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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Botta e risposta
post pubblicato in diario, il 24 luglio 2011


Ci sono eventi per i quali appare riduttivo e fuorviante elaborare spiegazioni ricorrendo semplicemente alle categorie psichiatriche. Lee Harvey Oswald, assassino di John Fitzgerald Kennedy, era ritenuto uno psicolabile e fu ucciso da Jack Ruby, un asserito squilibrato. Quando si verificano episodi di grande portata non si può liquidare il tutto accreditando il gesto isolato di uno psicopatico. La dinamica degli attentati compiuti prima ad Oslo e poi sull’isola di Utoya non combaciano con le spietate visioni di un alienato mentale. Lo psicopatico trae godimento dalla sofferenza altrui. Perché Andrei Behring Breivik non è rimasto nel quartiere governativo per assistere al bagno di sangue da lui stesso causato? Viene spontaneo pensare che il folle possa aver goduto di notevole supporto tecnico, che non abbia agito da solo ed esclusivamente sotto la spinta delle sue pulsioni. L’attacco al “paradiso” nordico richiama alla memoria le stragi compiute in altri paesi europei e segnatamente quelle sperimentate in Italia. Il 27 maggio 1993, subito dopo la strage di Firenze con cinque morti e ventinove feriti, il ministro degli Interni Nicola Mancino denunciò la “matrice mafiosa”. Disponeva di ottime fonti per asserirlo in anteprima. Prima che i depistatori si mettano all’opera sarà bene fissare quanto dichiarato a caldo da Barak Obama, dal primo ministro norvegese Jens Stoltenberg e dal suo ministro degli Esteri Jonas Gahr Store. Il Presidente degli Usa è stato apodittico: “Nessun paese grande o piccolo è immune dalla violenza. I fatti di Oslo dimostrano che la lotta al terrorismo deve continuare con grande determinazione e, nel portare le condoglianze ai norvegesi, vorrei ricordare a tutta la comunità internazionale l’importanza e la necessità di collaborare nella trasmissione delle informazioni. L’America è con i norvegesi e forniremo tutto l’aiuto possibile. (…). L’intera comunità internazionale si deve compattare di fronte a questi atti mettendo insieme la migliore intelligence e la maggiore capacità di reazione possibile”. Il premier norvegese ha dichiarato: “Malgrado gli attacchi sanguinosi e scioccanti, nessuno può sperare di metterci a tacere o di distruggere la nostra democrazia. L’evento non affievolirà i valori di quella che è una delle nazioni più pacifiche del continente. Abbiamo vissuto un incubo che pochi di noi potevano immaginare. Il messaggio per coloro che ci hanno preso di mira è che non ci distruggeranno, non distruggeranno la nostra democrazia e i nostri ideali per un mondo migliore”. Jonas Gahr Store ha aggiunto: “ La natura della democrazia norvegese, quello che la Norvegia rappresenta nel mondo, il nostro impegno, le nostre risorse, i nostri legami, non cambieranno. Non daremo questo lusso alla persona, o alle persone, che hanno commesso questo terribile atto contro i nostri concittadini". Da una parte il duplice attentato si presenta come l’occasione per ribadire la necessità di aderire al global defense and security project sotto l’ombrello degli Usa, soluzione che attribuisce a chiunque non sia allineato le sembianze del “maligno”, che legittima l’idea di un conflitto illimitato e permanente contro qualunque “nemico”. Dall’altra appare la consapevolezza di aver subito un atto terroristico che ha poco a che fare con il semplice disegno di un pazzo estremista. Per il governo norvegese il messaggio deve essere stato molto chiaro. Qualcuno può averlo decodificato con precisione, altri si staranno chiedendo quale delle singolarità norvegesi è maggiormente invisa agli autori ed ai mandanti delle stragi. La Norvegia è un grande esempio di democrazia e di efficienza economica fuori dalle influenze dell’Ue e della Bce, un paese aperto e quieto, trasparente ed estraneo ai grandi conflitti, dove gli esecutivi in carica operano nell’interesse dei cittadini, specialmente di quelli più disagiati. Non è sufficiente la grande parabola satellitare piantata sopra l’ambasciata americana di Oslo o qualche Premio Nobel per la Pace indebitamente attribuito per immergerla tra i veleni del neoliberismo che scorrono copiosi nei paesi occidentali ed in quelli occidentalizzati. Il modello economico norvegese è una combinazione tra libero mercato ed interventismo. Buona parte delle attività sono liberalizzate, ma viene riconosciuto allo Stato il ruolo centrale nella gestione delle risorse. Il Governo ha dunque il controllo su tutti i settori chiave, incluso quello petrolifero. Lo spirito di collaborazione è quasi imposto dalle consuetudini ed è ritenuto parte integrante della cultura politica norvegese. Persino la riforma dei trattamenti pensionistici, resi ultimamente particolarmente flessibili, non ha dato origine a manifestazioni di piazza. Parte degli introiti dei giacimenti nel Mare del Nord, che costituiscono il 20% del Pil, viene depositata in un fondo sovrano che oggi ammonta a 370 miliardi di dollari. E’ stato ribattezzato “Fondo Pensioni Statali”, serve a finanziare il welfare e per garantire un elevato benessere anche alle generazioni future. Confrontando la Norvegia al resto d’Europa è possibile rilevare altre “fastidiose” distonie. E’ la terza esportatrice mondiale di petrolio dopo l'Arabia Saudita e la Russia. E’ geograficamente rilevante per la prossima corsa alle risorse artiche liberate dallo scioglimento dei ghiacciai. Tra Oslo e Mosca esiste un trattato che definisce lo sfruttamento delle piattaforme continentali nel Mare di Barents e nel Mare Glaciale Artico. I rapporti di collaborazione, anche militare, tra Norvegia e Russia si stanno facendo sempre più stretti. Il governo norvegese ha recentemente manifestato l’idea di uscire dalla coalizione dei volenterosi schierati contro la Libia di Gheddafi. Altri due marchi di fabbrica del paese sono l’appoggio esplicito alla sovranità della Palestina e lo scarso gradimento degli investimenti israeliani nelle imprese nazionali. Più che aderire alla storia del carnefice fondamentalista, ci sembra più verosimile pensare alle forze smosse dalla linea di faglia delle strategie adottate dalle élites globali per l’indirizzo ed il controllo dei popoli.

Antonio Bertinelli 24/7/2011   

Il ballo degli gnomi
post pubblicato in diario, il 17 luglio 2011


La guerra di Segrate sulla Mondadori, iniziata ventitre anni orsono, è giunta alla sentenza civile di secondo grado. L’ovvio disappunto della parte soccombente ed il tentativo di bloccarne l’esecutività fino al pronunciamento della Corte di Cassazione hanno riproposto il tema sempre attuale della Giustizia dai percorsi tanto accidentati quanto differenziati. Già altri hanno fatto le loro confessioni di ospiti in tribunale senza avere santi in paradiso. Anche a noi è capitato di perdere in primo grado di fronte ad un debitore “potente”. Le motivazioni della sentenza sembrano aggirare palesemente quanto stabilito dalle norme e non depongono a favore di chi l’ha redatta, eppure, su precetto della controparte, siamo stati costretti a pagare tutte le spese derivanti da un inevitabile contenzioso giudiziale. Se mai otterremo ragione riusciremo ad avere indietro il dovuto insieme a quanto già pagato? Non ci interessa sapere se l’ultimo calcolo effettuato per liquidare il danno subito dalla Cir sia più o meno congruo, resta il fatto che le persone comuni, anche quando incrociano il magistrato che non vorrebbero mai incontrare, e a molti sta capitando troppo spesso, sono costretti a mettere mano al portafoglio subito, senza se e senza ma. A chi si imbarca in un procedimento civile, prescindendo dall’esito finale, rimarrà per sempre il sapore di un’esperienza amara. Che l’amministrazione della Giustizia sia stata boicottata per via legislativa, e non solo dai governi di centrodestra, è un fatto inconfutabile, ma non può essere questo un alibi da usare in ogni frangente. Ci sono mali più profondi che non dipendono dall’azione corrosiva e sistematica della “casta”. E’ stato recentemente detto che i magistrati iscritti alla P2 furono espulsi dal Csm. Fatta eccezione per due/tre casi, gli altri, variamente censurati dall’organo di autogoverno, rimasero comunque in servizio. Alcuni, come il genero di Licio Gelli, fecero carriere brillanti, qualcun altro, in qualità di Gip, nel 2002, ricorse ad arzigogolii giudiziari per difendere a spada tratta Marcello Dell’Utri, e contro un altro giudice. Le bugie, i silenzi, il conformismo ed altri rapporti inconfessabili rendono più agevole la progressione degli incarichi. E’ legittimo che si denunci l’arroganza infinita della politica, ma non è ammissibile che, davanti a molteplici e giustificate critiche, la Magistratura si nasconda dietro alcune figure emblematiche. I suoi “eroi”, a volte anche martiri, non hanno nulla a che vedere con chi è incompetente, colluso, schiavo delle proprie ambizioni, al servizio di qualche confraternita o comunque succube della parte in causa più forte. Purtroppo la malagiustizia non direttamente imputabile all’azione criminogena del legislatore ha assunto dimensioni di tutto rispetto. L’elenco degli “errori” e delle disfunzioni è lunghissimo. Solo per limitarsi agli “svarioni” giudiziari basta riandare con la memoria al blog ormai dismesso di Gaetano Dragotto, Procuratore Generale di Ancona, non riconfermato in carica dal Csm. Minimizzare certe storie, o peggio negandole, significa farsene complici. Sbaglia chi ritiene che non dovendo ricorrere oggi all’apparato giurisdizionale non sia toccato dal problema. Le rovine della Giustizia, per una ragione o per l’altra, invadono la vita quotidiana di tutti gli Italiani. Non è da escludere che, ricorrendo allo scrutinio segreto, mercoledì prossimo la camera dei deputati individuerà per l’ennesima volta il fumus persecutionis nei confronti di un suo membro, ma il prevedibile epilogo è forse più allarmante di quanto appaiano alcune sentenze? Pensiamo all’assoluzione dei responsabili della Tricom di Tezze e alle sue vittime, alla condanna di dodici lavoratori che occuparono la sede di Agile-Eutelia per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi, ai trecento lavoratori della Nuova Siet di Taranto che da oltre dieci anni attendono il ripristino della legalità, al licenziamento dei tre operai di Melfi, alle disavventure giudiziarie di Fabrizio Adornato indotto a fare lo sciopero della fame a ridosso del Quirinale. C’è una miriade di storie vecchie e nuove che vedono il Csm fare quadrato intorno all’indifendibile. Si va dall’achiviazione del procedimento, dove le “cantonate” del magistrato vengono formalmente accreditate come fondamenti dell’attività giurisdizionale, al rimedio del "promoveatur ut amoveatur". Dopo il feroce assassinio del Sostituto Giangiacomo Ciaccio Montalto, negli armadi della Procura di Trapani vennero alla luce alcuni scheletri di cui era a conoscenza anche il capo della stessa. Quale criterio venne adottato per il trasferimento di Giuseppe Lumia in Cassazione? Dallo spessore di ognuno e dagli interessi dei rispettivi padrini è naturale attendersi che i maggiordomi della politica solidarizzino tra loro per raggiungere le vette massime dell’impunità. Proprio a motivo della specificità del ruolo rimane invece del tutto inaccettabile per chiunque che le “deficienze” di un magistrato possano trovare comprensione o peggio omertà tra i suoi stessi colleghi. Se qualcuno intervenisse per evitare che Fabrizio Adornato si lasci morire d’inedia sarebbe un buon punto da cui cominciare.

Antonio Bertinelli 17/7/2011
Senza solfeggio
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2011


A volte scrivere è un limite, è un’ammissione d’impotenza politica, è un cedere alla seduzione della parola pensando di poter cambiare quanto stabilito dal Sovrano. Disse George Orwell: “Scrivo perchè c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione”. Pensare in libertà e disvelare le apparenze ingannevoli può dunque arginare gli effetti di quella politica basata sulle tre effe già care a Ferdinando di Borbone: farina, feste e forca. Per alcuni la sfida potrebbe essere quella di fuggire dall’immutabilità della classe dirigente-delinquente, per altri la sfida potrebbe essere il tentativo di limitarne i danni, dovuti anche all’assuefazione di chi subisce. Quando ci si adatta a tutto non si trova più nulla di cui stupirsi, di cui lagnarsi e per cui lottare. Il sigillum realitatis rende implicitamente “normale” qualunque avvenimento guidato dall’alto. Una volta le file ai caselli autostradali, adeguati per numero e per addetti alla riscossione del pedaggio, erano episodiche e comunque veloci nello scorrere. Oggi, con l’automazione dei varchi e con la quasi totale scomparsa del personale addetto all’esazione, entrare ed uscire da un’autostrada richiede a volte tempi impossibili. Come invita a fare la pubblicità televisiva, anche se non si viaggia spesso, basta dotarsi dell’opportuno apriti sesamo Fornendo al Grande Fratello un altro mezzo di tracciatura personale e pagando un canone mensile in aggiunta al pedaggio, ci si può dotare di telepass. La “saponetta” da collocare sul cruscotto è l’indispensabile viatico per non finire in coda. Come è diventato usuale pagare le tasse sulle tasse diventerà usuale pagare un sovrappiù per entrare ed uscire felicemente da un’autostrada. Le file erano una caratteristica dell’Evil Empire di cui i cantori dei paesi “liberi” si facevano beffa. Attualmente la corruzione diffusa nelle democrazie occidentali, oltre all’ingrossamento delle file dei poveri negli Usa ed in gran parte d’Europa, ha prodotto recessione, disoccupazione, crisi finanziaria, stretta bancaria e tensioni sociali crescenti. Affidare al Web le proprie riflessioni sullo stato dell’arte nazionale non può essere la sola panacea, ma può accendere qualche lampadina sull’attività del Re che spesso è extra et contra legem, sui mimetismi parlamentari che hanno portato l’Italia sulla via del sottosviluppo culturale ed economico. La dissolutezza del ceto politico, le rendite che lo tengono in vita, il finto liberismo, le ricette di Milton Friedman e lo smantellamento di tutto quanto funzionava o funziona operano per la definitiva svendita dello Stato. E’ un copione già visto e, senza una rivoluzione in grado di capovolgere gli attuali assetti di potere, il Paese non riuscirà mai a cambiare il suo outlook. Dopo le razzie di cosche e camarille, dietro l’angolo si nasconde il saccheggio coloniale per via parlamentare. Lo strangolamento della Grecia si colloca nel contesto più ampio dell’ideologia monetarista collegata all’euro e delle sovranità nazionali soppresse su input delle grandi banche private. Per i governi europei, segnatamente per quello italiano, così come dimostra l'ultima terapia prescritta da Giulio Tremonti, lo slogan lagardiano “sia ripresa, sia austerità” continuerà a tradursi nella ripresa per la finanza e nell’austerità per i cittadini. Tutti i personaggi della ribalta pubblica sembrano muoversi sotto la stessa regia. Le eminenze del Pd, nel tenere sponda, dimostrano una capacità recitativa a cavallo tra il catastrofico ed il surreale. Un’inchiesta tira l’altra ed appare lo spaccato di un Paese occupato da un nugolo di commensali che gozzovigliano svuotando le dispense comuni. I media inseguono il nulla o le invettive che si scambiano gli attori della politica. I problemi più assillanti rimangono sullo sfondo e non si può attendere che cada questo esecutivo continuando a nascondersi dietro un dito. Nel XIX secolo l’emofilia colpì molti membri delle famiglie reali di Germania, Inghilterra, Russia e Spagna. Tutti i soggetti colpiti erano discendenti diretti della regina Vittoria. Così come tale malattia si propagò per inaccessibili lignaggi dinastici così si diffonde l’avidità distruttiva di una casta che continua a riprodursi per partenogenesi. Maneggioni, amministratori di società, parlamentari, ministri, segretari, finanzieri, presidenti di Regione, giudici, imprenditori e banchieri indaffarati a spartirsi di tutto sono posti a garanzia di un non lontano disastro. Persino John Locke, in certi casi rassegnato ad accettare “una quieta ignoranza”, di fronte ad un potere arbitrario, riconobbe il diritto di resistenza dei popoli. Rifuggendo dai mantra delle opposizioni per caso, e a dispetto degli stessi organismi sovranazionali a cui tutti si inchinano, i novelli sudditi dovranno inventarsi, di giorno in giorno, i modi per esercitarlo.

Antonio Bertinelli 10/7/2011


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Italia meccanica
post pubblicato in diario, il 1 luglio 2011


Ora che la lunga inamovibilità di Silvio Berlusconi sembra minata dai risultati delle elezioni amministrative, dal voto referendario e dalle lotte intestine tra le forze della maggioranza parlamentare non riteniamo che al Pd vadano attribuiti particolari meriti. Tra i suoi dirigenti c’è chi gioisce e chi lancia ciambelle di salvataggio approfittando del lavoro e dell’impegno altrui. Un insieme variegato di movimenti ha sicuramente dissodato il terreno per mettere a dimora nuove piante, ma il berlusconismo continua a godere di buona salute, all’orizzonte non si profila un qualche grande soggetto politico refrattario al sistema, capace dunque di affrancarsi dai rapporti di dominio-sfruttamento tra governanti e governati, sia nazionali che europei e più ampiamente globali. Assodato che gli schieramenti bipolari e le alternanze di governo sono solitamente specchietti per le allodole, masse proteiformi stanno irrompendo nella storia per disseppellire la Democrazia finita nella tomba. Accade in Val di Susa, accade ad Atene, accade ovunque si abbia coscienza che i rappresentanti istituzionali non rappresentano neanche un pò gli interessi delle popolazioni. La Tav, pensata nell’esclusivo interesse di potenti lobbies, probabilmente destinata a rimanere un’opera incompiuta per più di una ragione, ha visto l’andirivieni della connivenza tra centrodestra e centrosinistra. Per la maggior parte della gente, in Grecia, con stipendi medi pari a seicento euro, da più di due anni comprarsi una paio di scarpe, una gonna, un pantalone, andare al cinema o a pranzo fuori casa è quasi un sogno, da realizzare, quando va bene, a Natale. In Inghilterra ci sono stati centinaia di migliaia di scioperanti per la stretta sulle pensioni voluta da David Cameron e ieri a Londra la polizia ne ha arrestati ventisei. L’aria che tira nelle cosiddette democrazie occidentali, a cominciare dagli Usa, non è tra le più salubri per i popoli. In Italia, dove il potere senza organigrammi trasparenti si avvale del “Bisi”, non vi sono dubbi che esista qualche problema in più rispetto ad altri paesi, ma siamo proprio certi che l’avvento di governanti “progressisti” possa liberarci da tutte le mafie, incluse quelle transnazionali, quelle economiche e quelle finanziarie? Forse Michele Santoro tornerà in Tv ed avrà pure la copertura legale, per tanto altro bisognerà aspettare delle vere e proprie soggettività rivoluzionarie. Nel 1996 la dott. Giuseppa Geremia indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica, sull’Alta Velocità e sull’affare Nomisma. Pressioni di ogni genere la costrinsero a chiedere il trasferimento a Cagliari. Anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano indagato sugli appalti delle grandi opere pubbliche e sulla svendita delle migliori aziende nazionali. Nel 1997, con il governo Prodi, il reato d'abuso d’ufficio, istituto cardine a tutela degli interessi pubblici, venne reso difficilmente perseguibile. Tornando all’oggi vediamo la polizia di Maroni garantire lo sventramento inutile di un territorio, assistiamo alla messa a punto del “porcellum” sindacale, sentiamo affermare trasversalmente che la ripresa italiana ha necessità di basarsi sul peggioramento delle condizioni di lavoro, sulla diminuzione dei salari, e soprattutto sul rifiuto di applicare il contratto nazionale tramite la creazione di aziende ad hoc, possiamo guardare all’ultima ricetta economica di Giulio Tremonti, che è iniqua, insufficiente e foriera di un’irreversibile depressione. Ma quale esecutivo potrebbe esercitare un mandato nel sostanziale rispetto della volontà popolare, avere la forza o il permesso di porre fine alla crescita dei privilegi e del conseguente disagio sociale? Il debito pubblico, per niente “sovrano”, incalza e in tutta l’Ue c’è un fiorire di buoni propositi a cui nessun politico allineato si sottrae: smettiamo di bisticciare altrimenti disturbiamo i mercati, irritiamo gli investitori; pratichiamo diligentemente l’austerity, basta con quel vecchio arnese della sovranità nazionale, lasciamo che Bruxelles e Mario Draghi si occupino del nostro futuro. Persino l’inquilino del Colle, massimo garante di uno Stato vassallo, fa finta di non vedere che la comunità europea non è quella onirica dei suoi agiografi. Se i governi rispondono a personaggi come il “Bisi” e vanno a rimorchio delle esigenze di banche, finanza e multinazionali discettare di alternanze lascia il tempo che trova. Secondo Molly Ivins "è difficile convincere le persone che le stai uccidendo per il loro bene”. E questo vale sia per l’esecutivo delle cricche che per quello che verrà. Per garantire “la magia degli interessi composti” non si potrà contare sine die sulla creatività legislativa a salvaguardia degli amici e sull’impiego indiscrimato delle forze dell’ordine.

Antonio Bertinelli 1/7/2011  

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