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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
Senza solfeggio
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2011


A volte scrivere è un limite, è un’ammissione d’impotenza politica, è un cedere alla seduzione della parola pensando di poter cambiare quanto stabilito dal Sovrano. Disse George Orwell: “Scrivo perchè c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione”. Pensare in libertà e disvelare le apparenze ingannevoli può dunque arginare gli effetti di quella politica basata sulle tre effe già care a Ferdinando di Borbone: farina, feste e forca. Per alcuni la sfida potrebbe essere quella di fuggire dall’immutabilità della classe dirigente-delinquente, per altri la sfida potrebbe essere il tentativo di limitarne i danni, dovuti anche all’assuefazione di chi subisce. Quando ci si adatta a tutto non si trova più nulla di cui stupirsi, di cui lagnarsi e per cui lottare. Il sigillum realitatis rende implicitamente “normale” qualunque avvenimento guidato dall’alto. Una volta le file ai caselli autostradali, adeguati per numero e per addetti alla riscossione del pedaggio, erano episodiche e comunque veloci nello scorrere. Oggi, con l’automazione dei varchi e con la quasi totale scomparsa del personale addetto all’esazione, entrare ed uscire da un’autostrada richiede a volte tempi impossibili. Come invita a fare la pubblicità televisiva, anche se non si viaggia spesso, basta dotarsi dell’opportuno apriti sesamo Fornendo al Grande Fratello un altro mezzo di tracciatura personale e pagando un canone mensile in aggiunta al pedaggio, ci si può dotare di telepass. La “saponetta” da collocare sul cruscotto è l’indispensabile viatico per non finire in coda. Come è diventato usuale pagare le tasse sulle tasse diventerà usuale pagare un sovrappiù per entrare ed uscire felicemente da un’autostrada. Le file erano una caratteristica dell’Evil Empire di cui i cantori dei paesi “liberi” si facevano beffa. Attualmente la corruzione diffusa nelle democrazie occidentali, oltre all’ingrossamento delle file dei poveri negli Usa ed in gran parte d’Europa, ha prodotto recessione, disoccupazione, crisi finanziaria, stretta bancaria e tensioni sociali crescenti. Affidare al Web le proprie riflessioni sullo stato dell’arte nazionale non può essere la sola panacea, ma può accendere qualche lampadina sull’attività del Re che spesso è extra et contra legem, sui mimetismi parlamentari che hanno portato l’Italia sulla via del sottosviluppo culturale ed economico. La dissolutezza del ceto politico, le rendite che lo tengono in vita, il finto liberismo, le ricette di Milton Friedman e lo smantellamento di tutto quanto funzionava o funziona operano per la definitiva svendita dello Stato. E’ un copione già visto e, senza una rivoluzione in grado di capovolgere gli attuali assetti di potere, il Paese non riuscirà mai a cambiare il suo outlook. Dopo le razzie di cosche e camarille, dietro l’angolo si nasconde il saccheggio coloniale per via parlamentare. Lo strangolamento della Grecia si colloca nel contesto più ampio dell’ideologia monetarista collegata all’euro e delle sovranità nazionali soppresse su input delle grandi banche private. Per i governi europei, segnatamente per quello italiano, così come dimostra l'ultima terapia prescritta da Giulio Tremonti, lo slogan lagardiano “sia ripresa, sia austerità” continuerà a tradursi nella ripresa per la finanza e nell’austerità per i cittadini. Tutti i personaggi della ribalta pubblica sembrano muoversi sotto la stessa regia. Le eminenze del Pd, nel tenere sponda, dimostrano una capacità recitativa a cavallo tra il catastrofico ed il surreale. Un’inchiesta tira l’altra ed appare lo spaccato di un Paese occupato da un nugolo di commensali che gozzovigliano svuotando le dispense comuni. I media inseguono il nulla o le invettive che si scambiano gli attori della politica. I problemi più assillanti rimangono sullo sfondo e non si può attendere che cada questo esecutivo continuando a nascondersi dietro un dito. Nel XIX secolo l’emofilia colpì molti membri delle famiglie reali di Germania, Inghilterra, Russia e Spagna. Tutti i soggetti colpiti erano discendenti diretti della regina Vittoria. Così come tale malattia si propagò per inaccessibili lignaggi dinastici così si diffonde l’avidità distruttiva di una casta che continua a riprodursi per partenogenesi. Maneggioni, amministratori di società, parlamentari, ministri, segretari, finanzieri, presidenti di Regione, giudici, imprenditori e banchieri indaffarati a spartirsi di tutto sono posti a garanzia di un non lontano disastro. Persino John Locke, in certi casi rassegnato ad accettare “una quieta ignoranza”, di fronte ad un potere arbitrario, riconobbe il diritto di resistenza dei popoli. Rifuggendo dai mantra delle opposizioni per caso, e a dispetto degli stessi organismi sovranazionali a cui tutti si inchinano, i novelli sudditi dovranno inventarsi, di giorno in giorno, i modi per esercitarlo.

Antonio Bertinelli 10/7/2011


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Italia meccanica
post pubblicato in diario, il 1 luglio 2011


Ora che la lunga inamovibilità di Silvio Berlusconi sembra minata dai risultati delle elezioni amministrative, dal voto referendario e dalle lotte intestine tra le forze della maggioranza parlamentare non riteniamo che al Pd vadano attribuiti particolari meriti. Tra i suoi dirigenti c’è chi gioisce e chi lancia ciambelle di salvataggio approfittando del lavoro e dell’impegno altrui. Un insieme variegato di movimenti ha sicuramente dissodato il terreno per mettere a dimora nuove piante, ma il berlusconismo continua a godere di buona salute, all’orizzonte non si profila un qualche grande soggetto politico refrattario al sistema, capace dunque di affrancarsi dai rapporti di dominio-sfruttamento tra governanti e governati, sia nazionali che europei e più ampiamente globali. Assodato che gli schieramenti bipolari e le alternanze di governo sono solitamente specchietti per le allodole, masse proteiformi stanno irrompendo nella storia per disseppellire la Democrazia finita nella tomba. Accade in Val di Susa, accade ad Atene, accade ovunque si abbia coscienza che i rappresentanti istituzionali non rappresentano neanche un pò gli interessi delle popolazioni. La Tav, pensata nell’esclusivo interesse di potenti lobbies, probabilmente destinata a rimanere un’opera incompiuta per più di una ragione, ha visto l’andirivieni della connivenza tra centrodestra e centrosinistra. Per la maggior parte della gente, in Grecia, con stipendi medi pari a seicento euro, da più di due anni comprarsi una paio di scarpe, una gonna, un pantalone, andare al cinema o a pranzo fuori casa è quasi un sogno, da realizzare, quando va bene, a Natale. In Inghilterra ci sono stati centinaia di migliaia di scioperanti per la stretta sulle pensioni voluta da David Cameron e ieri a Londra la polizia ne ha arrestati ventisei. L’aria che tira nelle cosiddette democrazie occidentali, a cominciare dagli Usa, non è tra le più salubri per i popoli. In Italia, dove il potere senza organigrammi trasparenti si avvale del “Bisi”, non vi sono dubbi che esista qualche problema in più rispetto ad altri paesi, ma siamo proprio certi che l’avvento di governanti “progressisti” possa liberarci da tutte le mafie, incluse quelle transnazionali, quelle economiche e quelle finanziarie? Forse Michele Santoro tornerà in Tv ed avrà pure la copertura legale, per tanto altro bisognerà aspettare delle vere e proprie soggettività rivoluzionarie. Nel 1996 la dott. Giuseppa Geremia indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica, sull’Alta Velocità e sull’affare Nomisma. Pressioni di ogni genere la costrinsero a chiedere il trasferimento a Cagliari. Anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano indagato sugli appalti delle grandi opere pubbliche e sulla svendita delle migliori aziende nazionali. Nel 1997, con il governo Prodi, il reato d'abuso d’ufficio, istituto cardine a tutela degli interessi pubblici, venne reso difficilmente perseguibile. Tornando all’oggi vediamo la polizia di Maroni garantire lo sventramento inutile di un territorio, assistiamo alla messa a punto del “porcellum” sindacale, sentiamo affermare trasversalmente che la ripresa italiana ha necessità di basarsi sul peggioramento delle condizioni di lavoro, sulla diminuzione dei salari, e soprattutto sul rifiuto di applicare il contratto nazionale tramite la creazione di aziende ad hoc, possiamo guardare all’ultima ricetta economica di Giulio Tremonti, che è iniqua, insufficiente e foriera di un’irreversibile depressione. Ma quale esecutivo potrebbe esercitare un mandato nel sostanziale rispetto della volontà popolare, avere la forza o il permesso di porre fine alla crescita dei privilegi e del conseguente disagio sociale? Il debito pubblico, per niente “sovrano”, incalza e in tutta l’Ue c’è un fiorire di buoni propositi a cui nessun politico allineato si sottrae: smettiamo di bisticciare altrimenti disturbiamo i mercati, irritiamo gli investitori; pratichiamo diligentemente l’austerity, basta con quel vecchio arnese della sovranità nazionale, lasciamo che Bruxelles e Mario Draghi si occupino del nostro futuro. Persino l’inquilino del Colle, massimo garante di uno Stato vassallo, fa finta di non vedere che la comunità europea non è quella onirica dei suoi agiografi. Se i governi rispondono a personaggi come il “Bisi” e vanno a rimorchio delle esigenze di banche, finanza e multinazionali discettare di alternanze lascia il tempo che trova. Secondo Molly Ivins "è difficile convincere le persone che le stai uccidendo per il loro bene”. E questo vale sia per l’esecutivo delle cricche che per quello che verrà. Per garantire “la magia degli interessi composti” non si potrà contare sine die sulla creatività legislativa a salvaguardia degli amici e sull’impiego indiscrimato delle forze dell’ordine.

Antonio Bertinelli 1/7/2011  

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Secche a prua, avanti tutta
post pubblicato in diario, il 9 giugno 2011


Mentre in questi giorni l'utenza è finita nel girone infernale prodotto dal flop del sistema informatico ai correntisti postali è stato notificato che da settembre gli interessi sui depositi passeranno dallo 0,15% allo 0%. Per il nono anno consecutivo Poste Italiane Spa ha chiuso il bilancio in positivo con oltre un milardo di utili. Le azioni del gruppo sono per il 65% possedute dal Ministero dello Sviluppo Economico e per il restante 35% dalla Cassa Depositi e Prestiti, controllata, a sua volta, per il 70% dal Ministero dell’Economia. Non è certo un delitto conseguire dei profitti, ma va sottolineato che il fiume di denaro è andato nelle tasche dei soliti amici degli amici aggirando come di consuetudine le regole del mercato e le dinamiche della concorrenza. La  "razionalizzazione" organizzativa, con cui si spiegano i brillanti risultati della Società, si evidenzia nelle file chilometriche agli sportelli, nella trasformazione degli uffici in bazar dove si può acquistare di tutto, nell'impiego di personale precario e nella scarsa attenzione per l'efficienza del servizio postale. Di certo costituivano un peso anche i settecentomila conti "dormienti" estinti d'autorità. A distanza di tre anni dalla "confisca" dei risparrmi, malgrado la richiesta di recupero formalmente documentata, tanti malcapitati stanno ancora aspettando la restituzione dei propri soldi. Le dichiarazioni alla Robin Hood si sono sono rivelate un grande bluff ed il peso del debito pubblico grava solo sui "fuori-casta". Spesso ondivago nelle esternazioni pubbliche, a volte equilibrista e contraddittorio nei suoi scritti, il Ministro del Tesoro è sempre coerente nell'infilare di soppiatto le mani nelle tasche di chi non può difendersi. I recenti disservizi postali sono una faccenda da avvocati, riguarderanno le associazioni dei consumatori, peraltro politicamente ammanicate e generosamente foraggiate con denaro pubblico. Un conto corrente si può chiudere o, se proprio non se ne può fare a meno, lo si può tenere attivo con il minimo indispensabile. Si può rinunciare all'impiego di carte di credito ed evitare di chiedere finanziamenti per acquistare inutili beni di consumo. Con un minimo di diligenza è possibile non sottoscrivere contratti per adesione. Si può cinicamente prendere atto che la Costituzione,  nell'ultimo ventennio, anche per quanto riguarda l'art. 47 "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. (...)", si è tramutata nel libro dei sogni. Giulio Tremonti, in uno dei suoi soliti refrains,  ha dichiarato di aver garantito il risparmio delle famiglie e la coesione sociale. Di fronte a certi suadenti politici è difficile difendersi dalle innumerevoli azioni dei lestofanti che hanno occupato lo Stato. Molte volte sembra che siano in contrapposizione tra loro, alcune volte lo sono davvero, generalmente sono affratellati da un mieloso girotondo, mano nella mano, certi di far pagare, come avviene di solito, Pantalone. Il capro espiatorio da dare in pasto all'opinione pubblica si trova sempre. Ci sono i fannulloni della P.A., gli insegnanti "comunisti", i falsi invalidi, i lavoratori in nero, i metalmeccanici della Fiom, insomma secondo Tremonti & Co il ramo secco del Paese è un esercito di scrocconi che vive approfittando del welfare e che rifiuta ogni innovazione imprenditoriale. Da Nord a Sud, isole comprese, ci sono opere pubbliche mai finite che hanno bruciato miliardi di euro e che continuano ad ingoiare finanziamenti. Cattedrali nel deserto, carceri nuove e mai ultimate, celle abbandonate e ormai in rovina. Per i tre giorni del G8, tra la Maddalena e L’Aquila, sono stati buttati al vento oltre cinquecento milioni, con appalti affidati ai soliti noti. Consulenze, incarichi politici plurimi e progetti mai realizzati pagati a peso d'oro. Onerose privatizzazioni di servizi sanitari. Affitti che vengono pagati dagli enti pubblici per sedi che potrebbero essere costruite con minore spesa. Censimenti milionari per inventariare beni regionali. Appalti truccati, corruzione diffusa, beni pubblici svenduti per un piatto di minestra, enorme parassitismo ed incapacità del ceto dirigente, guerre umanitarie a rimorchio dell'Impero. Senza dimenticare i trecentocinquanta milioni buttati per posticipare i quattro referendum in programma domenica e lunedi prossimi, l'elenco degli sprechi non trova fine. E' di questi giorni la notizia sui dispositivi duplex (carta d'identità e tessera sanitaria insieme) la cui realizzazione non sarà effettuata dal Poligrafico dello Stato. Un affaruccio privato che solo per l'avvio, non tenendo affatto conto dei milioni spesi precedentemente per le tessere a banda ottica, costerà agli Italiani un miliardo e mezzo. Gli interessi di chi governa o di chi si propone come futura alternativa, strizzando l'occhio a vecchi e nuovi padroni, non collimano assolutamente con quelli della gente comune. La prossima occupazione della Val di Susa da parte di un migliaio di poliziotti per consentire l'inizio della linea ferroviaria Torino - Lione, dispendiosa, inutile e quasi sicuramente destinata a rimanere incompiuta, conferma la regola. Lo zelo ed il rigore di Tremonti colpiscono chi sta su una sedia a rotelle, fustigano la precarietà lavorativa, la disoccupazione, le pensioni modeste, sono accompagnati dal coraggio quando sparano nel mucchio. Calano di tono davanti alle cricche, quando l'Italia è obbligata a sganciare bombe in Libia o i suoi compagni di partito pretendono di spostare alcuni Ministeri in "Padania". Il nodo scorsoio del debito pubblico ha gelato l'economia e l'occupazione in Grecia, Irlanda e Portogallo. Nel tentativo di realizzare la quadratura del cerchio voluta dalle maggiori banche, altri paesi seguiranno a ruota. I tagli orizzontali alla spesa e l'inesistenza di investimenti lungimiranti, alla luce di quanto stabilito dal Nuovo Patto di Stabilità targato Ue, magari pur svendendo qualche ridente vallata alpina o qualche piccolo arcipelago, non faranno altro che portare un italiano su quattro in zona povertà.

Antonio Bertinelli 9/6/2011
Ad ognuno il suo
post pubblicato in diario, il 17 aprile 2011


Lo show a cui pochi pifferi si sottraggono marcia di pari passo con il tormento di un Paese condannato da almeno un ventennio alla devastazione politica, economica e sociale. Il “perseguitato”, dopo aver acquistato in blocco l’armamentario democratico necessario alle bisogna, è diventato incontenibile e minaccia apertamente la Magistratura. L'assoluta mancanza di misura negli appetiti del neoduce è riscontrabile nelle azioni coordinate e ripetute instancabilmente da anni, specialmente in campo legislativo. Le responsabilità di aver ridotto l’Italia in una porcilaia sono diversamente distribuite, ma le maggiori colpe sono addebitabili ai figuranti della competizione politica che, per ragioni inconfessabili, gli hanno preparato bigliardo, stecca e palle al fine di consentirgli un’innumerevole serie di carambole. Meglio non illudersi aspettando l’arbitro che segnali le irregolarità, metta fine alla partita e faccia sostituire il tappeto verde strappato in più punti dalla furia dei colpi dell’irruente giocatore. Bisognerebbe accettare il proprio passato rimosso, vincere i tentennamenti indotti dalle circostanze inusuali e poi trovare il coraggio per sbarrare la strada alla soldataglia che ha invaso le istituzioni non certo per consapevole scelta del Popolo, chiamato in causa per giustificare un mandato politico, ancorché viziato dalla legge elettorale, palesemente esercitato in maniera illecita. Se ai giornalisti che maldestramente si professano “indipendenti” si possono perdonare delle censure, dei silenzi, delle cronache parziali, il furore circoscritto e a fasi alterne, il garante super partes, proprio perché retribuito con denaro pubblico, non può godere delle stesse attenuanti. Lo sdegno di chi evidenzia la violazione di qualche articolo del dettato costituzionale, dimenticandone altri, può andare bene per qualsiasi bocca e per qualsiasi penna, ma non certo per il Presidente della Repubblica. Di fronte ad una sorta di golpe bianco, che ha preso forma con l’ormai datato beneplacito delle “opposizioni”, non basta auspicare la concordia tra poteri dello Stato. Le ripetute dimenticanze dell’art. 11 della Costituzione non possono far liquidare con un’alzata di spalle quello che è accaduto per la questione libica. Le letterine di rampogna al governo, dopo aver firmato indifendibili decreti omnibus, mal si conciliano con la sollecitudine dimostrata nel voler ribadire l’appartenenza e la fedeltà dell’Italia all’Unione Europea. Non vogliamo assimilarci alle grette argomentazioni di qualche esponente leghista, ma ci sembra opportuna qualche precisazione. Di affabulatori trasversalmente collocati ne abbiamo fin troppi. L’ultima narrazione tremontiana sulla piena occupazione di quattro milioni d’immigrati, che lavorano giorno e notte senza lamentarsi come fanno i “fannulloni” italiani, ha bellamente ignorato il funesto bollettino della Banca d’Italia: crescita ininfluente, precariato dilatato, disoccupazione elevata, prezzi in salita, consumi in calo, potere d’acquisto di stipendi e salari in progressiva discesa, varo di manovre finanziarie recessive. Non vorremmo ripetere le cure già sperimentate ed abitualmente prescritte dagli uomini d’oro della Goldman Sachs, ma se si chiudono gli occhi sulle gravissime forzature di questo governo non si possono aprire solo in ossequio ai diktat degli Usa, a quelli dell’Ue, più generalmente a quelli della globalizzazione, con il finto liberismo delle libere volpi nel libero mercato. Se non si riesce a porre un argine all’egocrate rissaiolo, alle grandi rapine e al sacco della res publica, evitiamo almeno d’incensare l’Ue, peraltro incurante e pronta ad avvantaggiarsi della deriva istituzionale italiana. Non ci si può scandalizzare per i piduisti ancora in auge e per il gruppo dei “responsabili” al servizio del cavaliere nero senza fare nulla di concreto, poi dimenticare quanti hanno messo in saldo il Paese, e continuano a farlo, in cambio di poltrone e prebende a cui non avrebbero mai potuto aspirare per requisiti diversi da quello di avere semplicemente un prezzo. La crisi economica creata dalle grandi banche e dall’alta finanza continua a montare senza trovare ostacoli, gli aiuti imposti a Grecia, Irlanda e Portogallo non risolvono le loro situazioni debitorie ma le stanno aggravando, gli eurocrati, che si sono lasciati trascinare nei bombardamenti umanitari sulla Libia, sono alla mercè della speculazione internazionale, non possono, non vogliono o non sono in grado di sottrarre i loro paesi dal gioco a perdere in cui li hanno cacciati. Dove non si sono potuti lanciare missili tomahawk sono stati lanciati ordigni speculativi finanziari. E’ vero che l’onnipotenza di Berlusconi, scaltramente servita in salsa democratica parlamentare, non trova più argini idonei a contrastarla, ma per favore non si prenda spunto dalle parole di un ministro della Repubblica, contemporaneamente secessionista in pectore della fantomatica Padania, per compensare le frustrazioni ed inneggiare alla Fenice che non c’è. Non sarà la difesa d’ufficio di un vecchio e convinto europeista a far rinascere l’Unione dalle proprie ceneri. Ad insaputa di Tremonti, nel silenzio dei maggiori media, da poco l’Ue si è impossessata dell’Europa mettendo definitivamente gli artigli sui bilanci nazionali e sulle decisioni economiche, sia dei paesi che utilizzano l’euro, sia di quelli che usano ancora le loro monete.

Antonio Bertinelli 17/4/2011 

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2011: Odissea in Berluscolandia
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011


“(…) Il padre di Otane, Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta. Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia (…)”. La vicenda narrata nel libro V delle Storie di Erodoto esemplifica il concetto di Giustizia che avevano alcuni antichi governanti. Più o meno duemilacinquecento anni or sono il re persiano avvertiva l’esigenza che l'ordine giuridico fosse sostenuto da un ordine etico, pena lo scivolamento nel caos generale, nell'arbitrio del più forte e nella prevaricazione dei senza scrupoli. Nell’Italia odierna, secondo quelli che hanno le maggiori opportunità di condizionare l’opinione pubblica, l’azione della Magistratura è da ritenersi frequentemente arbitraria. Di certo si è giunti ad una caduta d’immagine dell’ordine giudiziario che, come accade per finanzieri, poliziotti e carabinieri, si trova ad operare in un Paese dove si esaltano l’avere, la carriera ed il successo a prescindere dai mezzi con cui si conseguono. Esistono magistrati che hanno agito ed agiscono secondo principi di convenienza. Ci sono gli ammazza-sentenze, quelli collusi con grandi organizzazioni criminali, quelli che accordano decreti ingiuntivi ad usurai e ad istituti bancari privi di titolo, quelli che lucrano sulle procedure fallimentari, quelli che modificano l’esito di procedimenti fiscali a danno dell’Erario, quelli accusati di concussione, corruzione, peculato e concorso in bancarotta, quelli che si fanno fotografare con noti boss mafiosi, quelli che per un seggio parlamentare farebbero pazzie, quelli che archiviano procedimenti penali o li dimenticano in qualche cassetto, quelli che consentono per la scadenza dei termini di custodia cautelare la scarcerazione di ergastolani, quelli femministi militanti, quelli che vanno a cena con i potenti sottoposti a giudizio, quelli con figli da sistemare, quelli servili che non vogliono grane e quelli organici in questa o in quella loggia. Insomma la categoria non difetta di impresentabili tanto da offrire il fianco alle critiche di chi ha tutto l’interesse a generalizzare affermando che l’indipendenza della Magistratura è nella realtà un optional. Così ha buon gioco il potere esecutivo nel contrapporsi al quel potere giudiziario che non si è ancora piegato allo spirito del berlusconismo e delle sue ordalie catodiche. Nemo iudex in causa sua e questo è un principio che non ammette deroghe. L’eterogenesi del sistema giudiziario è dovuta all’inarrestabile pervasività della politica e al marciume trasversale che la caratterizza. Malgrado questo, la Magistratura non è deteriormente monolitica come a volte la si dipinge. Al suo interno esistono controlli incrociati e contrappesi che hanno consentito di processare, condannare o comunque di isolare parecchie toghe marce. Siamo lontani dalla Giustizia che si auspica la maggioranza degli Italiani ma, con tutte le critiche che si possono rivolgere alla sua amministrazione o a certi settori della stessa, ci vuole proprio la faccia di tolla per definirla tout court eversiva. Sarebbe improvvido pensare che i tribunali siano rimasti immuni dal degrado in cui è precipitato il Paese, ma se vogliamo parlare di attività eminentemente sovversive queste sono state condotte in sede politica. L’olezzo che promana da alcuni ambienti delle forze dell’ordine o da certi contesti giudiziari è controbilanciato da chi, in divisa o in toga, ha ancora il senso dello Stato e si batte per la legalità. I mali prodotti dai cosiddetti rappresentanti del Popolo sembrano invece ormai incurabili, quanto meno per via ordinaria. Siamo la nazione europea con il più alto numero di vittime di mafia e nelle stanze della procura di Milano c’è chi si muove agevolmente per intimidire i bolscevichi che osano sfidare l’incantatore di serpenti. Mentre imperversa il mantra che il giudice adito è solo l’elettorato, qualche sicario parlamentare ha già provveduto a depositare un Ddl, peggiore del lodo Alfano, per la revisione costituzionale dell’art. 68. Parlare di conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario è solo un eufemismo. In realtà è la “casta” che pretende di non sottostare a nessun tipo di controllo e vuole le mani libere facendosi leggi ad hoc quando possibile o rimanere impunita quando delinque. C’è uno stallo istituzionale che vede il Parlamento prevalentemente occupato nel contrastare la “persecuzione” giudiziaria di cui si dice vittima il premier, il quale ha goduto di due amnistie, cinque prescrizioni, due depenalizzazioni ed è ancora imputato in quattro processi. C’è rimasto molto poco per appellarsi al coacervo politico-giudiziario-giornalistico di ipocriti puritani e giacobini. Un pedigree di tutto rispetto che dovrebbe indurre a riflettere perfino i più spericolati pidiellini sugli esiti della guerra mossa da anni alla Magistratura non allineata. Nel riflettere su una toga attualmente etichettata “la rossa”, e quindi denigrata con ogni mezzo a disposizione, il pensiero corre alla zarina “azzurra” ed ai suoi favoritismi nei confronti del boss per alcuni datati procedimenti fallimentari. Due pesi e due misure che continuano a distogliere il Paese, spesso indotto a scindersi tra innocentisti e colpevolisti, dai suoi problemi più assillanti, in primis il rischio di bancarotta per la mancata crescita economica e per i diktat di Bruxelles. L’invocata modifica dell’art. 41 della Costituzione è un ballon d'essai. La grave crisi dell’Italia, in cui di bucolico c’è rimasto solo l’invadente verde della Lega, non è piovuta dal cielo. E’ frutto di un sistema produttivo e finanziario proteso a dividere i governati, a costruire nuove gerarchie nazionali e sovranazionali a discapito dei ceti meno tutelati. Il dimenarsi del dominus legibus solutus per difendere la sua presunta innocenza e la mera gestione dei conti pubblici del sempre più silente Tremonti di certo non rassicurano quelli che per adesso incassano le cedole dei nostri redditizi Btp. I tuoni della piazza non trovano adeguato riscontro e l’argine che potrebbe erigere il Quirinale in un estremo sussulto di salvaguardia istituzionale non appare bastevole a toglierci dai guai. Sfrattare il disinvolto conducator è condizione necessaria ma non sufficiente per ridare spazio all’Italia migliore.  

Antonio Bertinelli 12/2/2011      

La classe operaia non va in paradiso
post pubblicato in diario, il 5 gennaio 2011


Il pesce pilota appartiene alla famiglia dei carangidi e spesso nuota al fianco degli squali. In passato si credeva che avesse il compito di guidarli nei loro percorsi. Oggi si ritiene che il suo comportamento sia un caso di commensalismo, una particolare associazione simbiontica che consiste nell'utilizzazione comune delle stesse prede. Il naucrates ductor della realtà industrial-finanziaria italiana sembra essere diventato l’uomo dell'anno 2010. Sergio Marchionne, come tale elogiato dal “Il Sole 24 Ore”, sostenuto dal coro quasi unanime dei politici e dei sindacalisti “gialli”, è quanto mai determinato ad imporre il suo gioco. Legati a doppio filo per affinità e finalità, spartendosi potere, favori, colpe e perfidie, non è difficile capire le ragioni di un simile sodalizio fra soggetti solo nominalmente eterogenei. Quando si spezza la relazione tra la funzione economica e la funzione sociale, quando si rompe l’equilibrio tra il capitale e la forza lavoro, quando si calpestano i valori ispirati al bene comune, ci sono ancora mille e un modo per fare impresa, tutti più o meno adatti per massimizzare esclusivamente i profitti dei furbi. Basta andare con il pensiero all’"omicidio industriale" della Olivetti, la cui fine non può essere spiegata facendo riferimento, sic et simpliciter, alla vorticosa competizione internazionale. Qualche mese dopo l’insediamento di Carlo De Benedetti tutti i dipendenti furono messi, e per la prima volta, in cassa integrazione. Allo scadere della medesima, avvalendosi di contributi statali, la produzione fu spostata al Sud, dove si consumò un crollo aziendale unico per rapidità e violenza. Quel vulnus brucia ancora negli ambienti dove si continua a perorare la dovuta responsabilità sociale dell’impresa. Factum infectum fieri non potest ed oggi le pratiche manageriali sono ormai plasmati su imperativi lontani dal senso della comunità che guidava Adriano Olivetti, icona del "capitalismo dal volto umano". E’ naturale che Sergio Marchionne, director della Philip Morris ed amministratore delegato della Fiat, dopo le ola delle tute blù di Detroit, venga osannato dagli annuitori nazionali di stretta osservanza globalista, da sinistra a destra, da D’Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da Chiamparino ai falchi di Confindustria. In Germania il manager Fiat, interessato ad allearsi con l’Opel, si è poi fermato davanti ad alcune richieste: capitale proprio, liquidità, mantenimento delle fabbriche e dei posti di lavoro nel Paese, sostegno agli sviluppi tecnologici. In questa sede il suo disegno di costituire una casa automobilistica globale con i soldi dei contribuenti, tagliando novemila posti di lavoro, non ha trovato sostenitori. In Italia può permettersi di dettare legge. La filosofia del “più è grande e meglio è'' ha già fallito in passato con General Motors e con DaimlerChrysler, sta fallendo con Toyota. Ovviamente tutto questo a Marchionne non può interessare di meno. Per adesso ha fatto breccia oltreoceano ed ha trovato numerosi corifei nel Belpaese, ma va ribadito, grazie alla stessa ammissione dell’a.d., che il costo del lavoro incide solo per il 7/8 % su quelli totali. E’ altrettanto pretestuoso invocare la bassa produttività degli stabilimenti italiani, che non può essere imputata agli operai “fannulloni”, ma dipende soprattutto dal crollo delle vendite, dai tipi di auto in produzione, dall’obsolescenza tecnologica, dalla saturazione degli impianti e dal carico fiscale. Se la globalizzazione ha reso il mondo piatto e dunque gli Italiani non possono pretendere trattamenti speciali va anche spiegato il perché. Le classi economicamente dominanti, quelle stesse che hanno imposto la mondializzazione e causato la crisi, intendono avvalersi della stessa per peggiorare le condizioni di vita, di studio, di lavoro di tutti i settori più deboli delle società occidentali. I nuovi assunti nell’industria automobilistica statunitense vengono pagati quattordici dollari l’ora, dai quali vanno tolte le tasse ed una quota mensile per l'assicurazione sanitaria, che copre solo metà delle spese mediche oltre i tremilacinquecento dollari. Non hanno diritto ad alcuna pensione d'anzianità, ma solo a trattamenti basati sui versamenti individuali, con esigui contributi aziendali. Hanno il divieto di scioperare fino al 2015 e sono stati costretti a rinunciare agli aumenti di contingenza. I buoni sentimenti che infarciscono i discorsi della claque filomarchionnista, simili a quelli di Pietro Ichino, senatore del Pd, sono molto meno facili da trovare in fabbrica. Secondo l’Onu, labour is not a commodity eppure accade che il modulo Marchionne, quello che pretende in quel di Mirafiori il 51% dei consensi per restare a produrre in Italia, si presenti sostanzialmente come un ricatto senza possibilità di mediazioni. I padroni si fanno sempre più padroni ed i servi debbono farsi addirittura schiavi. L’unico baluardo rimasto a difendere il vacillante sistema industriale italiano, in ultimo dal colpo di coda del pesce pilota “Born in the Usa”, è quello della Fiom. Quando Giulio Tremonti asserisce che “L'ideale è avere tanto la fabbrica perfetta quanto i diritti perfetti. Il reale è un po' diverso. Ed è reale il rischio che si conservino i diritti, ma si perda la fabbrica, emigrata altrove”, ci sembra ancor più necessario che le rivendicazioni studentesche si saldino con quelle operaie, che l'Ue degli oligarchi inizi a riconoscere e a correggere i suoi insopportabili limiti.

Antonio Bertinelli 5/1/2011

Niente addosso
post pubblicato in diario, il 12 dicembre 2010


Dopo l’esposto di Antonio Di Pietro, a Piazzale Clodio si è aperto un secondo “modello 45”. In seguito al mercato parlamentare segnalato dalla stampa ne era stato avviato un altro analogo alcuni giorni fa. Nel gioco delle parti ognuno fa quello che può. C’è chi corrompe, chi si lascia corrompere, chi denuncia, chi è tenuto ad aprire un fascicolo in qualche Procura della Repubblica e magari lo fa anche stancamente. Nel caso di specie non esistono riferimenti giurisprudenziali e va inoltre rammentato che in base a quanto previsto dagli articoli 67 e 68 della Costituzione, i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato, né possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Il cambio di squadra nel corso della Legislatura è infatti un fenomeno frequente quasi come fu quello dei riciclaggi successivi a Tangentopoli. In questi ultimi giorni il consueto meretricio rappresenta l’ultima spiaggia del boss dall’illimitato potere corruttivo, ma sarà oltremodo difficile, proprio in questo frangente, placcarlo per via giudiziaria. Nel caso di specie la “casta” non ha mai ritenuto necessario legiferare per coprirsi le spalle. Per tutto il resto cediamo la parola a Tacito: "Corruptissima republica plurimae leges". Ce ne sono poche per riempire le galere di derelitti e ce ne sono a iosa per consentire alle peggiori canaglie di farla franca. In Italia è consentito il gioco delle matrioske societarie ed è estremamente facile arricchirsi velocemente con le frodi “carosello”. In certi casi è sufficiente avvalersi delle normativa comunitaria ed in altri basta costituire una “scatola vuota” off shore. Alcune leggi o le loro inappropriate funzioni deterrenti sono semplicemente criminogene, offrono tanti modi per mettere le grinfie su aziende ritenute interessanti, vampirizzarle e poi buttare il cadavere esangue sulle spalle di Pantalone. Se poi si hanno buone aderenze nel settore bancario certi giochi si possono condurre veramente alla grande. Lo spettacolo inverecondo che offre il Parlamento a ridosso del voto sulla mozione di sfiducia al Governo non merita la suspense che alimentano tanti giornalisti in proposito. Comunque vadano le cose, e meglio sarebbe se l'impero di Arcore trovasse una qualunque soluzione di continuità, dai tetti e dalle piazze arrivano segnali di progressiva insofferenza per la vecchia pantomima dei politici. Manca un centro di aggregazione idoneo a far catalizzare le rivendicazioni popolari e a tradurle in un programma operativo ideologicamente perimetrato. Si avverte la necessità di soggetti capaci d’inventare un’opposizione più incisiva delle rimostranze affidate in strada ad un megafono. Ci sono eventi morbosi, berlusconismo in primis, che interessano solo l’Italia, ma ce ne sono tanti ancora che interessano anche gli altri Stati europei. Ieri il Pd ha giocato la sua carta mimetica manifestando a Roma e, dal punto di vista dei suoi simpatizzanti, sicuramente fuori tempo massimo. Non sappiamo se, nel ritrovare la platea delle grandi occasioni, lo stato maggiore del partito si sia galvanizzato. Resta il fatto che una semplice "occupazione" di piazza, escludendo peraltro altri soggetti “antagonisti”, nella situazione a cui siamo giunti, non può che configurarsi come un rituale del tutto insufficiente a fronteggiare il “nemico”, diventato sempre più forte grazie ai ponti d’oro costruiti dagli impresentabili che hanno affossato Achille Occhetto. Le scorrerie dei vandali che hanno devastato il Paese hanno potuto contare su complicità trasversali e le sole indignazioni di un alter ego per caso non bastano più. Gli Italiani, storicamente angariati dalle tante mafie, sono finiti prima nei disegni dei croceristi del Britannia, del Fmi, del Wto, della Bce, poi sotto il tacco di Berlusconi e del suo revival di stampo imperiale. Adesso condividono, a volte in peggio, le grigie sorti di altri Popoli europei, accomunati da un sistema economico-finanziario minato dall’interno e travolti dai diktat del neoliberismo. L’Ue sta facendo pagare i conti della crisi alle fasce sociali più deboli. Anche se magari in extremis va scongiurato il rischio che l’Italia finisca definitivamente sotto un regime dinastico, ma chi riesce a sottrarsi alla sindrome dell’impecorimento deve comunque affrancarsi dai mandriani per guardare oltre. Presi dalla nuova campagna acquisti dell’imprenditore brianzolo, i media hanno tralasciato di commentare l’approvazione al Senato della legge eufemisticamente ribattezzata “di stabilità”, ovvero il colpo mortale assestato da questo Governo alle politiche sociali. Le esigenze di bilancio sono costati ai più bisognosi due miliardi di euro. Sono spariti i fondi per la non autosufficienza (erano quattrocento milioni nel 2009 e nel 2010; sono stati azzerati per il 2011). Il fondo affitti, destinato a chi ha perduto casa, passa dai 205 milioni del 2008 ai 33,9 milioni dell'anno prossimo. Nel 2010 c’è stato il boom dei pignoramenti e delle esecuzioni immobiliari che sono saliti del 31,8%. Attualmente ci sono almeno trecentocinquantamila famiglie a rischio di insolvenza bancaria. Per acquistare nuovi armamenti nei prossimi anni si spenderanno tre miliardi e mezzo in più di quelli spesi nel 2010. Lo stanziamento per il settore difesa nel 2011 è stato aumentato di centotrenta milioni rispetto a quello dell’anno corrente portandolo a 20,494 miliardi di euro. Chi governa esercita in effetti il diritto d’arbitrio mentre Marchionne pretende d’investire cancellando i diritti degli operai, trasformando Pomigliano e Torino in altrettante Detroit. Chi governa ha ridotto ai minimi termini i diritti dei lavoratori e degli studenti trasformandoli in mendicanti. I primi debbono mendicare uno stipendio, i secondi la possibilità di studiare in condizioni adeguate. Il preteso Robin Hood si è trasformato nello sceriffo di Nottingham e la legge n. 133/2008 è una di quelle che sta lì a dimostrarlo. E’ in atto un cambiamento epocale che non può essere accettato come ineluttabile, come una specie di tornado che travolge ogni confine. Lo stesso scenario europeo vede avanzare un modello di capitalismo autoritario che marcia di pari passo con la repressione politica. Ha preso forza un sistema universale di potere, una sorta di racket internazionale a cui soggiacciono i Popoli e per il quale i governanti fanno i cani da guardia. Il fronte parlamentare avverso al caudillo è per lo più contagiato dallo stesso virus che sta portando l’Italia e l’Europa alla terzomondizzazione. Anche se il Cavaliere verrà disarcionato, e le ultime “conversioni” parlamentari rendono meno probabile l’ipotesi, per chi dissente sui tetti e sulle piazze si pone il problema di come diventare massa critica in grado di cambiare il proprio destino senza fare affidamento sul trio “ribelle”, sull’attuale dirigenza del Pd, su qualche politico caro a Confindustria e, men che meno, su qualche personaggio ondivago già pronto a risaltare in cambio, se mai verranno, di altre fallaci promesse “liberali”.

Antonio Bertinelli 12/12/2010 

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Mani nere
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2010


Nel 1909 il leggendario Joe Petrosino, poliziotto americano di origine italiana, fu ucciso a Palermo, dove si trovava in missione, con quattro colpi di pistola alla schiena. Forse non avrebbe mai immaginato che nel corso degli anni la sua odiata “mano nera” si sarebbe trasformata in una bestia tentacolare dalle molteplici teste perfettamente integrate in qualunque centro di potere, quando non mera espressione dello stesso. Le ali militari mafiose, come d’abitudine, continuano ad affrontare sorti incerte, chi siede dietro una scrivania gode di coperture estese e si pone quasi sempre in una botte di ferro. E’ difficile supporre che alcune dichiarazioni sul tema possano davvero turbare il sonno di un qualunque musico padano. Merita più credito l’ultima folgorazione di Mara Carfagna. Travolta da un insolito destino, per volontà del cavaliere azzurro è stata catapultata in una dimensione dagli orizzonti ristretti. Assorbita dal leitmotiv delle pari opportunità, assillata dalle vittime dello stalking, turbata dal mercato del sesso da strada, solo quando ha avuto modo di toccare con mano le spartizioni affaristiche campane è scesa di colpo dalle nuvole. Bentornata alla realtà dei troppi amplessi abietti, che comunque non si consumano solo sotto i cieli di Salerno. Immonde locuste stanno divorando il Paese dalla Vetta d’Italia a Punta Pesce Spada, da Rocca Bernauda a Capo d’Otranto, lasciando ai cittadini solo oneri, servitù, incertezze, morti sul lavoro, disoccupazione, precarietà, discariche, inquinamento ambientale e debito “sovrano”. Nei bassifondi della società italiana (là dove si controllano l’economia, la finanza ed i media) si combatte una guerra invisibile fatta di inganni, baratti e ricatti. L’apparato giudiziario è reso inutile dagli infiniti lacci normativi ed è infiltrato dagli onnipresenti soci, ora di questa, ora di quella congrega. La rappresaglia di Stato diventa regola contro gli immigrati, prima schiavizzati, poi resi “fuorilegge”, successivamente internati e/o espulsi. I carabinieri mettono i sigilli dell’autorità giudiziaria al cantiere del presidio Clarea a Chiomonte e notificano avvisi di garanzia per cinque No-Tav della Val Susa. I poliziotti distribuiscono manganellate democratiche sulle piazze, incluse quelle calpestate dalle loro stesse manifestazioni di giustificato dissenso. Gli “sversamenti” a Terzigno riprendono con l’ausilio di mezzi blindati, reparti antisommossa, volanti, gazzelle ed auto-civetta che aprono e chiudono il corteo dei camions con i rifiuti. Nel mentre si manipola il frasario ad usum populi si ribattezzano perfino le manovre finanziarie. Malgrado l’usuale assenza del dibattito in aula, un Parlamento in larga parte precettato dal monarca e con l’Esecutivo al traino del carrozzone oligarchico europeo, ora si chiamano leggi di stabilità. Ma per stabilizzare cosa? A fronte di cospicue regalie per le scuole private, nuovi finanziamenti per le missioni di “pace” e lo svuotamento dei contratti collettivi di lavoro, i tagli previsti dal Governo riducono il fondo delle politiche sociali da novecentotrenta a duecentosettantacinque milioni, il fondo del cinque per mille da quattrocento a cento milioni, inoltre vengono decurtati diciotto miliardi a regioni ed enti locali, vengono azzerati i fondi per la non autosufficienza. Insomma le nefandezze interne sono ormai più che stabilizzate, rimangono da stabilizzare periodicamente quelle antistatuali che ci propinano gli Usa e l’Ue: stagnazione dell’economia reale, disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e tempeste finanziarie. Le più grandi banche americane sono state salvate da Barak Obama ed il loro debito è stato scaricato sulle spalle dei contribuenti. La lista degli istituti minori falliti continua ad allungarsi ed il Federal Deposit Insurance Corporation, per l’anno corrente, ne considera a rischio oltre settecento. Nel 2012 scadono molti “derivati” per un importo pari al triplo di quello scaduto nel 2008. Gli addetti ai lavori parlano di "Armageddon finanziaria”. Il prossimo anno vedrà l’economia statunitense subire un rigorismo tale da far piombare anche l’Europa, già penalizzata nelle esportazioni dalla debolezza del dollaro, in ancor più gravi disordini finanziari, economici e sociali. La nuova regolamentazione degli hedge funds, adottata pochi giorni fa in sede comunitaria, apre la porta ai fondi Usa, che comunque non potranno essere controllati dalle varie autorità nazionali. Il cavallo di Troia per il prossimo saccheggio del Vecchio Continente sarà la City londinese. Gli scontri e le rivendicazioni si stanno diffondendo in tutta Europa. La Grecia è saltata, l’Irlanda sta saltando, in Spagna il conflitto sociale sta aumentando di livello. L’Italia, secondo Giulio Tremonti, non costituisce un “problema” per gli altri Paesi, ma è parte della soluzione. Ci sia consentito ancora una volta di dissentire. L'Italia fa registrare centoventi miliardi di evasione fiscale, cinquanta/sessanta miliardi bruciati dal malcostume amministrativo, una disoccupazione pari all'11%, oltre seicentomila lavoratori in cassa integrazione, un debito pubblico di circa millenovecento miliardi ed un Pil in picchiata vertiginosa. Agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo le piaghe del Belpaese erano già putrescenti. Con le svendite lo Stato ha perduto il controllo di tutti i comparti strategici e, in aggiunta, non dispone più di sovranità monetaria. L’assidua richiesta di finte liberalizzazioni e di tagli alla spesa pubblica è il sigillo di quelli che hanno causato la crisi economica, che hanno inferto il colpo di grazia definitivo agli Italiani. Discutere ancora sui vari distinguo dei finiani o indignarsi sul mercato delle vacche, oggi soltanto più florido per le ampie possibilità dell’acquirente unico, toglie respiro alla visione di un insieme molto più articolato. Questa Europa non può, né ha interesse a ripristinare un’Italia “normale”, collabora e si serve di think tank che coltivano ben altri disegni. Uno di questi pensatoi elitari è l’European Council on Foreign Relations, che tra i suoi membri annovera George Soros e Dominique Strauss-Kahn. E’ senza dubbio un consesso eclettico, dove non mancano deputati, politici di destra, di sinistra e di centro, imprenditori, economisti, banchieri, industriali ed una decina di personaggi italiani. L’imprinting della politica nazionale, sia che derivi da cordate endogene che da poteri esogeni, si ispira esclusivamente alla logica bipartisan della massimizzazione del profitto, senza remora alcuna, of course. Se a quella combattuta strenuamente da Joe Petrosino non si fossero aggiunte tante altre “mani nere” e se l’Europa fosse quella celebrata dalle sue mosche cocchiere, proprio nell’interesse di tutti cittadini comunitari, l’Italia avrebbe dovuto subire un commissariamento generale tale da consentirne la completa bonifica contro ogni genere di banditismo. Indulgendo alla fantapolitica, esiste la possibilità che, in via transitoria, possa anche formarsi una coalizione eterogenea per abbattere questo Governo e poi contrastare le eclatanti dismisure del berlusconismo. E’ del tutto insperabile che il Paese possa venire affrancato dall’alto e liberato a breve dalle sue numerose vecchie e nuove schiavitù. Ernesto Che Guevara ebbe a dire che los libertadores no existen, son los pueblos quien se liberan  a si mismos.

Antonio Bertinelli 21/11/2010
Après le Royaume de Silvio
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


Se Silvio abdicasse per godere altrove, e senza rischi di “persecuzioni giudiziarie”, i frutti del suo lavoro, quali prospettive si potrebbero aprire per l'Italia? L'ipotesi può aiutarci a fotografare gli orizzonti del dopo. Vogliamo addirittura indulgere all'ottimismo pensando che l'apparato normativo, modificato nel corso di un ventennio dall'intera casta, possa essere velocemente riscritto a misura di cittadino. Rimarrebbero le difficoltà connesse alla ricostruzione del tessuto socio-culturale e al destino del Paese, ormai sottomesso in gran parte ai governi ombra posti fuori e dentro i confini nazionali. Per quanto molti ritengano, da diversi punti di vista, che l’attuale esecutivo sia il più funesto dell’intera storia repubblicana, il suo divenire non lo si può certamente attribuire al fato. Il virus del berlusconismo ha potuto diffondersi perché ha trovato l’habitat favorevole. E’ fuori di dubbio che l’Italia abbia una sua disgraziata specificità per il radicamento delle mafie e per essere il Paese dei tanti misteri irrisolti, ma parte delle sue afflizioni sono comuni ad altre realtà geografiche, anch’esse finite sotto la frusta della globalizzazione, che ha visto persino l’impero sovietico post-comunista diventare preda di un capitalismo anarco-feudale, con annesse devastazioni del welfare. La maggioranza degli Italiani aspira ad una rivoluzione politica fuori dei soliti rituali di facciata, ma la questione si pone in tutta la sua problematicità anche quando si volge lo sguardo all’estero. Assodato che i cavalieri della tavola di Arcore non hanno fatto nulla di utile per i cittadini, c’è da chiedersi come ci si potrebbe liberare da quel giogo che travalica ormai tutti i governi occidentali. Se è prioritario restituire al Paese il rispetto per la Costituzione, e con esso il primato della legalità, non ci si può esimere dal volare un po’ più in alto. Dopo il disastro aereo di Smolensk, da quale cilindro è uscito il Presidente polacco Bronislaw Komorowski? Come mai Rafal Gawronski, il giornalista che stava indagando sull’incidente, a cui i Polacchi non credono, è stato imprigionato? Chi ha scelto Herman Van Ronpuy come primo Presidente del Consiglio Europeo? Accantoniamo l’ampollosità di certe domande, a cui nessun lobbista di Bruxelles vorrebbe rispondere, per passare ai fatti e quindi volgere lo sguardo a chi segna le sorti dei Popoli, senza che questi possano interferire nel processo decisionale. Il Presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, è già stato Governatore Supplente del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Mondiale. La Commissione Europea, motore legislativo principale dell’Unione, è composta da membri nominati dai vari governi nazionali secondo logiche “ad castam”. Su questo organo pressano attività di lobbying, svolte prevalentemente in zona grigia, che oggi annoverano oltre duemilacinquecento addetti. Va da se che l'uperari Brambilla lavori per pochi denari, che la Fiat e la Omsa decidano di spostare la produzione in Serbia, che il piccolo imprenditore venga strangolato dalle finanziarie e che i Paesi dell’Ue si trasformino in Stati di Polizia. Succede nelle banlieues francesi, qui da noi, come hanno sperimentato anche i terremotati abruzzesi, in Germania, dove qualche giorno fa la polizia, con l’impiego di canoni ad acqua, spray al pepe e manganelli, ha fermato migliaia di pacifisti, che cercavano di proteggere un parco pubblico dalle ruspe chiamate alla realizzazione del più grande progetto di infrastruttura europea, Stoccarda21. Sono stati feriti, alcuni gravemente, più di trecento dimostranti. Anche la Lega e G. Tremonti si sono dovuti convertire ob torto collo al verbo di Eurolandia. Non è semplice sottrarsi a quella sorta di New Deal imposto dal Fmi, dal Wto e dalla Bce. L’uomo nuovo della Provvidenza ha un feeling particolare con noti dittatori, antepone ai doveri di governo gli affari garantiti da questi rapporti preferenziali ed ovviamente non è avvezzo a mettersi nei panni della gente che si ritrova schiacciata da un’economia distorta prevalentemente dai poteri finanziari. Ma chi potrebbe “salvare” l’Italia? Chi potrebbe avere il coraggio e la forza per sganciarsi dalla locomotiva impazzita del mondialismo? Non certo i social-liberisti alla D’Alema & Co, che sono i principali complici delle privatizzazioni a basso realizzo, delle politiche di austerity e del golpe monetario. Il Presidente ecuadoregno, Rafael Correa, già nel 2008, aveva manifestato l’intenzione di non pagare gli oltre trenta milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Si giustificò dichiarando che il debito estero dell’Ecuador è di natura illegittima e quindi immorale. Nei giorni scorsi Correa ha rischiato di essere rovesciato da un colpo di Stato delle Forze di Polizia. La realtà supera la fiction ed il sogno infranto di Barak Obama sta lì a dimostrarlo. Probabilmente se la nonna materna non fosse stata un alto funzionario della Bank of Hawaii, un istituto utilizzato da varie società di copertura della CIA, e se lo stesso Obama non avesse lavorato a lungo per la Business International Corporation, l’uomo apparentemente più potente della Terra non avrebbe sperimentato la propria “minuzia” scontrandosi con la durezza di un governo che deve rendere conto a gruppi di potere come quello ispirato da Zbigniew Brezinsky. Obama è stato l’artefice di una piccola e discussa riforma sanitaria ed è riuscito a modificare alcune regole del sistema finanziario a vantaggio dei consumatori. Il fronte dei suoi insuccessi è molto più ampio. Accusato dal Wall Street Journal di “resuscitare le lotte di classe”, il suo pragmatismo lo ha portato a più miti consigli. Gli Usa, costretti in un polmone d'acciaio finanziario, continuano ad avere il tasso di povertà più alto del mondo con oltre cinquanta milioni di indigenti. Negli States più di cinque milioni di famiglie hanno perduto le loro case, tra disoccupati e sottoccupati, si contano trenta milioni di cittadini, esistono circa due milioni e trecentomila reclusi, ogni settimana apre una nuova prigione ed il Presidente, ostaggio del vecchio establishement (quello della finanza, di alcuni settori dell'industria energetica e delle nuove tecnologie, di un pezzo della Cia, di chi orbita intorno all'Fbi) ha dismesso il drappo del messia. Obama sta subendo l'assalto dei petrolieri contro le avanzate leggi ambientali della California, è stato indotto a predisporre gli strumenti per schedare e riconoscere gli immigrati attraverso il controllo dell'iride, su input delle strutture d’intelligence, la sua amministrazione sta lavorando per imporre a tutti i servizi di comunicazione online, compresi Blackberry, Skype e Facebook, di collaborare con le autorità, creando un software in grado di intercettare l'utente e leggerne tutti i messaggi, anche quelli criptati. Il recente esodo dei consiglieri filoisraeliani dalla Casa Bianca non è poi un presagio da sottovalutare. Non ci è dato di conoscere se l’elezione di Obama sia stato un esperimento di laboratorio stile Bilderberg, insieme al dubbio, ottimo diserbante per estirpare la gramigna di qualunque pseudo-democrazia, resta il fatto che le sue capacità d’incidere realmente a favore di una popolazione da anni sotto il tacco delle banche e dei loro eserciti sono veramente modeste. Se l’Italia si liberasse oggi delle mafie e del berlusconismo chi potrebbe aggiustare i danni economici di un dollaro così svalutato da sbarrare il passo indefinitamente alle nostre industrie e alle nostre esportazioni? Chi potrebbe liberarci dagli usurai dell’enorme debito pubblico? All'inizio del Rinascimento le banche genovesi iniziarono a finanziare la Castilla, e così s'impadronirono a poco a poco di tutti gli affari più remunerativi, radicandosi poi solidamente in tutta la Spagna, con l’appoggio dei regnanti.

Antonio Bertinelli 10/10/2010
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