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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Non sempre ai tuoni segue la pioggia
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2010


Il potere è facoltà di disporre della libertà altrui, di influenzare, controllare, guidare la vita di una comunità politica attraverso una mescolanza variabile di strumenti, compresi quelli coercitivi e non ultimi quelli mediatici. Il potere, da sempre, si presenta come possibilità di dominio. L'identificazione di potere e ingiustizia permette a Trasimaco di sostenere che l'ingiusto, essendo forte, è in grado di sopraffare i giusti e quindi di trarne vantaggio anche attraverso la produzione normativa. In questa società del possesso dove i valori tradizionali, se mai chiamati in causa, sono sbandierati per ingannare il prossimo, i camaleonti hanno buon gioco. Con i governi avvicendatisi dopo Tangentopoli il vecchio padrone delle ferriere, anche se con tecniche maggiormente sofisticate rispetto a quelle del passato, è tornato più forte di prima. Imbaldanziti dalle innovazioni in materia giuslavoristica e dal clima politico di questi ultimi anni, i grandi prenditori dettano legge. La vicenda dei tre operai della Fiat licenziati e reintegrati non è unica. Ci sono stati tanti altri casi dove quanto stabilito dal giudice non ha sortito l’effetto sperato perché le aziende hanno scorporato il ramo interessato dalla sentenza o hanno cambiato ragione sociale. Nel caso di Sergio Marchionne si presenta una situazione più articolata. Alle spalle dell’a. d. della Fiat c’è  la Philip Morris, multinazionale statunitense dai poliedrici interessi commerciali, che è tra quelle più beneficiate dalle privatizzazioni serbe seguite allo smantellamento della vecchia Jugoslavia. Figuriamoci quanto possono ormai incidere i politici italiani sulle scelte tattiche di certi colossi. Visto fin dove siamo arrivati, accantonando gli ideali dietro cui non è facile nascondersi dopo tanti anni di fiancheggiamento, ci sorge spontaneo chiedersi come mai Gianfranco Fini abbia rotto con il Pdl e lo ha abbia fatto solo ultimamente. Ormai oltre che tra i governanti il marcio è nello stesso spirito delle leggi. Ci sono norme che attaccano il mondo del lavoro, che riducono la trasparenza, che mortificano il libero mercato e la capacità imprenditoriale; che vanificano la concorrenza, che promuovono la formazione di cartelli e di consorterie varie, spesso vere e proprie associazioni a delinquere. Poi ci sono quelle nate esclusivamente ad usum domini. Dopo aver subito le varie “riforme della Giustizia”, la legge non è più uguale per tutti e lo sarà sempre di meno. C’erano una volta la maggioranza che “governava” e l’opposizione che “controllava”. Ora esistono il partito del fare e poi tutti gli altri, a volte in ordine sparso ed altre volte uniti nel malaffare coltivato e promosso da lobbies nazionali ed internazionali. Parafrasando Giorgio Bocca non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile che la disonestà al potere. Ed allora perché, mentre tutti gli altri reggono il sacco ben sapendo che se cade il boss finisce il banchetto, i finiani sembrano intenzionati a rompere il sodalizio? Uno dei molti problemi dell’Italia, peraltro già indebolita come Paese della Ue, dall’euro e dalla globalizzazione, non è tanto stabilire chi si candiderà alla successione di Silvio Berlusconi ma è quello di trovare i modi per sconfiggere il disegno di sovvertire il suo assetto costituzionale e le opportunità per sganciarsi dal new world order. Tutte le operazioni del capitalismo transnazionale, che sono parte integrante del Washington Consensus, stanno dividendo il pianeta come una torta ed anche noi ne stiamo pagando gli esiti. Lo sanno sia G. Tremonti che P.L. Bersani, ma non ne parlano. Sinistra e destra, fittiziamente contrapposte, sono fuse con i programmi e con le strategie affaristiche sia di Confindustria, sia quelle d’impronta anglo-americana che hanno visto i prezzi dell’oro quadruplicare rispetto al 2001. L’Italia è diventata il far west delle “libertà” dove alle scorrerie dei berluscones si sono aggiunte persino quelle di Mu'ammar Gheddafi, che adesso vuole arrivare a detenere il 10% dell’Eni. Come sanno bene certi intraprendenti pugliesi e come sanno anche i cattolici di C.L. i soldi non puzzano, gli affari non conoscono confini o colori di partito. Nel Pd odierno si fa appena cenno alla situazione economica, all’impoverimento dei cittadini alla débàcle del sistema produttivo e alle speculazioni. Gli ex aennini hanno votato tutte le leggi che sono serviti al capo e ai suoi sodali. Parlare di legalità solo oggi è davvero un fatto curioso. Può e vuole Fini realizzare un blocco politico-sociale a presidio della Repubblica? Diversi fatti ci portano a pensare che dietro ai finiani ci siano interessi mossi da Wall Street, dalla City e dalla Commissione Europea. Niente di nuovo sotto il sole. Difficile immaginare che a questi tuoni segua la pioggia. Abbiamo visto Massimo D’Alema spianare la strada all’impero mediatico di Berlusconi, abbiamo visto conferire ad Emma Bonino  l’Open Society Prize di George Soros, abbiamo visto Fini insignito della Menorah d’Oro, abbiamo visto celebri arrampicatori nominati Gentiluomini di Sua Santità. Oggi spezziamo una lancia in favore della piazza per un’Italia che vuole rinascere dalle macerie, e non solo quelle dei terremoti, sotto cui è stata sepolta.

Antonio Bertinelli 30/8/2010

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Morire è un dovere
post pubblicato in diario, il 22 agosto 2010


Da un ventennio le condizioni materiali di vita di gran parte della popolazione planetaria segnano un graduale regresso sotto i colpi della competizione internazionale e dei mercati globalizzati. Un pò dappertutto si sta verificando un attacco ai salari, alla stabilità del posto di lavoro, ai diritti dei dipendenti e alle conquiste sociali raggiunte dalle generazioni precedenti. Le richieste che salgono dalle classi subalterne si scontrano con l’avidità di un capitalismo ormai senza regole. L’idolo del neoliberismo si identifica con l’impresa privata, con l’individualismo, con la presunta sensatezza dei mercati, con il profitto e con il Pil. Questi feticci sono i nemici giurati del bene comune, del pubblico, dello Stato, delle regolamentazioni e delle tutele collettive, e lo sono aprioristicamente. In ossequio ad un’orgiastica celebrazione del privato, dove, secondo la vulgata neoliberista, regnerebbe l’efficienza, vengono sottoscritti trattati internazionali che limitano le sovranità nazionali, svuotano la funzione mediatrice degli Stati impossibilitati ad implementare politiche monetarie indipendenti, facilitano lo sfruttamento del lavoro, inducono all’abbattimento del welfare. I giochi di prestigio del capitalismo finanziario globale si riflettono sulla produzione reale dei diversi Paesi, scaricando il peso delle rapine sui ceti meno forti. Lo Stato sociale europeo, a lungo sopravvissuto agli attacchi dei critici, sta morendo dissanguato per andare in soccorso di chi ha svilito il lavoro ed ha aumentato le diseguaglianze. Scuola, pensioni, sanità, diritto sindacale, sussidi ai disabili, insomma i cardini della cittadinanza nelle democrazie, sono sotto tiro incrociato. Il welfare, dipinto solo come coacervo di sprechi e di clientele, è un lusso insostenibile che va sacrificato in nome del risanamento dei bilanci pubblici. Con l’ingresso nell’euro alle condizioni sottoscritte dalla dirigenza italiana si è realizzato il divorzio tra crescita, occupazione e redistribuzione del reddito, sono venute a mancare progressivamente le basi per il consenso e per uno sviluppo sostenibile. Agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo si stavano concludendo dei cicli economici, ma nessuno sembra abbia voluto o potuto prenderne atto per ridisegnare l’intero panorama nazionale. L’inclinazione parassitaria del capitalismo globale ha trovato in Italia i suoi migliori cerimonieri e tanti suoi cinici protagonisti. In quegli anni Romano Prodi scrisse un breve saggio (Il capitalismo ben temperato) dove lasciava intendere che con qualche “aggiustamento” saremmo arrivati ad un sistema sociale giusto ed equo, senza bisogno di sommovimenti. Poi venne il regno di Silvio Berlusconi. Oggi la crisi incalza però, dai dati semestrali delle grandi imprese, banche incluse, appare che gli affari non sono andati male, anzi i risultati sono stati straordinari. Non è solo l’Italia a far registrare utili stellari, anche le principali imprese straniere e varie multinazionali lasciano emergere dai loro bilanci profitti di tutto rispetto. Invece, in tema di occupazione, peggio se precaria e sfruttata, non si intravede alcuna novità positiva. Per i lavoratori non ci sono dividendi. Se allarghiamo i nostri orizzonti possiamo notare che gli apologeti della massimizzazione del profitto debbono cominciare a fare i conti con gli scioperi dei cinesi e con quelli dei lavoratori tessili del Bangladesh. Non siamo ancora giunti a quelle condizioni dantesche di sfruttamento, ma va detto, e solo per limitarci al Ministero dello Sviluppo Economico, che esistono vertenze pendenti per settanta situazioni industriali drammatiche. Il verminaio italiano ha consentito all’élite globalizzatrice ed ai suoi principi ispiratori di poter attecchire meglio che altrove. Dopo aver causato un numero impressionante di cassintegrati, di disoccupati e di precari, dopo aver reso difficile le condizioni di vita di milioni di persone, la crisi, prodotta da un gigantesco impasto di sfruttamento e di marciume, chiama a rapporto i disabili. Invece di far pagare, almeno in parte, i costi del disagio a chi realmente l’ha prodotto (banche ed imperi finanziari), la politica, travolta da una teoria infinita di ruberie e di malaffare con sigillo bipartisan, presenta il conto persino a chi subisce una delle peggiori precarietà esistenziali. Secondo Giulio Tremonti “Questo è un Paese che ha due milioni e settecentomila invalidi e si pone la questione se un Paese così può essere ancora competitivo”. Nell’Italia dei “decessi bianchi”, dove un figlio di 23 anni, che muore schiacciato sotto alcune travi, non merita neanche un indennizzo economico, accade di sentire anche questo. E pensare che cotanto ministro, durante il meeting 2009 di C.L., tenne una lezione su Dio, patria e famiglia. La battaglia contro i finti invalidi è naturalmente legittima ma il Governo ha colpito i disabili veri ed i loro familiari. Fino ad oggi sono state revocate quarantamila pensioni di invalidità e l’Inps ha in programma di effettuare verifiche, nell’arco di quattro anni, senza adottare un criterio minimo di screening, su circa ottocentomila soggetti. Esiste una “piaga” dell’assistenzialismo o è in atto una caccia alle streghe? Dato che diverse istituzioni, come ad esempio l’assessorato dei servizi sociali della Regione Veneto, hanno più volte affermato, sulla scorta delle visite precedentemente effettuate, che non esistono falsi invalidi, ci è dato supporre che la ratio legis sia diversa rispetto a quella propalata dai trombettieri del regime. Anche in presenza di truffe, così come riportato alcune volte dalle cronache, non è forse lecito pensare che le pensioni revocate riguardino prevalentemente disabili veri a cui è stata ridotta la percentuale di inabilità di uno o due punti? Quanti tra i quarantamila “falsi” non hanno mai ricevuto avvisi dall’Inps? Quanti sono i genitori con figli autistici e deficit mentali medio-gravi? A fronte del finto cieco sorpreso alla guida, quanti invalidi veri esistono a cui non è stata mai accordata la pensione? Quanti sono i titolari degli assegni revocati denunciati all’autorità giudiziaria per aver indotto in errore, con artifici e raggiri, le commissioni mediche che hanno loro concesso l’assegno di invalidità? Ci sembra evidente che, nel caso fossero state perpetrate delle truffe, i quarantamila “imbroglioni”, dovrebbero essere deferiti alla Magistratura, insieme ai medici che hanno certificato degli handicaps inesistenti. E’ bene ricordare che l’assegno mensile di assistenza è attualmente riconosciuto ai disabili civili con invalidità accertata oscillante dal 74% al 99%. L’importo mensile è pari a 256 euro. Per godere dell’assegno bisogna inoltre essere iscritti alle liste di collocamento e non superare il reddito annuale di 4409 euro. Nell’Italia dove il malaffare tangentizio grava sui cittadini per cinquanta/sessanta miliardi annui si giustifica la logica della Fiat e di altre imprese che delocalizzano. Il salario medio di un operaio serbo è di 270 euro mensili. Un operaio cinese lavora alla catena di montaggio sei giorni a settimana per 10/12 ore al giorno. Dunque alla luce di certi criteri, guardando alle infinite opportunità di fare profitto in Asia, dopo aver stravolto i diritti dei lavoratori, specialmente se giovani, dopo aver criminalizzato statali e pensionati, era fin troppo ovvio che Tremonti si dovesse occupare degli ultimi “fannulloni” rimasti, le persone malate impossibilitate a produrre reddito e comunque miseramente assistite in base ad esami medici generalmente non eseguiti con facilità e leggerezza. Le metodologie di questo Governo sono certo un pò diversi da quelli del Terzo Reich ma il modo di individuare le colpe e di addossarle sempre ai più deboli sembra arrivare direttamente da certi regimi del passato. Non crediamo che Bossi, quello di Roma ladrona, scambierebbe il proprio reddito con i privilegi che potrebbe ottenere dall’Inps senza lavorare, così come fanno altri nelle sue stesse condizioni. Secondo i corifei di Tremonti, il Pil non è influenzato negativamente dai ministri che dichiarano redditi da “quadro”, dalla deindustrializzazione, dalle ruberie sistemiche, dai doppi incarichi dei politici, dagli scudi fiscali, dai condoni immobiliari, dalle paranze che operavano all’ombra della Protezione Civile ed ovviamente anche da chi percepisce illecitamente una pensione, ma se il Paese langue è colpa dei metalmeccanici e degli invalidi. Le loro pretese sono una zavorra alla crescita e allo sviluppo del Paese. La festa per l’Unità d’Italia (che non c’è) è costata, salvo omissioni, circa ottocento milioni di euro, ma non siamo in fase di austerità tanto da spingere i più fragili ad avvertire il dovere di morire per non pesare sugli altri? Il nostro pensiero vola alla recente scomparsa di Francesco Cossiga. L’uomo, che ha vissuto da discusso protagonista gli anni più violenti dell’Italia repubblicana, che si è portato nella tomba tanti segreti inconfessabili, non ha voluto i funerali di Stato. Ci viene da scrivere che conosceva fin troppo bene certi suoi compagni di viaggio per desiderarne la presenza al suo ultimo rendez-vous. La pausa estiva volge al termine e la politica dai bilanci floridi continua, come sempre, a non occuparsi di emergenze e di fragilità sociali. Ognuno sta tirando acqua al proprio mulino e quasi tutti, in maniera più o meno consapevole, stanno implicitamente augurando lunga vita a Cesare. Se questo Governo dovesse cadere gli Italiani non dovrebbero augurarsi nuove e rapide elezioni. Con l’attuale controllo dei media qualche narciso potrebbe magari posizionarsi meglio al sole, i partiti celebrerebbero un ennesimo baccanale a spese dei contribuenti, ma l’esito del voto sarebbe del tutto scontato. C’è chi da tempo va scaldando i muscoli, ma non accordiamo alcun credito ad un esecutivo “tecnico” che, per ovvie considerazioni, potrebbe adempiere solo ed esclusivamente ai desiderata dei consueti poteri forti. Lasciamo volentieri il déjà vu alle costruzioni di muratori più o meno noti. Sarebbe desiderabile che l’inquilino del Colle, affrancandosi dalla sue stesse catene, conferisca un incarico “anomalo”, tale da facilitare la nascita di una sorta di comitato etico. Questo improbabile esecutivo dovrebbe “revisionare” almeno un paio di leggi prima di rimettere in moto la macchina acchiappa-citrulli periodicamente allestita ad uso degli elettori.

Antonio Bertinelli 22/8/2010    



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Anamnesi, diagnosi, prognosi
post pubblicato in diario, il 5 agosto 2010


Negli Stati Uniti, nel corso del 2010, subissate dal peso dei debiti, sono fallite oltre cento piccole banche, che vanno ad aggiungersi alle centoquaranta dell’anno scorso. Mentre il futuro dei colossi bancari e delle multinazionali appare sempre più ricco di promesse, il default dei piccoli istituti e delle piccole imprese graverà su tutti gli Americani. I conti federali si stanno deteriorando a vista d’occhio e il debito Usa ha raggiunto cifre stratosferiche. Le celebri “Big Six”, quelle che hanno dato origine al collasso del sistema, (Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan, Wells Fargo) posseggono un patrimonio pari al 60% del Pil statunitense e la politica non ha gli strumenti per limitarne il potere. La battaglia contro gli abusi e le frodi commesse ai danni dei cittadini dalle varie lobbies è del tutto impari. Il Segretario al Tesoro USA, che qualche mese fa, faceva fuoco e fiamme contro le grandi banche d’affari e i derivati, è stato costretto ad innestare la retromarcia. Ancor prima di vedere esportati nel mondo i loro modelli socio-economici e finanziari, gli Americani hanno pagato pegno alla minorità di uno Stato “privatizzato” anche nei comparti più delicati. Non esiste potere politico che sia oggi in grado di calcolare gli stanziamenti dedicati alla sicurezza e all’intelligence nazionale. La gigantesca macchina allestita all’uopo poggia su circa duemila organizzazioni private. Dice l’ex generale John R. Vinces :”La complessità del sistema è indescrivibile. Ne consegue che non è possibile sapere se il Paese è più sicuro e se tutti questi soldi servono a qualcosa”. Sia il Ministro della Difesa che il Direttore della Cia ammettono che in questo settore esistono più persone sensibili agli interessi degli azionisti che a quelli degli Usa. Attraverso la raccolta capillare di dati, si sta creando, anche con la complicità delle oligarchie europee, un campo di prigionia elettronica globale. Si sta organizzando progressivamente un super-stato delle corporations, con perdita delle principali libertà civili e con i vari governi nazionali del tutto subordinati al grande business. L’Italia fa parte di questo universo sistemico e ruota attorno al sole gassoso del nuovo ordine mondiale, che non persegue di certo una maggiore equità sociale. Il suo indebitamento non è un epifenomeno dell’economia reale, ma è il risultato di governi che hanno ceduto la sovranità monetaria nazionale, hanno dilapidato e svenduto le risorse comuni mettendo tutto sul conto di Pantalone. Ora ai danni prodotti dal berlusconismo si aggiunge infine l’insostenibilità del disavanzo. Per contenere il deficit pubblico, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto recentemente approvare dal Parlamento magiaro una legge che impone alle banche, alle compagnie assicurative e ad altri istituti finanziari una tassa sugli utili. Orban ha ritenuto giusto agire nell’interesse del Paese senza sottomettersi all’incipit degli organi di controllo internazionali, che impiegano le attività finanziarie e i ricatti come un manganello per tenere allineati gli Stati europei sotto la “vigilanza” delle strategie geopolitiche-economiche di marca statunitense. Forse, tassando certi istituti anziché tappare le falle con il denaro dei cittadini, l’Ungheria sta giocando col fuoco, ma questa scelta in Italia non è neanche lontanamente ipotizzabile. Noi abbiamo una consolidata tradizione di intrecci tra mafie, politica e massoneria deviata (?) che hanno pervaso tutti i gangli dello Stato. La corruzione è diventata endemica e il vampirismo esercitato tramite le cariche politiche coinvolge quasi tutte le formazioni partitiche. Queste, solo per il “servizio” prestato in forza alla seconda Repubblica, hanno immesso nei loro forzieri tre miliardi di euro pagati dai cittadini. I recenti scandali dei “quattro pensionati sfigati” rappresentano la linea di continuità di quel potere tanto antico quanto attuale che continua ad incombere sull’Italia di Silvio Berlusconi. Non mancano sicuramente altre oscenità per offrire spunti di discussione a chi ventila o desidera un avvicendamento dei governanti. Ma chi dovrebbe subentrare? In questo film non “arrivano i nostri”. Basti pensare alle parole di Pierluigi Bersani, (meglio Giulio Tremonti che una crisi), per fotografare le chances offerte al Paese da chi rappresenta il maggiore partito di “opposizione”. Un Pd che, non organizzando una resistenza di massa e non sostenendo una mobilitazione permanente, un Pd che insegue l’agenda dettata dal premier e dai suoi sodali usando il loro stesso linguaggio, appare persino incapace di recitare degnamente la parte assegnatagli nella commedia politica italiana. La precarietà giovanile, la disoccupazione crescente e la destabilizzazione economica, esplose dopo la convinta adesione al capitalismo globale, non sono imputabili solo al centro-destra che, pur oltrepassando ogni limite di decenza nella gestione della Cosa Pubblica, ha potuto contare per anni su una miriade di organiche complicità trasversali. Anche se il mondo politico nazionale è entrato ultimamente in fibrillazione, non esistono gli uomini né le condizioni per uscire dalla trappola del mondialismo economico-finanziario e per ricucire il tessuto sociale lacerato dal berlusconismo. Non crediamo ai miracoli di futuribili governi tecnici, peraltro già sperimentati nel passato, ed è difficile che le forze migliori della Società Civile possano organizzare una resistenza idonea ad ottenere una trasformazione dello status quo. Anche Barak Obama, accreditato come eroe del cambiamento, pur essendo riuscito a far passare qualche piccola riforma, ha finito per riallacciarsi agli schemi della consueta politica, fatta di compromessi con i poteri forti, di accordi sottobanco e di promesse non mantenute. L’Obama delle speranze democratiche, dunque, non è lo stesso che ha dovuto e deve misurarsi con la geoeconomia americana. Il deturpato contesto italiano, quello che, solo per limitarci all’ultimo squallido episodio, ha visto nominare i nuovi membri del Csm seguendo ancora una volta solo logiche funzionali alla “casta”, non offre alcuna possibilità di rigenerazione. Purtroppo i virgulti sani del dissenso non dispongono di quel terreno fertile necessario per trasformarsi velocemente in solidi alberi e così fruttare per il recupero della Democrazia. Senza voler scoraggiare chi tenta di coordinare un’opposizione reale e senza rinunciare a qualunque forma di protesta possa nascere dalla Società Civile, ci sembra che per sfuggire a questo deserto valoriale esistano ormai soltanto due opzioni. Chi ne ha l’opportunità potrebbe andarsene all’estero, chi non può stabilirsi altrove dovrebbe rimodellare il proprio stile di vita magari partecipando alla costituzione di piccole comunità, radicate sul territorio e protese a raggiungere la totale indipendenza dal sistema.

Antonio Bertinelli 5/8/2010
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