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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Soperchierie di Stato
post pubblicato in diario, il 28 maggio 2010


Fa clamore la notizia che un falso invalido, specialmente se riconosciuto cieco, è stato trovato a leggere il giornale. Per associazione di idee si spingono i telespettatori a credere che i mali del Paese siano imputabili a questo genere di imbrogli, poi si aggiunge opportunamente che il welfare dalla culla alla tomba non è più sostenibile. Noi riteniamo invece che non sia più sostenibile uno Stato malavitoso perché specialmente là dove i diritti fondamentali non sono garantiti arriva il camorrista per far concedere una falsa invalidità o un salario di sopravvivenza, un buono casa o un buono spesa, arriva l’”uomo d’onore” per garantire l’assunzione di un figlio, un pacchetto di voti o l’aggiudicazione di un appalto. Presso i Servizi Sociali, che dovrebbero farsi parzialmente carico di certi handicaps, esistono liste di attesa lunghe tre anni. Abbiamo avuto modo d’incontrare veri invalidi (anche se non tetraplegici come dovrebbero essere i “veri” disabili secondo la visione di un politico geniale) senza pensione. Ci sono soggetti che, pur avendone titolo, non percepiscono alcuna indennità di accompagnamento. Abbiamo assistito alla promulgazione di norme che insidiano il dettato costituzionale. Abbiamo visto varare una legge per confiscare il denaro depositato sui “conti dormienti” (non movimentati da dieci anni) e sembra che se ne siano accorti solo trentamila Italiani, ora costretti a percorrere la strada giudiziale nell’arduo tentativo di riavere i propri soldi. Conosciamo dipendenti pubblici che fanno i salti mortali prima di vedersi accreditare gli stipendi maturati. Conosciamo pensionati che non ricevono il trattamento giuridicamente previsto. In questo caso il marchingegno è di una semplicità estrema. Si comunica all’ente adibito che il soggetto ha un’anzianità di servizio ed un reddito inferiori a quelli reali. In tal modo tutti i calcoli del TFS e del trattamento pensionistico mensile risultano alterati per difetto e i malcapitati iniziano a fare per anni le palline da ping pong tra uffici preposti e tribunali. Chi gestisce la P.A. eroga servizi inadeguati, dilapida e intasca denaro pubblico, non paga i fornitori, paralizza l’economia, punisce con sanzioni pesanti chi non rispetta qualche cavillo, ma coltiva l’inefficienza della Giustizia. Ultimamente vengono recapitati notifiche di udienze da tenere alla fine dell’anno corrente per ricorsi fatti alle Commissioni Tributarie nel 1986. Inutile rilevare che gran parte degli interessati sono deceduti da tempo. C’è un'ordinaria contravvenzione di Stato spaziante dalla piccola angheria burocratica alla dissolutezza del governante che usa qualunque mezzo per rimanere in sella. Come si fa ad infierire catonescamente sul finto cieco? La sua pur censurabile “furbizia” è ben poca cosa rispetto a quella di chi si fa pagare le case di famiglia, a quella dei corrotti che impongono tasse occulte per cinquanta/sessanta miliardi annui, a quella di chi ha depotenziato l’istruzione pubblica, a quella di chi abbandona i testimoni scomodi, a quella di chi isola i magistrati in prima linea e, più ampiamente, a quella di chi allestisce spettacoli compensativi per giustificare l’esistente a proprio beneficio. Il crimine non è più un bubbone che compare a margine dell’attività economica generale, ma sembra essere diventato l’essenza principale dell’economia e dei governi. Disfunzioni, insicurezza, abusi pervadono ogni nicchia della vita nazionale tanto che, ancor prima di mettere la museruola all’editoria e alla Magistratura, si è più volte invocata la “giusta causa” per licenziare chi critica le deficienze delle aziende da cui dipende. Una delle ultime vicende ha riguardato un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, messo alla porta perché ha denunciato le pecche del sistema fiscale. Siamo giunti alla sovversione di tutte le categorie fin qui conosciute e condivise. Il lecito è diventato illecito e l’illecito è diventato lecito. Chi non condivide l’epifania del lenocinio viene mobbizzato, viene trasferito, viene sottoposto a procedimento disciplinare, viene licenziato o è costretto a dimettersi. A pensare che negli Usa, terra elettiva dell’individualismo, si rispetta il “qui tam pro domino rege quam pro se ipso in hac parte sequitur” e chi denuncia i danni prodotti allo Stato riceve una ricompensa. L’infingimento è ormai elevato a sistema e le prevaricazioni sono diventate la regola. In questi giorni anche chi aveva perduto la memoria ricorre a mezze parole per rivangare i fatti e le stragi del biennio 1992/93, lasciando intravedere quell’intreccio di forze oscure che si sono alleate per la sottomissione definitiva delle Istituzioni. Dopo tante bugie sulle condizioni di salute delle finanza pubblica è arrivata la stangata sugli statali e sui disabili senza organizzare un pur minimo programma atto a rilanciare la crescita dell’economia e dell’occupazione. Presto arriverà l’ultimo oltraggio alla dignità del Paese con le leggi bavaglio. Non ci ripareranno dagli eventi che incalzano “Telesogno”, i “compagni” di via della Scrofa, gli ineffabili “oppositori” del Pd, l’Europa delle oligarchie, qualche vecchio pappagallo europeista della prima ora ed ancor meno le considerazioni machiavelliche di un Presidente Emerito. Il principe è la legge e la sua “morale” è diversa da quella degli altri uomini. Se lo Stato coltiva e rafforza la sua iniquità, se nessuna forza legittima appare in grado di contrastarne la pericolosa deriva, su quale strada potrà incamminarsi il cittadino per liberarsi dal gioco?

 

Antonio Bertinelli 28/5/2010          

Onde distorte
post pubblicato in diario, il 24 maggio 2010


Se vivessimo in una condizione naturale la leadership scaturirebbe dalle competenze e dalle attitudini proprie di determinati individui capaci di affrontare e risolvere i problemi della collettività. In simili condizioni il leader, riconosciuto unanimemente come tale, viene ascoltato e seguito perché grazie alle sue caratteristiche garantisce la sopravvivenza del gruppo di cui interpreta le necessità. Questo genere di direzione serve anche per la difesa comune, per superare pericoli e tenere lontane le minacce. Indro Montanelli diceva che la realtà è cinica e chi pretende di plasmarla secondo parametri nobili ed astratti fa solo del facile moralismo. Certo in una società complessa e costruita in gran parte su bisogni indotti non si può esigere che un capo sia audace, saggio, ispirato, generoso, animato da spirito di servizio, ma un leader politico dovrebbe almeno capire cosa vogliono i cittadini, credere in quello che dice, intuire i cambiamenti e stabilire un rapporto empatico con i suoi elettori. Quanti e quali segni distintivi presenta la classe dirigente italiana? Non ci sembra ozioso rilevare che, a prescindere dalle competenze tecniche necessarie ai diversi compiti che sono chiamati a svolgere, quello che accomuna molti leaders è la determinazione ad autoconservarsi traendo dalla posizione occupata ogni vantaggio personale, lasciando poi pagare ad altri le conseguenze delle loro razzie. L'individualismo della società odierna ci rende monadi e recide i legami di interazione che sono alla base delle dinamiche “naturali” di un insieme umano, favorisce la persistenza endemica di capi tanto inutili quanto organici agli interessi di potentati economico-finanziari. Lo stile cambia da soggetto a soggetto e, prendendo per buona la teoria di Max Weber, la leadership vincente è quella condotta da persone che si sentono a proprio agio. Non ci vuole molta immaginazione per capire chi si sente a proprio agio nel pantano italiano, dove i governati debbono soggiacere agli epigoni delle teorie economiche di Milton Friedman mentre i governanti legiferano per assicurarsi di giorno in giorno un’impunità sempre più ampia. Tra i contendenti in lizza per la conquista delle poltrone c’è alternativamente chi vince e chi perde. Invece il Popolo, chiamato ad obbedire senza che i “capi” mostrino mai alcun requisito di autorevolezza, è sempre soccombente. In queste ore ci prepariamo a pagare gli esiti di una sorta di tabula rasa causata dal modello di sviluppo economico abbracciato. Secondo l’assunto di Friedman qualunque disastro (il terremoto dell’Aquila docet) può rivelarsi un colpo di fortuna per dare vita a nuovi affari. Insieme alla manovra economica correttiva del debito, si sta mettendo a punto una serie di norme per silenziare definitivamente l’informazione, ostacolare ulteriormente il lavoro della Magistratura ed implicitamente favorire chi delinque alla grande. Il “risanamento” dei conti pubblici vedrà chiamare in causa le fasce economicamente più deboli e forse anche le famiglie con persone invalide a carico. L’editoria e il giornalismo, già in sofferenza per altri motivi, verranno colpiti con sanzioni pecuniarie insostenibili. Per i disobbedienti è prevista anche la galera. Con la nuova legge in tema di intercettazioni le indagini sul malaffare diventeranno estremamente difficili. Se si guarda alla leadership come strumento per raggiungere l’obiettivo non vi è dubbio che le rappresentanze parlamentari siano adeguatamente stimolate, motivate e coordinate per arrivare a mèta. Peccato che le mire delle compagini di partito non siano per niente in linea con gli interessi ritenuti prioritari dai cittadini. C’è un abuso di comunicazione che sfrutta il predominio mediatico per accreditare il legislatore come soggetto al servizio del bene comune. Se così fosse non ci sarebbe necessità di istruire i celerini ed altre forze dell’ordine così come vengono istruite e mandate in piazza, non ci sarebbe la necessità di imporsi con le menzogne e con la disinformazione sistematica. Se non primeggiasse l’interesse particolare di chi tiene le mani sulla cosa pubblica ci sarebbe un riconoscimento spontaneo di qualunque capo impegnato a realizzare un progetto condiviso dalla collettività. In Italia, travolta prima dalla crisi valoriale ed oggi anche da una grave crisi economica, sia Cesare che i suoi legionari ritengono impudica la libertà, ritengono che gli opinion leaders, i giornalisti e i magistrati siano d’intralcio all’azione di governo. Nelle democrazie moderne l’informazione è per lo più sotto la guida della classe “eletta”. Ciò consente che le risorse comuni possano essere gestite senza eccessivi intralci e con l’acquiescenza delle masse inconsapevoli. L’apparato normativo deve garantire certi privilegi e, nel contempo, l’equilibrio necessario a tenere in piedi il sistema. La politica serve prevalentemente per sorvegliare la mandria. Ma la situazione italiana si differenzia da altre realtà occidentali per più di una ragione. Qui non solo il ceto politico ha consentito che famelici sciami di cavallette spogliassero tutti i campi, ma esso stesso ha gozzovigliato per un ventennio contribuendo a saccheggiare persino i granai. In altri Paesi è ancora possibile additare qualcuno che rappresenti degnamente l’autorità e la dignità delle principali figure istituzionali. In altri Paesi la Giustizia funziona diversamente e chi froda paga davvero pena. In altri Paesi non esistono governi in grado di controllare interamente l’informazione televisiva. In altri Paesi l’editoria “pura”, per quanto possa essere “funzionale a”, fa da argine alle tracimazioni del potere. In altri Paesi non si stanno avviando al suicidio demografico. Si sa che le grandi menti hanno uno scopo e gli altri hanno solo desideri. Dato il contesto c’è da stupirsi se gli Italiani hanno smesso da tempo di desiderare figli?

 

Antonio Bertinelli 24/5/2010

E venne la notte
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2010


C’era un’Italia che non c’è più. C’era un tempo in cui la politica scopriva nuove forme di partecipazione e le rivendicazioni del movimento operaio trovavano accoglienza attraverso le Istituzioni. C’era un tempo in cui vecchi mestieri cedevano il passo ai nuovi senza che il lavoro, nelle sue varie espressioni, perdesse di significato. La politica cercava il contatto con i cittadini, individuava nuovi percorsi per risolvere problemi di interesse generale e prestava orecchio alla critica. L’economia del Paese era legata alla produzione reale e gran parte delle attività avevano un senso compiuto sia sotto il profilo personale che sotto il profilo della crescita comune. Anche chi aveva lasciato la campagna per lavorare alla catena di montaggio si sentiva in qualche maniera realizzato. La politica non era avvertita come mero controllo e strumento privilegiato per massimizzare i propri vantaggi personali, badava anche alla costruzione di opportunità per tutti e teneva nella giusta considerazione l’opinione pubblica. Esisteva un filo di coerenza che legava governanti e governati. Tutti si sentivano artefici della propria vita e questo a prescindere dalla collocazione di classe. Sia l’intellettuale che l’operaio, sia il professionista che il dipendente, sia il funzionario che il metalmeccanico si sentivano parte integrante di un disegno che accomunava identitariamente. Anche coloro che passavano la giornata lavorativa ad assemblare prodotti sulle linee di montaggio si sentivano inseriti in un progetto nazionale audace ed erano orgogliosi di lavorare in fabbrica. Poi la politica è diventata quella della “casta”, l’economia si è trasformata in capitalismo belluino e la finanza ha esteso il dominio su tutti i mercati. Oggi il punto dolente riguarda proprio il lavoro, la recessione occupazionale, la precarietà coltivata e diffusa oltre il tollerabile. La crisi economica sta accentuando le disuguaglianze ed approfondendo le fratture. In maniera sempre più accelerata abbiamo subito gli scompigli prodotti da un’idea di lavoro tutta tesa a massimizzare il profitto nel breve termine. Nella bufera finanziaria globale sarebbe più urgente parlare di questo, ma il Governo ha pensato bene di mettere a punto addirittura una norma per consentire il “licenziamento a voce” dei precari. Quando ancora c’erano bottai, calzolai, carpentieri, contadini, ebanisti, fabbri, falegnami, maniscalchi, quando il sapere era nelle mani di coloro che lavoravano con l’esperienza trasmessa da padre in figlio, a garanzia di un futuro dove il senso della vita risiedeva nella semplice quotidianità, il tempo era scandito dal suono delle campane. Prima il lavoro, nella Repubblica Italiana, veniva considerato un prerequisito di libertà e di dignità sia individuale che sociale. Oggi il tempo è scandito dai pressanti bisogni dei governanti, la libertà viene intesa come gestione arbitraria delle risorse comuni e la dignità delle persone viene calpestata attraverso una rappresentazione mitica della realtà. Soprusi, furti ed espropriazioni si compiono all’ombra della democrazia, quella democrazia che oggi, attraverso i suoi nuovi alfieri, va all’attacco degli editori, della stampa e del web per mettere il tappo definitivo sull’informazione. D’altronde, se il precariato è la nuova dimensione, è bene che anche i giornalisti possano sperimentare le opportunità flessibili offerte a tutti quei soggetti intraprendenti, creativi e adattabili. Esistono tante possibilità di riciclarsi come pubblicitario, promotore finanziario, analista, broker, toilet doctor, dog sitter, personal shopper, etc. Perché il Manovratore dovrebbe sopportare ancora la presenza di qualche fastidioso back seat driver? Magari per omaggiare il peggiore americanismo di certi politici nostrani alcuni giornalisti potrebbero dedicarsi alla carriera del divorce planner o a quella del divorce party. La strada di chi non intende fare marchette è ormai lastricata di chiodi. Non essendo avvezzi ai paradigmi dell’ipocrisia dobbiamo riconoscere che, in alcuni casi, l’attività giornalistica è scaduta nel sensazionalismo pruriginoso o è stata asservita al protagonismo mediatico di chi ha le spalle coperte. Comunque le norme scritte dal ceto regnante non servono a tutelare la riservatezza degli Italiani, al cui mandato “plebiscitario” si rimanda ogni azione di governo, ma molto più semplicemente servono solo ad oscurare i misfatti del Palazzo. La macchina della Giustizia è stata messa a punto per anni con complicità politiche trasversali e dunque già garantisce che i processi dei colletti bianchi non arrivino a sentenza o a giusta condanna. Sed non satiatus il Duce, con il varo delle leggi pidiellissime preparate e votate dalle sue milizie, otterrà che nessun suddito potrà più accedere alle “segrete cose” di cui si occupa chi ha le chiavi della dispensa. Nessuno potrà più sapere se si sta rivolgendo ad un medico o a un macellaio, se sta acquistando una casa costruita in cemento o in sabbia, se si serve di una compagnia aerea affidabile o di una che non lo è, se la banca di cui è cliente segue un qualche criterio di eticità o ricicla soldi della ndrangheta. Il putridume materiale e morale in cui siamo immersi sarà nascosto dietro la cortina di silenzio imposta a chiunque voglia scriverne e, segnatamente, a quel giornalismo d’inchiesta perigliosamente sopravvissuto fino ad oggi. Mentre qualche istrione si è riservato il diritto di latrare senza allontanarsi dalla ciotola, altri hanno operato al fine di erodere tutti i diritti collettivi minimi. Solo fuggendo da questo Paese le nuove generazioni potranno intravedere frammenti di futuro.

 

Antonio Bertinelli 21/5/2010


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permalink | inviato da culex il 21/5/2010 alle 12:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Fratelli coltelli
post pubblicato in diario, il 16 maggio 2010


Riferendosi ai foschi avvenimenti che hanno caratterizzato i primi anni novanta dello scorso secolo, Walter Veltroni ha chiamato in causa altre “entità” lasciando intendere che, per sciogliere quei misteri, bisogna guardare oltre i fatti imputabili a questo o a quel mafioso. In realtà per arrivare ad una visione complessiva di quella fratellanza esercitata a danno dei governati bisognerebbe anche analizzare le vicende che hanno visto o che vedono come protagonisti tanti fratelli coltelli dediti a scalare banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali, proprietà editoriali, vari settori nevralgici dell’economia e della finanza. Il sacrificio di uomini fedeli alle Istituzioni sistematicamente isolati e abbandonati da uno Stato, formalmente presente solo ai funerali, è la cartina di tornasole che indica l’alto tasso di acidità raggiunto dal sistema paese. Anche se qualche fustigatore di costumi fotografa periodicamente l’insider trading praticato da Tizio, la truffa delle scatole cinesi realizzata da Caio o le tangenti pretese da Sempronio, la Fratellanza Oscura, su cui tutti sorvolano, non è un videogame, e la lunga teoria di vittime che annovera l’Italia ne è la conferma. Per essersi avvicinati, più o meno consapevolmente, a verità ignominiose hanno perso la vita magistrati, testimoni, poliziotti, giornalisti, comuni cittadini e persino qualche prelato che si occupava di faccende un pò troppo “temporali”. Il modus operandi delle élites economico-finanziarie, che venga paralizzata la macchina giudiziaria ope legis o che si ricorra a metodi più spicci per vanificare gli esiti di eventuali indagini, implica una vastità di connivenze ed una trama di relazioni tale da coinvolgere tutti i livelli delle Istituzioni. Chi incappa in determinati reati, come ad esempio quelli di corruzione, oltre che all’improbabile “ludibrio” mediatico, comunque prossimo a scomparire per via legislativa, rischia al massimo una condanna penale simbolica. Le notizie che si rincorrono in questi ultimi mesi riguardano prevalentemente la corruzione di combriccole ammanicate con il centro-destra. Ci viene spontaneo ritornare con il pensiero alla presunta bonifica giudiziale realizzata da “mani pulite” e agli eventi successivi, senza perdere di vista l’attuale contesto economico, che ci vede vacillare insieme ad altri Paesi di Eurolandia. I processi penali di ieri, come anche quelli di oggi, non hanno dato origine ad una catarsi. I “fantasmi” della prima Repubblica si aggirano indisturbati anche nella seconda e i misteri di sempre permangono. Dopo l’eliminazione di alcuni grandi tangentisti, dal 1992 è iniziata la corsa alle alienazioni dei gioielli di famiglia e si sono accelerati i passi per adottare la moneta unica europea. In pochi anni decine e decine di prestigiose aziende italiane sono passate in mani straniere (Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, etc), diverse mega dismissioni ed acquisizioni hanno portato al saccheggio e alla svendita di tutto il patrimonio pubblico. L’Italia è diventata così l’Eldorado delle incestuose liaisons tra banche e imprese che, tra l’altro, hanno fornito l’assist per il crack della Cirio e per quello della Parmalat. Oggi gli Italiani vengono accusati di aver usato l’euro come carta di credito. Non è per caso che i teorici della Transparency International, quelli che tifano anche per la decentralizzazione e per la privatizzazione di quasi tutte le Istituzioni, compresa Polizia, Magistratura e Forze Armate puntino a far emergere gli sconci degli attuali maggiordomi per sostituirli con altri, magari più zelanti? Dato che i benefici della “carta di credito” non sono stati raccolti dai cittadini e a questi bisogna pur lanciare qualche osso per distrarli, la domanda non ci sembra peregrina. Gli Italiani hanno già pagato per gli incarichi e gli onori che Goldman Sachs ha riservato a certi “sinistri” ed oggi stanno firmando altre cambiali per il governo dei “destri”. Naturalmente le oscene ruberie maturate all’ombra della Protezione Civile, gli illeciti realizzati dalle cordate allestite contro Air France, le tangenti sul business eolico, gli affari connessi a certi commissariamenti, la turpe spartizione dei soldi pubblici e tante altre vicende analoghe finiranno in una bolla di sapone come quelle oggetto dell’inchiesta “Poseidone”. Il brivido della crisi greca e le mezze parole di Giulio Tremonti ci preoccupano più di quanto lo possano fare tutti quei processi farsa che si celebrano nelle aule di Giustizia. Ma non sarebbe meglio dare in beneficenza tutto quello che si spende per procedimenti giudiziari già morti in partenza, come il passato ben dimostra? Dopo essere finiti in pasto alla UE e al FMI, si sta portando a compimento l’eutanasia dello Stato sociale. Wall Street ha trovato la nuova Terra Promessa in Europa e il nostro Paese, già fragile per l’entità del debito pubblico, non è neanche in grado di esprimere un governo nazionale idealmente capace di fronteggiare l’assalto definitivo della BIS (Bank for International Settlements). Jean- Claude Trichet sostiene che l’impegno della BIS è “un passo avanti” per affrontare la crisi generale ed è convinto che la complessa situazione finanziaria richieda un’aristocrazia qualificata per l’esercizio di una direttiva globale. Dato che il governatore della BCE tesse gli elogi dell’istituto finanziario più potente della terra ci sia concesso di nutrire qualche dubbio. Grazie all’indefessa opera dei fratelli d’Italia abbiamo perduto la sovranità monetaria, l’industria nazionale, l’identità culturale, la sostanziale possibilità di autodeterminarsi e ci avviamo a grandi passi verso una terrificante dittatura tecno-finanziaria. Il calvario dei settori più vulnerabili della popolazione è cominciato con l’avvento dell’euro e si è marcatamente accentuato dopo la crisi dei mutui subprime americani. Se non si trova un antidoto per il velenoso cocktail di misfatti nazionali ormai trangugiato ci si prospetta un futuro di instabilità, di schiavismo, d’impoverimento materiale e di abbrutimento psichico. La fine tragica e disperata di Mariarca Terracciano, morta per protestare sia per il mancato accredito del suo stipendio che per quello di tutti i dipendenti della ASL inadempiente, segna la distanza tra governanti e governati, segna la distanza tra chi si ingrassa a spese di tutti e chi vede violati i propri diritti minimi.  

 

Antonio Bertinelli 16/5/2010       

Deficit di rappresentanza
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2010


I discorsi altisonanti di questi giorni mal si conciliano con la storiografia delle vicende precedenti e susseguenti l’unità d’Italia. Da sempre si glissa sui saccheggi e sulle violenze di alcuni garibaldini; si tace sulle sanguinose repressioni siciliane di Biancavilla, di Cesarò, di Randazzo, di Maletto e di Bronte, dove per mano di Nino Bixio si è compiuta una strage; si stende una coltre di silenzio sulle decine di migliaia di morti che in Campania si opposero all’occupazione piemontese e sui crimini perpetrati dall’esercito sabaudo. Il passato dell’Italia, prima scissa in regni e signorie, poi unita definitivamente nel 1870, quel passato che non indulge alla retorica, contribuisce a spiegare l’atavica sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, i modi di arrangiarsi per difendersi dai suoi sgherri e dalla sue angherie, la diffusa predisposizione dei grimpeurs ad uscire in fretta dalle fila dei vinti. Nel Paese delle camarille e delle cordate, dove i demeriti non sono affatto un handicap, ci si colloca prevalentemente per chiamata diretta. Per quanto il concetto di meritocrazia vada preso con le molle se non consente a tutti di affrancarsi dall’ineguaglianza e dalla limitatezza delle opportunità, bisogna riconoscere che, prescindendo dal possesso di particolari doti, non potrà mai nascere un’appropriata classe di policy makers, di leaders, di managers della Pubblica Amministrazione e persino di azionisti capaci di guidare le imprese di famiglia. Quasi ovunque, e segnatamente in ambito politico, l’accesso è regolato per cooptazione. Un costume che, se da una parte assicura la continuità delle linee di comando e delle solite compagnie di giro, dall’altra blocca il ricambio delle élites dirigenziali, fa mancare aria alle nuove idee ed impedisce qualunque forma di evoluzione. Va inquadrato in questa logica anche il “sabotaggio” delle primarie nello statuto del Pd, che causa il cruccio della base e per cui, da alcuni giorni, si duole sul blog Alessandro Gilioli, arrivando a definire doroteo lo statement di Pierluigi Bersani. Vorremo ricordare a tutti quelli che pungolano i capi di un partito liquido, comunque lontano dalle aspettative dei suoi simpatizzanti, che un sistema di traguardi e di valutazioni oggettive, misurabili, paragonabili ed equiparate non è funzionale ad un aggregato politico migrante verso una qualunque forma di potere. Chi guida più o meno palesemente la navigazione del Pd non è sicuramente un minus habens. Conosce perfettamente l’architettura istituzionale e sa bene che, offrendo i suoi servigi per riorganizzare i poteri fondamentali dello Stato, così come pretende il monarca, contribuisce fattivamente al crollo dell’intero edificio. Chi briga dietro le quinte non si cura più di dissimulare la montatura cinematografica con cui ha ingannato per anni l’elettorato. Ritiene che, per rimanere in sella, debba ostacolare ogni forma di trasparenza e modellarsi sul magma caotico che da molto tempo attanaglia l’Italia. Nessun evento sembra utile per unire le forze dell’opposizione e lo stato generale dei media, mai scaduto a livelli così infimi, contribuisce a tenere sotto anestesia gli Italiani. Qualche giorno fa si è concluso a Palermo il processo Hiram, che ha visto coinvolti colletti bianchi, mafiosi, massoni e faccendieri interconnessi, tra l’altro, anche per pilotare determinati procedimenti in Cassazione. Storia con poche luci e molte ombre praticamente ignorata da tutti i giornali. Gioacchino Genchi, gia brillante funzionario di Polizia, stritolato oggi da un ingranaggio messo in moto dopo le dirompenti inchieste avviate da Luigi De Magistris, conduce solitariamente una battaglia contro coloro che hanno in spregio lo Stato di Diritto. Il poderoso lavoro (confluito in ottocento faldoni) svolto dal procuratore Agostino Cordova con le indagini di “mani segrete” è finito a suo tempo nel nulla. Sono note le recenti traversie dell’inchiesta “why not”. Grembiuli e compassi, simboli di arti e mestieri ormai desueti, spuntano periodicamente in tutte quelle confuse storie giudiziali che riguardano accordi o affari definiti con il partenariato di mafie, servizi segreti e grand commis. Il filo conduttore che collega pezzi di Stato e poteri oscuri non ha mai conosciuto soluzioni di continuità. Anche le vicissitudini di Ferdinando Imposimato, costretto a lasciare la Magistratura insieme alle inchieste sulla banda della Magliana e sulla strage di via Fani, sono a confermarlo. La corruzione dei governi, le intercettazioni abusive e i ricatti fondati sulle fragilità personali sono una costante nella vita politica ed economica italiana. In questo ultimo quindicennio si sono perfezionati gli strumenti ed è aumentata la spregiudicatezza. Gli ex “compagni” che hanno imparato presto a veleggiare tra le pericolose secche del potere senza arenarsi non amano la democrazia partecipata. Sanno bene che le elezioni primarie della dirigenza, così come la revisione del “porcellum” elettorale, possono mettere in discussione qualunque leadership. Se non ci si sente sicuri, e dubitiamo che i trascorsi di certi personaggi possano contribuire a rassicurarli, è meglio non rischiare l’avvento del nuovo. Bersani, prevedibile latore di un déjà vu, prigioniero di un apparato arrugginito, non può cedere al sentimentalismo e così finisce per entrare nei panni della Sibilla.

 

Antonio Bertinelli 13/5/2010


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Il sol dell'avvenire
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2010


La fitta ragnatela economica-finanziaria che sta avvolgendo la Grecia e che minaccia di strangolare altre nazioni, Italia inclusa, dipende dal radicamento del modello di sviluppo americano. Dopo essere entrati nel cono d’ombra del capitalismo globale, senza che le politiche dei vari paesi abbiano mai sostenuto una qualche forma di multipolarismo, oggi paghiamo pegno al dominio planetario delle banche e arretriamo davanti alla speculazione dei grandi finanzieri. I governi di sinistra, a cominciare dai primi anni novanta del XX secolo, hanno alienato gli “scudi” economici nazionali. Quelli di destra, mentre lasciano che le combriccole degli amici gozzoviglino con il denaro pubblico, continuano ad applicare la politica del rigore, la quale grava esclusivamente sulle fasce più deboli della popolazione. Giovanni Falcone era riuscito ad inquadrare le eterogenee lobbies che avevano messo gli occhi sui settori strategici dell’economia statale e che stavano collaborando per appropriarsene. Il coraggioso magistrato non ebbe modo di conoscere l’epilogo della storia, così come non ebbe modo di assistervi Paolo Borsellino, ma gli errori di quelle “vendite”, curate principalmente da Romano Prodi, le scontiamo ancora oggi. Mutatis mutandis, l’avvento del berlusconismo ha visto proseguire l’assalto ai forzieri e ai patrimoni comuni. Camuffate nelle forme più diverse e nei più svariati modi, sono aumentate le rendite parassitarie e i sussidi che le famiglie dominanti si autoelargiscono a spese di tutti. Gli imprenditori che non sbaraccano per aprire stabilimenti nell’Europa dell’Est o addirittura in Cina, possono contare su manovalanza asiatica, africana e sudamericana disposta a lavorare 12 ore al giorno per un tozzo di pane. Quella in esubero finisce poi a marcire nei centri di identificazione e di espulsione. Esistono sovvenzioni di Stato e si fanno affari persino sull’immigrazione dei nuovi schiavi. Dopo aver rinunciato ad ogni forma di dignità la stagione dei saldi non conosce fine, si vende e si compra di tutto, inclusi i voti e gli scranni parlamentari. Per dirla alla maniera di Arthur Rimbaud sono “À vendre les corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de toute sexe, de toute descendance et le bruit, le mouvement, et l’avenir qu’ils font!”. Che sia per il volere di circuiti oscuri, interessati a far trapelare determinati scandali, o per l’abilità professionale di qualche giornalista “libero”, le nefandezze del potere affiorano con cadenza regolare. Ovviamente non finiscono in Tv, ma le gole profonde che ci partecipano le attività truffaldine di questo o di quel politico, di questo o di quell’imprenditore, di questo o di quel banchiere non mancano mai. Ora da un episodio, ora da un altro, emerge come il Popolo, che a detta dei governanti è rappresentato, difeso e condotto al sol dell’avvenire, sia invece triplicemente circuito. Già imbrogliato dalle oligarchie che condizionano lo scacchiere economico internazionale, viene ulteriormente spogliato dallo Stato che va in soccorso della finanza in affanno per crisi sistemica e, in ultimo, subisce le angherie dello Shogun che gestisce la quotidianità per conto dell’imperatore. La tanto celebrata democrazia è progressivamente scivolata verso il rigido dominio dei cittadini attuato per mezzo della propaganda, degli illeciti, della violenza e delle norme ad hoc. E’ avvilente constatare la cultura dilagante del favor rei e del favor debitoris. Se l’Europa non ride, se la Grecia annaspa, se l’euro traballa, l’Italia, oltre che con il suo debito pubblico, deve anche misurarsi con le pistole puntate alle tempie di chi informa, di chi dissente e di chi è comunque fuori linea. I manovratori non devono essere importunati con critiche, appelli, istanze e neppure con la satira. La casta degli “eletti” si arroga il diritto di stabilire insindacabilmente quali sono i suoi alleati e quali sono i suoi nemici, mira ad ottenere una privacy blindata per imperare sulla politica, sull’economia e soprattutto sulle leggi. Secondo quanto affermava Adolf Hitler, la storia mostra come tutti i conquistatori che hanno consentito agli uomini da loro assoggettati di portare armi hanno in tal modo approntato la propria caduta. Dunque è bene che il Popolo non disponga di strumenti idonei per affrancarsi dal giogo e  bisogna fare in modo che solo la gleba si trovi in contrapposizione sulle piazze. Da una parte i “servi” ribelli e dall’altra i “servi” fedeli. Da una parte chi difende magari il proprio posto di lavoro e dall’altra le forze dell’ordine. Morti e feriti, vittime di un qualunque malgoverno, non hanno mai causato lutti alla razza padrona  E’ la logica della guerra riportata su scala ridotta, quella degli assalti alla baionetta e delle decimazioni dei reparti in rotta davanti al nemico, come nella Grande Guerra, o quella dei bombardamenti sulle popolazioni civili, che ha caratterizzato e preceduto l’avanzata delle truppe americane durante il secondo conflitto mondiale. Se gli Stati non fossero corrosi dal tarlo della cupidigia non ci sarebbero frotte di precari e di disoccupati, i piani di assistenza sociale non precipiterebbero in caduta libera, non esisterebbero cervellotici programmi di sicurezza nazionale (?), non si assisterebbe ad un’anomala espansione dei Servizi Segreti, i cortei di protesta non vedrebbero giovani ammazzati dalla Polizia e poliziotti presi a sassate dalla folla. Se lo spirito della Democrazia fosse applicato effettivamente si guarderebbe alla critica delle opposizioni come stimolo per migliorare l’azione dei Governi. Solo per citare qualche caso, ci consta invece che il talk show di Serena Dandini è stato "attenzionato", che Michele Santoro ha subito una denuncia con annessa domanda di risarcimento per aver realizzato una trasmissione sulla Sanità, che Michel Abbatangelo è stato citato in giudizio a motivo della satira fatta sul suo blog e che il Ministro per le Attività Culturali non andrà al Festival di Cannes perché, a suo dire, “Draquila”, il documentario che presenterà Sabina Guzzanti, disonora l’Italia. Forse non si può più gridare al mondo che siamo un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori e di trasmigratori, ma il lustro perduto dal Paese non è certo imputabile alle crude narrazioni di qualche libro o di qualche film. Purtroppo gli esiti connessi “all’ora solenne che sta per scoccare nella storia della Patria” non dipendono dall’agiografia di corte.

 

Antonio Bertinelli 8/5/2010     

Senza tregua
post pubblicato in diario, il 4 maggio 2010


Nonostante il rogo folcloristico con cui si è pubblicizzata l’eliminazione di un improbabile numero di leggi obsolete, avvertiamo il gravame di un apparato normativo che, di mese in mese, ne vede nascere altre per favorire grandi imprese, banche, assicurazioni, produttori di merci adulterate, baronati della sanità, predoni di beni pubblici, grandi ladri ed avventurieri della finanza estrosa. Come se non bastasse, a smentire l’amore di Bersani per la Carta “migliore del mondo”, i soliti pidini continuano ad offrire i loro servigi ai responsabili del cantiere adibito a sferrare la definitiva spallata contro il dettato costituzionale. Grazie agli inconfessabili accordi tra “sinistri” e “destri”, membri dello stesso circolo in perenne simbiosi con i poteri forti, ogni condotta illecita è stata convertita in profitto legittimo. Quando si incontrano difficoltà a rimodulare la legge secondo i desideri del padrone ci viene detto che violarla è cosa buona e giusta. Il rapporto tra pena e comportamento sociale patologico è del tutto sbilanciato. I poveracci finiscono in galera, e in alcuni casi ne escono cadaveri, mentre i protagonisti dei grandi saccheggi restano impuniti. In un quadro legislativo apparentemente dissociato, con un sistema giudiziario inefficace, nella nazione dove gli abusi di potere e la corruzione sono sistemici, per chi si sente diffamato continua ad esistere la possibilità di chiedere riparazione in tribunale. Nel Paese che ha perduto ogni riferimento etico c’è ancora chi bada al prestigio personale e contribuisce ad intasare la macchina della Giustizia dando vita a procedimenti con tempi biblici e dagli esiti incerti. Di sicuro chi imbastisce certe cause vede traballare l’immagine e la realizzazione del sé. A volte i motivi che spingono all’azione giudiziale sono oggettivamente condivisibili, a volte denotano una bizzarra percezione dell’onorabilità, spesso sono solo intimidazioni rivolte a chi ha l’audacia di mettere a nudo i limiti di qualche personaggio pubblico. Non poche di queste citazioni in giudizio lasciano apparire solo le code di paglia degli attori che, incoraggiati dalle blande conseguenze riservate per legge alle liti temerarie, possono usufruire dell’istituto giuridico ad abundantiam per tenere sotto scacco chi esercita il diritto di critica, peraltro costituzionalmente garantito. Trascinare in tribunale chi continua a pensare, a parlare e a scrivere senza chiedere il permesso, specialmente se non può contare sull’assistenza di agguerriti studi legali, è un modo semplice per educare la gente al silenzio o peggio ancora all’omertà. Le azioni criminose di chi occupa i centri di potere incidono sulle dinamiche macropolitiche e macroeconomiche, accelerano il degrado civile e il declino economico del Paese, già investito dalle turbolenze della globalizzazione che stanno spazzando il resto dell’Europa. L’art. 21 della Costituzione non è sufficiente a proteggerci dai misfatti delle classi dirigenti nazionali, né dai programmi delle oligarchie internazionali, ma va difeso ad oltranza onde garantire quel minimo d’informazione necessario per pararsi le terga dai disegni degli “illuminati” che banchettano in Italia, che hanno spinto la Grecia nella condizione odierna e che stanno spingendo l’Eurozona verso la terziarizzazione dell’economia. In cambio di liquidità il Governo greco ha ceduto il flusso dei diritti futuri di atterraggio versati dalle compagnie aeree agli aeroporti del Paese, ha ceduto i ricavi delle sue lotterie, ha sottoscritto un contratto di “interest rate swap” tra Goldman Sachs e la Banca Nazionale, ha concluso altre operazioni analoghe con rilevanti perdite proiettate sul lungo periodo. L’attuale “salvataggio” del bilancio ellenico è stato possibile consentendo ai soccorritori europei di ricorrere ad artifici contabili e monetari le cui ricadute saranno tutte da verificare. Il sacco dello Stivale, con quelle privatizzazioni e con quelle liberalizzazioni fittizie che hanno reso impossibile qualsiasi controllo pubblico sulle aziende strategiche (banche, energia, trasporti, telecomunicazioni, siderurgia, etc.), è cominciato nel 1992 sotto il patrocinio della corona inglese e continua ancora oggi su quello che è rimasto da spolpare. Malgrado la situazione italiana non sia delle più rosee, bisogna fare i conti anche con l’insofferenza di chi si sente diffamato dalla pubblicazione dei suoi trascorsi e con chi ricorre alla Magistratura perché un cronista gli ha fatto troppe domande. Ma cosa dovrebbero fare i cittadini sottoposti al dispotismo dei mercati transnazionali, inseriti in un contesto sociale frammentato, privati del lavoro, con gli stipendi pignorati per la morosità delle aziende da cui dipendono, alla mercè di affaristi privi di scrupoli ed assoggettati a piani di austerità sempre più duri per il debito potenzialmente inestinguibile contratto dall’Italia? Il nostro modello socioeconomico è stato rivoluzionato, il canovaccio programmatico di chi governa si è sostituito alla tutela degli interessi collettivi, le delocalizzazioni industriali fanno involare le fabbriche nei paesi ad economia emergente lasciando a terra gli addetti e il loro know-how. Le lacrime e il sangue di prodiana memoria, con il crescente depauperamento del capitale comune, sono un’inezia di fronte al linguaggio asettico delle cupole bancarie anglo americane a cui gli Stati hanno ceduto prima la loro sovranità monetaria ed oggi, per evitare la bancarotta, stanno cedendo il controllo del loro territorio e delle loro ultime risorse. I “piani di rientro” in stile FMI e/o UE significano la riduzione delle aspettative di vita, il decremento dei redditi, lo smantellamento dei servizi sociali, la contrazione dell’assistenza sanitaria e l’arretramento dell'istruzione pubblica. In altri termini le nazioni finiscono per assumere sempre di più i connotati di economie a pedaggio dove ognuno è obbligato a pagare ovunque e comunque una quota d'ingresso anche solo per vivere, dove i bisogni primari non sono garantiti e i morsi di un’esistenza precaria si fanno sentire. Nel futuro che ci sta preparando la razza “eletta” forse mai più nessun giornale oserà pubblicare le gesta di allegre combriccole dedite allo sciacallaggio o il discutibile cursus honorum di un politico, di un banchiere, di un pirata della finanza, ma è certo che anche i numeri trentatre delle varie confraternite non saranno altro che numeri. Alla nostra stessa conclusione può ben arrivarci anche chi sottoscrive tutto con impareggiabile nonchalance.

 

Antonio Bertinelli 4/5/2010


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permalink | inviato da culex il 4/5/2010 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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