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il blog di Antonio Bertinelli su Il Cannocchiale
Ed infine hanno cucinato l’Africa
post pubblicato in diario, il 31 agosto 2011


Esistono diversi organismi di vigilanza e controllo nazionali particolarmente plastici. I meccanismi di nomina, il sistema dei finanziamenti e le molteplici incompatibilità dei vari commissari non riescono neanche a salvare le apparenze. Le sanzioni, quando comminate dalle authority, difficilmente arrivano a colpire grandi gruppi, sono del tutto irrisorie rispetto al volume d’affari o alla gravità dei comportamenti censurati e quindi non servono a scoraggiare abusi e truffe di ogni tipo. La loro utilità finisce nell’illusoria idea che esistano enti per la salvaguardia di interessi comuni contrapposti alla tracotanza operativa di partiti politici e lobbies. Pur con tutti i distinguo da fare sull’inarrestabile declino del Bel Paese, divorato e lasciato divorare da una classe dirigente inetta, anche alcune istituzioni internazionali sembrano non godere di buona salute in termini di garanzie e terzietà a tutela degli interessi collettivi. C’è ad esempio un insanabile conflitto d’interessi tra l‘Oms e l’Aiea. La prima non può agire liberamente nel settore nucleare in quanto necessita dell’imprescindibile consenso della seconda. Guardando all’Onu il quadro si fa ancora più fosco. Venuto alla luce democraticamente zoppo per il diritto di veto accordato a Cina, Francia, Gran Bretagna, Urss ed Usa nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza, con il passare del tempo è diventato sempre di più subalterno agli interessi dei potenti. Quelle stesse Nazioni Unite, che appaiono deboli di fronte alle innumerevoli risoluzioni mai rispettate da Israele, diventano improvvisamente forti quando corre l’obbligo di “liberare” quei popoli che stanno a cuore dell’Impero. Nel Palazzo di Vetro di New York a nessuno appare grottesco che tra i quarantasette paesi facenti parte del Consiglio dei Diritti Umani alcuni, come il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita ed altri ancora, non brillino quali luoghi di libertà democratiche. Come si può far finta di ignorare che lo statuto dell’Onu è diventato una variabile dipendente dai desiderata anglo-americani, che l’intera assemblea serve da foglia di fico o svolge semplicemente un compito notarile per ratificare decisioni prese altrove, là dove spesso le intenzioni umanitarie si avvolgono intorno a bombe e missili in procinto di essere lanciati. E’ accaduto nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq e poi in Libia. Per dirla alla Louis Dalmas, en nous prenant pour des cons. La Nato, impegnata nei trionfi delle democrazie sulle tirannidi, è sempre più calata nel ruolo di agenzia militare delle Nazioni Unite, così la nota favola di Fedro “Lupus et agnus” è tornata d’attualità. Il “cane pazzo” di reaganiana memoria, con i suoi limiti e con i suoi chiaroscuri, non è peggio di tanti altri che ci ammanniscono le loro litanie sui diritti dei popoli; il suo passato, sotto alcuni aspetti, non è del tutto disprezzabile. La maggior parte degli Africani lo considera un uomo generoso che con il suo impegno e con i soldi libici ha contribuito a cancellare l’umiliazione dell’Apartheid in Sud-Africa. E’ altrettanto degno di nota che l’intero continente si è potuto affrancare dall’oneroso affitto annuo dei satelliti occidentali per le telecomunicazioni grazie a Gheddafi. L’odiato tiranno ha partecipato per ¾ dell’intero importo alla costruzione e al lancio di Rascom1, il primo satellite africano. Se la Libia è stata trasformata in una zona di guerra spaventosamente asimmetrica è perché l’Onu, nella sua essenzialità, non può opporsi alla legge del più forte. A questo va aggiunta la menzogna dei manichei a contratto come quelli che, attraverso la narrazione del “massacro di Srebrenica”, avvenuto nel 1995, hanno accreditato la particolare crudeltà dei Serbi ed il necessario smantellamento della Jugoslavia. Pochi sanno e, a giochi fatti, è del tutto ininfluente che i corpi degli ottomila mussulmani bosniaci uccisi a freddo non siano mai stati trovati. Dalle centinaia di cadaveri recuperati nelle fosse comuni come sarebbe stato possibile separare il numero dei morti negli scontri da quello dei giustiziati o, meglio ancora, stabilire se un corpo era di un serbo o di un bosniaco? La storia raccontata dagli invasori della Nato non fa menzione delle crudeltà commesse dai mussulmani e dai Croati, dei massacri subiti dai Serbi e delle loro legittime risposte alle aggressioni. Per quanto accaduto ed accadrà in Libia stiamo assistendo alla consueta promozione ingannevole. Non ci sono nefandezze e non ci sono stragi che non siano imputabili esclusivamente ai “mercenari” di Gheddafi. Va da se che i liberatori al seguito dei servizi d’intelligence e delle truppe occidentali impegnate in loco siano fior di galantuomini amorosamente cresciuti nei giardini delle democrazie, che le bombe Nato siano talmente intelligenti e garbate da chiedere il permesso prima di colpire chiunque vi si trovi sotto. La comoda plasticità di un organismo di garanzia nazionale può scaricare tutto il suo zelo contro le foto “rubate” di un Zappadu o, al massimo, può recitare il de profundis per il servizio pubblico televisivo. L’eccessiva plasticità dell’Onu favorisce in giro per il mondo la nascita di mattatoi e quello libico non sarà l’ultimo. Per tutti i paesi dell’Africa, che con la cacciata violenta di Gheddafi e l’occupazione della Libia perdono i loro migliori riferimenti sociali, politici ed economici, sarebbe più dignitoso abbandonare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Catturato il Nord-Africa nella sfera d’influenza euro-statunitense non sarà mai messo all’ordine del giorno un seggio nevralgico per l’intera Federazione Africana.

Antonio Bertinelli 31/8/2011


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Ultimi scampoli di guerra
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2011


E così anche Tripoli si appresta a vivere il suo day after. Dopo aver forzato oltre ogni limite la risoluzione n. 1973 dell’Onu, dopo aver scatenato invincibili armate e tutta la più avanzata tecnologia mortifera contro un governo legittimo, presto il setaccio in possesso dei ladroni coalizzati tratterrà i semi e lascerà la crusca ai libici. Nel crescendo delle manipolazioni mediatiche persino Google Maps, il 21 agosto, ha accettato il cambiamento della toponomastica: Green Square è stata ribattezzata Martyr’s Square, cosi come richiesto da qualche glorioso combattente per la libertà. La storia della Libia di martiri ne conta parecchi, caduti in guerre coloniali come quella ancora in corso, che sta preparando il terreno per le scorrerie di pochi grandi raider e dei soliti sicari dell’economia. Mu'ammar Gheddafi è stato corteggiato per anni da tutte le più grandi banche occidentali, con cui ha condotto affari non sempre vantaggiosi, sia per lui, che per il suo Paese. Il fondo sovrano libico, così come riporta The Wall Street Journal del 31 maggio 2011, affidò a Goldman Sachs 1,3 miliardi di dollari e gli investimenti curati da detto gruppo persero il 98% del loro valore. Le perdite non furono mai più ripianate dalla celebre banca d’affari. La narrazione dei media più potenti e diffusi, che spesso ricorrono a studios tali da far invidia a Cinecittà, calza sempre a pennello con gli obiettivi economico-finanziari anglo-americani. Pochissimi giorni prima che Barak Obama annunciasse la sua dichiarazione di guerra umanitaria l’Unione Africana si era riunita per discutere la proposta del leader libico di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa. Il fatto, di rilevante interesse, non venne mai reso noto, da giornali e Tv, né al popolo nord-americano, né a quelli europei. Inclusa quella portata in Libia, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Usa ed i loro alleati hanno scatenato cinque guerre. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, grazie all’impiego di una potenza militare e poliziesca senza eguali, si sta assistendo all’espansione ininterrotta di un ordine oligarchico, che fagocita ogni sovranità nazionale, per tutto il pianeta. Ebbe a dire Thomas Friedman, consigliere del segretario di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton: "Perchè la globalizzazione funzioni, l'America non deve temere di agire come l'invincibile superpotenza che in realtà è (...). La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald's non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F-15. Il pugno visibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti". Le cronache di qualunque giornalista garantito dal marchio di qualità euro-yankee, che sia al seguito delle salmerie o comodamente seduto nella propria redazione, non ci parlano dei morti e dei feriti causati dalle tonnellate di bombe Nato sganciate sulla Jamahiriya, non ci parlano dei cecchini umanitari appostati sui tetti di Tripoli, tacciono sui jet che hanno colpito tutto quello che sono riusciti ad inquadrare nel mirino, non ci dicono che i check-points governativi sono stati tra i bersagli preferiti dall’aviazione alleata. Sono cronache che rispondono a parole d’ordine, frutto di veline uguali per tutti, a volte gentilmente fornite dai servizi segreti dei “liberatori”. Il sabba mediatico, nella sua complice subalternità, ci offre la descrizione caricaturale del despota attenzionato dai difensori delle democrazie, qualche improbabile reality show montato in fretta e furia, l’omertà per gli eccidi dei “patrioti” ribelli, molte notizie totalmente false, l’enfasi per le gesta di qualche centinaio di giovani rivoltosi, che, trascinati dall’opportunismo del sedicente Consiglio Nazionale Transitorio, scorrazzano trionfanti su pick up e tirano il grilletto di qualche arma automatica su richiesta del fotoreporter incaricato del servizio. Il silenzio imposto dal consesso dei “volenterosi”, in combutta e in competizione per mangiarsi la torta libica, il vezzo sesquipedale con il quale si affabula intorno alla “rivoluzione" partita da Bengasi per venderla ai telespettatori come un grande movimento popolare desideroso di libertà non riescono a nascondere del tutto una guerra condotta in spregio della nostra Costituzione e del diritto internazionale, alimentata da un’ipocrisia oscena, sfociata nel cinismo sanguinario. Giorni orsono nel villaggio di Majar c’erano ottantacinque cadaveri di donne, bambini ed anziani. Tra le tante menzogne che nessuno dei maggiori media si è mai preoccupato di smentire, i Libici sono rimasti vittime di una manovra d’intelligence, propedeutica all’intervento militare. Presto saranno depredati delle loro immense ricchezze, cominceranno a conoscere tasse mai pagate, vedranno all’opera i banksters occidentali, subiranno la costruzione di basi strategiche Usa. Non c’è necessità di leggere le “farneticazioni complottiste” di teste poco allineate o di presunti paranoici. Anche un ingenuo è in grado di sospettare che i burattini al servizio dell’Impero, dopo aver rivoluzionato Tunisia ed Egitto, dopo aver destabilizzato la Libia, nella stessa maniera potrebbero correre in soccorso di altri popoli “oppressi”. I loro discorsi imbevuti di richiami alla democrazia hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero di migranti. Le loro promesse ed i loro aiuti puzzano di morte. Un editoriale odierno disquisisce su “I veleni di una dittatura”, a quando un editoriale sui peggiori veleni della più aberrante tra le democrazie? I titoli di coda di un film che non avremmo mai voluto vedere scorrono su Shimon Peres che afferma:” Fossi libico, mi sarei sollevato anche io contro il tiranno”, su Barak Obama che, da sempre sensibile alle “sofferenze” dei popoli, intima a Bashar al-Asad di dimettersi, sullo zelante Nicolas Sarkozy che, dopo aver inviato i suoi legionari ad occupare la Costa D’Avorio, consentendo alla Francia di diventare la prima potenza mondiale per il cacao, si appresta ad ospitare la conferenza di tutti i paesi aggressori a Parigi per spartirsi il bottino libico, su Mu'ammar Gheddafi che si dice intenzionato a vincere o a morire.

Antonio Bertinelli 24/8/2011

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Quel frinire di mezza estate
post pubblicato in diario, il 17 agosto 2011


Si è messo in marcia un autobus chiamato Desiderio. Barak Obama è in tour nel Mid-West per recuperare i consensi di quell’America profonda, oggi a lui maggiormente ostile. La tre giorni di full-immersion sembra più dedicata alla riproposizione della sua candidatura per le presidenziali del 2012 che non all’annuncio di un nuovo piano economico generale. Ormai i suoi elettori lo hanno scoperto in disputa con i repubblicani per guadagnarsi la benevolenza di Wall Street. La sua stella è tramontata quando si sono resi conto che lo scontro di luglio sul debito pubblico riguardava esclusivamente la scelta delle tattiche per raggiungere l’obiettivo parimenti perseguito dalle due parti in causa: minore sicurezza sociale. Senza entrare nei dettagli dell’ultimo bluff, proprio grazie all’esemplare tutela che ha garantito al grande capitale, Obama, per la sua futura campagna elettorale, ha messo in cassa finanziamenti pari a più del doppio di quelli elargiti a tutti i concorrenti repubblicani nel loro insieme. Ne discende che l’uomo dello “yes we can”, al pari dei suoi avversari politici, è stato soprattutto leale al partito delle guerre di colonizzazione e a quello dei super ricchi. Le contrapposizioni ideologiche su cui hanno discettato e discettano i media mainstream sono aria fritta che non cambia il destino scelto per i popoli dal capitalismo neoliberista, dalla virata a destra della politica, tanto negli Usa quanto in Europa e nel resto del mondo americanizzato. I commentatori che non lasciano spazio alla dietrologia ci parlano di una lunga serie di inspiegabili ritirate obamiane. Senza mettere in dubbio le illusioni che potrebbe aver coltivato in buona fede prima di ottenere il mandato presidenziale, e la cosa è irrilevante, Obama non ha rimosso i tagli fiscali riservati all’upper class; non è riuscito a realizzare un sistema sanitario equo; si è rimangiato le promesse fatte ai sostenitori dell’economia “verde”; non ha attivato controlli per il sistema finanziario; non ha fatto investimenti pubblici, né ha concesso incentivi alle aziende per combattere la disoccupazione; ha salvato banche ed istituti finanziari dalla crisi, da loro stessi causata, con i soldi dei cittadini; ha permesso che si continuasse a pagare i manager bancari con mega bonus; non ha aiutato i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui; non ha chiuso il centro di Guantanamo; non ha fatto nulla contro la diffusione di carceri-fabbriche, dove i prigionieri vengono pagati ventitre centesimi di dollaro l’ora; ha sottoscritto l’escalation degli impegni militari in Afghanistan; ha destabilizzato il Nord-Africa; ha portato la guerra in Libia, dove il Consiglio Nazionale di Transizione e i loro funzionari sono direttamente stipendiati da un ente statunitense; se non fosse intervenuta una documentazione prodotta dal Sudafrica, qualche giorno fa si sarebbe impossessato di un miliardo e mezzo di dollari di proprietà dello Stato libico. E tutto questo mentre il sistema delle infrastrutture nord-americane sta andando in pezzi. Qualcuno ha scritto recentemente che Ronald Reagan andrebbe volentieri a braccetto con Barak Obama. E già, la fallace idea della supplì side economics tanto cara al primo ha precorso l’accomodante pragmatismo del secondo. Che l’affermazione appaia plausibile indica la preoccupante condizione in cui versano i popoli degli Usa e di tutto il pianeta, là dove schiacciati dai governi dei Chicago Boys di Milton Friedman o con l’economia reale in letargo. Come hanno dimostrato tutti i sondaggi, la maggioranza della popolazione americana era nettamente contraria ad un accordo sul tetto del deficit pubblico basato esclusivamente su tagli alla spesa, mentre era favorevole a nuove tasse per grandi aziende e redditi elevati. Invece repubblicani e democratici hanno risposto alle istanze dell’élite economica e finanziaria a stelle e strisce. L’accetta sulla spesa pubblica a detrimento della struttura sociale, con il venir meno dei programmi di assistenza, che avevano finora alleggerito almeno in parte le pene di milioni di persone, costrette a pagare il conto della crisi, è un imperativo che echeggia da Washington a Bruxelles, passando ovviamente anche per Roma. Quella sorta di kinderhaus costituita dalle agenzie di rating e dalla deregolamentazione finanziaria non fa altro che aggravare la situazione in cui versano i cittadini più deboli dei singoli Stati. La sottomissione dei politici ai poteri forti è il carburante della speculazione e può fare da detonatore a movimenti insurrezionali. Ipotizzare che questo non sia stato già previsto è una pia illusione. In Italia, mentre si continuava a trasformare il Paese in una babilonia ad uso e consumo privato, dove una società di capitale su due è formalmente in perdita o ha reddito nullo, prima di pigiare il piede sull’acceleratore di “riforme” idonee a perfezionare l'espropriazione della sovranità popolare, è stata varata la legge n. 85/2006. Per consentire il raffronto riportiamo il vecchio art. 241 del codice penale:”Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza dello Stato è punito con l’ergastolo. Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l'unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità” e la modifica apportata con detta legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche”. Come negare che in Parlamento esisteva da tempo la consapevolezza di avere abbandonato gli Italiani alla dittatura dei mercati, delle banche e delle corporations? Se la disapprovazione dei popoli travolti dalla crisi e dalla depressione ha marciato sui binari della contestazione pacifica, visti gli insuccessi inanellati fino ad ora un pò dovunque, con un modello di sviluppo economico che arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri, non sono da escludere i rischi di tumulti. Dentro la crisi di questo capitalismo i luoghi della trattativa prima si sono ristretti e poi sono scomparsi del tutto. E’ lecito pensare che i timonieri dei governi nazionali, quelli che impongono manovre finanziarie tali da spezzare le ossa ai lavoratori e non intendono cambiare rotta, coloro che esorcizzano i conflitti sociali invocando le categorie del teppismo, abbiano già messo largamente in conto delle rivolte. La storia ci narra di rivoluzioni che, catturate da minoranze preparatesi in anticipo come alternativa ai tiranni, non hanno dato i risultati auspicati. La ribellione spontanea e radicale, lo scontro frontale in piazza, senza teste pensanti libere dalla rabbia, senza un unico ed unanimemente riconosciuto catalizzatore politico, senza (nell’accezione del termine) coscienza di classe, avrebbero di sicuro un epilogo infausto. In un contesto di tal fatta, che a volte sembra si voglia proprio far esplodere con la miccia di scelte socio-economiche-politiche apparentemente dissennate, la farebbero da padroni provocatori, infiltrati, servizi d’intelligence, polizie ed eserciti. E’ vero che l’ultima manovra finanziaria colpisce ancora una volta le categorie odiate dai nani che l’hanno redatta, è vero che non esiste più un partito in grado di rappresentare gli interessi dei più o, meglio, quelli degli oppressi, è vero che la “casta” ha oltrepassato ogni limite di decenza, sia nell’appagare la propria bulimia che l’avidità dei suoi mandanti, ma il compiacimento da scrivania o da salotto per lo spontaneismo insurrezionale, probabile, forse inevitabile, dagli esiti piuttosto scontati, non ci sembra un punto d’arrivo.

Antonio Bertinelli 17/8/2011


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Lo zio Sam piange, ma l'Italia non ride
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2011


Con l'avvento della Seconda Repubblica abbiamo assistito al declino industriale, al perfezionamento della predazione dei settori pubblici, all'incoraggiamento dell’evasione fiscale, alla promozione del casinò della finanza, alla precarizzazione del lavoro e al forte ridimensionamento del welfare. Il centro-sinistra, quello che illo tempore ottennne l'investitura e la benedizione di Washington, ha sposato le logiche del neoliberismo, non ha mai messo in discussione la visione monetarista di Bruxelles e la totale autonomia della Bce o guardato alle vere cause del debito pubblico fino ad oggi maturato. Malgrado l'Italia spenda molto meno di altri paesi europei per la scuola, l'università, la ricerca, la sanità, la famiglia ed i sussidi di disoccupazione la vulgata, politicamente bipartisan, vuole che il deficit dipenda dagli eccessi della spesa sociale, ma nessuno, a prescindere dal colore della maglia indossata in Parlamento, è andato mai oltre le chiacchiere propiziatorie per i sessanta miliardi bruciati dalla corruzione, per i centoventi miliardi di evasione fiscale, per i trecentocinquanta miliardi fatturati dall’economia illegale, per il fardello del parassitismo che grava su coloro che non fanno parte della “casta” o della rete di traffici che con essa si rapporta. Le finte opposizioni lasciano credere che un esecutivo autorevole, diverso da quello in carica, potrebbe aiutare l’Italia a non subire assalti speculativi, dimenticando che proprio i loro illustri mentori hanno spianato la strada alla finanza d'avventura, all’insindacabilità dei mercati, al modello di sviluppo del debito pubblico insostenibile. Dallo sdegno per il governo delle camarille non discende automaticamente la credibilità di chi si definisce diverso invocando riforme mai chiaramente esplicitate per uscire dalla spirale costituita dall'inevitabile recessione e dai maggiori tassi pagati sui titoli che servono sia a finanziare il debito che a pagare gli interessi su di esso maturati dai creditori. Nessun esecutivo ha mai messo sotto la lente gli utili di banche e grandi imprese o si è opposto al massacro sociale imposto dalle compatibilità economico-finanziarie dell’euro mentre il 10% del Pil si trasferiva dai lavoratori dipendenti ai titolari di rendite e di profitti. L’Italia è rimasta prigioniera dell’Ue, a sua volta subalterna del turbocapitalismo globale, perdendo in termini di occupazione e di diritti sociali. Senza indulgere nei confronti di cialtroni ed affaristi privi di scrupoli, specialmente per quelli saliti alla ribalta dopo Tangentopoli, bisognerebbe chiedersi come mai l’ex commissario europeo Mario Monti, già membro della Commissione Trilaterale, del Comitato Esecutivo Aspen e gradito ospite del Gruppo Bilderberg, si sbilanci nel dichiarare che il Governo Berlusconi è sotto tutela internazionale. Iniziando il conteggio dal Colle, sollecito pungolo di qualsiasi collaborazione a prescindere, il Paese non sembra annoverare molti politici ed economisti liberi da guinzagli, specialmente da quelli del centrismo finanziario di stampo anglo-americano. Anche se l’illusionista di Arcore ha fatto strame dell’Italia e della sua Costituzione, ci sia consentita qualche riserva su chi lo critica senza possedere i requisiti minimi dell’indipendenza di giudizio. E questo vale tanto per qualunque giornalista ci partecipi le miserie di corte quanto per un ex premier, attuale senior advisor della Deutsche Bank. Fino ad oggi la marcia della locomotiva economica tedesca è stata garantita dalle defaillances dei paesi più deboli dell’Unione verso i quali si indirizza il 50% delle sue esportazioni. Solo en passant, tanto per capire il vero spirito che anima l’Ue, va ricordato che la Deutsche Bank, tra le più importanti a livello mondiale, è stata la più sollecita nell’alimentare l’allarme sulla crisi greca tanto da pilotarne gli esiti, è stata la prima a liberarsi dei titoli italiani. L’assalto al nostro debito pubblico non ha molto a che vedere con l’inverecondia di chi governa e la pretesa moralizzazione di Bruxelles . Era nell’ordine delle cose che, in assenza di sovranità monetaria, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, prima o poi, sarebbero arrivate nuove cure anche per il Belpaese. Nel 1981, mentre Ronald Reagan prestava giuramento come presidente degli Stati Uniti, dichiarò: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Ne è la causa”. Con il passare del tempo abbiamo visto come è finito il sogno dei nord-americani, quello garantito agli inglesi da Margaret Thatcher e quello dei paesi in cui i fans degli assiomi neoliberisti hanno fatto carriera. S’intravedono ancora le macerie dovute dapprima al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981, poi alle scelte degli “europeisti” che fin dal 1992 alienarono a prezzo di saldo gran parte del patrimonio nazionale per entrare nell’euro, in uno schema continentale culturalmente eterogeneo, economicamente squilibrato e comunque aprioristicamente ingessato. Sono gli stessi che, tanto per fare un esempio, fanno finta di non ricordare la sorte riservata alla Telecom, con i suoi elevati livelli ocupazionali, un servizio ineccepibile, che macinava utili ed aveva cento miliardi di lire nei suoi forzieri. Sono gli stessi che ancora oggi sono a proporre le analoghe ricette di allora. Nell'interesse degli Italiani s'intende. Forse serve ricordare che, dalla data d'introduzione dell'euro al 31 dicembre 2010, l'incremento dell'indebitamento medio delle famiglie è stato pari al 131%. Lo spettro dell'apocalisse finanziaria dipende solo marginalmente dalle molteplici devastazioni prodotte da Berlusconi e soci. L’emergenza debito mira a saccheggiare quello che resta dei patrimoni pubblici e sappiamo bene che l'unto non ha la stoffa dell'eroe. Così come ha mandato i bombardieri in Libia, così si adeguerà agli ultimi ordini della Bce. Bersani si lamenta della secretazione relativa alle condizioni poste dall'Eurotower al duo Berlusconi-Tremonti per l'acquisto dei titoli italiani, ma lui, che sicuramente è diverso, potrebbe affrancarsi dalle intimazioni dei mercati e delle banche? La parola austerità, che a volte può sembrare neutra, in realtà si palesa, e con qualunque governo fantoccio, nella schiavizzazione di un popolo costretto a pagare debiti inesigibili fino all'intervento dei soliti istituti liquidatori internazionali. Sulla futuribile crescita economica, sulla sua stessa natura, sui parametri idonei a valutarla, ci sarebbe molto da discutere, comunque, dato che ci troviamo nella condizione di dover pagare interessi insostenibili sul debito, è verosimile ipotizzare che in futuro il Fmi possa incoraggiare la creazione di un fondo pagato da Pantalone per finanziare i soggetti interessati alla spoliazione definitiva dei patrimoni comuni. Se oggi o domani il banchetto lo preparerà un emissario dei Rothschild o un dipendente di Goldman Sachs, se lo preparerà e vi parteciperà Berlusconi con i suoi amici o qualche suo degno erede, per i fuori "casta" non ci sarà differenza. Il male più evidente riguarda i rapporti che uno Stato privo di sovranità e di un esercito idoneo alle bisogna può intrattenere con forze della finanza mondiale, le cui capacità sopravanzano quelle produttive dello stesso Paese e che sono dunque in grado di condizionarne le scelte in qualunque frangente. In questa situazione l'impossibilità di poter contare su una classe dirigente degna si trasforma in un handicap insuperabile. Prenderne atto, di crisi in crisi, potrebbe rivelarsi funzionale a condurre i popoli, defraudati ed impauriti, nell'accettazione supina di un più avanzato assetto tecnico-politico globale. Quanta gente oggi si libererebbe, ad occhi chiusi, senza alcuna remora, senza chiedersi nulla sui requisiti del successore, non solo di un istrione brianzolo, ma anche di un Cameron, di un Papandreou e dello stesso Obama?

Antonio Bertinelli 8/8/2011 
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