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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Elogio della renitenza
post pubblicato in diario, il 30 aprile 2010


Ci sono frangenti in cui la pronta e cieca obbedienza verso il leader segna la linea di demarcazione tra vittoria e sconfitta, tra vita e morte. C’è necessità di una guida quando si opera in qualche sport di squadra, serve una linea di comando in casi di emergenza, durante una missione di guerra, si impone il ruolo di un capitano ovunque la decisione che riguarda un gruppo, se non immediata, sarebbe pregiudizievole per la manovra che si vuole portare a buon fine. Il signorsì trova dunque ragione di esistere in circostanze particolari, ma non sempre il capo ha i requisiti sperati e gli ordini appaiono meritevoli di essere eseguiti. Al suono di sconsiderati jawohl, dal 1939 al 1945 l’Europa è stata messa a ferro e fuoco. Per l’esecuzione di un ordine Nagasaki ed Hiroshima hanno conosciuto la devastazione della bomba atomica. Fin dalla metà degli anni 40 dello scorso secolo alcune nazioni occidentali, hanno usato i propri cittadini come cavie umane in esperimenti con radiazioni, armi chimiche, armi biologiche, droghe psicotrope, vaccinazioni e sterilizzazioni. Intere popolazioni sono diventate animali da laboratorio alla mercè di cedevole personale medico, scientifico e militare. Oggi lo yes sir pronunciato da chi siede alla consolle da cui guida aerial drones armati di missili semina morte e distruzione in Afghanistan. Le obbedienze di altri soldati hanno fatto nascere giardini degli orrori in Cecenia, in Inguscezia, in Ossezia e in Daghestan. Che siano pronunciati per senso del dovere o per tornaconto personale, a volte, alcuni signorsì possono cagionare sfaceli. E questo accade anche quando si tenta di militarizzare le istituzioni di un Paese solennemente dichiarato democratico, ma praticamente in balia di un falso liberismo senza regole, assoggettato a padroni insofferenti al potere giudiziario, all’informazione libera, a qualunque forma di controllo e di critica. Abbiamo visto militarizzare le piazze della protesta, abbiamo visto militarizzare le discariche campane, abbiamo visto militarizzare il terremoto dell’Aquila, abbiamo visto la militarizzazione dell’aiuto umanitario ad Haiti mettendo in vetrina la portaerei Cavour, gli “obiettivi sensibili” sono controllati da militari, vedremo militarizzare i siti destinati ad accogliere le centrali nucleari in programma (già rifiutate dagli Italiani con i tre referendum del 1987) ed abbiamo una maggioranza parlamentare militarizzata. Tutti gli indicatori fondamentali dell’economia attestano che il Paese è in rapido declino eppure, tra un proclama e l’altro, tra una celebrazione e l’altra non si trova di meglio da fare che pretendere quella disciplina utile solo ad oscurare i fatti ed eventualmente a manganellare i lavoratori del Teatro della Scala di Milano che protestano per i tagli agli enti lirici. Quando la “platea” in strada rumoreggia si invia la polizia a sequestrare i megafoni, poi si trasmettono in Tv solo gli applausi del “loggione” riempito con immarcescibili yes man dalle facce di bronzo. Scrive Tacito “(…) postquam bellatum apud Actium atque omnem potentiam ad unum conferri pacis interfuit, magna illa ingenia cessere, simul veritas pluribus modis infracta, primum inscitia rei publicae ut alienae, mox libidine adsentandi aut rursus odio adversus dominantis; ita neutris cura posteritatis inter infensos vel obnoxios (…)”. (La battaglia di Azio decise che alla pace si doveva pagare il prezzo della concentrazione di ogni potere nelle mani di un solo uomo, così i grandi ingegni si eclissarono e la verità ne risultò avvilita; il primo motivo fu il disinteresse per la vita pubblica minata dagli interessi particolari. Poi sopravvennero una vera e propria smania per l’adulazione e, per converso, l’odio verso chi comandava. E comunque a nessuno, ostile o sottomesso, stava a cuore la posterità). Negli oltre quarant'anni di impero Gaius Iulius Caesar Octavianus, successivamente anche Augustus per servile conferimento del Senato, introdusse innovazioni di particolare rilevanza e formò una nuova classe dinastica. Lasciamo volentieri agli storiografi il compito di frugare tra luci ed ombre di quel principato a vita e ci soffermiamo invece sulla rotta autocratica imposta all’Italia. Grazie alla “pace” inseguita dalla dirigenza del Pd e a quella quotidianamente auspicata dal Quirinale siamo vittime di un gioco illusionistico che nasconde tutti i maggiori problemi della realtà nazionale. Secondo Standard & Poor’s il nostro tasso di disoccupazione supera il 10%. Prometeia ritiene che si arriverà presto all’11%. Le politiche messe in atto dai grandi gruppi come Telecom lasciano apparire scenari ancora più foschi. Crescono le esecuzioni immobiliari per morosità di vario genere e si amplia l’indebitamento delle famiglie. La questua si è ormai estesa in ogni strada e in ogni angolo delle città. Il numero dei pasti offerti dalla Caritas è aumentato. Per continuare ad intrupparsi e per applaudire le “riforme volute dagli Italiani”, in determinati casi, ci vuole uno stomaco di ferro. Chi partecipa al ballo in maschera riceve ricchi premi e cotillons mentre chi snobba l’anfitrione viene espulso dal Palazzo, ma non è forse più gratificante pensare in proprio ed uscire dal codazzo dei cortigiani? Non vediamo una grande differenza tra un contractor che opera in Iraq ed un politico che spinge bottoni a comando. Al novero degli annuitori, alla pronta disciplina di chi è avvezzo a dire signorsì in ogni congiuntura preferiamo le titubanze dei renitenti. William Bligh era un uomo dal temperamento poco tollerante. Ancor prima di diventare “inetto” governatore del Nuovo Galles del Sud, mentre era capitano della nave Bounty, non lesinava frustate ai marinai ed offese agli ufficiali. Il suo secondo, Christian Fletcher, dopo aver subito due umiliazioni, si ammutinò e, sguainando la spada, si limitò a dire: “Not a word, sir, or you're dead”. Un suo antenato, Illiam Dhone, aveva capeggiato una rivolta contro il dominio inglese sull’isola di Man. Possiamo dire che nelle vene di Christian scorreva il sangue del ribelle, ma che genere di sangue scorre nelle vene di chi striscia ai piedi di Cesare?

 

Antonio Bertinelli 30/4/2010 


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Gianfranco Fini: sinapsi politica o estremo sussulto?
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2010


Numerosi Italiani sono ancora in attesa che i proclami lanciati con il “Discorso della Calza” del 26 gennaio 1994 si tramutino in fatti con ricadute positive sull’intero Paese. Gli industriali abbandonano la produzione in loco e vanno in cerca di siti stranieri dove poter aumentare gli utili. Imprenditori in crisi e lavoratori senza reddito si suicidano, mafie e politica continuano ad andare a braccetto, le uniche liberalizzazioni realizzate sono state quelle finte e quelle a danno del cittadino, il patrimonio statale è stato dissipato. Se la situazione socio-economica della Grecia è altamente suscettibile di un prossimo default, le nostre prospettive di un’adeguata crescita del Pil, contrariamente ad altri Stati europei, restano un miraggio e, nella patria del lotto, non esiste jackpot che metta in palio una qualche certezza per l’avvenire. Mentre l’avvento del messia non ha evitato che si concretizzassero i peggiori pronostici, la categoria degli “eletti” ha continuato ad operare in maniera autopoietica, sempre più spinta da auri sacra fames. Da oltre un quindicennio è scomparsa dalla politica attiva la destra storica e il Pd si è proposto come il migliore alleato del Berlusconismo, cresciuto in latitanza di apparati istituzionali capaci di “dar senso” all'azione sociale. In questi giorni Pierluigi Bersani ha stigmatizzato la mancanza di serenità che affligge il Pdl e che, a suo dire, preclude ogni possibilità di dialogo. Gli esponenti del suo partito, in preda ad una malcelata foia da astinenza partecipativa, continuano a dichiararsi pronti per contribuire alle “riforme”, quelle che secondo i vari gaspacapebonazzoni “vogliono gli Italiani”. In antitesi alla calma piatta che regna nel Pd, foriera di inciuci alla D’Alema & Co, ci sembra che l’unico evento degno di nota sia la breccia aperta da Gianfranco Fini. Pur sottolineando che l’attuale Presidente di Montecitorio, appiattendosi per anni sui desiderata di Silvio Berlusconi, ha lasciato senza riferimenti l’elettorato che si identificava in An, non si può disconoscere che il suo ultimo “distinguo” pubblico è stato simile ad una folata di vento inaspettata, una riflessione per guardare alla politica non più come mera amministrazione dell'esistente e strumento principe per raggiungere ambiti traguardi personali. E’ vero che per anni Fini ha lasciato incolti persino quei campi che avrebbe potuto irrigare approfittando della cecità e della grettezza pragmatica dei suoi consociati; è lecito sospettare che a scuotere Fini sia stata anche la possibilità di collaborare ad un futuro “pateracchio” con forze diverse da quelle che attualmente dominano tutti i centri di potere in linea con il Governo, ma è altrettanto vero che la politica non riesce più ad armonizzare il contingente con la speranza e la memoria storica delle nuove generazioni. Al netto delle colpe fin qui accumulate e delle scelte che farà domani Fini, magari ascoltando l’invito di donna Assunta Almirante ("Si riprenda An, il suo partito è a via della Scrofa, torni alla casa del padre, dove il padrone è lui, può disporre del suo popolo, che tornerebbe tra le sue braccia"), la cosa più rilevante constatata a margine dello “strappo” è il danno da shopping che An ha pagato subendo la smobilitazione di tutte quelle rappresentanze parlamentari convertitesi al verbo di Arcore. Nel romanzo “I fratelli Karamàzov", F.M. Dostoevskij fa dire al grande inquisitore che parla con Gesù: “Io so che tu hai ragione, che sei tu la verità, ma io devo di nuovo condannarti, non ho altra strada". La frase ben rappresenta una sorta di pulsione filogenetica che caratterizza il gregarismo, ovvero la predisposizione a conformarsi, a rinunciare a se stessi per affidarsi ad altri, al capo dalle capacità indiscusse ed indiscutibili. Il carisma di Berlusconi abbaglia i mediocri, ad esso si aggiungono poi le motivazioni all’obbedienza derivanti dalle strategie di marketing, ineguagliabili per la quantità di dossiers da impiegare all’uopo e per la nota munificenza con cui gratifica i suoi migliori dipendenti. Dunque Fini sta pagando un conto maggiore di quello che avrebbe dovuto pagare per la sua lunga desistenza sul fronte della destra non plebiscitaria e per aver diluito l’originalità di An nella minestra di cui si ciba l’ipnotizzatore mediatico. Il suo seguito parlamentare è di gran lunga inferiore a quello che si potrebbe riscontrare oggi nelle urne elettorali. Il disegno personale di Fini è sempre apparso sostenuto da una strategia di lungo termine e non è facile fare presagi su quanto accadrà nell’imminente futuro. C’è da sperare che, essendoci in ballo temi cruciali per la sopravvivenza dello stato di diritto, per la salvaguardia di quel poco di solidarietà nazionale sopravvissuta, per restituire dignità internazionale all’Italia, per progettare ex novo l’economia e la finanza, Fini non continui a dissentire solo a parole. L’ambiguità non sempre paga ed ulteriori indugi nel far mancare fatti concreti rischierebbero anche la definitiva erosione della base elettorale aennina.

 

Antonio Bertinelli 24/4/2010


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Gianfranco Fini: un ossimoro da sciogliere
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2010


Nel 1983 Gianfranco Fini era the prodigy boy dei parlamentari del Msi-Dn. Giorgio Almirante gli cedette il posto nella circoscrizione dove risultò primo dei non eletti e l’attuale terza carica dello Stato fece il suo ingresso alla Camera dei Deputati ad appena 31 anni. Probabilmente Almirante non arrivò mai ad intuire che il suo giovane delfino avrebbe imparato a nuotare così bene tanto da condurre il partito, ritenuto per anni “fuori dell’arco costituzionale”, al governo del Paese. Il trasformismo ha premiato Fini, ma è difficile far convivere il diavolo e l’acquasanta. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi inseguono cinicamente i loro disegni senza remore di sorta. Fini, quanto meno per i suoi trascorsi politici, ha sicuramente acquisito una diversa sensibilità istituzionale. Da parecchi mesi cerca di distinguersi dal Cavaliere che, proprio ieri, ha ribadito la sua determinazione nel portare avanti la “guerra santa” contro le intercettazioni della Magistratura. Si può ipotizzare che il sostegno alle attività legislative imposte dalle esigenze del premier sia stato fornito obtorto collo dall’ex enfant prodige, illo tempore apprezzato anche da Teodoro Buontempo. E’ comunque difficile prevedere l’epilogo del dissidio maturato in questi giorni, ma di certo Fini è ben conscio delle conseguenze derivanti dalla separazione, non ultimo il possibile danno da shopping in cui è maestro Silvio da Arcore. Siamo d’altronde persuasi che nello sgangherato teatrino, in cui recitano da tempo immemorabile vecchi e nuovi esponenti del Pd, debba calare il sipario. La situazione generale dell’Italia non è rosea sia a causa della sovranità nazionale sacrificata infine ai diktats della globalizzazione e sia a causa di un’inarrestabile deriva autoritaria. Il sistema così come è stato congegnato non ammette l’insediamento di un “salvatore” che ci aiuti a risollevarsi dal decadimento sociale, morale e materiale in cui siamo stati trascinati, ma un atto di coraggio di Fini potrebbe almeno porre un freno al miope secessionismo leghista e alla cupidigia di un qualunque futuro caudillo. La recente vittoria elettorale della Lega indica la predominanza di un pensiero geopolitico circoscritto e pertanto inadeguato per cogliere l’importanza di una comunità più ampia e della necessaria solidarietà nazionale. Stigmatizza il rifiuto dello Stato come soggetto economico, ne disconosce il ruolo che gli dovrebbe essere proprio come compensatore di squilibri e supremo garante della convivenza civile. L’edificazione del federalismo, i cui costi complessivi non sono attualmente calcolabili, renderà ancor più facile la marcia delle oligarchie transnazionali. Le falangi del Pd, privatizzando e conseguentemente impoverendo l’Italia, hanno smantellato settori trainanti dell'economia: l’Iri, l’Eni, l’Imi, l’Italtel, la Telecom, la Siderurgia, etc. Ancor prima che Giulio Tremonti potesse affermare come la destatalizzazione realizzi in sé “un patrimonio di valori privatistici in termini di etica, struttura di bilancio e di efficienza” (sic), Romano Prodi poteva rivendicare il record europeo delle privatizzazioni effettuate tra il 1992 ed il 2000. Non minori responsabilità possono essere imputati al Pd per la progressiva opera di affossamento del settore Giustizia, per l’insolenza di cui è stata più volte bersaglio conseguenziale l’intera Magistratura, per le ombre che si sono estese sul Quirinale e per la vertiginosa ascesa del Berlusconismo. Il Presidente del Consiglio auspica ancora oggi un’opposizione “responsabile”, ma è proprio grazie alla consueta “responsabilità” che si è assunto il Pd fin dai giorni successivi a Tangentopoli che il Paese è in profonda sofferenza ed è nel contempo assoggettato alla pressione di un unico tacco mediatico. Il totalitarismo, uso a fronteggiare eventuali ribellioni dovute alla maggiore divaricazione tra gli stili di vita delle élites stegocratiche, della middle class e degli spiantati di ogni età sembra essere ovunque in risalita. Barak Obama, ovvero l’illusione di un cambiamento dopo il saccheggio prodottosi con la bancarotta di diverse società legate al credito e al mercato immobiliare, è solo un prodotto confezionato nell’empireo finanziario e bancario statunitense, che ha ritenuto opportuno allentare la pressione interna sulle masse impoverite e precarizzate. Lo scacchiere internazionale, l’occupazione mortifera dell’Afghanistan, le stesse accuse infamanti rivolte ai tre operatori di Emergency indicano come la voracità predatoria sia il solo astro che guida il capitalismo senza confini. L’Italia, con i suoi governi, non fa eccezione, anzi si accinge a fare da corriere per diffondere nel resto dell’eurozona, una specie di tirannide democratica. Il Trattato di Lisbona, per la cui firma hanno nicchiato pochi politici europei, e tra questi la dirigenza polacca recentemente eliminata (per qualcuno forse provvidenzialmente?) da un incidente aereo, è già pregiudizievole per la sopravvivenza delle Costituzioni nazionali. I desideri berlusconiani, da sempre sostanzialmente esauditi dalle eminenze grigie del Pd, sono un surplus di cui gli Italiani farebbero volentieri a meno. Il potere, per non essere messo a fuoco nella sua orripilante nudità, ha bisogno di canalizzare il dissenso nell’alveo di una dialettica controllabile e dunque lascia spazio solo a chi lo esterna nei limiti stabiliti, che siano politici, opinionisti o altro. Non possiamo perciò concedere un’apertura di credito illimitato a Fini, che non avrebbe mai dovuto lasciarsi “sdoganare” dall’attuale capo supremo ed è quindi parimenti responsabile per tutto ciò che stato realizzato fino ad oggi a spese della collettività. La sua ferma, sia pur tardiva, indisponibilità nel partecipare all’ultimo assalto contro le Istituzioni repubblicane lo consegnerebbe con minori ombre alla Storia di questo ormai lercio Stivale. Le usuali proposte “indecenti” di Massimo D’alema e dei suoi emuli, le note del piffero poco adamantino di Luciano Violante, i titoli paragiuridici di cui si avvale Andrea Orlando, le purghe somministrate nelle stanze del supremo Colle per mandare in diarrea la terzietà presidenziale e gli inconfessabili accordi trasversali edificati sulle spalle dei cittadini continuano ad incombere sulle nostre teste. Pur guardando con simpatia ai movimenti che si fanno promotori e latori di speranze attraverso l’impegno civile di molti giovani, in barba alle incomprensioni che affliggono i rapporti dei loro maturi mentori, qualche volta affetti dalla “sindrome della prima donna”, non possiamo prescindere da una visione realistica dell’insieme. Se Fini, senza più ondeggiare, troverà l’audacia di lanciarsi dal trampolino lo strisciante dispotismo che sta minando un sistema basato costituzionalmente su pesi e contrappesi non avrà probabilmente modo di dispiegarsi compiutamente.

 

Antonio Bertinelli 18/4/2010


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Bollettino dal fronte: nessuna resistenza
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2010


Ci sono luoghi dove le calamità naturali si verificano con cadenza quasi regolare, dove l’emergenza è sinonimo di quotidianità, dove le popolazioni convivono con le sciagure ambientali e le devastazioni che da esse conseguono. Il nostro Paese, che è al riparo da particolari avversità della natura, subisce invece sconvolgimenti di altro genere ed una congrua parte di Italiani sembra accettarli come se fossero inevitabili al pari di un’alluvione, di un’eruzione vulcanica, di un uragano o di un maremoto. Anche se un buon 45% di cittadini non ha ultimamente ritenuto conveniente votare questo o quel partito, resta il fatto che programmi Tv come l’isola dei famosi si attestano intorno al 20% di share ed il piccolo schermo gioca un ruolo preminente nel divulgare quanto risulta proficuo per chi governa. Qualcuno si conforta nel ravvisare che, malgrado la potenza di fuoco mediatica a disposizione del primo ministro, allo stesso accordano credito solo il 15% dei cittadini. Si dimentica però l’insussistenza oppositiva del Pd, già al nastro di partenza per correre al tavolo delle “riforme” in pectore domini. Non si tiene conto che il massimo garante istituzionale non garantisce affatto, anzi, al pari dell’indomito skipper con i baffi, è diventato un solerte apripista di un inciucio esiziale soprattutto per la Costituzione e che, malgrado lo scalpitio di maniera finiano, la golden share di tutti i seggi e di tutte le poltrone targate Pdl sta nella cassaforte del premier. Il resto del panorama politico va dalle forze ancora in cerca di ingaggio in quel di Arcore a quelle parlamentarmente “ininfluenti”. L’informazione “distonica”, se non diventa addirittura Gatekeeping come quando consente al Ministro del Tesoro di autocelebrarsi persino davanti ai cassintegrati della Vynils, per quanti sforzi faccia, non ha il potere di tramutare l’attuale Parlamento di nominati in un altro idoneo a rappresentare gli interessi della collettività. E’ velleitario pensare che, pur ignorando la parte “inquinata” della Magistratura, quella rimasta deontologicamente inattaccabile possa “salvare” l’Italia con gli strumenti normativi e logistici di cui può attualmente disporre. E poi non è sintomo di una situazione degenerata oltre ogni immaginazione attribuire o lasciare che gli stessi magistrati si assegnino una funzione palingenetica? Dunque, a meno che non si trovino rimedi insoliti, siamo prossimi alla soluzione finale ideata tra banche e materazzi, condivisa da numerosi arrivisti della politica ed accelerata dall’avvento di Forza Italia. L’entità del debito pubblico (con alto rischio di bancarotta), le liberalizzazioni fasulle, le privatizzazioni di comodo, l’attacco selvaggio al mondo del lavoro e la deindustrializazione strategica sono segnali inquietanti. Mentre pochi continuano ad arricchirsi in maniera parassitaria sulle spalle della comunità agitando lo spauracchio del Comunismo e raccontando panzane, diventa sempre più concreta la possibilità di arrivare alla cannibalizzazione reciproca. L’Holodomor, ovvero la carestia pianificata dell’Ucraina messa in atto dal 1932 al 1933, fu la conseguenza delle ossessioni staliniste. E’ innegabile che il feroce dittatore dell’Urss portò al collasso sociale e allo sterminio di intere popolazioni, ma perché la politica, e non ultima quella economica, che si sta radicando nel nostro Paese coltiva forse la coesione nazionale ed è foriera di benessere diffuso? Al termine della sua vita Stalin, precipitato nel vortice della paranoia, si sentiva assediato da tutti, tanto che fece uccidere i suoi stessi medici e si rinchiuse nella dacia personale, dove lasciava entrare solo una governante. Le macerie prodotte dalla sua tirannia hanno segnato in maniera indelebile uomini e luoghi. Sensibilmente indebolita dall’allargamento ad Est dell’Europa, toccata dagli effetti del mercato globale, asservita alla stegocrazia di stampo anglofono, l’Italia, dove si opera attraverso cordate, dove vigono le regole del demerito, dove ci si colloca in ragione dell’appartenenza familiare o amicale, dove la collusione politica ha visto crescere lo strapotere delle mafie, non aveva bisogno di assistere pure al dilagare del berlusconismo. Non sarà l’indignazione di qualche editorialista o l’impegno personale di pochi altri soggetti che si stagliano nel panorama politico odierno a farci uscire dalla palude di cui siamo prigionieri, né si può attendere fideisticamente che gli interventi della Corte Costituzionale possano salvaguardare indefinitamente i principi giuridici fondanti individuati dalla Commissione dei 75. Mai nessun Popolo ha potuto guadagnare e poi mantenere la propria libertà senza battaglie. Anche a causa delle forche caudine partitiche sotto le quali deve passare chiunque osi proporsi come amministratore pubblico, dello stesso sistema elettorale vigente nato dal connubio dei due poli fittiziamente contrapposti, la lotta da intraprendere per affrancarsi è forse tutta da inventare. Di certo il mero sdegno non è sufficiente a contrastare un governo liberticida impegnato ad abbattere gli ultimi “fortilizi” capaci di garantire un sistema istituzionale basato su checks and balances e a voler “costituzionalizzare” gli attributi degni di un’anomala ascesa imprenditoriale e politica.

 

Antonio Bertinelli 11/4/2010  


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Target pedofilia
post pubblicato in diario, il 5 aprile 2010




Ci viene spesso assicurato che il controllo dei maggiori media, e segnatamente della televisione, è un fatto politicamente irrilevante. Dunque le ben connotate proprietà editoriali, l’incredibile storia di Europa 7, la guerra senza quartiere ai “pollai” televisivi e le epurazioni in atto alla Rai sono frutto d’intenti filantropici la cui portata sfugge unicamente ai soliti “comunisti”? Non è forse lecito ribattere che, se anche il conteggio dei visitatori di questo modesto blog, ove c’è chi si diletta a scrivere solo di tanto in tanto, è stato manomesso ed è rimasto bloccato sull’1 per circa un mese, esiste invece un vera e propria ossessione censoria che si palesa in ogni frangente, persino negli angolini più remoti del web? Esistono magistrati “imprudenti” come Antonio Ingroia ed altri “assennati” come Achille Toro, abbiamo visto all’opera Vittorio Metta e Raimondo Mesiano, anni orsono abbiamo seguito il lavoro del g.i.p. Guido Salvini, del p.m. Tiziana Siciliano e del p.m. Pietro Forno. Ad ognuno di essi va riconosciuto il "valore" che gli compete. Il potere giudiziario non è sicuramente avulso dall’eccezionalità del Sistema Paese, ma solo attraverso i mezzi necessari all’impatto massmediatico è stato possibile gettare discredito sull’intera Magistratura. Siamo certi che il nostro premier nulla abbia da imparare dalla stegocrazia americana, ma vale la pena di ricordare che là dove, in genere, alle primarie vota il 20% degli aventi diritto, e solo sulla base di considerazioni secondarie, in quanto nessun candidato si sogna di affrontare temi di politica economica, le campagne mediatiche funzionali alle più grandi banche e alle più potenti corporations vengono messe in atto serrando i ranghi tra gli addetti all’informazione, sovvenzionando finanche la stampa estera, come ad esempio per catturare il consenso sulla guerra in Iraq, per sostenere l’occupazione dell’Afghanistan, per propagandare la necessità del Patriot Act, per vendere vaccini antinfluenzali inutili o, come accade ultimamente, per rendere appetibile l’uso degli OGM. Le tattiche sono note a chiunque possegga i rudimenti delle tecniche di comunicazione. Primeggiano gli “omissis” e seguono poi il “ribaltamento dell’onere della prova”, gli “annunci”, il “fatto compiuto”, il “disdoro”, la “minimizzazione”, il “doppio peso sommato alla doppia misura”, il “senso di colpa” ed altre strategie appropriate al target da raggiungere. Lo smantellamento del sistema di Bretton Woods è stato uno strumento fondamentale per imbrigliare quell’”eccesso” di democrazia che aveva preso piede nel corso degli anni sessanta dello scorso secolo. Le “minoranze intelligenti” servono ed amministrano il potere ovunque esso risieda, agli altri deve bastare scegliere tra le merci e concentrarsi sulla conquista di gadgets alla moda. Se la visuale dei governanti italiani si restringe alla risoluzione di problemi personali e al concludere affari nel più breve tempo possibile, i disegni delle élites bancarie ed economiche anglofone sono ben più ambiziosi. Gli States rappresentano un agglomerato militare gigantesco che comprende le imprese petrolifere e quelle delle risorse energetiche, sono dei mastodonti in perenne fibrillazione predatoria. Ci viene spontaneo diffidare ancor di più delle notizie che da lì si diffondono per il resto del pianeta. Non ci risulta che Barak Obama debba difendersi in qualche tribunale e che il Congresso degli Stati Uniti d’America annoveri tra i suoi rappresentanti dei “pregiudicati” o degli “indagati”, in breve i temi connessi all’amministrazione della Giustizia non appaiono oggetto delle attenzioni di Washington, ma non è un mistero che le mire egemoniche statunitensi prendano in considerazione ogni area ed ogni popolazione della terra. Le esigenze dei mercati e della finanza si scontrano con le identità nazionali, con le specificità culturali e con i dettami dell’Islam. Il business non vuole lacci di sorta, aborre la solidarietà ed ogni istituto che sia in grado di fornirla. Il suo modello di individuo è quello monade, passivo ed acquiescente, senza sicurezze e senza figure di riferimento, senza famiglia e senza valori, possibilmente androgino. Il femminismo, lo svilimento della maschilità e la delegittimazione della figura paterna, una mistura culturale particolarmente efficace nel contribuire ad edificare l’uomo “nuovo”, sono prodotti made in Usa. Ma la Chiesa di Roma a cosa serve? Le encicliche sociali che si sono susseguite negli anni e quel vecchio Papa dalle abitudini monastiche che ha l’ardire di prestare voce ai paria di ogni società non sono forse un ingombro per la marcia del consumismo globale? Non è forse meglio attivarsi in tempo per ridimensionare le velleità di certe Istituzioni? Chiamare in causa la pedofilia significa entrare nella sfera d’influenza degli strizzacervelli e dei servizi sociali, obbliga a giocare su un terreno sdrucciolevole dove anche il vero “esperto”, se è affidabile e preparato, non si avventura con leggerezza. Quando si affronta l’evento denunciato i confini tra fatti e allucinazioni, tra percezioni della “vittima” e condizionamenti dell’”investigatore”, tra garanzia e arbitrio, tra interessi privati dei consulenti incaricati e diritti dei presunti colpevoli si fanno talmente labili da portare frequentemente a conclusioni devastanti per tutte le persone coinvolte nell’indagine giudiziaria. Se si riconosce l’esistenza di individui che abusano di minori, è altrettanto opportuno sottolineare che troppe volte il fenomeno si è prestato ad usi strumentali. La pedofilia è un tema sensibile, tocca le corde giuste delle masse ed allora perché non farvi ricorso mediaticamente per proporre un’immagine della Chiesa più calzante con il programma dei semidei che aspirano ad un governo planetario? L’eco fornita dai più influenzabili, che siano politici, pennivendoli, bloggers o giornalisti, amplificherà e rifinirà il lavoro di diffamazione lasciandola apparire come un consesso di pedofili in netta antitesi con la sfaccettata realtà ecclesiastica. Francesco d’Assisi, Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta sono stati espressioni di quel consesso, lo è stato il vescovo Oscar Arnulfo Romero. Don Pino Puglisi è stato ammazzato per il suo impegno contro le mafie. Monsignor Domenico Mogavero è una voce scomoda che si leva dall’interno della comunità sacerdotale. Rifuggiamo dal prendere la lavagna per dividere i buoni dai cattivi, ma è ambiguo, e quanto meno incauto, far scivolare tra le righe di un post o di una cronaca giornalistica che la Chiesa, nella sua interezza, possa ridursi a quella dei Marcinkus e a quella dei messaggi elettorali più o meno espliciti. Se si prova giustamente sgomento per decine di pedofili in tonaca bisogna anche fare attenzione a non credere che oratori e parrocchie siano covi di maniaci o che nei seminari e nei conventi ci si perfezioni per coltivare e poi trasfondere le peggiori caratteristiche dell’uomo nel mondo secolarizzato. Genera perplessità il fatto che mentre non si muove foglia che il padrone non voglia, la supposta vocazione pedofila del clero buchi il piccolo schermo ed occupi le pagine di tutti i giornali. La tipologia dei mangiapreti nostrani comprende il pappagallo ed il militante politico, spazia da sinistra a destra. L’anticlericalismo è un sentimento trasversale che accomuna l’illetterato e l’intellettuale con la puzza al naso; con minore o maggiore consapevolezza il mangiapreti italico a volte assume le sembianze del Peppone di Guareschi, a volte si identifica nell’écrasez l'infâme di voltairiana memoria e a volte si palesa attraverso il sarcasmo del direttore de “Il Giornale”. Tutti più o meno prevedibili, non sono mai riusciti ad intaccare veramente, pur con tutti i “distinguo” che si addicono all’istituzione, la diffusa autorevolezza ecclesiastica. Sia nel bene che nel male la Chiesa, senza eserciti, vaso di coccio tra vasi di ferro, ha continuato ad esistere. Soggiacere acriticamente a quella che potrebbe essere solo una trappola mediatica allestita dove brilla il faro della massima pseudo-democrazia occidentale è un esercizio pericoloso. Grazie ad un capillare martellamento dell’informazione molti Italiani credono che il legislatore, da ultimo, voglia tutelare la privacy dei cittadini emanando una norma per ostacolare le intercettazioni telefoniche della Magistratura. Se facessimo parte delle solite compagnie di giro, simili a quelle che gravitavano intorno agli appalti sporchi della Protezione Civile, se dovessimo controllare un palinsesto televisivo per renderlo organico agli affari di famiglia, nell’evenienza di non poter ricorrere ai soliti strumenti quali la corruzione ed il ricatto ci piacerebbe addirittura nominare oltre che i parlamentari, come già accade, tutti i possibili arbitri istituzionalmente previsti e l’intero organico in forza all’apparato giudiziaro. Dobbiamo riconoscere che se appartenessimo alla dinastia dei Rockefeller o comunque se fossimo parte integrante di un impero economico-finanziario non vedremmo di buon occhio un prelato più monaco che pontefice ed un magistero cristiano sensibile alle tematiche ambientali, che si propone come paladino dei poveri, ultimo possibile catalizzatore per il dissenso degli scontenti. Dopo aver ignorato le esigenze degli altri popoli e riportato buona parte di quelli occidentali a ridosso di un incubo kafkiano non è accettabile che la Chiesa, in antitesi  con gli insaziabili appetiti di un capitalismo globalizzato, rispolveri le sue origini, che appaia come una via di fuga per aggregare disoccupati, senza tetto, precari e sfruttati di ogni genere, insomma tutti i delusi e tutti gli oppressi di un mondo ormai senza anima. Come per alcuni è preferibile lasciar credere che i magistrati costituiscano un nucleo di sovversivi, ad altri potrebbe fa comodo assegnare ai sacerdoti lo stigma della pedofilia. L’indegnità di uno, dieci o cento magistrati non può essere estesa all’intera categoria. Lo scandalo di uno, dieci o cento preti non può insozzare la totalità della Chiesa.   

 

Antonio Bertinelli 5/4/2010     

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