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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Dieci milioni di firme
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2011


Lui non demorde. Nei sapienti messaggi televisivi rivolti agli Italiani ha infatti dichiarato che i magistrati di Milano non sono competenti a giudicarlo ed i Pm che hanno osato indagare vanno puniti. Il tutto è frutto di un complotto comunista sostenuto dalle toghe rosse e finalizzato a sovvertire il voto popolare, dunque, per quanto lo riguarda, la faccenda è chiusa. Gli ascari del premier denunciano una violazione costituzionale ed analogamente fanno i suoi oppositori. I cittadini finiscono nel polverone mediatico, la manipolazione del linguaggio ne induce un buon numero a perdere di vista i fatti, a confonderli con le opinioni e a mettere sullo stesso piano le argomentazioni dei diversi contendenti scesi in campo. Non è da escludere che, sollevando un conflitto di competenza davanti alla Consulta, anche questa volta le sorti politiche del Paese rimarranno legate all’”invincibilità” del sultano. Ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni e due depenalizzazioni ope legis, è ancora imputato in tre processi, di cui almeno uno sarebbe arrivato a sentenza senza l’approvazione di norme scritte ad hoc, ma la sua fedina penale è rimasta del tutto candida. Non basta “incoraggiare” i magistrati a perseguire il reo, peraltro doverosamente, ma sarebbe opportuno riflettere sulla tipologia dei tanti personaggi che occupano le istituzioni mortificandole, senza saltare a piè pari l’individuazione delle responsabilità che accomunano un pò tutti. Ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Nicola Cosentino, deputato Pdl, contro l'ordinanza di custodia in carcere. Francesco Maria Orsi, consigliere Pdl al Comune di Roma con delega al Decoro, è finito sotto indagine per riciclaggio, corruzione e cessione di sostanze stupefacenti durante alcuni incontri con prostitute. A nessuno dei due, così come alla maggior parte dei politici inquisiti, è saltato mai per la testa di dimettersi. Corruzione, concussione, ricatto, abuso d’ufficio, falsi contabili, riciclaggio, evasione fiscale e tanti altri illeciti tipici della “casta” sono semplicemente fisiologici. Fazioni criminali e istituzioni vivono da anni in perfetta simbiosi. Potrebbe sembrare pleonastico evidenziare che affari e politica si associano in reciprocità d’interessi. Il premier, grazie alla strada spianatagli dai finanziatori di Milano 2, da B. Craxi e da tutti i suoi successivi emuli, non solo ha potuto spaziare in diversi rami dell’imprenditoria, incluso quello bancario, ma incamera ingenti utili grazie alla posizione dominante che occupa in campo televisivo, pubblicitario ed editoriale. Anche in considerazione delle sue pendenze giudiziarie, passate, presenti e future, più facili da fronteggiare come capo dell’esecutivo, non è pensabile che si faccia da parte su pressione di una campagna moralizzatrice o che accetti di sottostare ad un processo. Agire per spurgare la fogna italica è doveroso. C’è da chiedersi se forse non sia già tardi e sicuramente non si può pretendere che la Magistratura, approfittando delle debolezze del boss, riesca a togliere le castagne dal fuoco ai corresponsabili di questo degrado. Probabilmente parte del fronte di liberazione antiberlusconiano vuole solo cambiare cavallo, ma lo vuole comunque funzionale al suo sistema di potere. Non essendo in grado di formare un blocco monolitico per correggere gli errori del passato e per abbattere politicamente il drago si affida all’indignazione e spera nei suoi passi falsi. L’impenitente seduttore ha sempre mentito, è testardo, recidivo e sfrontato. Il sistema paese ha favorito il berlusconismo, ha pervertito l’etica comune del cittadino medio, lo ha reso indifferente o rassegnato alle oscenità, alle angherie e al disprezzo della legge da parte dei propri rappresentanti istituzionali. In attesa che S. Berlusconi si lasci processare rinunciando ai suggerimenti dei suoi giureconsulti o che vada a casa dopo che P.L. Bersani avrà raccolto dieci milioni di firme, non si può che constatare l’assenza di un idoneo progetto politico da parte delle “opposizioni”. Nessuno sembra far caso che la saga del bunga bunga si alimenta anche con ragazze senza futuro. Giovani donne che anziché pretendere diritti si tolgono le mutande e chiedono soldi. In un Paese normale un’opposizione politica normale non avrebbe sperato di trarre vantaggio da procedimenti giudiziari il cui esito, come fino ad oggi dimostrato, lascia il tempo che trova. Il settimanale The Economist, dopo aver analizzato la vicenda di cui si sta occupando la Procura della Repubblica di Milano, ritiene che il Governo non possa più fare nulla per l'economia, che S. Berlusconi possa manovrare per andare alle elezioni e tenti di vincerle per distruggere definitivamente l'indipendenza della Magistratura. Avvedutezza e buona fede non avrebbero lasciato al gruppo Cir il quasi monopolio dell’opposizione. Grazie alla zona d’ombra frequentata da ectoplasmi politici, in primis quelli del Pd, è stato fatto scempio di libertà, democrazia, cultura, spettacolo, informazione, scuola, università, ricerca, equità e lavoro. Nella fiera della decadenza istituzionale la storia di Ruby Rubacuori meriterà pure un qualche risalto, ma al netto del "blitz militare", come è stata definita da un noto “incappucciato” l’ultima azione dei magistrati milanesi, resta il fatto che gli avversari del Pdl non hanno saputo costruire un’alternativa credibile per tentare quel riscatto collettivo del quale avremmo avuto bisogno per resettare i disastri fin qui accumulati. Fatti e misfatti di cui si sono resi protagonisti, mafiosi, politici, massoni, magistrati, maneggioni, poliziotti e carabinieri, per i quali troppo spesso i colpevoli non hanno pagato, tratteggiano al meglio la degenerazione della vita pubblica italiana. Tangentopoli, parentopoli e puttanopoli sono gli inevitabili corollari di un potere abietto oltre ogni immaginazione. Indigniamoci pure per il mercato dei corpi, per le puttane, per i lenoni, per i ruffiani e per il loro principe, ma ricordiamoci anche di tutto quello che è finito dietro i procaci glutei di una minorenne o del solito martirologio celebrato su Raiset e su qualche house horgan. Il Paese è in grave sofferenza economica, ma lunedì la Camera dei Deputati voterà il diciannovesimo finanziamento semestrale per la missione in Afghanistan, che costerà altri quattrocentodieci milioni di euro. A fronte di fantomatici investimenti, per adesso, i dipendenti della Fiat se ne vanno in cassa integrazione. Confindustria sta seguendo a ruota il metodo Marchionne. Nel quadro dei mercati aperti, i salari sono in discesa e puntano dritti a raggiungere presto il livello della sussistenza. L’Ue delle oligarchie ci strangola e nel contempo si oppone ad una riforma bancaria del tipo Glass-Steagall. Il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati. E’ penoso assistere al declino di un uomo che non accetta regole ed ancor meno quelle imposte dal trascorrere del tempo. È intollerabile il modo con cui continua a sodomizzare l’Italia, ma è altrettanto intollerabile il laido trasversalismo di quelli che, avendone l’opportunità, abusano del deretano di tutti gli Italiani.

Antonio Bertinelli 21/1/2011   
En attendant Godot
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2011


L’investimento speculativo sostenuto dai banchieri a discapito dell’economia reale ed il neoliberismo applicato nelle fabbriche si sono trasformati in un incubo. Le grandi banche, dopo aver sanato le perdite dovute alle avventure finanziarie da loro stesse alimentate, con l’intervento dei governi che hanno scaricato il peso del money manager capitalism sulle spalle dei cittadini, hanno chiuso i cordoni della borsa. Adesso pretendono che gli Stati rientrino velocemente nei parametri stabiliti riducendo i propri debiti, impedendo così ai Paesi già privati di sovranità monetaria di spendere a deficit per produrre ricchezza. Di qui la serie infinita di tagli alla spesa pubblica, welfare incluso, e conseguente aumento della povertà. Le piccole imprese con problemi di liquidità finiscono per soccombere. Quelle più grandi, dovendo essere competitive sui mercati internazionali, comprimono i costi del lavoro e mirano ad ottenere la massima produttività delle maestranze. La corsa globale comanda norme di concorrenza prevalentemente nell'area dei fattori produttivi più fragili, ad iniziare dalla forza-lavoro L’Italia è ingabbiata dall’euro e dai connessi patti di stabilità. Come se non bastasse, ha pochi grandi imprenditori, soprattutto avvezzi a spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici e a contare sugli aiuti di Stato per produrre ed innovare. I dobermann dell’Ue non ci perdono di vista. Proprio ieri il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha chiesto riforme strutturali molto decise e continuative per rilanciare la nostra bassa produttività lavorativa. Avrà solo voluto spezzare una lancia in favore di Sergio Marchionne? Del resto anche il solito inossidabile gag-man ritiene giusto che Mirafiori venga abbandonata al suo destino in caso di un esito “negativo” del referendum imposto dall’a.d. della Fiat. Siamo finiti sotto la tutela di organismi finanziari privati, come il Gbm, la Fed, il Fmi, il Wto, la Bce e numerosi Think Tanks, che dirigono le economie mentre i governi ed i parlamenti, beetle-brains funzionali ai poteri forti, producono indebitamenti, svendono patrimoni comuni, riscuotono tasse, ma non si occupano di emergenze sociali. I governi “progressisti” hanno osteggiato la nazionalizzazione della Banca d’Italia ed hanno consegnato il Paese nelle mani della finanza anglo-americana. Ma chi è rimasto a credere che Berlusconi abbia trattato la vicenda della dismessa Alitalia per tenere alta la bandiera tricolore o che commerci con Gheddafi e Putin per affrancarci dalle servitù energetiche consolidate illo tempore? Le decisioni economico-politiche sono proprie di poche superpotenze, assoggettate ad oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Le grandi corporations controllano sia i cicli del mercato che la borsa mondiale. Il diritto internazionale è ormai subordinato alle volontà incontrastabili di banche e finanza. Il General Agreement on Trade in Services, un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio entrato in vigore nel 1995, parallelamente all’accordo per l'abbattimento dei dazi nazionali, è sottoscritto anche dall'Italia. In questo quadro i partiti politici si sono posti al servizio di intoccabili e giganteschi interessi privati. Il turbocapitalismo domina i processi di globalizzazione dall'alto dei “palazzi” di Londra, Francoforte, New York, Washington, Shanghai, etc. La stessa Europa non fa che generare organi di controllo economico sottratti a ogni valutazione popolare ed investiti di poteri assoluti. Le aspirazioni dei “progressisti” sono andate deluse e l’attuale governo conservatore ha dato il colpo di grazia a ogni pur minima speranza di una più equa redistribuzione del reddito. Con la crisi che ha travolto l’Occidente sono aumentate le fusioni tra colossi ed i grandi hanno divorato i piccoli. Il Popolo, ingannato dai media più potenti e dall’omertà che lega quasi tutti i soggetti politici, continua a vivere prigioniero del più grande reality mai realizzato nel corso della storia. Romano Prodi si gode un “pensionamento” dorato; Silvio Berlusconi, quando e se deciderà di mollare la presa, potrà ritirarsi ad Antigua; Gianfranco Fini suggerisce ulteriori spoliazioni pubbliche per sanare il deficit statale; gli avvoltoi fanno giri sempre più stretti sulle carcasse rimaste da spolpare. Il Pd, dopo una serie infinita di inconfessabili inciuci, senza neanche aspettare l’aiuto dei nuovi rottamatori abbagliati dalle luci di Arcore, continua a liquefarsi. Il “canadese”, che tiene a cuore le sorti degli operai, preferisce mantenere la sua residenza fiscale in Svizzera, dove paga in tasse un'aliquota del 30%, anziché quella italiana del 43%. Insomma chi può si tiene ben lontano dai sentieri della virtù sempre invocati dallo zelante Trichet. Riandando col pensiero al vecchio operaio che, fuori dei cancelli dello stabilimento torinese, piange sul divide et impera lasciato cadere sui suoi colleghi, nell'attesa surreale dell’ora del giudizio, ci sovviene qualche verso di G.G. Belli: “Eh! ppanza piena nun crede ar diggiuno. Fidete, fija io parlo pe sperienza. Ricchezza e ccarità sò ddù perzone che nnun potranno mai fa cconoscenza”.

Antonio Bertinelli 14/1/2010

Piovono uccelli
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2011


In diverse parti del pianeta si stanno verificando improvvise morie di pesci e di volatili. Nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti. Alcuni ritengono che questi fenomeni siano addebitabili ad esperimenti effettuati con armi ad energia diretta. La selettività e la velocità con cui i decessi si verificano fanno escludere avvelenamenti di massa, fenomeni meteorologici, epidemie ed altre cause più o meno naturali. E' noto che molti feriti causati dagli attacchi israeliani nei villaggi palestinesi hanno riportato danni non compatibili con le armi convenzionali e molte vittime dei loro bombardamenti presentavano l’aspetto di corpi assoggettati a dosi massicce di microonde. L’epoca delle guerre “simmetriche”, come dimostrano Baghdad, Gaza, Beirut, la stessa invasione dell’Afghanistan ed il regolare impiego di aerei droni, si è ormai conclusa. Se alcune popolazioni vengono trattate come carne per arrosti è forse azzardato ipotizzare che anche le stragi di merli rossi in Arkansas o di tortore a Faenza possano dipendere da sperimentazioni coperte dal segreto militare? Va da se che non si potranno ottenere esaurienti risposte dai governi ma possiamo ricordare che nel 1997 il Segretario alla Difesa Usa William Cohen dichiarò che “Altri … sono impegnati in una sorta di eco-terrorismo in grado di alterare il clima, provocare terremoti ed eruzioni vulcaniche attraverso l’uso di onde elettromagnetiche. Quindi c'è un numero notevole di menti che sono all’opera per trovare il modo di riversare il terrore su altre nazioni. È tutto vero, ecco perché dobbiamo intensificare i nostri sforzi …”. Se il corsaro Francis Drake, incoraggiato nelle sue scorrerie dalla Corona inglese, divenne prima sindaco di Plymouth e poi parlamentare non c’è motivo di ritenere che gli assetti di potere odierni escludano i filibustieri o ne scoraggino le gesta. Anzi, le tecnologie di cui possono disporre le élites dominanti consentono l’aumento esponenziale della bramosia di denaro e di controllo sulle masse. La scienza è spesso marcia ed è accompagnata dalle menzogne, così come la politica inficiata dai conflitti d’interessi che sta divorando il Paese, annientando simultaneamente pensiero, cultura, informazione, principi costituzionali e diritti acquisiti. La logica degli arcana imperii, tanto cara al partito del fare, al suo padrone e ai suoi sodali, sta marciando di pari passo con il totalitarismo finanziario. Le rivalità politiche, quando non sono palesate ad usum populi, dissimulano solo ambizioni personali e, peggio ancora, nascondono la marcia di quella macchina implacabile dietro la quale si mimetizzano gli interessi privati di variegate consorterie. E’ talmente sbilanciato il rapporto tra media mainstream ed informazione alternativa che un cospicuo numero di Italiani non riesce ancora ad accorgersi del grande inganno. Il premier ritiene un’indecenza che la Consulta possa bocciare l'ultimo scudo giudiziario che lo difende dai processi. Marchionne, il cui progetto “Fabbrica Italia” si basa sul nulla, sta minacciando di far saltare il banco. Mentre il Paese è legittimamente in fermento, Maroni si serve di poliziotti che manganellano, bloccano ed arrestano in via preventiva i cittadini che protestano. Il tutto è esasperato da un deteriore processo di americanizzazione, dalla clava delle multinazionali, da un’arrogante ristrutturazione capitalistica, dalla servitù al pallottoliere del debito pubblico e dagli usuali ricatti dei grandi banchieri. Dove va uno Stato senza sovranità e dove va un Popolo senza Stato se non dove decide il proprietario della zecca? I magistrati di lungo corso sanno che il trionfo della legalità a certi livelli è un miraggio, gli economisti hanno la consapevolezza che il libero mercato è ormai una finzione, i politici sono consci che la democrazia è diventata una chimera, il governo sa di dover rispondere al Fmi, alla Bce, al Wto e ad altre entità sovranazionali. Girare intorno a tutto questo decontestualizzando gli eventi, come fa la corte dei miracoli mediatica costituita da improbabili cronisti, pennivendoli, ruffiani e peripatetiche, e come fanno persino i giornalisti che si professano “liberi”, non serve nemmeno ad affrancarsi dal berlusconismo. Se il premier ha trasformato il Parlamento in un supermercato, va anche detto che i parlamentari si assoggettano volentieri a proficue limitazioni di mandato e che i meccanismi elettorali sono stati alterati in modo tale da impedire il formarsi di opposizioni avverse alla filosofia che sottende l’occupazione di qualunque carica pubblica, piccola o grande che sia. L’intero sistema della rappresentanza politica si è perfezionato al fine d'impedire ai cittadini d'influire su scelte determinanti per la loro stessa vita. La cellula autoritaria per eccellenza è diventata la catena di montaggio ed in genere il posto di lavoro, dove padroni e boiardi non vogliono ostacoli di sorta. Che si guadagni di meno, che ci si doti di catetere, di sacchetto per l’intestino e si lavori fino al deliquio. Nell’Italia dei precari, dei disoccupati, dei cassintegrati, delle segretarie a mono-committenza ma con partita Iva, dove si è verificato un enorme spostamento di reddito dalle fasce sociali medio-basse a favore di quelle più alte, nel Paese con le scuole e le università tremogelminizzate, si sta giocando la partita letale tra un gigante finanziario e la classe operaia. Il coro che viene dall’altare maggiore non è di buon auspicio. E’ probabile che la Corte Costituzionale, durante la seduta del 13 gennaio, tenterà di salvare capra e cavoli. E’ facile intuire che le forze dell’ordine saranno ulteriormente putinizzate e che Marchionne riesca a concludere il suo disegno politico-finanziario con il referendum farsa di Mirafiori. Presumibilmente non sapremo mai se la recente moria dei pesci tamburo è imputabile all’impiego di armi sperimentali, ma è certo che tra le guerre "asimmetriche" del passato e del presente si può annoverare anche quella che i sacerdoti della finanza globale e dell’Ue stanno conducendo per arrivare ad un collasso sociale di proporzioni storiche. Il maggiore limite dei Popoli, incalzati dal nuovo ordine, è rappresentato dall’atomizzazione delle relazioni, dalle paure e dal monadismo culturalmente indotto. Non è più tempo di pensare esclusivamente agli spazi ristretti del proprio orticello. Va ricostruita dal basso una comunità d’intenti capace di rispondere colpo su colpo. Quando i governi, già superiori in forza e potere, smarriscono il senso della giustizia e sguazzano nell’amoralità, asservendo finanche gli apparati normativi e le attività giurisdizionali, vanno adeguatamente osteggiati. Henry David Thoreau non ebbe mai dubbi in proposito: "Dovremmo essere prima di tutto uomini e poi sudditi. Non c’è da augurarsi che un uomo nutra rispetto per la legge ma che sia devoto a ciò che è giusto". Per il filosofo e per i suoi tempi la via maestra fu quella della disobbedienza civile. Per il contesto italiano, per quello europeo e per i tempi che corrono, i percorsi della coscienza potrebbero presentarsi come sentieri impervi, ma è giunta l'ora di affrontarli.

Antonio Bertinelli 10/1/2011


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La classe operaia non va in paradiso
post pubblicato in diario, il 5 gennaio 2011


Il pesce pilota appartiene alla famiglia dei carangidi e spesso nuota al fianco degli squali. In passato si credeva che avesse il compito di guidarli nei loro percorsi. Oggi si ritiene che il suo comportamento sia un caso di commensalismo, una particolare associazione simbiontica che consiste nell'utilizzazione comune delle stesse prede. Il naucrates ductor della realtà industrial-finanziaria italiana sembra essere diventato l’uomo dell'anno 2010. Sergio Marchionne, come tale elogiato dal “Il Sole 24 Ore”, sostenuto dal coro quasi unanime dei politici e dei sindacalisti “gialli”, è quanto mai determinato ad imporre il suo gioco. Legati a doppio filo per affinità e finalità, spartendosi potere, favori, colpe e perfidie, non è difficile capire le ragioni di un simile sodalizio fra soggetti solo nominalmente eterogenei. Quando si spezza la relazione tra la funzione economica e la funzione sociale, quando si rompe l’equilibrio tra il capitale e la forza lavoro, quando si calpestano i valori ispirati al bene comune, ci sono ancora mille e un modo per fare impresa, tutti più o meno adatti per massimizzare esclusivamente i profitti dei furbi. Basta andare con il pensiero all’"omicidio industriale" della Olivetti, la cui fine non può essere spiegata facendo riferimento, sic et simpliciter, alla vorticosa competizione internazionale. Qualche mese dopo l’insediamento di Carlo De Benedetti tutti i dipendenti furono messi, e per la prima volta, in cassa integrazione. Allo scadere della medesima, avvalendosi di contributi statali, la produzione fu spostata al Sud, dove si consumò un crollo aziendale unico per rapidità e violenza. Quel vulnus brucia ancora negli ambienti dove si continua a perorare la dovuta responsabilità sociale dell’impresa. Factum infectum fieri non potest ed oggi le pratiche manageriali sono ormai plasmati su imperativi lontani dal senso della comunità che guidava Adriano Olivetti, icona del "capitalismo dal volto umano". E’ naturale che Sergio Marchionne, director della Philip Morris ed amministratore delegato della Fiat, dopo le ola delle tute blù di Detroit, venga osannato dagli annuitori nazionali di stretta osservanza globalista, da sinistra a destra, da D’Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da Chiamparino ai falchi di Confindustria. In Germania il manager Fiat, interessato ad allearsi con l’Opel, si è poi fermato davanti ad alcune richieste: capitale proprio, liquidità, mantenimento delle fabbriche e dei posti di lavoro nel Paese, sostegno agli sviluppi tecnologici. In questa sede il suo disegno di costituire una casa automobilistica globale con i soldi dei contribuenti, tagliando novemila posti di lavoro, non ha trovato sostenitori. In Italia può permettersi di dettare legge. La filosofia del “più è grande e meglio è'' ha già fallito in passato con General Motors e con DaimlerChrysler, sta fallendo con Toyota. Ovviamente tutto questo a Marchionne non può interessare di meno. Per adesso ha fatto breccia oltreoceano ed ha trovato numerosi corifei nel Belpaese, ma va ribadito, grazie alla stessa ammissione dell’a.d., che il costo del lavoro incide solo per il 7/8 % su quelli totali. E’ altrettanto pretestuoso invocare la bassa produttività degli stabilimenti italiani, che non può essere imputata agli operai “fannulloni”, ma dipende soprattutto dal crollo delle vendite, dai tipi di auto in produzione, dall’obsolescenza tecnologica, dalla saturazione degli impianti e dal carico fiscale. Se la globalizzazione ha reso il mondo piatto e dunque gli Italiani non possono pretendere trattamenti speciali va anche spiegato il perché. Le classi economicamente dominanti, quelle stesse che hanno imposto la mondializzazione e causato la crisi, intendono avvalersi della stessa per peggiorare le condizioni di vita, di studio, di lavoro di tutti i settori più deboli delle società occidentali. I nuovi assunti nell’industria automobilistica statunitense vengono pagati quattordici dollari l’ora, dai quali vanno tolte le tasse ed una quota mensile per l'assicurazione sanitaria, che copre solo metà delle spese mediche oltre i tremilacinquecento dollari. Non hanno diritto ad alcuna pensione d'anzianità, ma solo a trattamenti basati sui versamenti individuali, con esigui contributi aziendali. Hanno il divieto di scioperare fino al 2015 e sono stati costretti a rinunciare agli aumenti di contingenza. I buoni sentimenti che infarciscono i discorsi della claque filomarchionnista, simili a quelli di Pietro Ichino, senatore del Pd, sono molto meno facili da trovare in fabbrica. Secondo l’Onu, labour is not a commodity eppure accade che il modulo Marchionne, quello che pretende in quel di Mirafiori il 51% dei consensi per restare a produrre in Italia, si presenti sostanzialmente come un ricatto senza possibilità di mediazioni. I padroni si fanno sempre più padroni ed i servi debbono farsi addirittura schiavi. L’unico baluardo rimasto a difendere il vacillante sistema industriale italiano, in ultimo dal colpo di coda del pesce pilota “Born in the Usa”, è quello della Fiom. Quando Giulio Tremonti asserisce che “L'ideale è avere tanto la fabbrica perfetta quanto i diritti perfetti. Il reale è un po' diverso. Ed è reale il rischio che si conservino i diritti, ma si perda la fabbrica, emigrata altrove”, ci sembra ancor più necessario che le rivendicazioni studentesche si saldino con quelle operaie, che l'Ue degli oligarchi inizi a riconoscere e a correggere i suoi insopportabili limiti.

Antonio Bertinelli 5/1/2011

Chiodi
post pubblicato in diario, il 28 novembre 2010


Politici con i volti di diligenti esecutori, e che in altre circostanze avrebbero trovato più consono impiego in un qualche studio professionale, non trovano di meglio che difendere la riforma universitaria etichettando le manifestazioni studentesche come frutto di una saldatura tra gli interessi dei baroni e le ingenuità degli studenti. I finiani in gramaglie sottoscrivono di tutto e di più. Nessun governo aveva mai osato ridurre in tale misura le risorse per le Scuole e le Università mischiando sprechi, scienza, baronie, futuro giovanile, sapere e potenzialità di sviluppo dell’intero Paese per poi attaccare indifferentemente il tutto a colpi d’ascia. Chi non ha denaro a sufficienza e rifiuta di convertirsi agli assiomi della scaltrezza deve farsi schiavo secondo i desiderata dei Marchionne, deve rinunciare a qualunque progetto di indipendenza e soprattutto deve rimanere ai margini di questa pseudodemocrazia. Poveri Campani sommersi dai veleni delle discariche. Poveri Veneti a cui la crisi economica ha spalancato le porte delle loro città alle mafie. Poveri Italiani, traditi dai Savoia, dalla corruzione, dai partiti, dai sindacati, dai vecchi e dai nuovi amministratori pubblici. Non si era mai visto l’annientamento simultaneo di tanti diritti storicamente acquisiti come è accaduto durante il regno berlusconiano. I demiurghi delle libertà sono per lo più magliari, venditori di fumo, intrattenitori da Club Méditerranée, soggetti con un codice di comunicazione limitato, intriso ora di menzogne, ora di grettezza, ora di gestualità da bettola. Il rischio più grave è che le prosaiche antitesi dei capipopolo, di sostanza o di facciata, guidate o meno dai rispettivi personalismi, ammantate o meno di nobili propositi, continuino a disperdersi in tanti rivoli consentendo l’instaurazione di una neo-dittatura senza più vie di fuga. L’attuale premier ha sfruttato egregiamente tutte le debolezze nazionali. Quando migliorando pratiche già collaudate, quando inventandone di nuove, ha piegato il Paese ai suoi desiderata, lo ha trasformato in una Spa di cui detiene la maggioranza del pacchetto azionario. Con il perfezionamento del berlusconismo è ormai imperativa la nascita di un blocco funzionale all’eliminazione del pericolo più grande. Hic et nunc. Tutto il resto può e deve essere rimandato. Non esiste solo un contesto nazionale impareggiabile nella sua accelerata discesa verso gli inferi, esiste anche un’Europa senz’anima che va rimessa tempestivamente in discussione. Il possibile insediamento di un autocrate a vita cancellerà d’un sol colpo i disegni delle volpi poste a guardia dei diversi pollai elettorali e non potrà fornire di certo terapie adeguate al grave stato di salute del Paese. Le ubbie del personaggio, nel contempo burattino e burattinaio, dunque conscio che le democrazie guadagnano credibilità anche grazie alle performances di quei gatekeepers che salgono sul palcoscenico e fanno “opposizione” con idonea dispensa, non gli permettono di tollerare qualche raro travaglio di stampa, detrattori televisivi più o meno “scapigliati” o magistrati liberi da ogni legame con qualsiasi genere di congrega. L’”unto”, se confermato come tale, smantellerà la Costituzione, castigherà ogni voce dissonante, i giornalisti poco sussiegosi, i presentatori catodici “borderline”, gli scrittori “anti italiani” ed i Pubblici Ministeri “incauti”. Le vicende di Finmeccanica ed Enav, anche queste aziende, come altre grandi fatalmente finite nelle pastoie dell’attività giurisdizionale, sono semplicemente fisiologiche. Sono scandali tipici di un’Italia il cui apparato normativo è stato per venti anni rimodulato ad hoc e la cui sensibilità civica è stata rimossa con destrezza, sono solo le ultime novità che, incalzate dalle impavide gesta di altri avventurieri, finiranno presto nel fetido dimenticatoio italico. Piaccia o non piaccia, questo è un fatto incontrovertibile con cui ogni cittadino deve ormai fare i conti, così come deve farli con la crisi economica che sta scuotendo l’Europa fin dalle fondamenta. L’entità di alcuni debiti pubblici diventa sempre più critica. Il Capo dello Stato ha lanciato un appello affinchè venga accordata piena fiducia all'euro. Dimenticando che dal suo primo giorno di corso legale il potere di acquisto dei salari e degli stipendi italiani si è ridotto del 40%, con una lettera ai Presidenti del Gruppo degli Otto “Uniti per l'Europà”, Giorgio Napolitano ha chiesto che l'Ue prenda polso nel “contrastare contagiose speculazioni contro la moneta unica frustrando ogni tentativo di provocare un default di Stati sovrani, che dinanzi alle tensioni in atto nei mercati finanziari si esprima pubblicamente piena fiducia nell'euro, insieme con una rinnovata adesione ai principi di coesione e solidarietà che reggono l'Unione Europea”. La Grecia e l’Irlanda sono già finite sotto schiaffo, ora è il turno del Portogallo. Secondo l'edizione tedesca del Financial Times, la Bce ed atri Paesi di Eurolandia starebbero facendo pressioni sul Governo di Lisbona per ottenere che anch’esso ricorra al più presto al pacchetto di aiuti dell'Unione e del Fmi. Sotto a chi tocca, quando arriverà il nostro turno? Con tali premesse, sarebbe devastante per gli Italiani andare incontro ai marosi che si profilano all’orizzonte senza scialuppe di salvataggio, inoltre soverchiati dal gravame di un regime suggellato dalle peggiori oligarchie e dall’amicizia di altri despoti. L’Ue non ha supplito, né intende supplire ai collassi, alle ruberie, agli sprechi, all’immoralità, alle inefficienze, alla debolezza dello Stato e della P.A. italiani. L’Unione si è concretizzata in un ordinamento socio-giuridico-finanziario neoliberista, dove i banchieri hanno burattinizzato i governi, che a loro volta hanno disarticolato il Welfare, hanno lasciato fallire migliaia di piccole e medie imprese, hanno lasciato disoccupati milioni di lavoratori. L’Unione trionfante è quella delle banche troppo grandi per fallire che, al fine di rivitalizzare il sistema, battono continuamente cassa ed impoveriscono i cittadini. Se l’Italia è un ricettacolo di cricche sostenute dall’avidità dei governanti, votata al peggio dallo strabismo dei parolai in ordine sparso o dall’ortodossia delle vergini che non intendono “sporcarsi”, questa Europa è il ricettacolo di plutocrazie e di grandi capitali che si muovono senza frontiere, che hanno poco a vedere con l’iniziale promessa di solidarietà tra i Popoli. I bilanci comunitari non sono controllati da un soggetto autonomo, ma anche il tiranno, complici gli appetiti leghisti e le idiosincrasie di maniera, che ha fatto dello Stato cosa sua fin dove gli amici glielo hanno consentito, senza fare sconti a nessuno, eliminerà ogni residua forma di bilanciamento democratico e, con esso, le illusioni di qualunque potenziale aspirante al trono. Bruxelles la grassa, imperiale ed autopoietica, sta lentamente diventando grassatrice. Roma ha urgente necessità di affrancarsi dall’insidia che incombe sull’intero Paese. Solo dopo la politica, includendo quella agita a proprio vantaggio e quella dei portatori di conflitti d’interesse minori, potrebbe posizionarsi su altri fronti, magari facendo luce sia sui destini italiani che su quelli europei.

Antonio Bertinelli 28/11/2010


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Non sempre ai tuoni segue la pioggia
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2010


Il potere è facoltà di disporre della libertà altrui, di influenzare, controllare, guidare la vita di una comunità politica attraverso una mescolanza variabile di strumenti, compresi quelli coercitivi e non ultimi quelli mediatici. Il potere, da sempre, si presenta come possibilità di dominio. L'identificazione di potere e ingiustizia permette a Trasimaco di sostenere che l'ingiusto, essendo forte, è in grado di sopraffare i giusti e quindi di trarne vantaggio anche attraverso la produzione normativa. In questa società del possesso dove i valori tradizionali, se mai chiamati in causa, sono sbandierati per ingannare il prossimo, i camaleonti hanno buon gioco. Con i governi avvicendatisi dopo Tangentopoli il vecchio padrone delle ferriere, anche se con tecniche maggiormente sofisticate rispetto a quelle del passato, è tornato più forte di prima. Imbaldanziti dalle innovazioni in materia giuslavoristica e dal clima politico di questi ultimi anni, i grandi prenditori dettano legge. La vicenda dei tre operai della Fiat licenziati e reintegrati non è unica. Ci sono stati tanti altri casi dove quanto stabilito dal giudice non ha sortito l’effetto sperato perché le aziende hanno scorporato il ramo interessato dalla sentenza o hanno cambiato ragione sociale. Nel caso di Sergio Marchionne si presenta una situazione più articolata. Alle spalle dell’a. d. della Fiat c’è  la Philip Morris, multinazionale statunitense dai poliedrici interessi commerciali, che è tra quelle più beneficiate dalle privatizzazioni serbe seguite allo smantellamento della vecchia Jugoslavia. Figuriamoci quanto possono ormai incidere i politici italiani sulle scelte tattiche di certi colossi. Visto fin dove siamo arrivati, accantonando gli ideali dietro cui non è facile nascondersi dopo tanti anni di fiancheggiamento, ci sorge spontaneo chiedersi come mai Gianfranco Fini abbia rotto con il Pdl e lo ha abbia fatto solo ultimamente. Ormai oltre che tra i governanti il marcio è nello stesso spirito delle leggi. Ci sono norme che attaccano il mondo del lavoro, che riducono la trasparenza, che mortificano il libero mercato e la capacità imprenditoriale; che vanificano la concorrenza, che promuovono la formazione di cartelli e di consorterie varie, spesso vere e proprie associazioni a delinquere. Poi ci sono quelle nate esclusivamente ad usum domini. Dopo aver subito le varie “riforme della Giustizia”, la legge non è più uguale per tutti e lo sarà sempre di meno. C’erano una volta la maggioranza che “governava” e l’opposizione che “controllava”. Ora esistono il partito del fare e poi tutti gli altri, a volte in ordine sparso ed altre volte uniti nel malaffare coltivato e promosso da lobbies nazionali ed internazionali. Parafrasando Giorgio Bocca non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile che la disonestà al potere. Ed allora perché, mentre tutti gli altri reggono il sacco ben sapendo che se cade il boss finisce il banchetto, i finiani sembrano intenzionati a rompere il sodalizio? Uno dei molti problemi dell’Italia, peraltro già indebolita come Paese della Ue, dall’euro e dalla globalizzazione, non è tanto stabilire chi si candiderà alla successione di Silvio Berlusconi ma è quello di trovare i modi per sconfiggere il disegno di sovvertire il suo assetto costituzionale e le opportunità per sganciarsi dal new world order. Tutte le operazioni del capitalismo transnazionale, che sono parte integrante del Washington Consensus, stanno dividendo il pianeta come una torta ed anche noi ne stiamo pagando gli esiti. Lo sanno sia G. Tremonti che P.L. Bersani, ma non ne parlano. Sinistra e destra, fittiziamente contrapposte, sono fuse con i programmi e con le strategie affaristiche sia di Confindustria, sia quelle d’impronta anglo-americana che hanno visto i prezzi dell’oro quadruplicare rispetto al 2001. L’Italia è diventata il far west delle “libertà” dove alle scorrerie dei berluscones si sono aggiunte persino quelle di Mu'ammar Gheddafi, che adesso vuole arrivare a detenere il 10% dell’Eni. Come sanno bene certi intraprendenti pugliesi e come sanno anche i cattolici di C.L. i soldi non puzzano, gli affari non conoscono confini o colori di partito. Nel Pd odierno si fa appena cenno alla situazione economica, all’impoverimento dei cittadini alla débàcle del sistema produttivo e alle speculazioni. Gli ex aennini hanno votato tutte le leggi che sono serviti al capo e ai suoi sodali. Parlare di legalità solo oggi è davvero un fatto curioso. Può e vuole Fini realizzare un blocco politico-sociale a presidio della Repubblica? Diversi fatti ci portano a pensare che dietro ai finiani ci siano interessi mossi da Wall Street, dalla City e dalla Commissione Europea. Niente di nuovo sotto il sole. Difficile immaginare che a questi tuoni segua la pioggia. Abbiamo visto Massimo D’Alema spianare la strada all’impero mediatico di Berlusconi, abbiamo visto conferire ad Emma Bonino  l’Open Society Prize di George Soros, abbiamo visto Fini insignito della Menorah d’Oro, abbiamo visto celebri arrampicatori nominati Gentiluomini di Sua Santità. Oggi spezziamo una lancia in favore della piazza per un’Italia che vuole rinascere dalle macerie, e non solo quelle dei terremoti, sotto cui è stata sepolta.

Antonio Bertinelli 30/8/2010

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