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L'insostenibile leggerezza del governismo

Per la crisi dell’editoria, si stima che entro la fine dell’anno, tra prepensionamenti, cassa integrazione straordinaria e contratti di solidarietà, lasceranno le redazioni almeno settecento giornalisti. La Padania, al termine dei due anni di cassa integrazione, ha scelto la strada dei licenziamenti collettivi. Il quotidiano della Lega Nord, ormai molto simile al bollettino di una qualche Onlus, scarica sui dipendenti in eccedenza il peso di una cinica scelta politica. Era prevedibile che il modo con cui l’editoria italiana, inclusa quella d’impronta leghista, ha guardato con strumentalità all’informazione, prima o poi avrebbe fatto pagare il conto ai giornalisti. Se la ristrutturazione della Mondadori rientra nell’ordine delle cose, è invece emblematica la scelta della Lega le cui fortune sono nate appellandosi agli interessi delle genti padane, dove il purismo, le denunce e le indignazioni dei capipopolo, nel passaggio da movimento d’opinione a partito di governo, sono evaporate come neve al sole. Anche in questo caso si tratta del solito tributo che il cittadino paga alla deteriore omologazione di chi si propone, e poi si impone con mille alchimie, nell’affermare di esserne il legittimo rappresentante politico. Gli scandali quotidiani e la completa trasformazione della cosa pubblica in affare privato strangolano persino le speranze dei più ottimisti. Passando attraverso veloci mutamenti culturali, spacciati per decorsi positivi, siamo giunti alla totale destrutturazione del Paese. Molti media, ispirandosi ad un laido laicismo (cosa ben diversa da una rispettabile laicità) fanno il tiro a segno sui vescovi, discettano sull’invadenza del Crocefisso, assimilano la Chiesa ad un’associazione di pedofili, esaltano le qualità di qualunque masnadiero, ci ragguagliano sugli sviluppi dei reality shows, promuovono le mignotte al rango di escorts, trasformano i ricattatori in uomini di successo, parlano con nonchalance di famiglie liquefatte, insomma portano argomenti a iosa per indurre al nichilismo e al monadismo. Mentre esprime ipocritamente solidarietà verbale in tutte le circostanze che lo richiedono, il  legislatore continua a rifinire l’opera sotterrando qualunque caposaldo morale residuo, rivendicando l’impunità assoluta per la casta politica, ostacolando il funzionamento della Giustizia, insultando la Magistratura, accelerando il definitivo sfaldamento sociale nello spogliare il lavoro altrui, nel precarizzarlo, nel facilitare una marea di licenziamenti più o meno leciti. Finalmente ci siamo americanizzati del tutto o quasi. Già perché negli Usa, malgrado le radicate ed incolmabili sperequazioni di classe, anche se la cultura dell’american dream mostra da tempo la corda, i politici disonesti ed i truffatori almeno finiscono in carcere per i loro misfatti. In gran parte del mondo le oligarchie del capitalismo globalizzato, con la loro sconfinata avidità, stanno ridisegnando gli stili di vita delle masse ed appare difficile fermare la ruota della storia. Forse, prendendone coscienza fino in fondo, si può solo dare una svolta alla propria. La tracotanza con cui i sacerdoti del dio profitto e i loro ministranti calpestano quotidianamente i diritti della collettività ci pone un interrogativo in più. Nell’Italia dalle tante mafie e dagli inestirpabili comitati d’affari, nell’Italia dove i confini tra canaglie e garanti delle Istituzioni sono estremamente labili, nell’Italia dove tra le stesse forze dell’ordine operano soggetti di cui non si capisce se e a chi sono devoti, nell’Italia dei dissenzienti da avanspettacolo o da operetta, dei leghisti, dei comunisti e degli aennini resisi funzionali alla governance del “sistema paese” vale sempre la pena di accordare fiducia al demagogo del momento o andare ancora a votare? Di sicuro l’ineluttabilità di una corruzione endemica che ci costa parecchie decine di miliardi annui, la crescente deindustrializzazione, la grave crisi economica, la mancata erogazione dei salari, l’affossamento del made in Italy, l’impennata dei messi in mobilità ed il rischio di default per l’entità del debito pubblico non si modificano mettendo la scheda nell’urna, né buttando la tessera elettorale nella pattumiera. Un branco di insaziabili sciacalli e di iene ridens, come quelle che si gettano sulle tragedie di un terremoto, dopo aver spolpato il corpo del Paese ne sta divorando anche le ossa. In attesa che si verifichino le condizioni per una tanto desiderata quanto improbabile incisività politica del cittadino, non prestandosi a seguire ciecamente l’agit-prop di turno, non facendo il gioco degli onnipresenti arrampicatori di partito e non andando a votare ci si sfila almeno dal sempre più perfezionato ingranaggio “acchiappa citrulli” di una democrazia già decomposta ed oggi finanche autocraticamente elargita. Non sarà gratificante ma, senza prestare il fianco ai magliari che, neanche tanto celatamente, sperano in una guerra civile, spargendo a piene mani i semi di un disagio sociale tipico di lontane epoche buie, da qualche parte si dovrà pure iniziare. In alcuni comuni molti giovani si accingono al cambiamento bypassando le formazioni partitiche e puntando al successo di liste civiche a “cinque stelle”. Chissà se riusciranno a non venire fagocitati dagli intraprendenti maggiordomi dei poteri forti.

Antonio Bertinelli 14/2/2010 

Pubblicato il 14/2/2010 alle 10.58 nella rubrica diario.

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