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Anamnesi, diagnosi, prognosi

Negli Stati Uniti, nel corso del 2010, subissate dal peso dei debiti, sono fallite oltre cento piccole banche, che vanno ad aggiungersi alle centoquaranta dell’anno scorso. Mentre il futuro dei colossi bancari e delle multinazionali appare sempre più ricco di promesse, il default dei piccoli istituti e delle piccole imprese graverà su tutti gli Americani. I conti federali si stanno deteriorando a vista d’occhio e il debito Usa ha raggiunto cifre stratosferiche. Le celebri “Big Six”, quelle che hanno dato origine al collasso del sistema, (Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan, Wells Fargo) posseggono un patrimonio pari al 60% del Pil statunitense e la politica non ha gli strumenti per limitarne il potere. La battaglia contro gli abusi e le frodi commesse ai danni dei cittadini dalle varie lobbies è del tutto impari. Il Segretario al Tesoro USA, che qualche mese fa, faceva fuoco e fiamme contro le grandi banche d’affari e i derivati, è stato costretto ad innestare la retromarcia. Ancor prima di vedere esportati nel mondo i loro modelli socio-economici e finanziari, gli Americani hanno pagato pegno alla minorità di uno Stato “privatizzato” anche nei comparti più delicati. Non esiste potere politico che sia oggi in grado di calcolare gli stanziamenti dedicati alla sicurezza e all’intelligence nazionale. La gigantesca macchina allestita all’uopo poggia su circa duemila organizzazioni private. Dice l’ex generale John R. Vinces :”La complessità del sistema è indescrivibile. Ne consegue che non è possibile sapere se il Paese è più sicuro e se tutti questi soldi servono a qualcosa”. Sia il Ministro della Difesa che il Direttore della Cia ammettono che in questo settore esistono più persone sensibili agli interessi degli azionisti che a quelli degli Usa. Attraverso la raccolta capillare di dati, si sta creando, anche con la complicità delle oligarchie europee, un campo di prigionia elettronica globale. Si sta organizzando progressivamente un super-stato delle corporations, con perdita delle principali libertà civili e con i vari governi nazionali del tutto subordinati al grande business. L’Italia fa parte di questo universo sistemico e ruota attorno al sole gassoso del nuovo ordine mondiale, che non persegue di certo una maggiore equità sociale. Il suo indebitamento non è un epifenomeno dell’economia reale, ma è il risultato di governi che hanno ceduto la sovranità monetaria nazionale, hanno dilapidato e svenduto le risorse comuni mettendo tutto sul conto di Pantalone. Ora ai danni prodotti dal berlusconismo si aggiunge infine l’insostenibilità del disavanzo. Per contenere il deficit pubblico, il premier ungherese Viktor Orban ha fatto recentemente approvare dal Parlamento magiaro una legge che impone alle banche, alle compagnie assicurative e ad altri istituti finanziari una tassa sugli utili. Orban ha ritenuto giusto agire nell’interesse del Paese senza sottomettersi all’incipit degli organi di controllo internazionali, che impiegano le attività finanziarie e i ricatti come un manganello per tenere allineati gli Stati europei sotto la “vigilanza” delle strategie geopolitiche-economiche di marca statunitense. Forse, tassando certi istituti anziché tappare le falle con il denaro dei cittadini, l’Ungheria sta giocando col fuoco, ma questa scelta in Italia non è neanche lontanamente ipotizzabile. Noi abbiamo una consolidata tradizione di intrecci tra mafie, politica e massoneria deviata (?) che hanno pervaso tutti i gangli dello Stato. La corruzione è diventata endemica e il vampirismo esercitato tramite le cariche politiche coinvolge quasi tutte le formazioni partitiche. Queste, solo per il “servizio” prestato in forza alla seconda Repubblica, hanno immesso nei loro forzieri tre miliardi di euro pagati dai cittadini. I recenti scandali dei “quattro pensionati sfigati” rappresentano la linea di continuità di quel potere tanto antico quanto attuale che continua ad incombere sull’Italia di Silvio Berlusconi. Non mancano sicuramente altre oscenità per offrire spunti di discussione a chi ventila o desidera un avvicendamento dei governanti. Ma chi dovrebbe subentrare? In questo film non “arrivano i nostri”. Basti pensare alle parole di Pierluigi Bersani, (meglio Giulio Tremonti che una crisi), per fotografare le chances offerte al Paese da chi rappresenta il maggiore partito di “opposizione”. Un Pd che, non organizzando una resistenza di massa e non sostenendo una mobilitazione permanente, un Pd che insegue l’agenda dettata dal premier e dai suoi sodali usando il loro stesso linguaggio, appare persino incapace di recitare degnamente la parte assegnatagli nella commedia politica italiana. La precarietà giovanile, la disoccupazione crescente e la destabilizzazione economica, esplose dopo la convinta adesione al capitalismo globale, non sono imputabili solo al centro-destra che, pur oltrepassando ogni limite di decenza nella gestione della Cosa Pubblica, ha potuto contare per anni su una miriade di organiche complicità trasversali. Anche se il mondo politico nazionale è entrato ultimamente in fibrillazione, non esistono gli uomini né le condizioni per uscire dalla trappola del mondialismo economico-finanziario e per ricucire il tessuto sociale lacerato dal berlusconismo. Non crediamo ai miracoli di futuribili governi tecnici, peraltro già sperimentati nel passato, ed è difficile che le forze migliori della Società Civile possano organizzare una resistenza idonea ad ottenere una trasformazione dello status quo. Anche Barak Obama, accreditato come eroe del cambiamento, pur essendo riuscito a far passare qualche piccola riforma, ha finito per riallacciarsi agli schemi della consueta politica, fatta di compromessi con i poteri forti, di accordi sottobanco e di promesse non mantenute. L’Obama delle speranze democratiche, dunque, non è lo stesso che ha dovuto e deve misurarsi con la geoeconomia americana. Il deturpato contesto italiano, quello che, solo per limitarci all’ultimo squallido episodio, ha visto nominare i nuovi membri del Csm seguendo ancora una volta solo logiche funzionali alla “casta”, non offre alcuna possibilità di rigenerazione. Purtroppo i virgulti sani del dissenso non dispongono di quel terreno fertile necessario per trasformarsi velocemente in solidi alberi e così fruttare per il recupero della Democrazia. Senza voler scoraggiare chi tenta di coordinare un’opposizione reale e senza rinunciare a qualunque forma di protesta possa nascere dalla Società Civile, ci sembra che per sfuggire a questo deserto valoriale esistano ormai soltanto due opzioni. Chi ne ha l’opportunità potrebbe andarsene all’estero, chi non può stabilirsi altrove dovrebbe rimodellare il proprio stile di vita magari partecipando alla costituzione di piccole comunità, radicate sul territorio e protese a raggiungere la totale indipendenza dal sistema.

Antonio Bertinelli 5/8/2010

Pubblicato il 5/8/2010 alle 11.5 nella rubrica diario.

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