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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Contaminazioni democratiche
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2011


Tra i motivi del crollo dell’Urss si possono annoverare la rincorsa agli armamenti di Ronald Reagan, il flop del sistema economico comunista, il risveglio delle nazionalità sottomesse favorito dai processi di riforma  legati alla glasnost ed alla perestrojka, di cui fu propugnatore Mikhail Gorbaciov. Non è rilevante stabilire se l’ultimo segretario del Pcus, tanto celebrato dagli occidentali quanto guardato con sospetto in patria, fu un ingenuo o altro, ma bisogna riconoscere che con lo scioglimento dell’Unione Sovietica si ruppe quell’equilibrio mondiale basato sulla contrapposizione tra sistema capitalista e sistema comunista. Fra le prime vittime del crollo, perfezionatosi successivamente con Boris Eltsin, ci fu la Jugoslavia dove, nel 1989, con l’accordo di Reagan, fu attuato un piano serrato di privatizzazioni. Nel 1991, sotto l’amministrazione di Gorge H.W. Bush, il Congresso Statunitense impose alla Jugoslavia il taglio di tutti gli aiuti e dei prestiti, con la suddivisione del debito pubblico fra i componenti della federazione e con l’obbligo di tenere elezioni separate. Nelle banche americane vennero congelati i depositi jugoslavi. Le parti federate che facevano riferimento a Belgrado nicchiarono per il consolidamento dei piani di riforma economica, per le privatizzazioni delle aziende pubbliche, per la riduzione della spesa sociale stabiliti dal Fmi e dalla Bm. I diktat di Bush ed il soffiare europeo sui rispettivi nazionalismi accelerarono la secessione di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. In sintesi, appellandosi pretestuosamente all’autodeterminazione dei popoli, vennero piantati i semi della discordia e dello smembramento balcanico. Negli anni a venire i conflitti interetnici, alimentati dall’Occidente, diventano sempre più accesi e, dopo il tanto tuonare dell’apparato mediatico mainstreeam, finalmente arriva l’intervento umanitario in Kosovo sotto forma di bombardamenti, missili cruise, tomahawk, B 52, F117, distruzione e morte. Un'oscena operazione di banditismo internazionale con l'avallo del governo italiano. È noto che fino al 1999 l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) era considerato unanimemente, e dallo stesso Dipartimento di Stato Usa, un’organizzazione terroristica. Dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, nel febbraio 2008, su alcuni siti russi apparve una frase ironica “Il produttore dell’eroina ha riconosciuto l’indipendenza del distributore”. Ci si riferiva all’Afghanistan, primo paese a riconoscere il nuovo Stato, già invaso dagli Usa e tra i leaders mondiali nella produzione di droga. Oggi a Camp Bondsteel, nelle vicinanze di oleodotti e corridoi energetici di vitale importanza, c’è una delle più grandi  basi militari statunitensi costruite all’estero. La gloriosa “Zastava automobili”, con i suoi trentaseimila dipendenti non esiste più, è stata sostituita dalla Fiat che impiega meno di mille persone. Il Kosovo, munifico di patologie tumorali per la grande quantità di proiettili all’uranio impoverito impiegati dalla coalizione dei liberatori, immiserito e devastato, è uno snodo importante di traffici illeciti, dagli stupefacenti al traffico di organi, dalle armi alla prostituzione, dall’immigrazione clandestina alle sigarette. Oggi Washington, Londra, Parigi ed altri alleati, dopo essersi occupati della Jugoslavia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, intendono sbarazzarsi del dittatore libico. Successivamente, con altre interventi umanitari, provvederanno ad esportare la democrazia disgregando culturalmente e depredando altri paesi. Il caos e la suddivisione del mondo arabo in piccoli Stati deboli ed ininfluenti si prestano alla neo-colonizzazione meglio di quanto si prestino quelli forti, indipendenti e sovrani. Gli stages, per formare attivisti “amanti della libertà” e provocatori di ogni risma, condotti dai servizi d’intelligence interessati servono all’uopo. Muammar Gheddafi è stato messo nelle condizioni di dover fronteggiare una rivolta armata che ha potuto poggiare sui dissapori mai sopiti con le tribù della Cirenaica. Che sia un tiranno è questione marginale, buona per salottieri e giornalisti con redditi opulenti, a prescindere dalla loro asserita indipendenza o dalla maglia che indossano per abbindolare l’una o l’altra fascia di elettorato potenziale. “Ammazzare” Slobodan Milosevic per mezzo del tribunale dell’Aia, impiccare Saddam Hussein, sostenere Hamid Karzai, poco più che sindaco di Kabul, non è servito al riscatto dei popoli bombardati con il beneplacito dell’Onu o della Nato. Solo per limitarci a Milosevic possiamo citare quanto sottoscritto da Ramsey Clark , ex  Procuratore Generale degli Stati Uniti: “(…) Una colpa sicuramente l'ha avuta, ed è quella di non essersi piegato alla Nato, di non aver svenduto il proprio popolo agli affamatori del liberismo selvaggio, di non aver assecondato la colonizzazione del proprio paese tramite Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, i vari Soros e la loro marea globalizzatrice (…)” Asserire che l’incriminazione di Gheddafi e degli esponenti del suo regime per crimini contro l'umanità è "sicura al cento per cento", così come ha fatto Louis Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale, fa parte della solita liturgia. Gli aggressori mettono sotto processo gli aggrediti. Ora che non esiste più l’Urss basta non pestare troppo i piedi alla Cina e, quando conviene, come nel caso della ricca e tribale Libia, i paesi senza un loro deterrente nucleare si possono invadere come meglio piace. E’ facilissimo creare un casus belli degno delle attenzioni “democratiche” di un Bush o di un Obama. L’Italia ha il suo despota, le sue “tribù” secessioniste e xenofobe, l’enorme corruzione di una classe dirigente messa alla berlina senza le cortine fumogene abitualmente riservate ai poteri forti nazionali ed internazionali che di essa si avvalgono, è attenzionata dalla Banca Mondiale anche tramite Transparency International. Insomma ha alcune delle caratteristiche su cui far leva per giustificare un intervento di “correzione” guidato dall’esterno. Ridotta alla stregua di un califfato, deve rallegrarsi di non avere ricchi giacimenti di petrolio o gas, di essere stata governata da personaggi che hanno alienato la sua sovranità e di essere la più grande portaerei Usa nel Mediterraneo?

Antonio Bertinelli 25/3/2011         


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Maschere
post pubblicato in diario, il 19 marzo 2011


Il 20 maggio 1882, a Vienna, Austria-Ungheria, Germania e Italia firmano la Triplice Alleanza, accordo che prevede il reciproco aiuto in caso di invasione da parte di nazioni nemiche. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’Italia decide di non intervenire. Il 26 Aprile 1915 firma il Patto di Londra, il 3 maggio del 1915 ripudia i precedenti alleati e il 24 maggio dello stesso anno scende in guerra a fianco dell’Intesa. Il cambio di campo garantisce che, in caso di vittoria, l’Italia ottenga l’assegnazione di Trento, di Trieste, dell’Alto Adige, dell’Istria, della Dalmazia e di alcune colonie tedesche in Africa. Il primo novembre 1936 Germania e l'Italia annunciano la creazione dell'Asse Roma-Berlino. Il 25 novembre 1936 Germania e Giappone firmano il Patto Anti-Comintern. L'Italia si unisce a loro il 6 novembre 1937. Il 22 maggio 1939 Germania e Italia, per rafforzare l'alleanza dell'Asse, firmano il Patto di Ferro. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Gemania. L’8 settembre 1943 l’Italia si arrende agli Alleati e, dopo tale data, comincia la cosiddetta guerra di liberazione contro i tedeschi. Il cambio di campo, dopo una sanguinosa guerra civile, ci fa assurgere al rango di protettorato statunitense per tutti gli anni a venire. Il 30 agosto 2008 Libia e Italia firmano un Trattato di Amicizia di cui sicuramente né il Popolo italiano, né quello libico sentivano il bisogno. Il 3 febbraio 2009 il Senato ratifica definitivamente il patto di cooperazione tra i due paesi e la maggioranza esulta. In seguito ai sommovimenti libici, il 19 febbraio 2011 Silvio Berlusconi dichiara che non intende disturbare il suo amico Mu'ammar Gheddafi. Ieri Franco Frattini ed Ignazio La Russa, ottenuto il via libera del Parlamento, dichiarano che l’Italia è pronta per concedere le basi militari, e non solo, ai volenterosi che agiranno sotto l’egida delle Nazioni Unite. “L’intera comunità internazionale è assolutamente coesa sul principio che Gheddafi deve lasciare”, argomenta giulivo il titolare della Farnesina neanche sfiorato dall’idea che il voltafaccia del governo italiano sarà considerato insopportabile dal rais, prima avventatamente osannato e poi scaricato in nome della consueta democrazia da esportazione autorizzata dall’Onu. In Italia pochi eccepiscono, e ce ne sarebbero di motivi. Tralasciando il disdoro di un Paese dissennatamente governato, tra l’altro, avvezzo da sempre a cambiare alleanze e patti con estrema nonchalance, tacendo per carità di patria lo scarso credito internazionale di chi comincia una guerra da una parte per poi finirla dall’altra, si potrebbero fare almeno un paio di considerazioni. L’art. 11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La Nato è stata costituita per “tutelare” i paesi che, in rapporto alla spartizione del mondo decisa a Yalta, tra Usa, Urss e Inghilterra, furono posti sotto l’ombrello anglo-americano. L’Unione Sovietica non c’è più, ma la Nato, sotto la direzione degli Usa, è diventata lo strumento principe per promuovere gli affari, ammantati di principi democratici, delle multinational corporations. La tragica messa in scena dei problemi interni alla Libia, velocemente trasformatasi in rivolta armata contro il dittatore, serve esclusivamente per mettere le mani sulle sue ricche fonti energetiche. Tutto il resto è fuffa mediatica, ottima per far trangugiare ai gonzi un’altra missione staticida ordinata dalla quella criminalità organizzata definita  “comunità internazionale”. E’ il solito copione che serve all’esercito yankee ed ai suoi alleati per occupare il quadrante geopolitico resistente all’espansione imperiale. L’Iraq e l’Afghanistan sono solo due dei paesi persi nella nebbia della rapine realizzate massacrando civili, bombardando depositi di viveri, acquedotti, vie di comunicazione, distruggendo villaggi, colture e armenti. Mentre si addita al ludibrio dell’opinione pubblica il despota libico, del tutto incurante della legalità internazionale, Israele occupa territori altrui, bombarda chi si oppone alla sua invasione, imprigiona arabi e palestinesi. Nello Yemen, nel Bahrein, nell’Oman monarchi assoluti sparano su folle inermi senza suscitare lo sdegno dello zio Sam che, tanto preoccupato per il destino degli insorti libici, non si fa scrupoli nel tenere in piedi narco-Stati o utili satrapi là dove e fino a quando lo ritiene conveniente. La realpolitik deve offrire un’immagine accattivante alle carognate, ma siamo certi che il vecchio beduino trangugi il calice amaro della detronizzazione senza trascinare qualche altro nella sua caduta? Per adesso le rivoluzioni abortite del Maghreb registrano un esodo quotidiano, per alcuni un vero business, che la situazione economica dell’Italia non è in grado di fronteggiare a lungo. L’entusiastica inversione di marcia degli indefettibili pupazzi, di cui il Paese migliore farebbe volentieri a meno, ci appare carica di rischi. Se Gheddafi regolasse i conti direttamente col guascone d’oltralpe, dimentico che la sua campagna elettorale è stata in parte finanziata dalla famiglia del rais, con il prode guerriero che alloggia al n.10 di Down Street, con l’istrione brianzolo e con i suoi quaquaraquà, con i banchieri internazionali che hanno congelato i suoi beni e quelli dello Stato libico o con personaggi della sua stessa razza non ce ne faremmo un cruccio. Tutti i maggiori media hanno taciuto che, dal 2003, in Iraq, il governo fantoccio, gli squadroni della morte e gli invasori hanno ammazzato trecentocinquanta giornalisti, ultimamente ne hanno veementemente presi di mira centosessanta e l’11 marzo ne hanno picchiati alcuni che seguivano a Baghdad un grande corteo organizzato contro l’occupazione straniera. Gheddafi sarà pure un tiranno che signoreggia da un quarantennio e che ha creato un sistema di potere dinastico, ma i promotori della libertà, il loro giannizzeri, i buffoni travestiti da governanti, in carica o in nuce, accompagnati dai trombettieri dell’informazione, dagli ascari al traino dell’espansionismo anglo-americano, ormai tutti compressi nel ruolo di salvatori della Libia, non si preoccupano delle devastazioni che produrranno gli eserciti invasori o che le vittime di una probabile vendetta gheddafiana potrebbero essere degli italiani o degli europei innocenti. In fin dei conti per la strage di Ustica i responsabili sono rimasti nell’ombra, nell’attentato di Lockerbie non è morta la dama di ferro, il crollo delle torri gemelle del World Trade Center non ha travolto l’etablissement economico-politico americano.  

Antonio Bertinelli 19/3/2011

Dall'Alpi alle Piramidi
post pubblicato in diario, il 12 marzo 2011


A conclusione dei cortei pro-Costituzione prendiamone pure atto, non c’è rimasto partito politico in grado di bloccare l’ultimo assalto alla principale fonte del Diritto. Appare fatale il diffuso servilismo nei confronti del boss, a sua volta servile nei confronti dell’Europa e delle intimazioni anglo-americane per nulla mitigate da un Presidente insignito del Nobel per la pace. Le genuflettessioni al gendarme d’oltreoceano garantiscono al governo carta bianca sul piano interno consentendogli, senza inciampi, se non quelli rappresentati dalle critiche della stampa estera, di mettersi fuori dalle regole democratiche vigenti in tutti gli altri paesi occidentali. Di tanto in tanto qualche dissidente sembra voler gorgheggiare, ma poi finisce come tutti gli altri per attenersi agli spartiti obbligati dalla spinta egoica, dalle consuetudini paganti del berlusconismo, dalle direttive economiche comunitarie e dalle prescrizioni del verbo globalizzante. L’Europa è stata ormai travolta ed assoggettata dai discendenti di quei colonizzatori partiti nei secoli scorsi alla conquista delle Americhe. L’italia non ha un ceto politico degno di farsi valere né sul vecchio Continente, né altrove. E’ diventata il naturale Far West del Cavaliere, dei suoi amici, delle mafie, di cordate fameliche e di cricche senza scrupoli, è la terra elettiva di buffoni piroettanti prima convertiti al cannibalismo internazionale imposto dalla “civiltà superiore” e poi fattisi zerbini per gli stivali del nuovo duce. Sinistra e destra, categorie ormai sfumate nell’uniformismo partitico, fanno a gara per sedersi al tavolo da gioco dell’incomparabile baro. Ieri la Magistratura costituiva una garanzia di terzietà e Gheddafi era un amico, oggi la prima è un malcelato ingombro sulla via degli affari e il secondo costituisce un vulnus per gli ineffabili paladini della democrazia. La riforma epocale della Giustizia, a prescindere dalle dichiarazioni ad usum populi, vedrà i parlamentari fare a gara per accontentare il padrone e, nel contempo, aumentare le probabilità di non finire in galera, cosi come dimostrano i ritocchi normativi del ventennio trascorso. L’eventuale spezzettamento tribale della Libia, a danno dell’Europa e della stessa Italia, causerà meno indignazione di quanto ne abbia causata da sempre la comoda dittatura del colonnello verso il quale la cedevolezza dei nostri governi è stata sempre rigorosamente bipartisan. Dal “fratello” Prodi agli xenofobi in camicia verde, con buona pace dei diritti umani violati nelle carceri e nei deserti del rais. Se Gheddafi riuscirà a sottrarsi al disegno egemonico che sta cambiando gli assetti di potere nel Maghreb il nostro Paese, richiamato all’ordine da Obama, pagherà più amaramente di altri le inspiegabili defaillances dei Servizi segreti, l’incapacità politica dell’utile clown e dei suoi irresponsabili vessilliferi. I teatrini televisivi sono un capolavoro insuperabile di spudoratezza e di fariseismo. Al malessere continuo delle piazze, stanche di un’architettura sociale precaria e logora, nauseate dalla corruzione della classe dirigente, sfiancate dall’avvicendamento di innumerevoli magliari e con difficili prospettive di aggregazione, fa da contrappunto l’insussistenza del Pd, il doppiopesismo dell’Udc e le rampogne parolaie di Fli, ovvero le opposizioni in maschera. Di riforma in riforma, di legge in legge, di trattato in trattato, nel rivoluzionare qualunque condivisibile ordine di priorità valoriale, gli Italiani stanno subendo, parafrasando Hegel, le dure repliche della storia. Se un tempo i militanti di destra e di sinistra miravano alla conquista del potere per rincorrere la loro visione del mondo, oggi, senza alcuna idea, compiacenti e garbati come il tizio del famoso pizzino televisivo, si accontentano finanche di un piccolo podere. Che glielo garantisca un satrapo o un qualunque altro componente della razza padrona non fa alcuna differenza. Isonomia, isotipia ed isegoria sono astrusi concetti filosofici misconosciuti ai fautori del piano di rinascita democratica. E’ così che “progressisti” e “conservatori” sono giunti a perorare la causa di una giurisdizione a geometria variabile, a denigrare pretestuosamente il dettato costituzionale, a far passare di contrabbando il Trattato di Lisbona, a dissolvere l’identità nazionale, ad asservire i cittadini ai loro interessi di bottega ed ai programmi illuminati dell’agape globalista. I “sinistri”, pur contestando il berlusconismo, hanno accettato l’ineluttabilità delle sue fruscianti ragioni. Insieme ai “destri”, pur contestando la globalizzazione, hanno abbracciato i suoi assiomi fino a tollerare che quel modello di sviluppo venisse imposto anche con la forza delle armi. Per i pupari e per i pupi funzionali al sistema la riservatezza e la menzogna sono gli strumenti principali con i quali si assicurano il dominio sulle folle. La meticolosa ed efficace cassa di risonanza mediatica afferma apoditticamente che la Giustizia necessita dei cambiamenti ideati dagli azzeccagarbugli del premier, ma ciò e tanto vero quanto lo è l’asserita ineluttabilità oggettiva ed amorfa del processo di globalizzazione in atto. L’invocata riforma epocale sulla giurisdizione serve a piegare quel poco che resta dell’indipendenza dei magistrati. La presunta fatalità del “libero” mercato consente ad un piccolo gruppo di grandi investitori di governare intere nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa, i debiti pubblici e la regolazione dei tassi d’interesse. Subordinare pubblici ministeri e giudici al potere esecutivo significa garantire l’impunità totale al white collar crime. Inneggiare alle rivoluzioni pilotate comporta il rischio di rimanerne inconsapevoli vittime. Continuando a sostenere il pavido monarca, tra un balbettio ed un distinguo, o peggio sbavando come i celebri cani di Pavlov, gli attori della scena politica ci faranno finire peggio di come siamo finiti con Casa Savoia. Accettando supinamente le decisioni di clan familiari quali Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor ci troveremo presto ad essere le mere comparse di una vita grama, appiattita dall’Artico all’Antartico e mercificata dalla culla alla bara. Al dissenso da tubo catodico, alla disapprovazione paludata del più grande, suo malgrado, partito d’opposizione, verrebbe quasi da preferire l’agire radicale e apertamente distruttivo dei casseurs, degli anarchici e dei nichilisti d’ogni risma.

Antonio Bertinelli 12/3/2011 
Aria di casa nostra
post pubblicato in diario, il 5 marzo 2011


Ad eccezione di Karl Marx, i maggiori filosofi occidentali concordano sul fatto che l'unica sfera di convivenza razionale per gli uomini sia rappresentata dallo Stato. Quello sociale chiama in causa tutti i soggetti che lo costituiscono per sollecitarne la partecipazione ed opera al fine di una più equa distribuzione dei redditi. Per qualche tempo una verniciatina di socialismo ha consentito di credere ad un organismo dispensatore di equità in uno spirito di rettitudine, di collettivismo e di sensibilità al bisogno. Quando la concezione proprietaria delle istituzioni ha ripreso il sopravvento, rinunciando persino a salvare la forma, i cittadini hanno potuto constatare come tutti i loro diritti fossero diligentemente contingentati, incluse quelle libertà democratiche di cui sono intrise le moderne Costituzioni, a partire da quella americana. Balza agli occhi la concezione proprietaria del primo ministro, ma non è irrilevante quella che vede esponenti del Pd, come Franca Chiaromonte, Silvio Sircana, Enrico Morando, riproporre l’immunità parlamentare per bloccare i processi di tutti gli “onorevoli”, a prescindere dal tipo di reato commesso. Piaccia o non piaccia, è sempre più difficile incontrare soggetti che, inseriti a qualunque titolo nell'amministrazione della cosa pubblica, dal deputato al consigliere comunale, dal direttore generale al funzionario, non trasformino le loro stanze in centri di potere personale abusando della carica ricoperta. C’è la possibilità di appaltare lavori pubblici in gran segreto, la possibilità di vendere ed acquistare patrimoni pubblici al 15/20% del loro valore di mercato, svincolare beni pregevoli dal controllo di comitati scientifici per poi farli alienare, impedire all’Agenzia delle Entrate di costituirsi parte civile contro i grandi evasori fiscali, la possibilità di avvalersi di scatole cinesi societarie per vampirizzare le maestranze e poi fuggire con la cassa. L’impunità per chi sottoscrive qualunque patto scellerato a danno della comunità ha il marchio di garanzia del sistema Paese. Quando non incoraggia l’apparato normativo aiutano a delinquere i tempi lunghi della Giustizia e le molteplici disfunzioni dell’attività giurisdizionale prodotte dal legislatore. L’omertà e la quasi certezza di non essere perseguiti incoraggiano chi blocca il pagamento delle fatture dei fornitori, chi ostacola per anni l’erogazione del trattamento pensionistico dovuto, chi impedisce il pagamento regolare di stipendi e salari, il primario ospedaliero che dimette un paziente prima della guarigione, il magistrato embedded, il commissario d’esame corrotto, i protagonisti di parentopoli e affittopoli, insomma tutta la masnada di piccoli furfanti che nascondendosi dietro il paravento della P.A. si sentono autorizzati a disporne come se fosse cosa propria. Secondo la chiave di lettura marxiana lo Stato non è in grado di mediare le contraddizioni sociali ma ne è il prodotto. Le idee di Marx, date per sepolte sotto il crollo del socialismo reale, appaiono oggi più attuali di quanto lo fossero nel XIX secolo. Mentre le uova del drago andavano schiudendosi sotto il mandarinato della politica “progressista” e il Direttore Generale del Tesoro procedeva alacremente alla vendita dei gioielli di Stato, il berlusconismo, trovando terreno fertile, metteva solide radici fino a distruggere ogni possibilità di perseguire futuri diversi da quelli imposti in nome dei grandi affari e del mercato globale. Lo Stato ha perduto il controllo sul settore bancario e assicurativo, su quelli dell’energia, delle telecomunicazioni, della siderurgia, dell’editoria e dei prodotti alimentari. Tra un “baciamo le mani a vossia” ed una compera di “responsabili” il premier continua a prendere a calci la Carta. La commistione tra diritto pubblico e diritto privato ci sta riportando al feudalesimo, l'accentramento dei poteri senza controllo sta virando nell’assolutismo, la ferocia del capitale sta soppiantando i fini generali degli apparati statali e sta riportando indietro l’orologio della storia. La specificità italiana rende anche più difficile la ricerca di una soluzione per contenere tutti quei danni che derivano dal programma di saccheggio dell’orbe terracqueo messo in atto dai maggiori banchieri e dalle multinazionali. Le trasformazioni in Spa, le esternalizzazioni e le privatizzazioni di enti statali hanno portato inefficienza, truffe, sperpero di soldi pubblici, minore occupazione, sfruttamento del lavoro e licenziamenti. Il neoliberismo ha portato acqua ai mulini dei padroni italiani, del capitale monopolistico e della grande finanza. La stampa entusiasta ci partecipa che il 2011 sarà l’anno d’oro delle privatizzazioni in Turchia. Ma vorremmo sapere per chi. In qualunque paese finito nell’orbita della cultura economica occidentale, dall’Ucraina alla Slovacchia, dalla Russia al Rwanda, dal Wisconsin ai villaggi africani, dove si scippano “brevetti” per le produzioni agricole, le parole d’ordine sono sempre le stesse: demolire gli Stati, privatizzare, indebolire la forza contrattuale degli operai e smantellare il welfare. Il potere politico, più o meno subordinato alla visione di quel glorioso e disinteressato progetto di dare al Pianeta il controllo unico degli istituti del capitalismo globale e finanziarizzato come la Bm, il Fmi ed il Wto, è sempre meno credibile. Il decreto istitutivo della Difesa Servizi Spa consente di gestire riservatamente le commesse militari, secretare le spese e la natura degli acquisti, ma non prevede di nascondere i nominativi dei componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale. Va da se che il verbo delle privatizzazioni sia risuonato di pari passo con le dinamiche imperiali del drago anglo-americano, ma i saltimbanchi della politica italiana, il governo del fare, la P2, la P3, la P4 e così via fraternizzando, quando si tratta di business, non hanno bisogno di suggeritori. Non può essere una coincidenza che dalla caduta del Muro di Berlino si oda quotidianamente il canto funebre a Marx. Non è per passione aneddotica che, da quando calca il proscenio parlamentare, Silvio Berlusconi ammorba il Paese con il suo Maccartismo da operetta.

Antonio Bertinelli 5/3/2011
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