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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Chiamalo se vuoi ... qualunquismo
post pubblicato in diario, il 31 ottobre 2011


“Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca. La malattia non è l'euro, ma l'Europa che non c'è”, parole di Pierluigi Bersani. "Licenziamenti facili è un termine assolutamente falso. Noi discutiamo di come incoraggiare l'impresa a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l'idea che se poi le cose non andassero bene, se si rivelassero difficili, l'impresa come ha fatto il passo in avanti potrebbe fare magari anche un mezzo passo indietro, ma con protezioni per i lavoratori perché nella nostra cultura c'è una solida consuetudine a dare protezione per i lavoratori più che in altri Paesi”, parole di Maurizio Sacconi. “Se il governo dovesse procedere rispetto agli annunci ci sarà lo sciopero generale”, parole di Susanna Camusso. Bersani dovrebbe sapere che “l’Europa che non c’è” è proprio quella che non ci sarà mai proprio a motivo di una moneta unica stampata e gestita dalla Bce in ossequio al dogma del signoraggio privato. Sacconi dovrebbe sapere meglio di altri che Fabbrica Italia non esiste più. Alla Camusso vorremmo chiedere se spera di far decantare rabbia e disperazione con una folcloristica passeggiata romana e comizio conclusivo in piazza San Giovanni mentre tutta l’Europa è stretta nella morsa economico-finanziaria della globalizzazione. Il Meccanismo di Stabilità (Mes) esautora i governi dell’eurozona, l’organismo preposto all’uopo, con l’assunzione di ampi poteri sulla possibilità dei singoli Stati di stabilire i propri bilanci e di gestire i propri debiti pubblici, è coperto da tutte le immunità giuridicamente concepibili, il suo operato è del tutto insindacabile. La brutale austerità imposta dall’Ue alla Grecia ha riportato i redditi e la libertà delle masse popolari ai livelli degli anni vissuti sotto la giunta militare dei colonnelli. Il governo Papandreou è sostanzialmente sostituito dalla troika presieduta dall’eurocrate Horst Reichenbach. Politici e sindacalisti italiani, forse più di altri, recitano a soggetto, ma tutti indistintamente servono diligentemente gli interessi della global class. Lo fanno con la stessa discrezione con cui a Bruxelles si è sempre lavorato, dietro la facciata della democrazia, a danno dei popoli europei e della loro sovranità. Ci sembra un po’ troppo riduttivo imputare tutte le colpe del declino economico italiano all’attuale governo. Anche se la maggior parte dei cittadini lo ritiene il peggiore dell’era repubblicana, il circo truffaldino globalista che sbeffeggia Berlusconi si è avvalso di clowns, marionette e stragisti al di qua e al di là dell’oceano Atlantico. I signori dell’Impero mirano ad una salda governance mondiale e non lesinano i mezzi per raggiungerla. Dove non arrivano con le campagne mediatiche, la persuasione e la corruzione inviano agenti della Cia, del Mossad, dell’MI6, della Dgse, etc. a sobillare rivolte armate contro i “dittatori” messi all’indice e poi fanno partire i bombardieri della Nato. Donald Rumsfeld  ha scritto su Twitter: "Al-Assad e Ahmadinejad riflettano bene sulla fine di Gheddafi. I loro popoli potrebbero decidere che i prossimi saranno loro due". Dove l’Impero ha fatto breccia con elezioni “democratiche”, per gestire il forte calo dei livelli di vita, sta prendendo piede lo stato di polizia über alles così come è già accaduto negli Usa. Qui vige il Patriot Act che, tra l’altro, consente il tecnocontrollo di tutti i cittadini; è possibile trattenere persone in prigione ab libitum senza presentare imputazioni e prove ad un tribunale; per ammissione dello stesso Barak Obama esistono liste di statunitensi che potrebbero venire assassinati senza un giusto processo; chiunque resiste o critica gli Stati Uniti è considerato un criminale. In questi ultimi giorni le forze dell’ordine si sono scatenate brutalmente sui manifestanti a Chicago, Denver, Oakland, Cincinnati, Atlanta, Seattle, Dallas, San Francisco e Los Angeles, smantellando le aree occupate ed eseguendo in ogni città centinaia di arresti. Analoghe scene si sono verificate in altre parti del mondo occidentalizzato, ad Atene, Sydney e Melbourne. In Germania le manifestazioni pubbliche di dissenso sono seguite da droni attraverso i quali la polizia sorveglia, controlla e accumula dati sui dimostranti. L’Unmanned Aerial Vehicle verrà esteso presto in tutta Europa. In questo quadro non possiamo far finta di credere che la caduta dell’indegno governo delle P progressivamente numerate e delle consorterie affaristiche possa essere la condizione imprescindibile per riguadagnare credibilità all’estero, per liberarsi dallo strozzinaggio sovranazionale e dal capestro guerrafondaio degli atlantisti. Berlusconi è solo una variante tragicomica delle politiche antipopolari e coloniali euro-anglo-americane abbracciate senza distinzione alcuna da “destri” e “sinistri”, sia in Italia che altrove. Un premier che flirta platealmente con dei dittatori e poi volta loro le spalle nei momenti cruciali non è certo uno spettacolo edificante, ma non è che possiamo trovare facilmente dei modelli di riferimento da invidiare. Senza dilungarsi nel fare le pulci a  Viktor Orban, George Papandreou, Nicolas Sarkozy, David Cameron e a tanti altri ancora, possiamo magari riflettere sull’esultanza manifestata da Illary Clinton dopo l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi. Il genero della Clinton è un alto dirigente della Goldman Sachs. Il Dipartimento di Stato Americano ha coinvolto la grande banca d’affari in un progetto internazionale, sotto l’egida della Nato, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e in Pakistan. E’ facile intuire che Goldman Sachs prenderà parte alla spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia. Non tutti i problemi dell’Italia si possono condurre allo sgoverno del “pagliaccio” e dei suoi sodali. I danni prodotti dal berlusconismo non possono far dimenticare che il Paese deve fare i conti con una classe imprenditoriale parassitaria e priva di sensibilità sociale, inoltre da un ventennio vede in contrapposizione bande di soldati di ventura che, occupando le istituzioni, si mettono al servizio dello straniero.

Antonio Bertinelli 31/10/2011

 
Rulli di tamburo
post pubblicato in diario, il 17 ottobre 2011


I governi asserviti alle dottrine neoliberiste ed al turbocapitalismo hanno fornito innumerevoli detonatori. La deadline è stata oltrepassata da tempo assicurando diritti illimitati alle rendite parassitarie, affibbiando alle masse l’immobilità sociale e la precarietà come stile di vita. L’inasprimento del conflitto sociale e lo scoppio di rivolte erano largamente prevedibili. Lo sdegno, di politici, sindacalisti e media, per la violenza manifestatasi nelle piazze è consuetudinaria ipocrisia. La ferocia dei padroni e degli esecutivi non fa quasi mai notizia. E’ nell’ordine delle cose mandare in malora l’agricoltura, affamare i pastori sardi e i contadini siciliani, affossare l’istruzione pubblica, delocalizzare aziende, licenziare, discriminare, escludere, finanziarizzare la vita delle persone, svendere patrimoni pubblici, partecipare alle imprese coloniali della Nato per poi scaricare tutto l’onere del debito “sovrano” sui cittadini più deboli. Il modello di sviluppo economico ha creato una società basata sull’ego e sul materialismo da cui provengono le mille storture che strizzano l’occhio alla corruzione, alla concentrazione della ricchezza, all'edonismo e ad ogni genere di crimine per il conseguimento veloce del successo personale. Nel volgere di pochi anni siamo giunti al totale trasferimento della ricchezza nei cieli dell’alta finanza, ai malfunzionamenti degli apparati statali e al rischio di fallimento degli Stati. Le attuali disuguaglianze sociali in Europa e nel Nord America ricordano quelle dei secoli scorsi, richiamano i tempi delle grandi insurrezioni popolari. La furia delle banlieues parigine, gli scontri di Atene, i saccheggi di Londra e la guerriglia di Roma mancano di un’attrezzatura politica, ma non si possono liquidare semplicemente come un turbine nichilista. Nel caos degli eventi che si succedono, un grande numero di oppressi forse non è in grado di concettualizzare e di chiarire, ma la violenza elementare non ha bisogno d’interpreti. Se si vuole discettare sull’idiozia di abbattere segnali stradali e ribaltare i cassonetti dell’immondizia, sulla foga demolitrice non “proficuamente” indirizzata, bisogna prima calarsi nelle condizioni concrete di milioni d’esistenze travolte dai meccanismi di esclusione neoliberisti. Certi eventi possono essere esecrabili, specialmente quando si hanno pancia e portafogli pieni, ma nessuno può far finta d’ignorare l’accumulo d’odio di quello che alcuni definiscono “proletariato metropolitano”. La precarietà strutturale, lo smantellamento dei servizi, lo sfruttamento, la razzia del lavoro, i soprusi, il percepirsi come materiale a perdere, l’impiego delle forze dell’ordine in supplenza della politica, non possono che esacerbare ancora di più gli animi. Chi sfoga la propria rabbia rubando in un negozio o sfondando una vetrina non dispone di schemi progettuali. Probabilmente non è in grado di decodificare l’esistente, ma sicuramente ha raggiunto la consapevolezza che i cortei organizzati con treni e torpedoni sindacali o quelli dell’arcipelago antagonista lasciano il tempo che trovano, che le periodiche passeggiate ai seggi elettorali, comunque si contrassegni la scheda, non spostano di una virgola l’operato dei governi. Politica, stampa e televisione, dimenticando il profondo malessere che attraversa il quotidiano della gente, fanno a gara nel liquidare i riots come criminali. Per nessuno è facile digerire l’incendio delle automobili di cittadini incolpevoli. Ci sono episodi che rendono labile la linea di demarcazione tra teppismo gratuito e rabbia antistituzionale , là dove forse il bersaglio improprio è solo il surrogato del nemico ben acquartierato nel Palazzo. Far vedere le statue di una chiesa infrante sull’asfalto muove l’opinione pubblica verso il rifiuto corale della violenza messa in atto dai dominati e la distoglie da quella esercitata dai dominanti dentro e fuori la legge. Le sofferenze profonde che la bancocrazia e l’economia globalizzata causano ovunque, senza far rumore, omertosamente ignorate dai media mainstream, sono sotto gli occhi di tutti: alto tasso di disoccupazione, ribasso dei salari, inflazione, aumenti del prezzo dei cibi, tagli al welfare ed austerità generale. Eppure tutto questo passa in secondo piano e nessun commentatore televisivo si sofferma sul fatto che la partecipazione ad una sommossa significa mettere in pericolo se stesso, la propria integrità fisica ed il certificato del casellario giudiziario. Solo l’esasperazione, l’irrealizzabilità di una comunicazione alternativa, l’inutilità delle parole fino a quel momento rivolte a delle grandi canaglie, possono spingere a spaccare tutto nella certezza di venire prima o poi sconfitto. La ribellione agita fuori dai rituali canonici stabiliti dalle democrazie, con il “qui e adesso”, è un qualcosa d’insondabile che inneggia semplicemente alla fine di quell’impianto istituzionale che percepisce “contro”. Arde di un fuoco scoppiettante, insidioso e brutale. Senza abbandonarci a disamine ideologiche possiamo lecitamente credere che qualunque rivolta, di ieri o di oggi, abbia invocato ed invochi solo “giustizia”. L’immagine dei luddisti trasmessa da molti testi è quella di una caotica orda di contadini illetterati che volevano ostacolare il progresso. Ancora oggi sono guardati con sufficienza dagli storici per aver rifuggito il potere ed essersi semplicemente prefissi di ostacolare la dinamica dell’industrializzazione spinta. Decretata la fine delle ideologie, le rivolte sospendono il divenire e segnano il trionfo del presente. Spesso sono una vera e propria manna per consentire ai “signori” e ai loro domestici d’invocare leggi speciali trasversalmente condivise. Il vezzo della repressione nei confronti di chi non piega le ginocchia è una costante storica. Vale la pena di ricordare che l’Ue dei banchieri si è premurata di costituire una superpolizia (Eurogendfor) e l’Italia non si è sottratta alla chiamata. Il 14/5/2010 la Camera dei Deputati ha ratificato l’accordo di Vessen: presenti 443, votanti 442, astenuti 1; hanno votato sì 442. Poco dopo anche il Senato ha dato il via libera al trattato. A prescindere dalla consapevolezza dei “delinquenti” che mettono fuori uso qualche postamat, con buona pace dell’indimenticabile Mario Monicelli, sensibilmente amareggiato per l’irreversibile devastazione del Paese, pochi aspettano e sono ancora meno quelli che lavorano per il compimento di un processo rivoluzionario. Anche se a volte interi secoli esplodono in un solo giorno non bisogna dimenticare che le rivoluzioni necessitano di tutti quei mezzi attualmente nelle mani della global élite. E poi quali cambiamenti può portare una rivoluzione? E’ bene ricordare che la Rivoluzione Bolscevica ha partorito lo Stalinismo e la conclusione di quella francese ha prodotto l’enorme arricchimento di un’ottantina di famiglie borghesi. Quando il popolo si mette in marcia c’è sempre qualcuno che viene  messo alla sua testa o che ne sfrutta il potenziale per indirizzarlo ed aspettarlo là dove vuole che arrivi. Fuori della scena ci sono sempre invisibili impresari pronti a passare all’incasso. Persino la buona fede degli “indignati” nelle piazze di mezzo mondo sembra prossima ad essere incanalata per rivoli secondari. Senza rinnegare la necessità di combattere anche frontalmente il vangelo neoliberista, il sistema del signoraggio privato e del dominio globale dei banchieri sull’uomo, vanno esplorate anche altre vie. Contro coloro che dispongono della massima potenza militare, poliziesca e fiscale, che usufruiscono di molteplici servizi d’intelligence, che orientano i maggiori media, che hanno il controllo informatico della società, che tengono governi e partiti sul libro paga, può essere esperita la strada della non collaborazione. Oltre che vagheggiare un mondo senza sovrani e senza padroni ci si può decondizionare, ricostruire se stessi, attivare resistenze al potere non strutturate, inventare paletti da infilare negli ingranaggi del sistema, assumere un complesso valoriale antagonista del pensiero unico, riscoprire il piacere e l’utilità di interagire con gli altri dando senso alla propria vita, possibilmente in comunità autarchiche.

Antonio Bertinelli 17/10/2011 
La luna nel pozzo
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2011


Non saranno certo folle oceaniche d’indignati nelle piazze o le rimostranze d’industriali tardivamente “pentiti” a far cadere il governo in carica. In un contesto globale turbolento i poteri forti sovranazionali hanno tutto l’interesse a sostenere esecutivi che non riservino imprevisti e che non siano in grado di scegliere autonomamente politiche in contrasto con gli interessi dell’Impero. Una classe dirigente spregevole e un governo travolto dalle inchieste giudiziarie non possono che inchinarsi a qualsiasi diktat. Il potere contrattuale di Silvio Berlusconi, ammesso che da domani voglia esercitarlo nell’interesse generale del Paese, è nullo. Quando verrà staccata la spina al suo governo il “nuovo” non potrà discostarsi troppo dal vecchio. Le finte e docili opposizioni sono lì a confermarlo più o meno da un ventennio. Fatte le debite proporzioni basta guardare al fuoco di paglia di Barak Obama, per molti aspetti peggiore di Bush junior. I bavagli inseguiti da Berlusconi non sono poi così diversi da quelli desiderati da Nicolas Sarkozy, David Cameron, Gordon Brown e dallo stesso presidente statunitense che, nei primi diciassette mesi di carica, ha surclassato tutti i suoi predecessori nel perseguire penalmente gli informatori “illegali”. Esigenze di casta ed esigenze di cosca, tipiche della realtà italiana giustificano a maggior ragione il controllo di ogni rivolo d’informazione indipendente, ma anche il faro delle democrazie si accinge ad applicare nuove censure sul Web, in aggiunta a quelle che già effettua l’Homeland Security. Attualmente è ferma al Senato degli Usa la legge Protect IP, che consentirebbe al governo di chiudere senza appello domini Internet ritenuti imbarazzanti. In un’ottica diametralmente opposta a quella adottata da noti prenditori a modo loro comunisti e da figure di un passato che ritorna in perenne conflitto d’interessi, riteniamo prioritario un avvicendamento in tutta l’amministrazione dello Stato. Restano naturalmente mille riserve sul come e sul chi prenderà il posto di Berlusconi. Come si è visto in Grecia, ed in forma più violenta in Libia, la globalizzazione dell’economia e della cultura pone in un angolo persone, popoli e sovranità nazionali fino a seppellirle sotto migliaia di bombe. Il passaggio forzoso dal Welfare State al Profit State allinea i governi sul dispotismo e le società su canoni orwelliani. La stampa che si professa libera, narrando le infinite miserie del re, della sua corte e di questo Parlamento, dimostra un marcato angloamericanismo, sottolineando quello che ci distingue e dimenticando tutto quello che ci accomuna ad altri paesi occidentali. Le democrazie si sposano ormai con tratti quali la paura, il monadismo, la sensazione d’impotenza, la repressione, lo scadimento della scuola pubblica, l’indirizzamento dell’informazione, il controllo telematico, le schedature di massa, la colpevolizzazione del dissenso, lo spionaggio capillare e la digestione dell’indigeribile. Le bugie sono utili per garantire la sicurezza dello Stato. La guerra è utile per scopi umanitari. Il genocidio viene praticato con discrezione. La tortura diventa metodo per ottenere informazioni. La brutalità della polizia viene accreditata come reazione alle intemperanze dei contestatori/delinquenti. Le carcerazioni vengono eseguite con la nonchalance tipica delle tirannie additate dal Pentagono, dalla Cnn, dalla Bbc, dal New York Times, dal Guardian e da altri media mainstream. Gli “indignados” europei, se infiltrati da organizzazioni politicamente o sindacalmente gerarchizzate, e quelli di Wall Street, che, malgrado gli abusi dei “cops”, sono appoggiati da George Soros, rischiano di assecondare inconsapevolmente ricambi gattopardeschi delle marionette politiche al servizio dello strozzinaggio bancario internazionale e del capitale apolide. La crisi indotta dal modello di sviluppo economico è in parte ancora circoscritta alle bolle finanziarie, ai debiti pubblici e alle privatizzazioni/svendite dei beni statali, ma, continuando di questo passo, rischia di sfociare in milioni di licenziamenti simultanei in tutto il pianeta. Con i governi espressione del Fmi, della Fed, della Bce, del Wto e di altri organismi sovranazionali, non c’è contenimento democratico, non c’è contenimento politico, non c’è contenimento sociale e c’è il rischio che la disperazione possa portare a rivolte endemiche. Superare il berlusconismo è condizione necessaria ma non sufficiente per la “rinascita” dell’Italia. Dalla tipologia dei vari pretendenti al trono e visti i pulpiti dai quali partono lezioni di etica, è lecito supporre che la svolta post-berlusconiana sarà un’operazione d’immagine. Anche se indulgessimo all’ottimismo il panorama nazionale ed i vincoli del vassallaggio non ci consentono di sperare che la somma vettoriale delle decisioni politiche future darà come forza risultante un ridimensionamento delle élites finanziarie. Se è vero che la vita dei regimi dipende anche dall’apatia e dal relativismo dei cittadini, è altrettanto vero che le rivoluzioni non nascono tutti i giorni e che le insurrezioni hanno il fiato terribilmente corto. Ipotizzando che il nuovo possa essere analogo al vecchio, per combattere gli incubi di un continuum politico e quelli alimentati dalla globalizzazione potrebbe essere esplorata la strada dell’autarchia. Con la diffusa interdipendenza degli Stati e la conseguente subordinazione ad istituzioni globali, nate per perpetuare e lucrare su qualunque problema, è oggi impossibile sognare l’autosufficienza di una nazione. Per uscire dall’equazione mondialista basterebbe convertirsi ad un diverso stile di vita. La costituzione di piccole comunità autonome nel procacciarsi il cibo e magari in grado di raggiungere un surplus di produzione potrebbe essere un modo per sottrarsi, almeno temporaneamente, al destino programmato dai globalisti e dai loro mercenari.

Antonio Bertinelli 6/10/2011

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