettata realtà ecclesiastica. Francesco d’Assisi, Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta sono stati espressioni di quel consesso, lo è stato il vescovo Oscar Arnulfo Romero. Don Pino Puglisi è stato ammazzato per il suo impegno contro le mafie. Monsignor Domenico Mogavero è una voce scomoda che si leva dall’interno della comunità sacerdotale. Rifuggiamo dal prendere la lavagna per dividere i buoni dai cattivi, ma è ambiguo, e quanto meno incauto, far scivolare tra le righe di un post o di una cronaca giornalistica che la Chiesa, nella sua interezza, possa ridursi a quella dei Marcinkus e a quella dei messaggi elettorali più o meno espliciti. Se si prova giustamente sgomento per decine di pedofili in tonaca bisogna anche fare attenzione a non credere che oratori e parrocchie siano covi di maniaci o che nei seminari e nei conventi ci si perfezioni per coltivare e poi trasfondere le peggiori caratteristiche dell’uomo nel mondo secolarizzato. Genera perplessità il fatto che mentre non si muove foglia che il padrone non voglia, la supposta vocazione pedofila del clero buchi il piccolo schermo ed occupi le pagine di tutti i giornali. La tipologia dei mangiapreti nostrani comprende il pappagallo ed il militante politico, spazia da sinistra a destra. L’anticlericalismo è un sentimento trasversale che accomuna l’illetterato e l’intellettuale con la puzza al naso; con minore o maggiore consapevolezza il mangiapreti italico a volte assume le sembianze del Peppone di Guareschi, a volte si identifica nell’écrasez l'infâme di voltairiana memoria e a volte si palesa attraverso il sarcasmo del direttore de “Il Giornale”. Tutti più o meno prevedibili, non sono mai riusciti ad intaccare veramente, pur con tutti i “distinguo” che si addicono all’istituzione, la diffusa autorevolezza ecclesiastica. Sia nel bene che nel male la Chiesa, senza eserciti, vaso di coccio tra vasi di ferro, ha continuato ad esistere. Soggiacere acriticamente a quella che potrebbe essere solo una trappola mediatica allestita dove brilla il faro della massima pseudo-democrazia occidentale è un esercizio pericoloso. Grazie ad un capillare martellamento dell’informazione molti Italiani credono che il legislatore, da ultimo, voglia tutelare la privacy dei cittadini emanando una norma per ostacolare le intercettazioni telefoniche della Magistratura. Se facessimo parte delle solite compagnie di giro, simili a quelle che gravitavano intorno agli appalti sporchi della Protezione Civile, se dovessimo controllare un palinsesto televisivo per renderlo organico agli affari di famiglia, nell’evenienza di non poter ricorrere ai soliti strumenti quali la corruzione ed il ricatto ci piacerebbe addirittura nominare oltre che i parlamentari, come già accade, tutti i possibili arbitri istituzionalmente previsti e l’intero organico in forza all’apparato giudiziaro. Dobbiamo riconoscere che se appartenessimo alla dinastia dei Rockefeller o comunque se fossimo parte integrante di un impero economico-finanziario non vedremmo di buon occhio un prelato più monaco che pontefice ed un magistero cristiano sensibile alle tematiche ambientali, che si propone come paladino dei poveri, ultimo possibile catalizzatore per il dissenso degli scontenti. Dopo aver ignorato le esigenze degli altri popoli e riportato buona parte di quelli occidentali a ridosso di un incubo kafkiano non è accettabile che la Chiesa, in antitesi  con gli insaziabili appetiti di un capitalismo globalizzato, rispolveri le sue origini, che appaia come una via di fuga per aggregare disoccupati, senza tetto, precari e sfruttati di ogni genere, insomma tutti i delusi e tutti gli oppressi di un mondo ormai senza anima. Come per alcuni è preferibile lasciar credere che i magistrati costituiscano un nucleo di sovversivi, ad altri potrebbe fa comodo assegnare ai sacerdoti lo stigma della pedofilia. L’indegnità di uno, dieci o cento magistrati non può essere estesa all’intera categoria. Lo scandalo di uno, dieci o cento preti non può insozzare la totalità della Chiesa.   

 

Antonio Bertinelli 5/4/2010     

Piccoli uomini crescono
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2010


Un vecchio amico, al servizio di una delle più delicate Istituzioni dello Stato, ci ha confidato lo sconforto che lo affligge per quello che i suoi occhi vedono accadere quotidianamente all’interno della stessa. Il nostro pensiero si è così spostato dai vertici della piramide alla base, dove sono giunte le deiezioni legislative ed i risultati pedagogici di un malgoverno protratto negli anni fino a tramutare la reticolarità sociale in una landa valorialmente desolata dove, prima o poi la pistola, prenderà il posto del Diritto. Anche l’istruzione pubblica, prima americanizzata nei contenuti e poi privata di risorse, infine resa incapace di fornire formazione o professionalizzazione, si avvia a diventare palestra di vita per abituare i giovani a cavarsela in sintonia con il contesto. Fumare spinelli in cortile e rubare quello che capita al compagno di classe o nell’armadio di qualche collaboratore scolastico è ormai consuetudine. Dopo che si è perpetrato il solito furto, magari nella borsa dell’insegnante, lo stesso non è autorizzato ad impedire l’uscita dall’aula degli alunni e a fare dei controlli per individuare chi ha rubato il cellulare, gli occhiali o un libro al vicino di banco. In tal modo si violerebbero i diritti del reo così come le intercettazioni telefoniche della Magistratura ledono i diritti di chi è dedito al malaffare, similmente a quei medici accusati di omicidio e lesioni che operavano nella clinica Santa Rita di Milano o a quel senatore recentemente dimessosi tra gli applausi di ammirazione dei suoi colleghi di partito. Dunque l’impunità è assicurata (spessissimo per regolamento o per legge) e si impara fin da piccoli che gli Italiani si dividono stabilmente in due categorie, i piglianculi ed i mettinculi. I secondi, il cui unico merito è appunto solo quello di prevaricare gli altri, hanno tutte le porte spalancate, non debbono mettere limiti alle proprie azioni e, con degli idonei trascorsi giudiziari, possono anche ambire ad un remunerativo seggio parlamentare. Negli Usa molti giovani apprendono i rudimenti del vivere nei ghetti della grandi città, In Italia è sufficiente ispirarsi ai trionfi di chi insulta i magistrati, di chi calpesta le leggi, di chi ride e fa affari sui terremoti all’ombra della Protezione Civile. Pene certe per chi delinque e lavoro coatto per chi costruisce ospedali di sabbia o cattedrali nel deserto a spese dell’erario potrebbero scoraggiare le nuove generazioni dall’imboccare la strada del crimine. Proprio quello che osteggia il Parlamento impegnato da molti anni a perfezionare l’apparato normativo al fine di assicurare una zona franca per se e per i suoi emissari. Non sappiamo se Monsignor Domenico Mogavero, abbia lanciato la sua reprimenda alla politica per ingenuità o per coraggio. Resta il fatto che, superando l’efficienza censoria del MinCulPop di mussoliniana memoria, è stato imbavagliato addirittura il fido Bruno Vespa per dare maggiore spazio e risonanza alle bubbole di regime di cui è maestro chi istruisce i lettori sul “pericoloso” tintinnio delle manette agitate dai cosiddetti “giustizialisti”, chi parla di gogna mediatica per i tanti “innocenti” perseguitati dai giudici, chi allestisce telegiornali fatti di nulla sotto svuoto spinto, chi si aggira sul Internet come hoaxer, per monitorare e tenere sotto controllo la disapprovazione o per “infettare” blogs e PC da cui escono pensieri scomodi. La modifica del decreto Romani ha lasciato un po’ di respiro ai bloggers, ma non si può ancora dormire tra due guanciali. Un già riconosciuto gentleman, aprendo la sua campagna elettorale, ha pensato bene di minacciare (goliardicamente) un cronista, uno di quelli che ha la pessima abitudine di non solidarizzare con la politica degli affari, a prescindere dallo stendardo sotto il quale essi vengono conclusi. E pure questo la dice lunga sulle pretese crescenti che la “casta” ha nei confronti di chi fa giornalismo. Anche il web non è poi così libero come potrebbe apparire. Più è grande la voglia di imperare sui popoli e maggiore è la possibilità di imbattersi in trabocchetti ed abusi di vario genere senza che gli “intercettati” possano godere di una qualche forma di garanzia. Google effettua il tracking delle nostre ricerche e delle nostre navigazioni, rappresenta un potente mezzo per la moltiplicazione del business che già sfrutta le potenzialità della rete. Mentre per lo stato in cui versano i media “Freedom House” ci considera come un Paese parzialmente libero e “Reporters Sans Frontières” ci retrocede al 49 posto della classifica (ai minimi europei), il nostro Governo sogna il controllo totale dell’informazione. Al momento si scontrano quindi due esigenze: il mercato mondiale che, alla pari dei mettinculi nostrani, non ama regole di sorta e la necessità di mettere il silenziatore a chi non ha la forma mentis dell’imbrattacarte a contratto. Un blog che, qualunque sia la chiave adottata per la ricerca, non si raggiunge solo attraverso il browser più diffuso, le stranezze che spesso si notano guardando il monitor che ci proietta nel mondo virtuale, le bizze che fa Word durante la scrittura di un documento, le eccessive aperture delle finestre di qualche firewall quando ci si trova nel cyberspazio sono una diretta conseguenza dell’odierna forma di controllo attuata in rete. Il web non può rappresentare l’unica soluzione per sottrarsi ad una dittatura e ai suoi squadristi, per fare informazione, per attingere notizie introvabili altrove, per bonificare l’ambiente che avvelena i corpi e le menti dei giovani. Non basta cristallizzarsi su una tastiera per insegnare ai nostri figli che rubare a scuola o al supermercato, corrompere e lasciarsi corrompere, insomma adeguarsi allo stile di vita dei furbi non riempie il vuoto interiore causato dall’esaltazione dell’utilitarismo di chi ha realizzato nel settore dell’istruzione il più grande licenziamento della storia, di chi rincorre l’onnipotenza vampirizzando lo Stato e accumulando denaro, di chi sta assottigliando fino all’inverosimile le tutele giuridiche dei lavoratori, di chi ha comprato e continua a comprare intere scuderie di puttane da sistemare ora in un letto, ora in una redazione, ora su uno scranno da cui possano poi legiferare a comando. L’invito al senso della misura del vescovo di Mazara del Vallo, come era prevedibile, è rimasto inascoltato. Durante la notte appena trascorsa si è superato ogni limite. Con tutta la solidarietà che ci sentiamo di esprimere ai simpatizzanti e ai militanti del Pdl, sono state forzate delle leggi che dovevano rimanere per il momento intoccabili, e a cui si sono precedentemente assoggettate tutte le altre formazioni politiche che avevano palesato irregolarità o ritardi nella presentazione delle liste elettorali. La gravità del gesto non sta tanto negli esiti del decreto notturno quanto nell’aver realizzato l’ennesimo stravolgimento delle norme vigenti, che dimostra ancora una volta di quale considerazione esse godano quando non sono funzionali ai bisogni del re. Meno male che Giorgio c’è.

Antonio Bertinelli 6/3/2010


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permalink | inviato da culex il 6/3/2010 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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