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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Mortaretti, tric trac e castagnole
post pubblicato in diario, il 22 aprile 2011


Il giudice unico ha riconosciuto che lo Stato, in violazione del diritto comunitario, si è comportato in maniera illegittima, ma con la sua sentenza non ha ritenuto opportuno liquidare alcun riconoscimento del danno specifico a coloro che sono stati a lungo sfruttati con contratti di lavoro a termine. Un buffetto per chi abusa del proprio potere, poco più che una soddisfazione morale per chi tale potere subisce. La raccolta punti, come dimostrano i fatti, ha rappresentato la fortuna di un celebre “ammazzasentenze”, gratificato persino con tre leggi ad hoc. Non solo il Parlamento annovera personaggi che si sono adeguati ai tempi. Una volta i porti delle nebbie trovavano ubicazione a ridosso dei palazzi romani, attualmente non è raro trovarli anche altrove. A fronte di procure solerti se ne trovano altre in cui le indagini marciano tra legacci e affanni di ogni tipo. Ci sono vicende che fanno rimpiangere la sorte dell’ebanista Aronne dileggiato, insieme alla giustizia, dal Marchese del Grillo, che a risarcimento della beffa pagò poi al malcapitato tre volte il suo credito e gli regalò in aggiunta un terreno fuori Porta San Sebastiano. E’ notorio che il reato di aggiotaggio è disagevole da provare, così non è andata altrettanto bene ai truffati della Parmalat. Le quattro banche e i sei funzionari chiamati a processo hanno ottenuto l’assoluzione per non avere commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. Il commento del presidente del Codacons è una vera staffilata: “E una vergogna, i magistrati italiani scendono in campo contro processi brevi e prescrizioni, appellandosi proprio a cause di valenza sociale come Parmalat e crack vari, e poi, quando si trovano a decidere su tali vicende, danno torto ai cittadini e assolvono le banche che hanno venduto carta straccia”. Non sono poche le sentenze cerchiobottiste, tanto per restare in linea di galleggiamento, di giudici pronti a salire su una barca o sull’altra a seconda di come tira il vento. Ci sono cause perdute a priori, a prescindere dai fatti oggettivi portati in giudizio, e ce ne sono di quelle destinate ad essere sempre vinte come accadeva per i ricorsi inoltrati presso alcune commissioni tributarie pugliesi. E’ naturale il turbamento causato da condanne tipo quella comminata all’ex presidente della sezione civile del tribunale di Vibo Valentia per corruzione in atti giudiziari, ma non allarga il cuore la presenza di magistrati timidi di fronte al potente o veloci nell’adeguarsi quando intuiscono che un determinato indirizzo giurisprudenziale non è politicamente gradito. Per lungo tempo la declinatoria di giurisdizione ha rappresentato per gli “attori” del procedimento giuridico uno degli spettri da evitare. Attualmente la norma sancisce l'efficacia vincolante, rispetto alle parti, della decisione con la quale il giudice inizialmente adito, nel dichiararsi incompetente, indica il giudice ritenuto giurisdizionalmente tale. L’art. 59 della legge n. 69 del 2009 tutela il principio della “ragionevole durata del processo” ma non è il rimedio contro il giudice che, impugnando il cavillo e rifuggendo dal nocciolo della controversia, si libera delle proprie responsabilità. Quando il “convenuto” è un colosso, come quello che, dopo averli sfruttati per anni, ha buttato in mezzo ad una strada circa duecento “somministrati” ex “interinali", può diventare preferibile che se ne occupino altri. Roberto Lassini, autore dei manifesti "Via le Br dalle Procure", è attualmente indagato per vilipendio dell’ordine giudiziario. Come smentire Alessandro Manzoni? “Sono sempre gli stracci che volano all’aria”. Tutti i grandi impuniti che da anni oltraggiano la Giustizia continueranno a farlo con buona pace di quelli che, citando Piero Calamandrei, ritengono la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Senza chiamare in causa ancora una volta gli “eroi” caduti sul campo ci chiediamo quanto potranno ancora resistere quei giudici liberi che emettono sentenze con frequenza e qualità notevoli, in ossequio della terzietà e senza inchinarsi a nessuno se non alla legge. Come se non bastassero i magistrati “prudenti”, quelli “embedded” e la lunga teoria di interventi legislativi che hanno devastato l’apparato giurisdizionale si prepara l’agguato di chi vuole modificare l’art. 1 della Carta per accordare supremazia al Parlamento a discapito degli altri poteri costituzionali. Ci aspettiamo che la successiva proposta di legge sia più incisiva ed avanzi l’idea di abolire la Magistratura lasciando che ognuno si faccia finalmente giustizia da se. Volendo rifuggire da soluzioni cruente, allo stato dei fatti si potrebbe magari ricorrere al criterio processuale istituito dal Pascià Alì di Tepeleni: l’arbitro al suo servizio lanciava in aria una moneta, se veniva testa, assolveva l’imputato, se veniva croce, lo condannava. Si narra che una volta gli uscirono tre teste di seguito, per le tre volte successive coprì il lato della testa in modo da ristabilire quella parità di assoluzioni e di condanne in cui egli trovava l’optimum della giustizia. Un criterio analogo si potrebbe adottare per procedimenti civili, contabili, amministrativi, tributari e così annullare i tempi di qualunque contenzioso. Un sistema più idoneo dal punto di vista di notissimi prenditori potrebbe essere quello di ripristinare le ordalie, antiche pratiche giuridiche secondo le quali l'innocenza o la colpevolezza, la ragione o il torto venivano determinate sottoponendo l’accusato o i protagonisti della disputa ad una prova dolorosa o ad un duello. Gli eventi adeguatamente organizzati potrebbero essere trasmessi sulle pay tv.

Antonio Bertinelli 22/4/2011
Ad ognuno il suo
post pubblicato in diario, il 17 aprile 2011


Lo show a cui pochi pifferi si sottraggono marcia di pari passo con il tormento di un Paese condannato da almeno un ventennio alla devastazione politica, economica e sociale. Il “perseguitato”, dopo aver acquistato in blocco l’armamentario democratico necessario alle bisogna, è diventato incontenibile e minaccia apertamente la Magistratura. L'assoluta mancanza di misura negli appetiti del neoduce è riscontrabile nelle azioni coordinate e ripetute instancabilmente da anni, specialmente in campo legislativo. Le responsabilità di aver ridotto l’Italia in una porcilaia sono diversamente distribuite, ma le maggiori colpe sono addebitabili ai figuranti della competizione politica che, per ragioni inconfessabili, gli hanno preparato bigliardo, stecca e palle al fine di consentirgli un’innumerevole serie di carambole. Meglio non illudersi aspettando l’arbitro che segnali le irregolarità, metta fine alla partita e faccia sostituire il tappeto verde strappato in più punti dalla furia dei colpi dell’irruente giocatore. Bisognerebbe accettare il proprio passato rimosso, vincere i tentennamenti indotti dalle circostanze inusuali e poi trovare il coraggio per sbarrare la strada alla soldataglia che ha invaso le istituzioni non certo per consapevole scelta del Popolo, chiamato in causa per giustificare un mandato politico, ancorché viziato dalla legge elettorale, palesemente esercitato in maniera illecita. Se ai giornalisti che maldestramente si professano “indipendenti” si possono perdonare delle censure, dei silenzi, delle cronache parziali, il furore circoscritto e a fasi alterne, il garante super partes, proprio perché retribuito con denaro pubblico, non può godere delle stesse attenuanti. Lo sdegno di chi evidenzia la violazione di qualche articolo del dettato costituzionale, dimenticandone altri, può andare bene per qualsiasi bocca e per qualsiasi penna, ma non certo per il Presidente della Repubblica. Di fronte ad una sorta di golpe bianco, che ha preso forma con l’ormai datato beneplacito delle “opposizioni”, non basta auspicare la concordia tra poteri dello Stato. Le ripetute dimenticanze dell’art. 11 della Costituzione non possono far liquidare con un’alzata di spalle quello che è accaduto per la questione libica. Le letterine di rampogna al governo, dopo aver firmato indifendibili decreti omnibus, mal si conciliano con la sollecitudine dimostrata nel voler ribadire l’appartenenza e la fedeltà dell’Italia all’Unione Europea. Non vogliamo assimilarci alle grette argomentazioni di qualche esponente leghista, ma ci sembra opportuna qualche precisazione. Di affabulatori trasversalmente collocati ne abbiamo fin troppi. L’ultima narrazione tremontiana sulla piena occupazione di quattro milioni d’immigrati, che lavorano giorno e notte senza lamentarsi come fanno i “fannulloni” italiani, ha bellamente ignorato il funesto bollettino della Banca d’Italia: crescita ininfluente, precariato dilatato, disoccupazione elevata, prezzi in salita, consumi in calo, potere d’acquisto di stipendi e salari in progressiva discesa, varo di manovre finanziarie recessive. Non vorremmo ripetere le cure già sperimentate ed abitualmente prescritte dagli uomini d’oro della Goldman Sachs, ma se si chiudono gli occhi sulle gravissime forzature di questo governo non si possono aprire solo in ossequio ai diktat degli Usa, a quelli dell’Ue, più generalmente a quelli della globalizzazione, con il finto liberismo delle libere volpi nel libero mercato. Se non si riesce a porre un argine all’egocrate rissaiolo, alle grandi rapine e al sacco della res publica, evitiamo almeno d’incensare l’Ue, peraltro incurante e pronta ad avvantaggiarsi della deriva istituzionale italiana. Non ci si può scandalizzare per i piduisti ancora in auge e per il gruppo dei “responsabili” al servizio del cavaliere nero senza fare nulla di concreto, poi dimenticare quanti hanno messo in saldo il Paese, e continuano a farlo, in cambio di poltrone e prebende a cui non avrebbero mai potuto aspirare per requisiti diversi da quello di avere semplicemente un prezzo. La crisi economica creata dalle grandi banche e dall’alta finanza continua a montare senza trovare ostacoli, gli aiuti imposti a Grecia, Irlanda e Portogallo non risolvono le loro situazioni debitorie ma le stanno aggravando, gli eurocrati, che si sono lasciati trascinare nei bombardamenti umanitari sulla Libia, sono alla mercè della speculazione internazionale, non possono, non vogliono o non sono in grado di sottrarre i loro paesi dal gioco a perdere in cui li hanno cacciati. Dove non si sono potuti lanciare missili tomahawk sono stati lanciati ordigni speculativi finanziari. E’ vero che l’onnipotenza di Berlusconi, scaltramente servita in salsa democratica parlamentare, non trova più argini idonei a contrastarla, ma per favore non si prenda spunto dalle parole di un ministro della Repubblica, contemporaneamente secessionista in pectore della fantomatica Padania, per compensare le frustrazioni ed inneggiare alla Fenice che non c’è. Non sarà la difesa d’ufficio di un vecchio e convinto europeista a far rinascere l’Unione dalle proprie ceneri. Ad insaputa di Tremonti, nel silenzio dei maggiori media, da poco l’Ue si è impossessata dell’Europa mettendo definitivamente gli artigli sui bilanci nazionali e sulle decisioni economiche, sia dei paesi che utilizzano l’euro, sia di quelli che usano ancora le loro monete.

Antonio Bertinelli 17/4/2011 

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Venghino signori venghino
post pubblicato in diario, il 11 aprile 2011


A prescindere dalle giustificazioni formali connesse all’entità del debito pubblico, sono sempre i banchieri a decidere quando uno Stato si troverà sotto l'attacco dei mercati finanziari, delle agenzie di rating, della Fed, della Bce e del Fmi. Ieri è toccato a Grecia ed Irlanda, oggi tocca al Portogallo, o meglio ai cittadini dei paesi attenzionati, scoprire di essere finiti in un abbraccio letale. Il Fmi omologa il deficit degli Stati e li obbliga alle politiche tipiche dell’economia globalizzata: riduzione dei dipendenti pubblici e dei loro salari, precarietà lavorativa, sfruttamento della manodopera, diminuzione dei servizi, svendita di patrimoni pubblici, divieto di finanziamenti alle imprese, privatizzazioni, massima apertura ai commerci delle multinazionali, creazione di paradisi fiscali e conseguenti benefici per le grandi corporations. Le risoluzioni dell’Onu e l’impiego del suo braccio armato rappresentano l’extrema ratio per quei governi che intendono cambiare la direzione del carro o non vogliono salirvi. In genere per piegare le economie nazionali agli interessi dell’Impero bastano organismi come il Wto, magister della mondializzazione, ed altri gruppi di pressione simili al club Bildeberg, al forum di Davos, etc. La crisi generata dalla finanza creativa a danno dell’economia reale ha fatto scivolare molte amministrazioni statunitensi in una condizione desolante. L'Illinois è sull'orlo del fallimento, ma molti altri Stati non hanno motivi per consolarsi. Dopo aver evitato la paralisi dei servizi federali, Obama ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare che domani (10/4 n.d.a) i monumenti e i musei di Washington così come quelli nel resto d'America saranno aperti. Abbiamo il dovere di vivere in base ai nostri mezzi per proteggere il futuro dei nostri figli”. Al di là delle dichiarazioni di circostanza va sottolineato che gli Usa sono prossimi allo smantellamento di tutte quelle conquiste sociali risalenti al New Deal del presidente Roosevelt. Basta esaminare la legge finanziaria del Wisconsin, approvata lo scorso mese, che prevede la privatizzazione di impianti d’energia ed un nuovo sistema di appalti pubblici senza gara. Gli articoli in essa contenuti si avviano inoltre a distruggere il sistema pensionistico pubblico Wrs, ottimamente gestito e con settantacinque milioni di dollari in riserve, privilegiando i sistemi assicurativi privati. La scala dei redditi continua a manifestare differenze abissali tanto che, malgrado il tentativo obamiano di contenerle, le remunerazioni dei manager bancari e delle società quotate in borsa hanno ripreso a crescere verso l’alto. Ovunque gli Stati, coinvolti dalla crisi, sono stati costretti a soccorrere il sistema bancario, a tagliare i bilanci e a chiedere sacrifici ai cittadini, ma il sistema strutturale dei mercati finanziari, quello che ha visto gli stessi Stati diventare bersagli della speculazione, è rimasto intatto. La crisi è stata fatta pagare ai disoccupati vecchi e nuovi, alle aziende che hanno chiuso i battenti, a chi non ha trovato lavoro e a quelli che lavorano in cambio di un reddito da fame. La forbice sociale si è divaricata, la ricchezza è sempre di più concentrata nelle mani di quelle oligarchie che hanno impoverito nazioni e popoli. La cosa più inquietante è che l’economia reale retrocede in continuazione di fronte a quella fittizia, facendo rilevare un numero di addetti in discesa costante. La finanza speculativa e la terziarizzazione economica ha costi che il profitto generato dall’economia materialmente produttiva non è in grado di sostenere. Sembra che nel 2008 gli Hedge Funds abbiano creato pseudo-valore per un importo pari a venti volte il Pil mondiale, ovvero un’immensa montagna di soldi priva di riscontri nell’economia reale. Da parecchi anni l'economista Lyndon La Rouche rivolge appelli per mettere fine alla speculazione sul cibo. Recentemente, tra gli altri, anche il Ministro dell’Agricoltura francese ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame”. In ultima istanza appelli e parole contano poco, governi e parlamenti sono le propaggini di un potere economico che, rimanendo nell’ombra, detta l’agenda mondiale. I politici sono le “bronzine” destinate a bruciarsi e ad essere sostituite, quando giunge il momento, per salvaguardare il potente motore delle élites finanziarie che restano abitualmente defilate. Per salvare la “corona” gli esecutivi si prendono le responsabilità, si espongono al confronto con la realtà, con i fallimenti politici, con le tensioni e con i malumori popolari. Persino se sono stati fedeli alle direttive della grande finanza possono venire sfiduciati con biasimo. L’alternanza “democratica” di maggioranze politiche attraverso l’esercizio del voto popolare garantisce sempre la continuità del vero potere sovrano, quello che risiede nelle maggiori banche internazionali o comunque è espressione di poderose dinastie familiari. Il socialista Zapatero è spendibile nell’interesse della Banca Europea come e quanto il conservatore Cameron lo è per la Banca d’Inghilterra. I desideri personali del democratico Obama non impediscono i pesantissimi tagli di bilancio nel Wisconsin voluti dal governatore repubblicano Walker. Le leggi si piegano ai voleri del più forte, dunque è naturale che le grandi corporations del Pianeta non paghino tasse o ne paghino in percentuale modesta, è probabile che chi organizza un colpo di stato non finisca mai davanti ad un tribunale, è possibile che Bank of International Settlements sia esente da ogni controllo politico, democratico e giudiziario. I governi si avvicendano e passano senza sconvolgere più di tanto gli assetti di potere dei mandanti. Chiunque può fare fagotto senza troppi crucci per godersi magari una pensione di lusso grazie ai servigi resi ad una società finanziaria, ad un gruppo assicurativo, ad un consorzio petrolifero o ad un qualsiasi network di stampo criminale. In Italia le mafie esistono da centocinquanta anni e neanche Mussolini ha osato attaccare a fondo gli alti livelli. Appena il prefetto Cesare Mori si spinse a coinvolgere il viceministro degli Interni Michele Bianco ricevette il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno 1929. F.to Il Capo del Governo”. Berlusconi non è solo il fiduciario di una cupola di potere, ma lui stesso è titolare di rilevanti interessi, dunque, specialmente, certe “anime belle” delle opposizioni non dovrebbero continuare a sorprendersi se non vuole lasciare il trono e se buona parte della suo impegno legislativo ha mirato e mira ad affrancarsi dai pericoli dell’azione giudiziaria. A differenza di molti altri politici che hanno invaso le istituzioni per conto terzi, lui le ha prese in ostaggio anche in forza e per i vincoli del suo denaro.

Antonio Bertinelli 11/4/2011

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Pensieri reflui
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2011


Il gotha della finanza e delle multinazionali opera alacremente per il ridimensionamento dell'istruzione pubblica. Il caso italiano non è imputabile sic et simpliciter all’inadeguatezza di questo o di quell’altro ministro. L’idea viene da lontano ed è parte integrante di quel processo di omologazione riservato al villaggio globale. Da decenni negli Usa si ritiene che l’unica cultura degna d'interesse sia quella che può essere tradotta direttamente e velocemente in denaro, il resto non conta. La deculturazione spinta del cittadino nord-americano ha marciato di pari passo con la terzomondizzazione del suo Paese. Sono cresciuti i disagi sociali, il dollaro ha perduto di valore, il debito pubblico ha superato i quattordici miliardi, le infrastrutture sono in progressivo deterioramento, i mass media sono più controllati, i diritti civili vengono gradualmente ridotti, la corruzione politica si espande, una parte consistente della middle class si sta trasformando in un aggregato sempre più svilito ed un’altra parte sta scivolando verso la linea d’ombra della povertà relativa. Rimane in piedi un colossale apparato militare che può meglio parlare alla pancia della nazione, quella costituita da chi magari acquista adesivi con la scritta: “Kick their ass and take their gas”, senza neanche sapere che tra i veterani a stelle e strisce del 2009 ci sono più di centomila homeless. E’ probabile che il grande impiego di contractors faccia avvertire di meno il peso dell’impegno bellico mantenuto su più fronti, quindi anche la crociata allestita contro la Libia non sembra incontrare troppo dissenso. Ma se andiamo oltre il contingente non ci sembra che il cittadino medio abbia maggiori consapevolezze sul suo destino. I globalisti stanno usando l’Asia per portare a termine la deindustrializzazione di un’America in decadenza. Dal 2001 sono state chiuse definitivamente quarantaduemila fabbriche. La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense. La società cinese Hutchison Whampoa ha acquistato a prezzi di favore porti ed altre importanti infrastrutture, ha ottenuto grandi appalti con trattative dirette e secretate. Prima di attecchire nel resto del globo, le dottrine neoliberiste hanno mietuto vittime in patria. Lo Stato “più democratico e ricco del mondo”, con trecentonove milioni di abitanti, ha raggiunto la ragguardevole cifra di quarantacinque milioni di poveri. Il rinnovato impegno militare per esportare questo genere di democrazia vede l’Italia seguire a ruota e partecipare all’aggressione di uno stato sovrano. Molti italiani, prima deteriormente americanizzati e poi plasmati secondo gli interessi di un autocrate inamovibile, stanno perdendo ogni capacità critica. Agiti da un potente apparato mediatico vengono spinti a trasformarsi in cavie di un nuovo ordine globale, che non necessariamente avrà come definitivo centro di potere gli Stati Uniti. Il turbocapitalismo è apolide, non risponde a nessun governo nazionale e tanto meno alla Casa Bianca, oggi utile, e fino a quando si potranno spremere le classi subalterne americane, per garantire all’Impero una poderosa macchina da guerra. La bancarotta dell’Occidente potrebbe far assumere il ruolo di gendarme del sistema alla Cina, dove il consolidato dirigismo statale potrebbe favorire meglio che altrove, e senza la retorica tipica delle stegocrazie, il sostegno ad un governo mondiale. Gli artifici per abbellire la realtà sono tipici di tutti i governi, ma mai in misura così massiccia come fanno le mosche cocchiere della globalizzazione, che, in concreto, se fa aumentare il Pil ed il reddito pro-capite di qualche nazione, fa stagnare o riduce quelli di altre. In terra caecorum orbus rex, ma non si può nascondere a lungo che l’economia globalizzata estremizza le differenze di reddito in tutti i paesi in quanto sposta ricchezza, e sempre, dal monte salari al monte profitti. I fatti nella loro essenzialità stanno ai proclami della politica come gli aghi stanno ai palloncini. La guerra alla Libia, come quelle dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è nata nella provetta dei veleni destinati all’opinione pubblica per farla salire, insieme a Pinocchio, sul carro diretto nel fantomatico Paese dei Balocchi. Le libertà assicurate da Berlusconi hanno visto nascere l’isola dei cassintegrati e tante altre isole infelici, in Usa c’è ormai un esercito di working poors. Le libertà più gettonate nel mondo occidentale sono quelle di arricchirsi, di sfruttare, di depauperare, di uccidere, di devastare culture e nazioni o quelle di dichiarare guerra a chi non si allinea ai dettami dell’Impero. La compresenza di uomini di Al-Qaeda e dell’intellicence anglo-americana tra i ribelli della Cirenaica non è affatto una contraddizione o un imprevisto. Guai a perdere la Libia, dove la globalizzazione cara alle multinazionali dell’acqua, ai banchieri ed ai petrolieri, con Gheddafi al timone, stenterebbe ad arrivare. I maggiori consorzi transcontinentali, fabbricanti di armi e di alte tecnologie, imprese minerarie, farmaceutiche, finanziarie, alimentari, energetiche, pilastri e garanti delle “libertà democratiche”, non indugiano nello spianare le foreste del Sud-America, sostengono dittature, monarchie assolute e governi tanto a Washington come a Londra, a Parigi, a Roma, etc., fino a quando tutelano e difendono i loro interessi. In Italia ciò che è democratico e ciò che non lo è lo decide Berlusconi. Per la Libia lo ha deciso Obama. Le guerre antiche puntavano per lo più a ristabilire lo status quo antecedente, le guerre contemporanee mirano allo shock strutturale come quello riservato oggi al Popolo libico. Il migliore business si realizza nella fase postbellica. Il nostro premier lo sa ed è per questo che la guerra condotta contro la Magistratura, sostenuta più o meno palesemente dai numerosi mercenari che affollano le assemblee legislative, non conosce quartiere.

Antonio Bertinelli 3/4/2011
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