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Fuochi fatui

Nel 2008 Gheddafi, durante un vertice della Lega Araba, stigmatizzò l’abitudine degli Usa a tradire nazioni precedentemente definite amiche. Parlando dell’Iraq disse: ”(…) Gli USA hanno combattuto al fianco di Saddam Hussein (…) Rumsfeld, segretario alla difesa durante il bombardamento dell’Iraq, era un amico di Saddam Hussein. Alla fine lo hanno eliminato. Lo hanno impiccato. (…) Un giorno l’America potrà approvare la nostra impiccagione (…)”. Alcuni degli intervenuti risero. Oggi, malgrado l’ipocrisia continui a farla da padrona su quasi tutti gli organi d’informazione, tra le dichiarazioni dei politici, nelle esternazioni dei ministri e attraverso i messaggi dei garanti istituzionali, è noto che i "civili inermi", sui quali avrebbe sparato l’esercito lealista, erano in realtà delle forze militari. Lo stesso ammiraglio James Stavridis ha ammesso che i “ribelli” libici sono manovrati dalla CIA e da Al Qaeda. In Italia pochi si sono rammentati dell'art. 11 della Costituzione che a proposito di guerre è inequivocabile. Le esimenti che autorizzerebbero l'uso della forza nell'ambito delle decisioni di una organizzazione internazionale di cui l’Italia fa parte non si possono di certo applicare al casus belli artatamente montato in Libia dai servizi d’intelligence inglesi, francesi e statunitensi. Ciò che più colpisce nella situazione attuale è il fatto che il “patologico” venga accreditato come paradigma del “normale”. La guerra viene conculcata con immodificabile determinismo e ricondotta all'impudico cicaleccio di una classe dirigente avvitata su se stessa, pronta a dichiarare che estromesso il “cattivo” dalla Libia regnerà in quei luoghi la felicità promessa. Per formalizzare giuridicamente l’ennesima partecipazione dell’Italia ad una guerra, ancora una volta spacciata per missione umanitaria, bisogna sistemare una serie di tasselli. La risoluzione del Parlamento è prevista per domani, ma non esistono i presupposti per credere che il poco augusto consesso possa cambiare la rotta avventurosa imposta dagli Usa e dai suoi gazzettieri. Non mancano validi motivi per chiedere una moratoria, magari sostenere il tentativo di riconciliazione portato avanti dall’Unione Africana, che vede attualmente seduti allo stesso tavolo i rappresentanti del Consiglio degli insorti e quelli del governo di Gheddafi. Il gruppo “Civili Britannici per la Pace” e altri pacifisti provenienti da Francia, Germania, Tunisia, Italia, anche avendo indagato per diversi giorni, non hanno trovato alcuna prova o testimonianza dei bombardamenti sui civili, da parte dell’esercito di Gheddafi, in tre regioni di Tripoli o in altre città della Libia occidentale, come riferito dai media internazionali e così come affermato nella risoluzione Onu n. 1973/2011. Non è mai stata creata una commissione internazionale indipendente per accertare la veridicità dei fatti. Secondo quanto riferito da Bloomberg, a pochi giorni dall’inizio della rivolta in Cirenaica si è trovato il modo per fondare una nuova Banca Centrale e per costituire una nuova Compagnia Nazionale Petrolifera. I colossi francesi Eads, Vinci e Total hanno già firmato ricchi contratti con gli insorti, tagliando fuori le imprese italiane. Gli Inglesi stanno spremendo altri soldi dai rappresentanti del Consiglio ribelle costretto a firmare di tutto per avere il riconoscimento diplomatico ed ottenere l’accesso ai fondi statali libici congelati nelle banche europee ed americane. Tutti gli interessi italiani confliggono con quelli di altri paesi dell’Ue e degli Usa. Senza invocare degli ingombranti (?) principi etici e senza sposare alcun tipo di opportunismo partitico, va anche sottolineato che la guerra alla Libia, secondo prudenti stime tecniche, costerà all’Italia, già strozzata dal debito pubblico, settecento milioni di euro. Di fatto tutte valutazioni non in linea con le ragioni dell’Impero, che in tal senso ha impartito ordini precisi ai media di riferimento (dipendenti ed indipendenti), fa ballare il premio Nobel per la Pace, che a sua volta fa ballare l'estabilishiment politico italiano. Davvero umilianti le piroette imposte al primo ministro e poco lusinghiere le peformances spontaneamente fornite da quasi tutti gli altri parlamentari. Se non fosse per l’aspetto tragico verrebbe da pensare ai numeri offerti, agli inizi del Novecento, dal teatro americano “vaudeville”: escapologisti, lettori del pensiero, rigurgitatori di rane, cani e pulci ammaestrati, stranezze della natura, donne barbute, maiali sapienti, calcolatori umani, prestigiatori, ballerini, comici, saltimbanchi, persino accoppiamenti arrischiati, come quello di Sarah Bernhardt con il clown Grock. La grande attrice ebbe anche il merito di ispirare Marcel Proust, la nostra intera fauna politica potrebbe ispirare al massimo un cabarettista. Fuochi fatui di cimiteri e paludi, deboli fiammelle nella notte di una Repubblica e di una Democrazia ormai presenti solo nella solerte retorica presidenziale dei giorni comandati.

Antonio Bertinelli 2/5/2011

Pubblicato il 2/5/2011 alle 16.41 nella rubrica diario.

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