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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Tercer pais
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2010


Per quello che emerge dalla maggior parte giornali e dalla Tv sembra che la crisi economica mondiale non ci riguardi più di tanto. Da come se ne parla e scrive fin da luglio, a rendere insonni le notti degli Italiani, provvede la vicenda catastalmonegasca che coinvolge il Presidente della Camera dei deputati. Eppure si potrebbero raccontare e tentare di risolvere centinaia di storie preoccupanti che riguardano famiglie in difficoltà, realtà produttive che spariscono e, in generale, il declassamento dell’Italia in ambito internazionale. Con l’avallo di questo governo la linea industriale liquidazionista appare ogni giorno più marcata. Ultimamente la foia smantellatrice sta interessando anche Fincantieri, con il settore navale in procinto di rivedere i carichi di lavoro e deciso a ridurre le maestranze. In linea teorica spetterebbe ad ogni esecutivo, per quanto raffazzonato, stilare un piano d’emergenza per garantire l’occupazione in uno dei settori ancora in grado di offrire prospettive di sviluppo al Paese. Invece gli operai che manifestano a Castellamare di Stabia possono ottenere al massimo una comparsata televisiva di qualche secondo diluita nel mare magnum delle chiacchiere fumogene che irretiscono gli habitués del piccolo schermo. Oltre la siepe del berlusconismo c’è il buio con le sue ombre a cui questo Parlamento di nominati non può, né vuole guardare. La più grande forza di “opposizione” si fa specchio del Pdl finanche nel riprodurre internamente tanti sterili “distinguo” sul nulla. Le parole e le divisioni dei maggiorenti pidini sono tanto utili al Paese quanto lo sono i sofismi degli azzimati portavoce di Futuro e Libertà. I primi si industriano, da tempo immemorabile, per omologarsi al peggio, senza mai ritenersi soddisfatti delle loro performances in sintonia con i desideri del padrone. I secondi, da sedici anni corresponsabili di inenarrabili porcate legislative, provano a convincerci che, malgrado il persistente abbaiare, una loro defezione in corso di Legislatura violerebbe il “contratto” sottoscritto con gli elettori. I dirigenti dell’Idv spingono per il ripristino della legalità e si pongono come alfieri dei più deboli, ma debbono fare i conti con i numeri di cui dispone il partito e con alcuni suoi discutibili organigrammi. I grillini potranno ascendere agli alti scranni soltanto in futuro e presumibilmente in quantità omeopatica. La galassia delle formazioni politiche a sinistra del Pd, costituita da almeno otto sigle, rimarrà forse definitivamente fuori delle assemblee legislative. Con l'augurio che l’intera Società Civile riesca a coagularsi intorno ad un nuovo polo, tutto da inventare, sorge il dubbio che il pensiero di Karl Marx non sia proprio “morto” del tutto. Se l’ode funebre al filosofo ha preso le mosse dal fallimento del socialismo reale, fino a diventare una delle ossessioni del principe, la sua declamazione non ha esorcizzato l’incalzare degli eventi. Le strade della ragione, del Diritto, della giustizia e dell'equità sono diventate ogni giorno sempre di più accidentate. Di pari passo è stata profusa a piene mani la pedagogia della prevaricazione. La frase con cui si apre il primo capitolo del “Manifesto”, “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classe”, è ancora la migliore chiave di lettura per interpretare quanto accade in ambito economico. Se si tralascia l’aspetto seducente di certe promesse marxiane non è anacronistico ritenere che il pensatore di Treviri abbia messo a punto uno strumento singolarmente efficace per comprendere anche le aumentate discrepanze della società occidentale. Che si pensi alla lunga teoria di norme giuridiche prèt-à-porter o alla governance dell’economia è di un’evidenza abbagliante riscontrare come la classe egemone “proclami di non avere altro scopo che il guadagno”. Il vaniloquio di regime oscura la realtà e ci sta portando lentamente verso uno sbocco di tipo sudamericano. In base al Pil, il Messico rappresenta la tredicesima economia mondiale. La distribuzione della sua ricchezza è però così dissimile da far riscontrare sia situazioni socio-economiche da primato che altre analoghe a quelle del Burundi. Il marciume, la disuguaglianza e la violenza scombinano la vita dei cittadini, la sensazione d'insicurezza serpeggia ovunque mentre un’élite avida ed impunita si serve della televisione per opprimere o catturare il consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. La corruzione guida dall’interno la Polizia e la Magistratura. Il sistema giudiziario permette a delinquenti, narcos, mafiosi e politici di prendersi gioco delle leggi. L’Italia non ha particolari affinità culturali con il Messico ma, per entrambi, sono significativi alcuni tornanti storici. Quando, nel 1947, gli Usa impedirono ai messicani di accedere in tutti i modi ai vaccini contro l’afta epizootica le loro mandrie vennero distrutte dal contagio così tanto da squassare l’ossatura economica del Paese. L’apertura dei mercati nel 1994, con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement, causò la scomparsa dei profitti degli agricoltori messicani, i quali, di conseguenza, cominciarono a coltivare piante di cannabis e papaveri da oppio, consentendo la proliferazione esponenziale del narcotraffico. La vita politica del Messico è stata praticamente monopolizzata da un unico partito, tra i capi di governo succedutisi si può annoverare anche il Presidente della Coca Cola, Vincente Fox. L’Italia, fin dalla nascita della Repubblica sotto l’ombrello “pane e lavoro” degli Usa, non ha mai goduto di una vera sovranità nazionale. Il suo tracollo definitivo è iniziato con l’esplosione del villaggio globale, con il ritrarsi dello Stato dall’economia e con l’abbattimento delle frontiere doganali. Il premier, fornito illo tempore di sostegni adeguati all’uopo, seppure con corifei dissimulati sotto le più diverse bandiere, ha creato sostanzialmente il suo partito unico, non fa mistero di quanto sia sensibile al proprio business, a quello degli amici, come e più del management di una multinazionale. Le cure praticate dai governanti messicani hanno prodotto il cosiddetto tercer pais, ovvero una grande striscia di territorio dove non esiste il controllo statale sugli investimenti, dove tutto è lecito, dove il profitto e la corruzione non conoscono limiti. Da noi, per cogliere i risultati della terapia messa in atto dai governi, basterebbe collocare, soltanto per qualche giorno, microfoni e telecamere fuori degli acquari curati da Raiset. Per zoomare la ventennale decadenza italiana sarebbe sufficiente ascoltare i “fannulloni” del trio Brunetta-Tremonti-Gelmini, soffermarsi davanti ad una scuola “riformata” o ad un’azienda in crisi, andare sull’isola dell’Asinara, far parlare i ricercatori dell’Ispra o i nuovi esuberi dell’Alitalia, dare voce ai metalmeccanici della Fiat o ai cassintegrati della Fincantieri. Il nostro drogato tercer pais è in attesa della messa a dimora di improbabili ulivi, si distrae con la saga dei Tulliani e, mentre a Terzigno (Na), sommerso dai rifiuti, si consumano scontri tra dimostranti e poliziotti, soggiace ormai persino alle acrobazie verbali di un transfuga per caso.

Antonio Bertinelli 25/9/2010
Vite a perdere
post pubblicato in diario, il 17 settembre 2010


I suicidi per motivi di lavoro occupano sempre più frequentemente le cronache locali. C’è chi si impicca, chi si da fuoco e chi si lancia da un terrazzo. Anche se i giornali ed i tg osservano il silenzio strutturale instaurato dal berlusconismo, c’è in atto un fenomeno indotto dalla crisi economica che vede soccombere un dark number di uomini, prevalentemente giovani. Si tolgono la vita operai, artigiani, piccoli imprenditori e persino brillanti laureati alla vana ricerca di una collocazione dignitosa. Ogni vicenda lascia un grande senso di smarrimento ed induce a riflettere sui dilanianti percorsi interiori che spingono alcuni a questo gesto estremo. Qualche giorno fa, a Palermo, Norman si è lanciato dal settimo piano della facoltà di lettere. Se fosse stato il rampollo di un “potente”, senza che qualcuno ne valutasse i meriti, si sarebbe certamente sistemato nell’Ateneo dove stava svolgendo il suo dottorato di ricerca e comunque non avrebbe avuto sorte peggiore di una qualunque trota padana. A lui è stato accordato l’“onore” di finire sulla prima pagina di un quotidiano, le altre vittime dell’epidemia silente passano per lo più inosservate. La sua morte raggela come tutte le altre, ma ad essa, a meno che non si tratti di un refuso tipografico, si aggiunge un particolare degno di nota. Il papà di Norman, giornalista, che aveva tentato invano di trovargli un’occupazione, versava circa un quarto dei suoi emolumenti mensili ai politici per i quali lavorava. C’è già chi asserisce che i suoi bonifici erano effettuati su base volontaria. Banditismo e potere si intrecciano mentre la prassi politica imperante ci sta persuadendo nell’accettare che i governanti possano prevaricare finanche con il crisma della legalità. L’assetto mediatico del regime ha lentamente cambiato la forma mentis e l’immaginario collettivo tanto che, per dirla con Giovenale, in cambio del suoi misfatti, c’è chi ha avuto la corona anziché la forca. Coloro che non vogliono essere complici subiscono le estorsioni della “casta”, pagano pegno al turpe lucrum di chi non governa ma comanda ed assistono impotenti al collasso complessivo dell’Italia. La doppiezza, l'insolenza, la grettezza e l’egoismo sono le peculiarità della nuova classe dirigente. Quando esisteva sia la sanzione sociale che la certezza della pena, la collaborazione fra criminalità organizzata e politica era episodica e dissimulata, oggi è regola generale ed è esplicita. Mentre c’è chi vede traballare le sicurezze minime e finisce magari per ammazzarsi, gli alfieri delle libertà soffocano quotidianamente quelle dei cittadini, esercitano le loro fino all’arbitrio, reclamando per di più il diritto di non rendere conto a nessuno. Il loro primo nemico sono le leggi, ora “manettare”, ora “ingiuste”, ora “antiquate”. Gradiscono quelle che offrono impunità per il white collar crime, che consentono di precarizzare il lavoro, di schiavizzarlo o di farlo scomparire dal già ristretto orizzonte dei giovani. Va riconosciuta maggiore onestà intellettuale ad alcuni farabutti dichiarati che a certi sociopatici con incarichi istituzionali. Al Capone affermò che prima di entrare nel racket non immaginava quanti imbroglioni vestivano elegantemente e si atteggiavano a galantuomini pur arricchendosi con affari sporchi. Va da se che denaro e potere siano tra loro in perfetta osmosi, a volte fino a modificare il corso della storia. Il Duca di Wellington non avrebbe potuto pagare l’esercito impiegato nella battaglia di Waterloo senza l’aiuto dei Rothschild, la cui banca, dopo la disfatta napoleonica, ottenne il contratto per il pagamento dei tributi agli alleati della settima coalizione antibonapartista. Le rivolte e le rivoluzioni hanno sempre fatto da catalizzatori di ideali, poi magari, come quella francese, hanno contribuito più all’arricchimento di qualche decina di famiglie che al riscatto dei sans culottes. La “rivoluzione” italiana, iniziata con Tangentopoli, grazie anche al “Mattarellum” e al “Porcellum”, ha visto invece una masnada di tagliaborse immergersi in un’orgia di potere spingendo il Paese alla deriva economica e sociale. In tale contesto il lavoro è diventato uno dei fattori d’impresa, subordinato anche alla logica della globalizzazione per cui i disoccupati sono solo un fastidioso danno collaterale. Le citate leggi elettorali e la diffusa vocazione dinastica hanno assicurato l’impermeabilità e la separatezza delle classi dominanti. C’è insomma spazio e possibilità di adeguate sistemazioni per chi ha le aderenze giuste, per i “figli di” e per quelli di puttana. Gli altri, quelli che non vogliono entrare nella filibusta o soggiacere alle sue regole, restano al palo, retrocedono, emigrano o tolgono il disturbo suicidandosi. Il disagio e la solitudine, anche se hanno il pudore di nascondersi, sono in vertiginosa ascesa. Il circuito perverso della cooptazione, in antitesi ai principi di equità e giustizia, ha lavorato in profondità ed è ormaii potenzialmente dirompente. Fino ad oggi il darwinismo sociale made in Usa, con la conseguente mercificazione dei mondi vitali e dell'habitat culturale, è stato garantito con la contraffazione televisiva e con il sovvertimento delle funzioni istituzionali. Quanto potrà allargarsi ancora la forbice tra dominanti e dominati senza portare conseguenze esiziali anche per i primi? Il diritto inalienabile di poter vivere decorosamente e la possibilità di provvedere con il lavoro a se stessi e alla propria famiglia sono aspetti importanti sia per il benessere psico-fisico della persona che per una convivenza civile degna di essere definita tale. In Veneto, là dove furoreggiano il nepotismo e le truffe sotto le insegne del Carroccio, la Cig sta per finire e ottantunomila lavoratori rischiano di finire sul lastrico. Nel profondo Nord “Roma ladrona” opera da anni in franchising. L’odioso sfruttamento ed ancor più la disoccupazione portano alla sindrome d’invisibilità, da cui prendono origine la diaspora dei talenti, la spinta al suicidio, l’apatia o le insurrezioni. Norman, come tanti altri che lo hanno preceduto, è soprattutto vittima di un sistema di potere che uccide, già nella culla, ogni speranza.

Antonio Bertinelli 17/9/2010
La piazza, ovvero ineluttabilità e rischio
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2010


Per la classe dirigente è iniziata l’epoca del dissenso urlato. Le contestazioni non albergano solo in Sicilia, dove ormai i politici di Roma evitano di mettere piede, ma anche in altre parti d’Italia. A L’Aquila il popolo delle carriole se la prende con tutti, dal sindaco, all’arcivescovo, fino al Governo nazionale. A Como è stato contestato Marcello Dell’Utri, a Venezia Gianni Letta, a Torino Renato Schifani e Raffaele Bonanni. A Napoli i dipendenti delle discariche hanno indirizzato una pernacchia collettiva “a tutti coloro che hanno gestito i rifiuti dal 1993 ad oggi ed hanno venduto la propria dignità per denaro o potere”. Di sicuro le proteste andrebbero calibrate ed il lancio di un lacrimogeno, anche se per difendersi dalle sediate, non ci sembra raccomandabile ma, secondo Aristotele, “non conosciamo il vero se non conosciamo la causa”. Il Tumulto dei Ciompi del 1378 segna, in Europa, una delle prime sollevazioni popolari per rivendicazioni di natura economica e politica. Nel sistema delle corporazioni i lanieri erano tra i più sfruttati ed erano inoltre esclusi da qualsiasi gestione della società. La storia è costellata di lotte di piazza, a volte violente e sanguinose. La piazza porta spesso con se lo spirito rivoluzionario, è simile ad un fiume carsico che ricompare saltuariamente in superficie, evidenziando gli umori profondi di una popolazione che, ad un certo punto, avverte l’esigenza di non affidare più ad altri il proprio destino. Le lamentele dei politici per gli “eccessi” dei dimostranti lasciano il tempo che trovano. Non è affatto improbabile che qualcuno rimesti nel torbido. Per certi aspetti il ventilato esacerbarsi dello scontro sociale sembra essere stato programmato e già messo in conto. Al nostro Paese, scientemente espropriato di una pur apparente sovranità popolare e a rischio di secessione federalista, è stata preclusa la strada verso un futuro degno di essere vissuto. Gli scandali della “casta” hanno imperversato e l’attività legislativa ha mirato a salvaguardare esclusivamente interessi di parte, ad eliminare libertà più o meno consolidate e ad eludere i controlli della Magistratura. Basti citare l’equiparazione tra blog e stampa, il ddl sulle intercettazioni o il “processo breve”. Scuola e ricerca sono state ridimensionate fino a perdere del tutto di significato, il diritto del lavoro ha subito attacchi inauditi. Assodato che su questi terreni le garanzie costituzionali rappresentano un inciampo non sono mancati ripetuti assalti alla Carta. La chiusura o la delocalizzazione di centinaia di imprese, la distruzione di un’infinità di posti di lavoro, il bassissimo livello delle retribuzioni, la destrutturazione del welfare, il gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti, l’enorme evasione fiscale hanno causato una pesante regressione del livello di vita di milioni di persone. Essendo l’opposizione storica complice e prigioniera di questa cultura, ci sembra fisiologico che il malessere diffuso cerchi sbocchi al di fuori di essa. Amministrare è diventato troppo spesso sinonimo di delinquere ed è comprensibile che un giovane rifugga dalle ipocrisie e dalle liturgie. C’è ormai un numero enorme di senza voce, è allora così biasimevole fischiare un politico o un sindacalista organico? Questo sistema di governo ha rinnegato tutti i diritti collettivi e lo ha fatto senza limitazioni di mezzi. Banchieri, finanzieri, padroni, politici, pseudo-sindacalisti e scribacchini possono sempre trovare una tribuna da cui pontificare, ma agli altri cosa rimane per far sentire la propria voce? Resta l’alea della piazza che, in assenza di un’inversione di rotta politica, può verosimilmente esitare verso il peggio. Abbiamo visto i blindati sfondare il cancelli dell'Università La Sapienza a Roma, abbiamo sentito crepitare le mitragliatrici a Bologna, siamo passati per vari tentativi di golpe, abbiamo assistito alla nascita di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, di Anno Zero, delle Brigate Rosse, dei Nap, dei Combattenti per il Comunismo e di tante altre formazioni “rivoluzionarie” con annesse scie di sangue. La nebbiosa storia politica italiana inizia a Milano il 12 dicembre del 1969 con la bomba piazzata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Non sarà una strage isolata, altre cinque insanguineranno il Paese negli anni settanta. A datare da quell’episodio le aggressioni e gli omicidi tra fazioni contrapposte raggiunsero fino ai primi anni ottanta picchi elevatissimi. In quel clima i neofascisti diventarono bersagli e molti vennero uccisi così come accadde ai militanti della sinistra. In quel periodo tante giovani vite, divise per le idee, grazie all’aberrante logica dell’occhio per occhio, furono accomunate nella morte. Non tutti ricordano i nomi delle numerose vittime frutto degli “opposti estremismi”, ma chi visse quegli anni ha sperimentato i perversi effetti delle collusioni tra eserciti clandestini, servizi segreti, organizzazioni criminali comuni e politica. Su quel palcoscenico si mossero in tanti e non certo per amor di patria. Vale la pena di ricordare che il Ministero degli Interni disponeva di un’efficiente rete informativa inserita negli ambienti di estrema sinistra. La rete di Ronga era composta per lo più da estremisti, definiti ironicamente “gli extraparlamentari del Viminale".

Antonio Bertinelli 10/9/2010

Politically incorrect
post pubblicato in diario, il 4 settembre 2010


I promotori della libertà sono in attesa che si sciolga l’oracolo di Mirabello. Gianfranco Fini è diventato il novello omphalos della politica. Al netto degli equilibrismi finiani c’è urgenza di affrontare tutte quelle variabili che si intersecano con i metodi e le scelte di questo governo. Non va dimenticato che l’ex compagno Massimo D’Alema, illo tempore convertitosi al linguaggio e alle ricette dei cerusici del neo-liberismo, ebbe a dire: “Noi abbiamo bisogno dei capitalisti, ne abbiamo bisogno di più, e che siano aggressivi, che facciano bene il loro lavoro. Ecco perché dobbiamo fare le privatizzazioni”. I blandi effetti sul debito pubblico di quell’esortazione, peraltro largamente condivisa, sono scomparsi in un battibaleno e le implicazioni in rapporto all'assetto del Paese nella suddivisione internazionale del lavoro, dello sviluppo economico, dell’equità sociale sono ormai sotto gli occhi tutti. Tra poco arriverà un nuovo autunno caldo. Come possiamo attenderci che un qualche capitano di ventura possa mettere a punto un programma idoneo a restituire “normalità all’Italia? Le sue troppe peculiarità, berlusconismo compreso, si sono agilmente inserite in una trama dominata da forze che non conoscono confini, né controlli. Le oligarchie finanziarie transnazionali hanno messo in piedi una macchina devastante che, avvalendosi di qualunque espediente, più o meno lecito, mirando ad egemonizzare il sistema economico produttivo ed il commercio, sta travolgendo interi popoli in nome del mondialismo felice. I suoi profeti affermano che il traguardo si potrà raggiungere solo con la creazione di una Lega delle Democrazie la cui guida dovrà essere assunta dagli Usa. Per la creazione di blocchi continentali, con annessa frantumazione interna degli Stati che li compongono, siamo già a buon punto. La Ue è stato un ottimo trampolino di lancio ed è solo uno degli ingredienti di un disegno proteso a costituire un governo globale a cui si debbono aggiungere il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'Unione Asiatica, la Comunità Economica Eurasiatica, il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell'Africa, l'Unione del Nord America, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, il Sistema d'Integrazione Centroamericana, etc. Il messianismo globalista afferma di voler stabilire l'uguaglianza tra tutti gli esseri umani al di là delle barriere formatesi per le diverse appartenenze nazionali. In realtà vuole che i cicli produttivi siano spalmati in diverse zone del pianeta, desidera la libera circolazione delle merci, crea manodopera in eccesso, sostiene la politica dei bassi salari, pretende la flessibilità del mercato del lavoro, incoraggia masse di derelitti a fuggire dai Paesi più indebitati per cercare migliore destino in altri territori. Dopo la caduta del muro di Berlino, certi accadimenti hanno preso sempre maggiore velocità. Il decennio 2010 sarà cruciale per tutti, Italia in primis. I guitti della politica, con i loro doppi discorsi, si dissociano dalla società civile negando con gli atti quello che affermano con le parole. Nessuno chiede spiegazioni e solo qualche opinionista “impertinente” osa mettere a nudo la scostumatezza di questo o di quel personaggio, prescindendo naturalmente dalla sua collocazione in un contesto ben più significativo e scantonando dagli argomenti più “pericolosi”. Giorni fa il Financial Times scriveva che l’Italia ha bisogno di una rivoluzione a livello politico e non di superare soltanto il parossismo contingente. I riflessi della nostra situazione si leggono meglio che altrove nel rattrappimento dei consumi alimentari. Il tasso di disoccupazione è inferiore a quello europeo solo grazie alla Cig. Da Gennaio sono quasi settecentomila i lavoratori messi in cassa integrazione. I “precari in deroga”, se mai riavranno il loro lavoro, potranno aspirare ad un'instabilità protratta sine die. L’Italia è uno dei Paesi che più degli altri risente della crisi in atto e non riesce a diminuire i rischi con le proprie manovre economiche, facendo precipitare così le condizioni di reddito e sociali delle famiglie. C’è un collasso dell’economia reale interna e lo vediamo in numerosi casi: l’Eutelia, la Vinyls, l’Elettrolux, la Bialetti, la Tirrenia, la Fiat, etc. Ogni giorno muore un pezzo d’Italia. Le nefandezze della politica le sta pagando anche l’Istruzione. Vista l’entità dei tagli agli organici le classi saranno ancora più affollate dell’anno scorso e i disabili saranno costretti a misurarsi con una riduzione delle ore di sostegno riservate ad ogni allievo. I governanti dovrebbero sapere che attualmente non esiste alcuna locomotiva capace di trascinarci verso una ripresa forte e stabile dell’economia. E’ storicamente dimostrato che le politiche di austerità fanno crollare i consumi, deprimono i redditi ed inoltre diminuiscono le possibilità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, sia pubblici che privati. Per evitare la deflagrazione prossima ventura occorrerebbe una politica economica ben diversa da quella sottoscritta e messa in atto da Giulio Tremonti. Andrebbe rivista la progressività fiscale, si dovrebbe operare uno spostamento dei carichi impositivi, andrebbe ristretto l'accesso del piccolo risparmio, degli enti locali e dei depositi previdenziali al mercato finanziario. Tra l’altro, e più significativamente, si dovrebbe abbandonare la logica per cui solo le grandi imprese private hanno titolo nel garantire lo sviluppo ed il successo delle forze produttive. La “casta” potrebbe essere chiamata a compiere scelte “gravi” per restituire all'Italia un'autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell'occupazione. Più che che le divinazioni su quello che deciderà Fini servirebbe un vero spirito di squadra al fine di raggiungere quegli obiettivi diventati davvero improcrastinabili per tutti i cittadini e non solo per un’esigua minoranza. Chi potrebbe avere i numeri per organizzare una sana e solida formazione politica del tutto fuori degli schemi? Herbert Marcuse, e dopo di lui tanti sessantottini, voleva al potere l’immaginazione, unico strumento adatto a comprendere le cose nella loro variegata potenzialità. Noi ci accontenteremmo di tanti onesti Rossi, Russo, Ferrari, Esposito, Bianchi e così via nippando.

Antonio Bertinelli 4/9/2010
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