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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Senza solfeggio
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2011


A volte scrivere è un limite, è un’ammissione d’impotenza politica, è un cedere alla seduzione della parola pensando di poter cambiare quanto stabilito dal Sovrano. Disse George Orwell: “Scrivo perchè c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione”. Pensare in libertà e disvelare le apparenze ingannevoli può dunque arginare gli effetti di quella politica basata sulle tre effe già care a Ferdinando di Borbone: farina, feste e forca. Per alcuni la sfida potrebbe essere quella di fuggire dall’immutabilità della classe dirigente-delinquente, per altri la sfida potrebbe essere il tentativo di limitarne i danni, dovuti anche all’assuefazione di chi subisce. Quando ci si adatta a tutto non si trova più nulla di cui stupirsi, di cui lagnarsi e per cui lottare. Il sigillum realitatis rende implicitamente “normale” qualunque avvenimento guidato dall’alto. Una volta le file ai caselli autostradali, adeguati per numero e per addetti alla riscossione del pedaggio, erano episodiche e comunque veloci nello scorrere. Oggi, con l’automazione dei varchi e con la quasi totale scomparsa del personale addetto all’esazione, entrare ed uscire da un’autostrada richiede a volte tempi impossibili. Come invita a fare la pubblicità televisiva, anche se non si viaggia spesso, basta dotarsi dell’opportuno apriti sesamo Fornendo al Grande Fratello un altro mezzo di tracciatura personale e pagando un canone mensile in aggiunta al pedaggio, ci si può dotare di telepass. La “saponetta” da collocare sul cruscotto è l’indispensabile viatico per non finire in coda. Come è diventato usuale pagare le tasse sulle tasse diventerà usuale pagare un sovrappiù per entrare ed uscire felicemente da un’autostrada. Le file erano una caratteristica dell’Evil Empire di cui i cantori dei paesi “liberi” si facevano beffa. Attualmente la corruzione diffusa nelle democrazie occidentali, oltre all’ingrossamento delle file dei poveri negli Usa ed in gran parte d’Europa, ha prodotto recessione, disoccupazione, crisi finanziaria, stretta bancaria e tensioni sociali crescenti. Affidare al Web le proprie riflessioni sullo stato dell’arte nazionale non può essere la sola panacea, ma può accendere qualche lampadina sull’attività del Re che spesso è extra et contra legem, sui mimetismi parlamentari che hanno portato l’Italia sulla via del sottosviluppo culturale ed economico. La dissolutezza del ceto politico, le rendite che lo tengono in vita, il finto liberismo, le ricette di Milton Friedman e lo smantellamento di tutto quanto funzionava o funziona operano per la definitiva svendita dello Stato. E’ un copione già visto e, senza una rivoluzione in grado di capovolgere gli attuali assetti di potere, il Paese non riuscirà mai a cambiare il suo outlook. Dopo le razzie di cosche e camarille, dietro l’angolo si nasconde il saccheggio coloniale per via parlamentare. Lo strangolamento della Grecia si colloca nel contesto più ampio dell’ideologia monetarista collegata all’euro e delle sovranità nazionali soppresse su input delle grandi banche private. Per i governi europei, segnatamente per quello italiano, così come dimostra l'ultima terapia prescritta da Giulio Tremonti, lo slogan lagardiano “sia ripresa, sia austerità” continuerà a tradursi nella ripresa per la finanza e nell’austerità per i cittadini. Tutti i personaggi della ribalta pubblica sembrano muoversi sotto la stessa regia. Le eminenze del Pd, nel tenere sponda, dimostrano una capacità recitativa a cavallo tra il catastrofico ed il surreale. Un’inchiesta tira l’altra ed appare lo spaccato di un Paese occupato da un nugolo di commensali che gozzovigliano svuotando le dispense comuni. I media inseguono il nulla o le invettive che si scambiano gli attori della politica. I problemi più assillanti rimangono sullo sfondo e non si può attendere che cada questo esecutivo continuando a nascondersi dietro un dito. Nel XIX secolo l’emofilia colpì molti membri delle famiglie reali di Germania, Inghilterra, Russia e Spagna. Tutti i soggetti colpiti erano discendenti diretti della regina Vittoria. Così come tale malattia si propagò per inaccessibili lignaggi dinastici così si diffonde l’avidità distruttiva di una casta che continua a riprodursi per partenogenesi. Maneggioni, amministratori di società, parlamentari, ministri, segretari, finanzieri, presidenti di Regione, giudici, imprenditori e banchieri indaffarati a spartirsi di tutto sono posti a garanzia di un non lontano disastro. Persino John Locke, in certi casi rassegnato ad accettare “una quieta ignoranza”, di fronte ad un potere arbitrario, riconobbe il diritto di resistenza dei popoli. Rifuggendo dai mantra delle opposizioni per caso, e a dispetto degli stessi organismi sovranazionali a cui tutti si inchinano, i novelli sudditi dovranno inventarsi, di giorno in giorno, i modi per esercitarlo.

Antonio Bertinelli 10/7/2011


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Il bianco e il nero
post pubblicato in diario, il 11 maggio 2011


Le accuse di passatismo o di comunismo, le critiche per non sapersi aprire alle novità servono a perorare la difesa del presente su cui si basano il berlusconismo e l’ideologia neoliberale di cui lo stesso è espressione. Le loro pretese di superiorità, di insindacabilità tendono a far ritenere irrevocabili le scelte fatte, senza alcun controllo, dalle élites dominanti delle quali parlamenti e governi sono ossequiosi maggiordomi. Se lo Stato deve essere un’entità capace di agire nell’interesse collettivo, attraverso tre poteri paritari, legislativo, esecutivo e giudiziario, non si può di certo dire che l’attuale governo sia in grado di garantirlo. Il macroscopico conflitto d’interessi del premier è espressione di quella sussunzione del politico da parte dell'economico a cui gli uomini dell’attuale Pd hanno arrendevolmente spianato la strada. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali può farsi ambasciatore dell'arretramento dei diritti e delle soggettività. Il Ministro del Tesoro può fingersi soddisfatto per aver superato l’esame dell’Ocse. Il neoliberismo prevale perché è sostenuto con determinazione dalle banche, dalla finanza e dalle multinazionali, che guardano a questa sorta di fondamentalismo economico come lo strumento principe per un arricchimento senza limiti. Il golpe piduista in corso, di cui il porcellum elettorale, gli artifici legislativi e la “riforma” della Magistratura sono solo le espressioni più appariscenti, è la logica conclusione di un pregresso politico costellato di complicità. Le gravi incontinenze, gli abusi istituzionali e gli sberleffi alla Costituzione di oggi sono la logica conclusione di quanto è stato praticato o permesso ieri. Se il sistema di potere italiano non si fosse incancrenito su paradigmi ed input mafiosi, se il centro-sinistra non avesse governato in nome e per conto della finanza internazionale, rendendosi organico ad un regime  neoliberale-capitalista-globalista, se la parte nominalmente avversa non lo avesse agevolato, Berlusconi non sarebbe mai diventato primo ministro. Qualunque sia l’epilogo della sua avventura governativa ci sembra comunque troppo tardi per immaginare e costruire un futuro auspicabile. E’ arduo guardare con speranza alla politica quando esercitata da moltissimi indagati, condannati, amnistiati, prescritti o persone comunque rese oggetto di un interessamento giudiziario per corruzione, concussione, abuso d’ufficio e collusione con associazioni a delinquere più o meno organizzate. All’intero ceto politico  fa comodo il depotenziamento e la subordinazione della Magistratura, qualunque futura maggioranza parlamentare non sarà in grado di sottrarsi alle direttive della predazione internazionale che vede soccombere economicamente un paese dietro l’altro. Il tracollo della Grecia e l’entità dello stesso debito pubblico statunitense ci riportano alle profetiche considerazioni del Presidente Thomas Jefferson: “Penso che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà che interi eserciti pronti a combattere. Se il popolo americano permetterà un giorno che le banche private controllino la loro moneta, le banche e tutte le istituzioni che nasceranno intorno ad essi priveranno le persone di ogni possedimento, prima per mezzo dell’inflazione, seguita dalla recessione, fino al giorno in cui i loro figli si sveglieranno senza casa e senza un tetto sulla terra che i loro padri conquistarono”. L’aggressione alla ricca Libia, l’ennesima nei confronti di un Paese non aderente alla Banca per i Regolamenti Internazionali, approvata dal Parlamento con l’eccezione dei rappresentanti dell’Idv, è la palese dimostrazione che i popoli cosiddetti occidentali sono manovrati dai più grandi criminali che la Storia abbia fino ad oggi potuto vedere all’opera grazie ad un dispiego di mezzi precedentemente inimmaginabili. Non ci piacciono le guerre “umanitarie” della Nato, non ci piace l’agonia dei Greci economicamente immolati sull’altare dell’euro, non ci piace vivere in un Paese travolto dalle macerie morali e materiali, non ci piace vedere i frutti tossici di in programma definito, lineare e coerente attuato calpestando la dignità dei cittadini. Non è affatto facile uscire dal circolo dell’assuefazione. Senza escludere qualunque impegno civile si ritenga opportuno nell’interesse dell’intero Paese, vanno fatte le debite valutazioni. Bisogna misurarsi con uno Stato che è finito nelle mani di pochi privati, con la progenie sociopatica dei banksters, con gli economisti immuni da dissonanze cognitive, con la perdita della sovranità nazionale, con i diktat dell’Impero anglo-americano, con una classe dirigente trasversalmente omologata verso il peggio, con l’ineguagliabile bulimico dagli insulti facili, con i suoi degni pasdaran, con i varchi di accesso alla politica che sono terribilmente stretti e funzionalmente presidiati. Chi è in grado di capire tutto questo non dovrebbe scartare la possibilità di abbracciare scelte radicali. E’ tempo di individuare il bianco e il nero tralasciando le sfumature. Anche andarsene dall’Italia o decidere di vivere del tutto fuori dagli schemi imposti dal modello di sviluppo occidentale sono ipotesi da prendere in seria considerazione. Nel contesto attuale è più che mai velleitario ritenere di poter salvaguardare gli interessi della massa sistematicamente manipolata e già destinata al macello.

Antonio Bertinelli 11/5/2011
Dall'Alpi alle Piramidi
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2011


A conclusione dei cortei pro-Costituzione prendiamone pure atto, non c’è rimasto partito politico in grado di bloccare l’ultimo assalto alla principale fonte del Diritto. Appare fatale il diffuso servilismo nei confronti del boss, a sua volta servile nei confronti dell’Europa e delle intimazioni anglo-americane per nulla mitigate da un Presidente insignito del Nobel per la pace. Le genuflettessioni al gendarme d’oltreoceano garantiscono al governo carta bianca sul piano interno consentendogli, senza inciampi, se non quelli rappresentati dalle critiche della stampa estera, di mettersi fuori dalle regole democratiche vigenti in tutti gli altri paesi occidentali. Di tanto in tanto qualche dissidente sembra voler gorgheggiare, ma poi finisce come tutti gli altri per attenersi agli spartiti obbligati dalla spinta egoica, dalle consuetudini paganti del berlusconismo, dalle direttive economiche comunitarie e dalle prescrizioni del verbo globalizzante. L’Europa è stata ormai travolta ed assoggettata dai discendenti di quei colonizzatori partiti nei secoli scorsi alla conquista delle Americhe. L’italia non ha un ceto politico degno di farsi valere né sul vecchio Continente, né altrove. E’ diventata il naturale Far West del Cavaliere, dei suoi amici, delle mafie, di cordate fameliche e di cricche senza scrupoli, è la terra elettiva di buffoni piroettanti prima convertiti al cannibalismo internazionale imposto dalla “civiltà superiore” e poi fattisi zerbini per gli stivali del nuovo duce. Sinistra e destra, categorie ormai sfumate nell’uniformismo partitico, fanno a gara per sedersi al tavolo da gioco dell’incomparabile baro. Ieri la Magistratura costituiva una garanzia di terzietà e Gheddafi era un amico, oggi la prima è un malcelato ingombro sulla via degli affari e il secondo costituisce un vulnus per gli ineffabili paladini della democrazia. La riforma epocale della Giustizia, a prescindere dalle dichiarazioni ad usum populi, vedrà i parlamentari fare a gara per accontentare il padrone e, nel contempo, aumentare le probabilità di non finire in galera, cosi come dimostrano i ritocchi normativi del ventennio trascorso. L’eventuale spezzettamento tribale della Libia, a danno dell’Europa e della stessa Italia, causerà meno indignazione di quanto ne abbia causata da sempre la comoda dittatura del colonnello verso il quale la cedevolezza dei nostri governi è stata sempre rigorosamente bipartisan. Dal “fratello” Prodi agli xenofobi in camicia verde, con buona pace dei diritti umani violati nelle carceri e nei deserti del rais. Se Gheddafi riuscirà a sottrarsi al disegno egemonico che sta cambiando gli assetti di potere nel Maghreb il nostro Paese, richiamato all’ordine da Obama, pagherà più amaramente di altri le inspiegabili defaillances dei Servizi segreti, l’incapacità politica dell’utile clown e dei suoi irresponsabili vessilliferi. I teatrini televisivi sono un capolavoro insuperabile di spudoratezza e di fariseismo. Al malessere continuo delle piazze, stanche di un’architettura sociale precaria e logora, nauseate dalla corruzione della classe dirigente, sfiancate dall’avvicendamento di innumerevoli magliari e con difficili prospettive di aggregazione, fa da contrappunto l’insussistenza del Pd, il doppiopesismo dell’Udc e le rampogne parolaie di Fli, ovvero le opposizioni in maschera. Di riforma in riforma, di legge in legge, di trattato in trattato, nel rivoluzionare qualunque condivisibile ordine di priorità valoriale, gli Italiani stanno subendo, parafrasando Hegel, le dure repliche della storia. Se un tempo i militanti di destra e di sinistra miravano alla conquista del potere per rincorrere la loro visione del mondo, oggi, senza alcuna idea, compiacenti e garbati come il tizio del famoso pizzino televisivo, si accontentano finanche di un piccolo podere. Che glielo garantisca un satrapo o un qualunque altro componente della razza padrona non fa alcuna differenza. Isonomia, isotipia ed isegoria sono astrusi concetti filosofici misconosciuti ai fautori del piano di rinascita democratica. E’ così che “progressisti” e “conservatori” sono giunti a perorare la causa di una giurisdizione a geometria variabile, a denigrare pretestuosamente il dettato costituzionale, a far passare di contrabbando il Trattato di Lisbona, a dissolvere l’identità nazionale, ad asservire i cittadini ai loro interessi di bottega ed ai programmi illuminati dell’agape globalista. I “sinistri”, pur contestando il berlusconismo, hanno accettato l’ineluttabilità delle sue fruscianti ragioni. Insieme ai “destri”, pur contestando la globalizzazione, hanno abbracciato i suoi assiomi fino a tollerare che quel modello di sviluppo venisse imposto anche con la forza delle armi. Per i pupari e per i pupi funzionali al sistema la riservatezza e la menzogna sono gli strumenti principali con i quali si assicurano il dominio sulle folle. La meticolosa ed efficace cassa di risonanza mediatica afferma apoditticamente che la Giustizia necessita dei cambiamenti ideati dagli azzeccagarbugli del premier, ma ciò e tanto vero quanto lo è l’asserita ineluttabilità oggettiva ed amorfa del processo di globalizzazione in atto. L’invocata riforma epocale sulla giurisdizione serve a piegare quel poco che resta dell’indipendenza dei magistrati. La presunta fatalità del “libero” mercato consente ad un piccolo gruppo di grandi investitori di governare intere nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa, i debiti pubblici e la regolazione dei tassi d’interesse. Subordinare pubblici ministeri e giudici al potere esecutivo significa garantire l’impunità totale al white collar crime. Inneggiare alle rivoluzioni pilotate comporta il rischio di rimanerne inconsapevoli vittime. Continuando a sostenere il pavido monarca, tra un balbettio ed un distinguo, o peggio sbavando come i celebri cani di Pavlov, gli attori della scena politica ci faranno finire peggio di come siamo finiti con Casa Savoia. Accettando supinamente le decisioni di clan familiari quali Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor ci troveremo presto ad essere le mere comparse di una vita grama, appiattita dall’Artico all’Antartico e mercificata dalla culla alla bara. Al dissenso da tubo catodico, alla disapprovazione paludata del più grande, suo malgrado, partito d’opposizione, verrebbe quasi da preferire l’agire radicale e apertamente distruttivo dei casseurs, degli anarchici e dei nichilisti d’ogni risma.

Antonio Bertinelli 12/3/2011 
Niente addosso
post pubblicato in diario, il 12 dicembre 2010


Dopo l’esposto di Antonio Di Pietro, a Piazzale Clodio si è aperto un secondo “modello 45”. In seguito al mercato parlamentare segnalato dalla stampa ne era stato avviato un altro analogo alcuni giorni fa. Nel gioco delle parti ognuno fa quello che può. C’è chi corrompe, chi si lascia corrompere, chi denuncia, chi è tenuto ad aprire un fascicolo in qualche Procura della Repubblica e magari lo fa anche stancamente. Nel caso di specie non esistono riferimenti giurisprudenziali e va inoltre rammentato che in base a quanto previsto dagli articoli 67 e 68 della Costituzione, i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato, né possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Il cambio di squadra nel corso della Legislatura è infatti un fenomeno frequente quasi come fu quello dei riciclaggi successivi a Tangentopoli. In questi ultimi giorni il consueto meretricio rappresenta l’ultima spiaggia del boss dall’illimitato potere corruttivo, ma sarà oltremodo difficile, proprio in questo frangente, placcarlo per via giudiziaria. Nel caso di specie la “casta” non ha mai ritenuto necessario legiferare per coprirsi le spalle. Per tutto il resto cediamo la parola a Tacito: "Corruptissima republica plurimae leges". Ce ne sono poche per riempire le galere di derelitti e ce ne sono a iosa per consentire alle peggiori canaglie di farla franca. In Italia è consentito il gioco delle matrioske societarie ed è estremamente facile arricchirsi velocemente con le frodi “carosello”. In certi casi è sufficiente avvalersi delle normativa comunitaria ed in altri basta costituire una “scatola vuota” off shore. Alcune leggi o le loro inappropriate funzioni deterrenti sono semplicemente criminogene, offrono tanti modi per mettere le grinfie su aziende ritenute interessanti, vampirizzarle e poi buttare il cadavere esangue sulle spalle di Pantalone. Se poi si hanno buone aderenze nel settore bancario certi giochi si possono condurre veramente alla grande. Lo spettacolo inverecondo che offre il Parlamento a ridosso del voto sulla mozione di sfiducia al Governo non merita la suspense che alimentano tanti giornalisti in proposito. Comunque vadano le cose, e meglio sarebbe se l'impero di Arcore trovasse una qualunque soluzione di continuità, dai tetti e dalle piazze arrivano segnali di progressiva insofferenza per la vecchia pantomima dei politici. Manca un centro di aggregazione idoneo a far catalizzare le rivendicazioni popolari e a tradurle in un programma operativo ideologicamente perimetrato. Si avverte la necessità di soggetti capaci d’inventare un’opposizione più incisiva delle rimostranze affidate in strada ad un megafono. Ci sono eventi morbosi, berlusconismo in primis, che interessano solo l’Italia, ma ce ne sono tanti ancora che interessano anche gli altri Stati europei. Ieri il Pd ha giocato la sua carta mimetica manifestando a Roma e, dal punto di vista dei suoi simpatizzanti, sicuramente fuori tempo massimo. Non sappiamo se, nel ritrovare la platea delle grandi occasioni, lo stato maggiore del partito si sia galvanizzato. Resta il fatto che una semplice "occupazione" di piazza, escludendo peraltro altri soggetti “antagonisti”, nella situazione a cui siamo giunti, non può che configurarsi come un rituale del tutto insufficiente a fronteggiare il “nemico”, diventato sempre più forte grazie ai ponti d’oro costruiti dagli impresentabili che hanno affossato Achille Occhetto. Le scorrerie dei vandali che hanno devastato il Paese hanno potuto contare su complicità trasversali e le sole indignazioni di un alter ego per caso non bastano più. Gli Italiani, storicamente angariati dalle tante mafie, sono finiti prima nei disegni dei croceristi del Britannia, del Fmi, del Wto, della Bce, poi sotto il tacco di Berlusconi e del suo revival di stampo imperiale. Adesso condividono, a volte in peggio, le grigie sorti di altri Popoli europei, accomunati da un sistema economico-finanziario minato dall’interno e travolti dai diktat del neoliberismo. L’Ue sta facendo pagare i conti della crisi alle fasce sociali più deboli. Anche se magari in extremis va scongiurato il rischio che l’Italia finisca definitivamente sotto un regime dinastico, ma chi riesce a sottrarsi alla sindrome dell’impecorimento deve comunque affrancarsi dai mandriani per guardare oltre. Presi dalla nuova campagna acquisti dell’imprenditore brianzolo, i media hanno tralasciato di commentare l’approvazione al Senato della legge eufemisticamente ribattezzata “di stabilità”, ovvero il colpo mortale assestato da questo Governo alle politiche sociali. Le esigenze di bilancio sono costati ai più bisognosi due miliardi di euro. Sono spariti i fondi per la non autosufficienza (erano quattrocento milioni nel 2009 e nel 2010; sono stati azzerati per il 2011). Il fondo affitti, destinato a chi ha perduto casa, passa dai 205 milioni del 2008 ai 33,9 milioni dell'anno prossimo. Nel 2010 c’è stato il boom dei pignoramenti e delle esecuzioni immobiliari che sono saliti del 31,8%. Attualmente ci sono almeno trecentocinquantamila famiglie a rischio di insolvenza bancaria. Per acquistare nuovi armamenti nei prossimi anni si spenderanno tre miliardi e mezzo in più di quelli spesi nel 2010. Lo stanziamento per il settore difesa nel 2011 è stato aumentato di centotrenta milioni rispetto a quello dell’anno corrente portandolo a 20,494 miliardi di euro. Chi governa esercita in effetti il diritto d’arbitrio mentre Marchionne pretende d’investire cancellando i diritti degli operai, trasformando Pomigliano e Torino in altrettante Detroit. Chi governa ha ridotto ai minimi termini i diritti dei lavoratori e degli studenti trasformandoli in mendicanti. I primi debbono mendicare uno stipendio, i secondi la possibilità di studiare in condizioni adeguate. Il preteso Robin Hood si è trasformato nello sceriffo di Nottingham e la legge n. 133/2008 è una di quelle che sta lì a dimostrarlo. E’ in atto un cambiamento epocale che non può essere accettato come ineluttabile, come una specie di tornado che travolge ogni confine. Lo stesso scenario europeo vede avanzare un modello di capitalismo autoritario che marcia di pari passo con la repressione politica. Ha preso forza un sistema universale di potere, una sorta di racket internazionale a cui soggiacciono i Popoli e per il quale i governanti fanno i cani da guardia. Il fronte parlamentare avverso al caudillo è per lo più contagiato dallo stesso virus che sta portando l’Italia e l’Europa alla terzomondizzazione. Anche se il Cavaliere verrà disarcionato, e le ultime “conversioni” parlamentari rendono meno probabile l’ipotesi, per chi dissente sui tetti e sulle piazze si pone il problema di come diventare massa critica in grado di cambiare il proprio destino senza fare affidamento sul trio “ribelle”, sull’attuale dirigenza del Pd, su qualche politico caro a Confindustria e, men che meno, su qualche personaggio ondivago già pronto a risaltare in cambio, se mai verranno, di altre fallaci promesse “liberali”.

Antonio Bertinelli 12/12/2010 

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Totochigi e terzo polo
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2010


Sembra che il conducator sia prossimo alla destituzione. Solo dopo gli Italiani potranno tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Va da se che tutti i problemi cresciuti e lasciati sul tappeto fino ad oggi non spariranno d'incanto insieme a lui. Ci vogliono ben altre tempeste per spazzare le mucillagini tossiche che da troppi anni soffocano la parte migliore dell'Italia. Nessuno dei "congiurati" ha i requisiti, le idee, l'autorevolezza, la forza ed ancor meno le intenzioni di togliere il Paese dal piano inclinato su cui sta scivolando. A ben guardare appartengono quasi tutti allo stesso vecchio milieu e ne rispettano i principi fondanti. Quella che una volta veniva definita sinistra, ormai priva di propri capisaldi valoriali, subisce per lo più l'agenda e la guida del gruppo Cir sensa rifuggire il lobbysmo di altri poteri più opachi. Il suo stato maggiore tende ad oscurare chiunque assuma posizioni non omologabili. La maggior parte delle leggi, in maniera più o meno esplicita, ha sempre l'imprimatur bipartisan e la semplice sfiducia di questo governo non garantisce, né fa intravedere la possibilità di una rivisitazione normativa "rivoluzionaria". La persistenza del "porcellum" elettorale sta lì a dimostrarlo. La deriva egocratica ha favorito la crescita esponenziale di camarille e comitati d'affari, ha incoraggiato le illiceità, ha moltiplicato le illegalità, ma Stato e Antistato vanno a braccetto da tempo immemorabile. Ignazio Cutrò e Valentina Grasso, due imprenditori che hanno denunciato alcuni mafiosi che chiedevano loro il pizzo, non avrebbero forse fatto meglio a tacere? Intorno a loro è stata fatta terra bruciata e così hanno finito per incatenarsi davanti al Viminale al fine di ottenere dallo Stato un aiuto tangibile per la situazione in cui versano. L'onestà non paga ed il rifiuto a farsi furbo può diventare una vera iattura. Fatte le debite eccezioni, destra, sinistra e centro sono accomunati da numerosi interessi trasversali. Basti ricordare che la proposta Idv di abolire il vitalizio parlamentare è stata bocciata in maniera compatta, esclusi cinque astenuti, da tutti gli altri deputati presenti in aula. I colossali conflitti d'interessi del premier non sono nati ex capite Jovis. Il recente ed odioso "Collegato Lavoro", che assicura nuove tutele per le imprese a detrimento dei lavoratori, non a caso è giunto dopo la doppietta del Pacchetto "Treu" e della legge "Biagi". Per la riforma universitaria gelminiana alcuni esponenti del Pd ritennero che l'idea ispiratrice avrebbe spiazzato la sinistra grazie ai criteri di concorrenzialità tra gli atenei. Esiste ancora il rischio che le Università diventino fondazioni, che ad esse vengano trasferiti i beni demaniali e, con il silenzio/assenso di tutte le cosche rappresentate in Parlamento, le cessioni si trasformino in ottime possibilità d'affari per i soliti noti. La parabola discendente delle FFSS parte da lontano e la legge finanziaria appena licenziata dalla Camera conferma i tagli per il traffico ferroviario regionale, a cui manca più di un miliardo. Dal prossimo anno si prevedono riduzioni del servizio per i pendolari tra 10 ed il 20%, con aumenti delle tariffe fino al 78%. Il depotenziamento dei trasporti pubblici potrebbe causare la messa in mobilità di circa ventimila addetti senza alcun ammortizzatore sociale. L’abolizione del contratto collettivo di lavoro e la sua sostituzione con contratti individuali sottoscritti dai dipendenti stanno rinnegando l’intera storia sindacale italiana. Se Berlusconi viene sfiduciato scompare il pericolo che l'Italia venga travolta da un regime dinastico, ma le ferite di un Paese oltremodo sfibrato dalle mafio-cricche rimangono aperte. Con esse avanza il rischio di un’incurabile setticemia. Il leggendario castello di Camelot non sta dietro l'angolo. Lungi dal propendere per qualche grembiulino meno sporco va sottolineato che chiunque assumerà l’incarico di governare non porterà "salvezza" sottoscrivendo scelte poste nel range stabilito dall'Unione europea, dal Wto, dal Fmi e dalla Bce. Un qualunque esecutivo d’armistizio, che accetti supinamente le coordinate imposte dagli organismi citati, non potrà fare altro che aumentare il volume di fuoco sui soggetti più deboli. In assenza di sovranità monetaria, con un'economia reale rattrappita, cercando di saldare il debito crescente verso i banchieri, schizzato alle stelle per acquistare euro, si allungherà solo l'agonia di un Paese svenduto alle logiche del monetarismo spinto. Grecia, Irlanda e Portogallo insegnano che le medicine somministrate d'imperio sotto il controllo di poteri sovranazionali uccidono chi si è ammalato seguendo proprio i "consigli" forniti dai loro think thanks. Gli economisti, ai quali spesso si guarda per presiedere governi tecnici, così come stanno facendo i "traditori" dell'ultima ora, sono indottrinati e addestrati per accreditare il pensiero economico prevalente, quello della sempreverde industria bancaria. L'attuale Ue è creatura di Jean Monnet, inventore e guida di organismi cooperativi europei sotto egemonia anglo-americana. Secondo Monnet le istituzioni sovranazionali sono più importanti di quelle dirette dai cittadini stessi. Come ogni personaggio funzionale a questo o a quel sistema dominante è salito alla gloria degli altari laici e la sua effige si trova persino sui francobolli. Per comprendere meglio i dogmi senza tempo delle oligarchie finanziarie vale la pena di riportare parte di un articolo scritto da Louis Even, lì dove cita una direttiva dei banchieri allegata ad un atto del Congresso Americano e connesso al "panico finanziario" del 1893: “Siamo ad autorizzare i nostri addetti ai prestiti degli Stati Occidentali ad erogare prestiti sulle proprietà e per somme di denaro ripagabili entro il 1° settembre 1894. Nessuna scadenza importante deve superare questa data. Il 1° settembre 1894 rifiuteremo categoricamente tutti i rinnovi di prestito. In quel giorno, richiederemo la restituzione di tutto il nostro denaro, pena il pignoramento dei collaterali. Le proprietà ipotecate diventeranno nostre. (...) Pertanto saremo in grado di acquisire, ad un prezzo a noi confacente, i due terzi delle fattorie ad ovest del Mississippi ed altre migliaia di fattorie ad est di questo grande fiume. Saremo addirittura in grado di possedere i tre quarti delle fattorie occidentali oltre a tutto il denaro del Paese. Gli agricoltori diventeranno dei meri affittuari, proprio come in Inghilterra” (http://www.michaeljournal.org/bankphilo.htm). Dopo l'era Berlusconi, l'Italia ha, ancor più di ieri, bisogno di trasparenza. Ciò vale sia per l'immarcescibile "casta" degli affari secretati che per l'Ue, anche questa cresciuta troppo nell’oscurità. La Bei (Banca europea per gli investimenti) senza neanche avere lo straccio di un mandato politico è il più grande erogatore pubblico mondiale di prestiti. Essa non disdegna di finanziarie società multinazionali e spesso i fondi dei contribuenti (italiani compresi) sono stati utilizzati in maniera fraudolenta al fine di riciclare denaro, di favorire l’arricchimento personale e l’evasione fiscale. Una parte dei suoi finanziamenti sparisce in banche africane e passa usualmente per le mani di negoziatori con sede nei paradisi fiscali quali le Mauritius e il Lussemburgo. Fini, Casini e Rutelli forse ci libereranno da Berlusconi, ma bisognerà fare attenzione a non finire mani e piedi nelle fauci dei draghi cari all'Ue, ai manovratori d'oltremanica e a quelli d’oltreoceano.

Antonio Bertinelli 5/12/2010
Tercer pais
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2010


Per quello che emerge dalla maggior parte giornali e dalla Tv sembra che la crisi economica mondiale non ci riguardi più di tanto. Da come se ne parla e scrive fin da luglio, a rendere insonni le notti degli Italiani, provvede la vicenda catastalmonegasca che coinvolge il Presidente della Camera dei deputati. Eppure si potrebbero raccontare e tentare di risolvere centinaia di storie preoccupanti che riguardano famiglie in difficoltà, realtà produttive che spariscono e, in generale, il declassamento dell’Italia in ambito internazionale. Con l’avallo di questo governo la linea industriale liquidazionista appare ogni giorno più marcata. Ultimamente la foia smantellatrice sta interessando anche Fincantieri, con il settore navale in procinto di rivedere i carichi di lavoro e deciso a ridurre le maestranze. In linea teorica spetterebbe ad ogni esecutivo, per quanto raffazzonato, stilare un piano d’emergenza per garantire l’occupazione in uno dei settori ancora in grado di offrire prospettive di sviluppo al Paese. Invece gli operai che manifestano a Castellamare di Stabia possono ottenere al massimo una comparsata televisiva di qualche secondo diluita nel mare magnum delle chiacchiere fumogene che irretiscono gli habitués del piccolo schermo. Oltre la siepe del berlusconismo c’è il buio con le sue ombre a cui questo Parlamento di nominati non può, né vuole guardare. La più grande forza di “opposizione” si fa specchio del Pdl finanche nel riprodurre internamente tanti sterili “distinguo” sul nulla. Le parole e le divisioni dei maggiorenti pidini sono tanto utili al Paese quanto lo sono i sofismi degli azzimati portavoce di Futuro e Libertà. I primi si industriano, da tempo immemorabile, per omologarsi al peggio, senza mai ritenersi soddisfatti delle loro performances in sintonia con i desideri del padrone. I secondi, da sedici anni corresponsabili di inenarrabili porcate legislative, provano a convincerci che, malgrado il persistente abbaiare, una loro defezione in corso di Legislatura violerebbe il “contratto” sottoscritto con gli elettori. I dirigenti dell’Idv spingono per il ripristino della legalità e si pongono come alfieri dei più deboli, ma debbono fare i conti con i numeri di cui dispone il partito e con alcuni suoi discutibili organigrammi. I grillini potranno ascendere agli alti scranni soltanto in futuro e presumibilmente in quantità omeopatica. La galassia delle formazioni politiche a sinistra del Pd, costituita da almeno otto sigle, rimarrà forse definitivamente fuori delle assemblee legislative. Con l'augurio che l’intera Società Civile riesca a coagularsi intorno ad un nuovo polo, tutto da inventare, sorge il dubbio che il pensiero di Karl Marx non sia proprio “morto” del tutto. Se l’ode funebre al filosofo ha preso le mosse dal fallimento del socialismo reale, fino a diventare una delle ossessioni del principe, la sua declamazione non ha esorcizzato l’incalzare degli eventi. Le strade della ragione, del Diritto, della giustizia e dell'equità sono diventate ogni giorno sempre di più accidentate. Di pari passo è stata profusa a piene mani la pedagogia della prevaricazione. La frase con cui si apre il primo capitolo del “Manifesto”, “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classe”, è ancora la migliore chiave di lettura per interpretare quanto accade in ambito economico. Se si tralascia l’aspetto seducente di certe promesse marxiane non è anacronistico ritenere che il pensatore di Treviri abbia messo a punto uno strumento singolarmente efficace per comprendere anche le aumentate discrepanze della società occidentale. Che si pensi alla lunga teoria di norme giuridiche prèt-à-porter o alla governance dell’economia è di un’evidenza abbagliante riscontrare come la classe egemone “proclami di non avere altro scopo che il guadagno”. Il vaniloquio di regime oscura la realtà e ci sta portando lentamente verso uno sbocco di tipo sudamericano. In base al Pil, il Messico rappresenta la tredicesima economia mondiale. La distribuzione della sua ricchezza è però così dissimile da far riscontrare sia situazioni socio-economiche da primato che altre analoghe a quelle del Burundi. Il marciume, la disuguaglianza e la violenza scombinano la vita dei cittadini, la sensazione d'insicurezza serpeggia ovunque mentre un’élite avida ed impunita si serve della televisione per opprimere o catturare il consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. La corruzione guida dall’interno la Polizia e la Magistratura. Il sistema giudiziario permette a delinquenti, narcos, mafiosi e politici di prendersi gioco delle leggi. L’Italia non ha particolari affinità culturali con il Messico ma, per entrambi, sono significativi alcuni tornanti storici. Quando, nel 1947, gli Usa impedirono ai messicani di accedere in tutti i modi ai vaccini contro l’afta epizootica le loro mandrie vennero distrutte dal contagio così tanto da squassare l’ossatura economica del Paese. L’apertura dei mercati nel 1994, con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement, causò la scomparsa dei profitti degli agricoltori messicani, i quali, di conseguenza, cominciarono a coltivare piante di cannabis e papaveri da oppio, consentendo la proliferazione esponenziale del narcotraffico. La vita politica del Messico è stata praticamente monopolizzata da un unico partito, tra i capi di governo succedutisi si può annoverare anche il Presidente della Coca Cola, Vincente Fox. L’Italia, fin dalla nascita della Repubblica sotto l’ombrello “pane e lavoro” degli Usa, non ha mai goduto di una vera sovranità nazionale. Il suo tracollo definitivo è iniziato con l’esplosione del villaggio globale, con il ritrarsi dello Stato dall’economia e con l’abbattimento delle frontiere doganali. Il premier, fornito illo tempore di sostegni adeguati all’uopo, seppure con corifei dissimulati sotto le più diverse bandiere, ha creato sostanzialmente il suo partito unico, non fa mistero di quanto sia sensibile al proprio business, a quello degli amici, come e più del management di una multinazionale. Le cure praticate dai governanti messicani hanno prodotto il cosiddetto tercer pais, ovvero una grande striscia di territorio dove non esiste il controllo statale sugli investimenti, dove tutto è lecito, dove il profitto e la corruzione non conoscono limiti. Da noi, per cogliere i risultati della terapia messa in atto dai governi, basterebbe collocare, soltanto per qualche giorno, microfoni e telecamere fuori degli acquari curati da Raiset. Per zoomare la ventennale decadenza italiana sarebbe sufficiente ascoltare i “fannulloni” del trio Brunetta-Tremonti-Gelmini, soffermarsi davanti ad una scuola “riformata” o ad un’azienda in crisi, andare sull’isola dell’Asinara, far parlare i ricercatori dell’Ispra o i nuovi esuberi dell’Alitalia, dare voce ai metalmeccanici della Fiat o ai cassintegrati della Fincantieri. Il nostro drogato tercer pais è in attesa della messa a dimora di improbabili ulivi, si distrae con la saga dei Tulliani e, mentre a Terzigno (Na), sommerso dai rifiuti, si consumano scontri tra dimostranti e poliziotti, soggiace ormai persino alle acrobazie verbali di un transfuga per caso.

Antonio Bertinelli 25/9/2010
Museruole nella storia
post pubblicato in diario, il 24 luglio 2010


Nel tourbillon delle dichiarazioni relative al Ddl sulle intercettazioni spiccano le posizioni di chi si attribuisce il merito di agire per contenere i danni dell'ennesima legge pro "casta". Contrariamente ai teorici dei compromessi, quasi sempre sfociati in inciuci realizzatisi fuori delle sedi istituzionali, così come dimostrano decine di leggi precedentemente varate e mai corrette o abolite dai governi subentrati, continuiamo a ribadire che determinate norme, e tra di esse quella in cantiere, sono semplicemente inemendabili. L'investitura elettorale, i meccanismi procedurali ed il patto che lega i nominati al loro signore garantiscono l'assolutismo della maggioranza, che non ha quindi alcuna necessità del soccorso degli "oppositori". C'è chi gongola, chi si sente "vincitore", chi si finge "sconfitto" e chi invece molto realisticamente ritiene che gli emendamenti approvati non abbiano privato il Ddl della sua carica venefica. Il numero delle leggi sibi et suis ha causato un'usura istituzionale fuori del tollerabile e riteniamo che il Governo debba continuare a segare da solo il ramo su cui è seduto. A quelli che si accreditano come trionfatori del braccio di ferro, in parte interno alla stessa maggioranza, va quanto meno rammentato che, nonostante le "migliorie" introdotte, il provvedimento spunta le armi investigative, abolisce l'articolo 13 della legge Falcone del 1991 ed uccide la vocazione libertaria del web imponendo l'obbligo delle rettifiche in 48 ore a tutti i gestori di siti informatici. Ab assuetis non fit passio. Al di là delle giustificazioni formali di qualche "vincitore" bisogna invece prendere atto che per la casta quod consuetum est, velut innatum est. Siamo talmente abituati al peggio della politica che solo l'imprevisto potrebbe suscitare la nostra meraviglia. Nel Regno Unito David Cameron e Nick Clegg coltivano l'idea di ridare voce al Popolo attraverso un sito internet a cui gli inglesi potranno scrivere per chiedere l'abolizione di norme ingiuste o che ritengono vessatorie. Mentre questo potrebbe essere solo un ballon d'essai della coalizione Lib-Con è invece certo che, con l'approvazione delle ultime leggi, in Italia sperimenteremo compiutamente il dispotismo democratico voluto dal nuovo uomo della Provvidenza e dai suoi sodali. Nel 1926 vennero istituiti i tribunali speciali con il potere di ammonire o condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza del regime. Oggi, in aggiunta ad un apparato normativo scritto a misura di white collar crime, esistono magistrati collusi con vari centri di potere che operano in nomine domini, eppure, malgrado ciò, si sta lavorando per tarpare definitivamente le ali a quelli immuni da contiguità politiche. Nel 1926 la stampa venne "fascistizzata" e i giornali di opposizione furono soppressi o cambiarono di proprietà, adeguandosi alle direttive mussoliniane. In pratica venne abolita qualunque libertà di critica al regime. Oggi dopo aver pressoché conquistato il monopolio mediatico, specialmente in campo televisivo, si vuole boicottare la libertà di espressione garantita dal citizen journalism. La situazione generale italiana è pesantemente condizionata da una fitta rete di ricatti che lega piccoli e grandi ras, amministratori pubblici e privati, affaristi, politici, mafie e massoneria. Se non interverranno nuove forze il destino del Paese si compirà velocemente nella maniera peggiore. I tentennamenti sindacali, il disfattismo socialista ed il settarismo comunista resero impossibile un'opposizione organizzata alle mire di B. Mussolini ed i diversi episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia adeguata al grave momento storico. Le sottovalutazioni dirigenziali di alcuni partiti tra il 1919 e il 1922 causarono circa cinquecento morti dovute alle spedizioni punitive squadriste. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, fu ucciso nel 1923. L'anno successivo venne rapito e assassinato Giacomo Matteotti. Piero Gobetti, aggredito nel settembre 1924, minato dal pestaggio, morì due anni dopo. Giovanni Amendola fu ucciso nel 1925. Nel 1931 Michele Schirru fu fucilato solo per avere espresso l’intenzione di uccidere il Duce. Le "opposizioni" di oggi, tatticamente funzionali ai disegni del Governo, veleggiano su mari meno pericolosi e, risalendo di bolina il vento del cambiamento movimentista, pontificano sul protagonismo di N. Vendola. Il Fascismo, dopo aver sbaragliato eterogenee resistenze, e segnatamente quella di stampo anarchico, applicò con generosità il confino di polizia in zone disagiate della Penisola. Gli oppositori relegati furono oltre quindicimila, di cui centosettantasette morirono durante il soggiorno coatto. Dopo la soppressione delle libertà fondamentali e lo scioglimento di tutte le forze politiche ai dissidenti non restò che la via dell'abbandono del territorio nazionale, non soltanto per motivi di sopravvivenza fisica, ma anche per poter continuare una battaglia che in Italia era divenuta praticabile solo per vie sotterranee. Piccoli e grandi esuli, liberali, repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici, democratici senza referenti organizzativi e senza affiliazioni operarono in vari contesti territoriali (Francia, Argentina, Brasile, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Tunisia, Egitto, etc), assegnando centralità alla parola scritta. Libri, opuscoli, riviste, fogli ciclostilati e giornali antifascisti esprimevano un desiderio di progettualità per il futuro, riflettendo i bisogni di salvaguardia della memoria storica e dell’identità politica. La lotta dei transfughi, spesso perseguitati e uccisi anche all'estero, si avvalse di centinaia di pubblicazioni e di manifesti. Il primo quotidiano antifascista in lingua italiana pubblicato in Europa, la cui diffusione venne proibita in Italia fin dal 1923, fu "Libera Stampa". Il 1° maggio del 1923 uscì a Parigi “La voce del profugo” e il 3 giugno il quindicinale “Il profugo”. Il 1° maggio del 1924 nacque “L’Iconoclasta”; inoltre sempre in quell’anno alcuni anarchici diedero vita ad un giornale clandestino intitolato “Compagno, ascolta!”. Durante il 1925 proseguì la pubblicazione di giornali e riviste come  “La tempra” e “Il monito”, vide inoltre la luce il giornale "Falce e Martello", organo dei comunisti ticinesi. Dopo il varo delle leggi fascistissime, l’Unità, stampato su carta sottile, di riso, con caratteri piccoli e quasi impercettibili, diventò sinonimo di giornale clandestino. Manca poco tempo all'epilogo parlamentare del Ddl sulle intercettazioni. Qualora l'esito fosse infausto, il blogger che non vorrà soggiacere ai rischi della legislazione liberticida dovrà ricorrere ad amici stranieri per acquistare un dominio all'estero. Nella probabile ipotesi che il sito venga oscurato dalle autorità italiane i suoi lettori potranno munirsi di un programma (proxy) per la navigazione "triangolata" ed accedere comunque ai contenuti del blog. Se alcuni possono impunemente legiferare nel proprio interesse perchè altri non dovrebbero aggirare la museruola imposta al web nazionale?

Antonio Bertinelli 24/7/2010    
Numquam est cum potente societas
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2010


B. Obama garantisce che il trasferimento dei dati bancari europei alle autorità americane aiuterà tutti ad essere meglio protetti dalla minaccia terroristica a cui debbono far fronte sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti. Noi invece riteniamo che i cittadini debbano difendersi con ogni mezzo dai burattinai della politica sovranazionale e segnatamente dai protagonisti di quella interna, che, a datare dal 1992, con la privatizzazione/svendita degli Istituti di Credito e degli Enti Pubblici, hanno ceduto sostanzialmente la sovranità nazionale. Per evitare che, prima o poi, la Magistratura potesse intervenire in base al codice penale (art. n. 241: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo”; art. n. 283: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”) il Parlamento ha approvato la legge 85/2006. Con tale norma le figure di attentato allo Stato e alle forme di Governo diventano punibili solo se si ricorre ad atti violenti. In tutti gli altri casi, come quelli succedutisi negli anni, non si paga pena. Per la cronaca va detto che il Ddl S3538, da cui prende origine la legge citata, è stato presentato dalla leghista C. Lussana e varato dal Berlusconi III. Se si analizzano la genesi e la “mutazione” della Lega Nord, se si guarda alla storia e al club privé di cui è membro il primo ministro si comprende perché ad alcuni il dettato costituzionale faccia venire l’orticaria. Anche i governi del centro-sinistra, pur vedendo fallire il programma della commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da M. D’Alema, hanno compiuto i loro “misfatti”. Hanno impresso una svolta alla politica militare partecipando sistematicamente ad interventi in terra straniera, hanno realizzato il record mondiale delle privatizzazioni, ci hanno fatto pagare salatamene l’ingresso nell’euro, hanno fatto tornare in auge il manganello, come ai tempi di Mussolini, di Scelba e di Craxi, hanno inferto colpi allo Stato Sociale e alle pensioni, hanno restaurato il finanziamento pubblico ai partiti ed hanno dato vita alla “liberalizzazione” del mercato del lavoro. Per pudore difficilmente si cita M. Biagi e, quando si parla di lavoro precario, in genere si parla di legge 30/2003. Poi si imputa al Governo Berlusconi II la colpa di aver snaturato il progetto del giuslavorista assassinato. Ad onor del vero va detto che Biagi fu il tecnico prediletto dalla Confindustria, che durante i governi del centro-sinistra fu l’artefice dello smantellamento del collocamento pubblico e il grande suggeritore del “pacchetto Treu”, che ha introdotto la flessibilità, i contratti d'area, i contrattti territoriali, il lavoro interinale, insomma tutte quelle forme di lavoro supersfruttato, sottopagato e affatto tutelato. I decreti attuativi della legge Biagi sono stati approvati agli inizi del 2004 e dunque ricadono tra i provvedimenti presi dal centro-destra, ma gli attacchi alla stabilità e alla remunerazione del lavoro erano cominciati sotto il Governo Prodi con la legge 196/1997. Il Paese di oggi, quello che da ultimo fa registrare 3700 nuovi licenziamenti Telecom, porta le ferite inferte dall’intera “casta”, deve difendersi da chi gestisce gli affari propri: procedimenti giudiziari, incarichi plurimi nei consigli di amministrazione, ruoli di spicco, prebende e poteri; deve guardarsi dagli eurocrati, dall’imperialismo bancario, dal mercato globale e, in sovrappiù, dalle insane mire di un dispotismo sempre meno strisciante. Le finanze dello Stato traballano, l’ombra della P2 continua ad estendersi sull’Italia insulare e peninsulare, la pattuglia dei magistrati “imprudenti” si assottiglia sempre di più e la residuale informazione libera è prossima alla celebrazione di un requiem. Le manovre di riavvicinamento a Casini tranquillizzano tanto quanto possono tranquillizzare i rari sussulti del buon Bersani o le sacrosante rampogne della Perina. Se le qualità morali dei predecessori non erano eccelse, quelle che dimostrano i modern days kings sono conclamatamente infime. Siamo alla mercè di un regime basato sulle cialtronate assunte a presidio della propria attendibilità dove, da un lato, si esercita la “vendetta antiproletaria” e, dall’atro, si consente il facile arricchimento di evasori, faccendieri, finanzieri ed altre cricche sintoniche. L’attuale Governo, le cui politiche sono prive di qualsiasi presupposto liberista e liberale, dispone di una maggioranza parlamentare che risulta essere la più numerosa dell’intera storia repubblicana e non può prendersela ora con questo, ora con quello se non è riuscito a svolgere alcunchè di efficace per gli Italiani. Nello sciorinare patacche propagandistiche il premier dimostra il suo disinteresse nel fare riforme utili ai cittadini e manifesta la sua ossessione per ottenere il pieno comando in campo militare, civile, politico ed economico. Il tutto senza i controlli di poteri indipendenti e men che meno di quello esercitatile dalla Tv, dai giornali e dal web. Chi guarda con sconcerto al Pd e alla sua insipienza dovrebbe cominciare a chiedersi la ragione per cui un intero gruppo dirigente ha occhi solo per il proprio ombelico. Il vero problema non è tanto in quante greppie attingano i governanti e quanto mangino, ma è la loro capacità di amministrare nell’interesse comune, e questa ha difettato sia a sinistra che a destra. Alla vecchia e consueta situazione di vassallaggio nei confronti degli Usa, si è aggiunta quella “imposta” dal Trattato di Lisbona e quella voluta dai globalizzatori. La predazione della Cosa Pubblica e l’autoreferenzialità del sistema politico ha concluso l’opera di distruzione di un’Italia dalle tante e ormai dimenticate eccellenze. Il Paese “migliore” è senz’altro maggioranza, ma segue percorsi carsici e trova difficoltà ad emergere per esternare tutta la sua rabbia nei confronti di chi si arroga il diritto di rappresentarlo fuori e dentro i confini nazionali.

Antonio Bertinelli 10/7/2010    


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Tra rovi e rovine
post pubblicato in diario, il 3 luglio 2010


La sentenza su M. Dell’Utri sta tenendo ancora banco. Era prevedibile che in appello ci sarebbe stata la “correzione” del giudizio di primo grado con il relativo giubilo dei fans di questo Governo e con il sollievo di tutti i membri della “casta”. Ad alcuni dei primi dobbiamo almeno riconoscere di aver rinunciato al travestimento. E’ eloquente che Dell’Utri preferisca nominare ministri anziché ricoprire un incarico politico. Anche il premier, quando è stato messo alle strette dai controcanti interni alla sua maggioranza, ha invitato i “solisti” a non fare gli ipocriti. Il punto è proprio questo. Se si eclude il web, dove è ancora possibile trovare chi rifugge dalle manfrine, la maggior parte della stampa evita di volare alto e quindi di inquadrare il vero volto del potere senza colori, se non quello dei soldi. Il Governo del fare non conosce soste. Sforna in continuazione leggi secondo i piani e i desideri di chi comanda, si avvale di parlamentari pregiudicati, vuole cambiare le norme sulle intercettazioni, vuole mandare in galera i giornalisti, vuole irreggimentare il blogging con le stesse regole della stampa e vuole cautelarsi ad libitum da occhi, orecchie e penne indiscrete. E’ risibile che per mettere il guinzaglio ai magistrati “imprudenti” venga invocato il diritto alla riservatezza dei cittadini. Con le numerose banche dati esistenti e con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia odierna non c’è nulla di più facile che creare files su tutti coloro che potrebbero interessare un qualunque committente. Le intercettazioni della Telecom, i dati raccolti da Google nelle strade attraverso le reti wifi non protette, l’invio di Sms durante la campagna elettorale del 2008, la pubblicazione sul sito  WikiLeaks dei messaggi inviati dalle Twin Towers l’11/9/2001, le intrusioni da remoto (compreso l’hacking di Stato) nei Pc, sono solo alcuni dei casi che denotano le condizioni in cui versa la privacy di ciascun cittadino. Basti pensare che si viene schedati anche per fare un favore. Telefonando ad alcune società, su incarico di terzi, non è sufficiente trasmettere tutti i dati sensibili del diretto interessato, ma bisogna comunicare anche il proprio codice fiscale. In caso contrario non è possibile ottenere il servizio richiesto. Come siamo arrivati a questo punto? E’ vero che ormai esiste una gara sfrenata tra cortigiani per acquisire meriti presso il monarca, è vero che la corruzione dilaga ovunque ed oltre ogni possibile immaginazione, è vero che lo Stato si è liquefatto, ma non bisogna far finta di credere che il panorama parlamentare abbia offerto fino a ieri delle soluzioni alternative. Internet ha ricevuto attenzioni politiche bipartisan attraverso una miriade di decreti, disegni e proposte di legge, tutte tendenti a frenare la sua inclinazione libertaria. Il premier è stato favorito ad esempio dalla legge Meccanico del 1997, dall'autorizzazione ministeriale salva Rete 4 e dalla legge n. 234 del 1999, entrambe volute dal Governo presieduto da M. D’Alema. Per rivedere le norme relative alle intercettazioni della Magistratura si era già attivato C. Mastella durante l’ultimo Governo Prodi. Il provvedimento, poi arenatosi al Senato, fu approvato dalla Camera dei Deputati con soli 7 astenuti. Oltre che nell’Idv, possiamo senz’altro riconoscere che tra le fila del Pd esiste una diversa percezione della legalità per cui chi viene colto con le mani nel sacco viene esortato a dimettersi. Non si può dire lo stesso in relazione ad altre forze politiche. Per tutto il resto l’omologazione ha regnato e regna incontrastata. L’amministrazione della Giustizia è stata peggiorata con l’ausilio di maggioranze trasversali. Le privatizzazioni dei beni pubblici, sostenute dall’ortodossia del liberismo senza limiti, hanno ottenuto fin da subito l’approvazione entusiastica di quasi tutti i partiti. L’intero Parlamento, senza prima definire un quadro normativo di riferimento, ha delegato il Direttore Generale del Tesoro a mettere in saldo il patrimonio nazionale. Agli inizi degli anni novanta del XX secolo la politica promise la “democrazia economica”. In realtà, attraverso il gioco delle scatole cinesi, si ottenne una maggiore concentrazione della proprietà e, in certi casi, una maggiore concentrazione del controllo senza disporre di quote sociali adeguate. A titolo di esempio fa fede la storia di M. Tronchetti Provera, che ha guadagnato il controllo della Olivetti, conseguentemente della Telecom e della Tim, possedendo solo il 29% delle azioni. Alla fine del 2008 il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titolava: “S. Berlusconi svende il patrimonio culturale italiano”. I timori degli svedesi si riferivano alla probabile “disneyficazione” dei tesori storici con conseguente perdita dei loro valori estetici e culturali. Quell’articolo perdeva di vista che le responsabilità di certe scelte ricadevano sull’intera “casta” italiana. In questi ultimi giorni l’Agenzia del Demanio ha pubblicato la lista provvisoria dei beni che potranno essere assegnati agli enti locali su loro stessa richiesta. Data la situazione finanziaria dei Comuni, delle Provincie e delle Regioni è facile prevedere la fine riservata a Porta Portese, al Museo di Villa Giulia, alle Dolomiti, agli isolotti vicini alla Maddalena e ad altri patrimoni pubblici simili. Il senso dello Stato è mancato per anni ai “sinistri”, come si può pretendere che ce l’abbia Berlusconi che nel Pd ha trovato la sua migliore sponda per portare alle estreme conseguenze i suoi programmi? Oggi ci si preoccupa per i colpi definitivi riservati alla Magistratura, al web e all’informazione in genere, ma lo Stato e diventato “Cosa Sua” perché il ceto politico, nella quasi totalità, ha consentito che lo Stato divenisse prima “Cosa Nostra”. Siamo all’ultima spiaggia e la Società Civile non può consentirsi il lusso di fare altre sottovalutazioni. Affidarsi alle chiacchiere e alle promesse degli oppositori da operetta potrebbe riservare ancora una volta delle cocenti delusioni. Si sono già accumulate tante norme che andrebbero semplicemente cancellate come quelle liberticide in dirittura d’arrivo. Esistono diritti indisponibili per cui pietire anche qualche blando emendamento costituisce già una colpa.

Antonio Bertinelli 3/7/2010          
Il gioco dei quattro cantoni
post pubblicato in diario, il 21 giugno 2010


Gli ultimi anni del XIX secolo segnarono il fallimento dei tentativi riformistici per risanare il bilancio dello Stato, particolarmente caldeggiati dal ministro delle finanze Sidney Sonnino. Il Parlamento, rifiutando una maggiore equità fiscale da realizzare attraverso alcune imposte sulle rendite, decise di ricorrere alla tassazione indiretta gravando così sui consumi di massa, quali sale, alcool, zucchero, fiammiferi, gas, elettricità, etc. Tali scelte, dopo un insostenibile rincaro del pane, portarono alla nascita di proteste popolari in Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Puglia e in Lombardia. Nel 1898, in occasione dei tumulti di Milano, il generale Fiorenzo Bava Beccaris fece prendere a cannonate la folla provocando una strage. Come segno di riconoscimento per la brillante operazione il prode ufficiale fu decorato con la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia ed ottenne un seggio al Senato. Nel 1900 Gaetano Bresci, per vendicare i morti milanesi e per lavare l’offesa della decorazione assegnata a Bava Beccaris, sparò ed uccise il re Umberto I. Per celebrare Bresci, a Carrara è stato eretto un monumento; a Prato, suo luogo natale, l’anarchico è stato fatto salire agli onori della toponomastica cittadina. A volte gli eroi erano “creati” dagli storici, a volte era lo storiografo che correggeva le versioni ufficiali, a volte era il Popolo che sceglieva i propri campioni. I tempi che corrono sono avari di eroi e la modificata percezione collettiva scambia per tali quelli che salgono alla ribalta della Tv. L’orda furiosa che sta travolgendo il mondo del lavoro predilige i coatti e tende ad illuderli con il miraggio di un miglioramento che, alla luce dei fatti, non sembra realizzabile. L’Italia sgangherata, corrotta e graveolente non è più in grado di esprimere figure carismatiche capaci di opporsi alla vittoria di Thanatos. Il cuore di ferro e le visceri di bronzo del potere politico-economico-finanziario sostengono la ragnatela dell’inganno, ovvero le teorie del profitto infinito sia personale che aziendale. Per la nostra classe dirigente, solidarietà e cooperazione sono parole vuote di cui empirsi la bocca solo davanti ai microfoni. I media allineati e coperti del monarca ignorano il darwinismo sociale in atto, con la demonizzazione di tutte le idee che non rientrano nei suoi canoni, tacciono sulla sua pretesa di stabilire chi deve vivere e chi deve morire, non spiegano come esso si intrecci indissolubilmente con il modus operandi delle iene calate sul terremoto dell’Aquila, con le vicende dell’Omsa, della Vinyls, della Merloni, dell’Eutelia, di tante altre crude realtà aziendali, inclusa la stessa Fiat. Le continue mortificazioni dell’impianto normativo, della stessa Costituzione sono parti integranti di un piano organico che ha sostenuto degli attacchi senza precedenti contro lo Stato sociale, contro i dipendenti pubblici, contro la scuola, la quale ha subito un taglio occupazionale di centotrentamila unità, ed ora sostiene l’amministratore delegato del gruppo Fiat che impone i suoi dictat a Pomigliano d’Arco. E’ rivelatore quello che scrivono oggi gli operai polacchi prossimi ad essere abbandonati come inutili bestie da soma: “(…) Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi (italiani nda) di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso (...)”. In quel di Pomigliano non c’è in gioco solo il futuro occupazionale di quindicimila persone, indotto compreso, ma si sta ipotecando il domani di tutti i lavoratori. Lì, prendendo la gente per fame, si sta creando il precedente storico per poi avere gioco facile ovunque. Se è comprensibile che nessuno voglia prendersi la responsabilità di spingere gli operai della Fiat a rifiutare la minestra è altrettanto comprensibile che l’esito del prossimo referendum condizionerà inevitabilmente il destino lavorativo di tutti gli italiani. Lasciamo volentieri ai tribuni della Confindustria la possibilità di suggerire che è meglio un qualunque lavoro che la disoccupazione o che è meglio lavorare alla catena di montaggio invece di rimanere precario a vita. Vorremmo invece ricordare, in particolar modo ai “compagni” del Pd, che Frederick Winslow Taylor mise a punto la sua organizzazione scientifica del lavoro nella seconda metà del XIX secolo e che questa, pur avendo ritrovato lustro, nelle sue peggiori espressioni, in Cina, non merita di essere ancora esaltata. Ridurre i movimenti inutili, fare solo quelli necessari e in un tempo esiguo, vivere in uno spazio geograficamente determinato e dimensionalmente predefinito per tante ore è, oltre che pericoloso, semplicemente alienante. D’altra parte bisogna riconoscere che il modello di sviluppo subito in forza di leggi e trattati internazionali porta a svendere la propria forza lavoro e chi non lo fa è considerato un fallito destinato all’apartheid sociale. Il gioco dei quattro cantoni è stato già sperimentato con successo nei paesi anglofoni e l’Italia, tramite i suoi governanti, sta cercando di guadagnare in fretta le posizioni perdute per collocarsi adeguatamente nel sistema. Così la mano invisibile del mercato rifinirà l’opera già intrapresa dalle mani sporche che si sono appropriate totalmente della Res Publica. Non è accidentale che si parli oggi di modifiche all’art. 41 della Costituzione. Il dettato non è affatto obsoleto e se lo si vuole modificare è solo perché si vorrebbe erigere a valore indiscusso non la libertà, del resto già prevista, ma la tracotanza d’impresa. Per rendere più difficile la possibilità di accedere alla Giustizia, con la finanziaria 2010, è stato abolito l’esonero dal contributo unificato per le cause relative a controversie di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, nonché per le liti di previdenza e assistenza obbligatorie. Come è noto, oltre ai magistrati senza aggettivi ci sono, tra gli altri, anche i soliti “prudenti” e accade sempre più spesso che qualcuno di questi si appelli ad un cavillo espositivo per ignorare la palese violazione di un diritto, dichiarare l’attore soccombente e condannarlo pure alle spese processuali. In tal modo l’ardito che ha osato chiedere semplicemente il dovuto, così come stabilito inequivocabilmente dalla legge, impara a non disturbare più il padrone. Parlavamo di eroi e della loro attuale scarsità ma forse, senza evocare gesta impavide, per contenere gli effetti di questo capitalismo si potrebbe iniziare a fuggire dal culto dei suoi feticci e dai ronzii delle sue mosche cocchiere.

 

Antonio Bertinelli 21/6/2010


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